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Yo soy Fidel, todos somos Fidel

Con questo slogan il popolo cubano, 5 anni fa, ha salutato la “morte fisica” di Fidel Castro. I fatti ci stanno dimostrando che è uno slogan tutt’altro che retorico.

Nonostante continuino ancora oggi i subdoli attacchi degli Stati Uniti alla rivoluzione cubana, è sempre più chiaro che Fidel era ed è sostenuto da un popolo che conserva la stessa determinazione rivoluzionaria, gli stessi valori e la medesima volontà di proseguire sulla strada del socialismo. Chi s’illudeva che la morte di Fidel avrebbe significato la fine della rivoluzione cubana oggi non può fare altro che ricredersi.

Durante la pandemia le Brigate mediche Henry Reeve, fondate dallo stesso Fidel, hanno dimostrato al mondo intero uno dei pilastri della rivoluzione cubana: l’intimo rapporto che lega il popolo alla rivoluzione, lo sviluppo di “talenti” quando mancano le risorse a causa dell’infame Bloqueo.

I medici della brigate e gli scienziati che hanno sviluppato il vaccino Soberana sono la dimostrazione concreta del nesso che lega la rivoluzione e i bisogni reali dell’uomo, un legame stretto che passa attraverso un modello di sanità e d’istruzione completamente in rottura con quello capitalistico-occidentale.

Dopo due anni di pandemia globale ci ritroviamo in un mondo che sta mutando aspetto, le classi dominanti vedono scompaginato quel sistema ideologico che ha retto per anni.

Si parla di ripartenza e, insieme a questa, le classi dominanti cercano di ricostruire un sistema ideologico-valoriale che sia in grado di conservare lo stato di cose esistenti. Qui da noi, nel cuore del polo imperialista dell’Unione Europea, la retorica ambientalista serve proprio a questo. Perciò per ricordare Fidel Castro, senza formalismi, ma con lo spirito rivoluzionario che ci contraddistingue, per capire cosa è possibile fare oggi ed agire in rottura ad un modello sociale ormai non più in grado di assicurare la stessa sopravvivenza dell’uomo, riprendiamo le parole che il Comandante pronunciò nel discorso di Rio del ’92.

“Utilizziamo tutta la scienza necessaria per uno sviluppo sostenuto senza inquinamento. Paghiamo il debito ecologico e non il debito estero. Scompaia la fame e non l’uomo.

Quando le presunte minacce del comunismo sono sparite e non rimangono più pretesti per guerre fredde, corse agli armamenti e spese militari, cosa impedisce di dedicare immediatamente queste risorse a promuovere lo sviluppo del Terzo Mondo e combattere la minaccia di distruzione ecologica del pianeta? “

Rete dei comunisti
Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista
OSA




Le elezioni cilene ed il ballottaggio per le presidenziali

Domenica 21 novembre si sono svolte le elezioni in Cile.

I cittadini cileni si sono recati alle urne per eleggere il presidente, i 155 deputati della Camera Bassa, e 27 su 43 senatori della Camera Alta.

L’affluenza è stata inferiore alla metà dei circa 15 milioni di cittadini aventi diritto con solo il 47,3% che si è recato alle urne: una percentuale inferiore al 50,95 del plebiscito national constituyente dello scorso anno.

In generale è stata una percentuale inferiore alle aspettative, visto che la bassa partecipazione elettorale non traduce la volontà di cambiamento espressasi con forza dall’ottobre del 2019 sviluppando un movimento con netta opposizione al neo-liberalismo su molteplici fronti che ha aperto la strada al cambio costituzionale.

Numeri che denotano una certa disaffezione rispetto all’offerta politica in campo.

Il 19 dicembre si sfideranno al ballottaggio il candidato di Apruebo Dignidad – sostenuto anche dai comunisti usciti sconfitti dalle primarie dalla coalizione della “sinistra radicale” – Gabriel Boric, ed il candidato del Frente Social Cristiano – formazione della “destra radicale” – , José Antonio Kast, di fatto uno degli eredi politici di Pinochet.

Kast al primo turno delle scorse presidenziali nel 2017 aveva preso quasi l’8%, contro più del 36% del Presidente uscente Piñera, recentemente salvatosi dall’empeachment al Senato dopo che la Camera aveva dato il suo assenso.

Siamo di fronte a un chiaro “spostamento a destra” della base conservatrice che in Kast ha uno strenuo difensore degli apparati di sicurezza, un fervente neo-liberista, un reazionario cattolico ed un feroce anti-comunista affine a quella destra latino-americana filo-golpista presente in vari paesi del Continente.

Il candidato del FSC, a differenza dei conservatori, si era infatti opposto frontalmente al processo costituente per rendere possibile il cambiamento della Costituzione varata durante la dittatura di Pinochet ed ha utilizzato lo spauracchio del movimento d’ottobre per il suo programma di “legge ed ordine” che gli ha assicurato quasi un terzo dei voti in un chiaro segno di continuità con il regime dittatoriale e le sue politiche che ha ancora uno “zoccolo duro” nel Paese.

I voti a Boric non sorpassano significativamente quelli ottenuti da Beatriz Sánchez alle scorse elezioni con il Frente Amplio, e di fatto sono una sommatoria delle varie preferenze ottenute la volta scorsa da tutte le componenti che l’hanno sostenuto in questa tornata elettorale.

Se Boric è stato abile a proporsi come “interlocutore credibile” verso le formazioni centriste ed il loro elettorato, ed a costruire una rendita di posizione all’interno della sinistra che gli spianasse la strada per conquistare le primarie, non ha attratto le simpatie di “nuovi elettori” e delle sensibilità politiche più vicine alle tematiche del movimento sociale.

Di fatto la “sinistra radicale” non ha sfondato ed è stata incapace di tradurre la proposta politica di rottura giunta in questi anni dalle piazze, anche per un atteggiamento moderato del suo candidato sulle questioni repressive, come la militarizzazione in corso dei territori Mapuche e la questione dei prigionieri politici, e più centrato sulle tematiche della ridistribuzione della ricchezza in chiave neo-socialdemocratica.

Quelli di Boric sono comunque temi importantissimi che segnerebbero una inversione di tendenza rispetto alla trentennale politica neo-liberista in Cile: diminuzione dell’orario di lavoro a 40 ore la settimana, aumento del salario minimo, una riforma fiscale progressiva, un migliore accesso al credito, la fine del famigerato sistema di pensioni private (AFP) e l’introduzione di una pensione minima, il condono universale del CAE, e rilevanti temi rispetto ai diritti civili come la legalizzazione personale o a tematiche generali come l’importanza della transizione ecologica.

Il sindaco comunista Daniel Jadue, uscito sconfitto nelle primarie della “sinistra radicale”, ha fatto recentemente autocritica rispetto all’ “eccessiva istituzionalizzazione” che avrebbe alienato alla sinistra “della propria base sociale e per tanto della costruzione del potere popolare”.

Ma anche la Lista del Pueblo, sorta come espressione collettiva di candidature indipendenti dal movimento, che aveva totalizzato quasi un milioni di voti nell’elezioni di maggio per la composizione della Costituente, e non incline a compromessi con gli attori tradizionali della sinistra, ha avuto un risultato deludente.

La differenza delle preferenze tra i due – Kast e Boric – è di poco più di tre punti percentuali, ma entrambe sono sotto il 30%, con gli altri tre maggiori sfidanti che hanno ottenuto tutti preferenze attorno al 12% circa ed un exploit del candidato “qualunquista” Franco Parisi, ulteriore segno dello sfarinamento delle compagni politiche che hanno egemonizzato, alternandosi, il corso post-dittatoriale e dell’importanza del mondo del marketing politico.

Diamo uno sguardo approfondito a Camera e Senato.

L’alleanza conservatrice Chile Podemos Más ha ottenuto 53 deputati. All’interno delle sue fila Renovación Nacional ne ha ottenuti 25 mentre Unión Demócrata Independiente (UDI) 23.

Apruebo Dignidad – la formazione il cui candidato alle presidenziali, sostenuto anche dal Partito Comunista – ottiene 37 deputati, così come la coalizione Nuevo Pacto Social, espressione del centrismo prevalentemente socialista e cristiano.

All’interno di Apruebo la maggioranza dei voti è stata ottenuta dai comunisti con 12 voti, mentre 9 sono andati a Corvergencia Social e 8 a Comunes come formazioni più votate.

In quanto al NPS, 13 voti sono andati ai “socialisti”, 8 ai democristiani e 7 al Partido por la Democracia.

I deputati entreranno in carica nel marzo del prossimo anno, ed il loro mandato si chiuderà nel 2026.

Il Senato che avrà dal marzo prossimo 50 membri.

In queste elezioni si sono eletti i senatori di nove regioni, in sette sono stati eletti tre senatori per ciascuna, mentre nelle restanti solo due.

Chile Podemos Más ha ottenuto 12 senatori, che sommati agli altri 12 già possedeva nelle sette regioni in cui non si è votato, gli permette di essere la prima forza nella Camera Alta seguita da Nuevo Pacto Social con 18 – ne ha ottenuti 8 – mentre Apruebo Dignidad da un solo rappresentante ne aggrega altri 4.

Complessivamente, il segno di un cambiamento radicale non è uscito dalle urne ed i numeri alla Camera e Senato lo confermano.

Al ballottaggio verrà deciso se il Cile intraprenderà la strada di una parziale e limitata inversione di tendenza rispetto al neo-liberismo od ad una sua riproposizione rafforzata in chiave autoritaria, xenofoba e reazionaria.

Rete dei Comunisti – 23 novembre 2021




La crisi al confine europeo mostra il vero volto della UE

La crisi apertasi al confine tra Bielorussia, Polonia e Lituania deve essere compresa all’interno delle dinamiche di accelerazione delle frizioni tra i diversi attori di differente taglia che ne sono coinvolti.

È un tassello di un quadro di più ampio respiro in cui si intrecciano differenti aspetti: la volontà della Russia di rispondere al suo accerchiamento da parte della NATO spalleggiando un proprio alleato, una risposta della Bielorussia ai tentativi dell’Unione Europea di delegittimarne il corso politico – a suon di sanzioni – dopo le elezioni dello scorso anno, la spinta di parte anglo-americana di forzare l’UE ad un atteggiamento più risoluto nei confronti della Federazione Russa e non da ultimo i vari contenziosi che riguardano la Polonia e l’Unione Europea su un’ampia gamma di questioni su cui Varsavia e Bruxelles non sembrano giungere ad un accordo.

Giova ricordare infatti che la Polonia, insieme agli Stati Baltici, sono i più ostili a Mosca e quelli su cui gli anglo-americani puntano di più per minare la coesione all’interno della UE.

In questo rebus, la competizione rispetto alle risorse energetiche che transitano dalla Bielorussia non è affatto secondaria, ma quello che va colto in sé non è il casus belli particolare ma il contesto di accesa competizione che lo genera, le dinamiche che sviluppa e le conseguenze nei rapporti di forza in un sistema di relazioni in cui è sempre più difficile, per gli attori in campo, governare le contraddizioni scatenate dalla crisi del modo di produzione capitalista.

In generale possiamo affermare che vi è una linea di faglia sempre più marcata che va dal Mar Baltico al Mar Nero che sarà sempre più teatro di sommovimenti, provocazioni, forzature e crisi diplomatiche per mutare gli equilibri dati, ma che per ora non sembrano cambiare radicalmente, anche se non sono da escludere precipitazioni belliche localizzate. L’ipotesi di un conflitto armato in questa linea di faglia che si prolunga in un arco di instabilità che arriva fino all’Asia Centrale e che comprende altri attori, in primis la Turchia, è sempre latente come ci dimostrano la guerra civile ucraina e la più recente escalation bellica tra Armenia ed Azerbaijan.

Naturalmente, come in altre occasioni, in questo caso tale contesa si gioca sulla pelle di una parte di quelle popolazioni che hanno subito la guerra guerreggiata o quella economica portata avanti dall’Occidente e dal suo modello di sviluppo: Iraq, Siria, Libano in primis.

L’unica colpa di queste persone “intrappolate” nei boschi che costituiscono i confini naturali tra i tre paesi coinvolti hanno è quella di avere perseguito un progetto di fuga da quei contesti resi sempre più invivibili anche da quegli Stati occidentali che hanno partecipato all’invasione militare, o alla destabilizzazione, dei paesi di provenienza degli immigrati. L’Occidente non si vuole accollare alcuna responsabilità rispetto alla gestione delle sue fallimentari campagne militari, in primis riguardo ai flussi di profughi che vengono ospitati per la maggior parte dai paesi confinanti: si tratti dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Siria…

Naturalmente questo “effetto boomerang” li tange in maniera molto minore, ma ha comunque fornito una arma diplomatica importante a coloro che la usano come unstrumento di pressione in più sulle cancellerie europee.

Vogliamo concentrare l’attenzione su un aspetto che riguarda l’ulteriore sconfitta “ideologica” dell’edificio politico dell’Unione che non può più nascondere la sua propensione bellicista ed il suo processo di militarizzazione.

Innanzitutto i media nostrani faticano a relativizzare il cortocircuito, innescato dalla spregiudicata tattica bielorussa, tra la narrazione che l’UE da di sé e la realtà fattuale.

L’editoriale dell’ “Avvenire” di questo martedì, a firma di Nello Scavo, coglie in pieno il profilo della fortezza Europa dove si pianta filo spinato e si alzano muri.

L’UE ha costruito un quarto dei muri eretti negli ultimi anni a livello mondiale per ciò che concerne il contenimento delle migrazioni forzate, e negli ultimi 30 anni si è dotata di oltre mille km di recinzioni in via di ampliamento. A questi si devono aggiungere i circa 500 chilometri che la Lituania ha deciso di puntellare con pali d’acciaio e filo spinato, mentre la Polonia ha preso la decisione di erigere un muro al confine bielorusso.

L’agenzia della UE Frontex, che però la Polonia ha deciso di non far intervenire con i suoi effettivi ai propri confini orientali, vedrà incrementati i suoi uomini dai 1.500 attuali a 10mila nel 2027, di cui 7mila distaccati dalle forze dell’ordine nazionali, e avrà nel bilancio un budget superiore alla maggior parte delle agenzie dell’Unione Europea: circa 5,6 miliardi di euro fino al 2027.

Tra i principali beneficiari saranno proprio le aziende dell’apparato militare industriale europeo e consociate, che diverranno organicamente la realizzazione di quegli auspicati campioni europei nella produzioni di beni e servizi.

Che la denuncia venga dalla prima pagina di un quotidiano cattolico, è un segnale di come oramai la pistola fumante dell’imperialismo della UE abbia sempre più difficoltà a nascondersi dietro alla retorica della pace e dell’accoglienza, e della supposta superiorità valoriale.

Ma i progetti di sicurezza ai propri confini e la proiezione della propria potenza all’esterno sembrano viaggiare a braccetto.

Infatti nel 2023 la UE darà vita alle sue prime manovre militari, come è stato rivelato dal quotidiano spagnolo “El Pais” questo lunedì, acquisendo in via confidenziale il documento che è servito da base di discussione per il confronto tra i Ministri della Difesa e dell’Estero della UE per l’orientamento geostrategico dell’Unione nel prossimo decennio.

Nel documento di 28 pagine si può leggere espressamente che: “a partire dal 2023 organizzeremo in maniera regolare manovre, comprese manovre navali”. Questo è uno dei tanti obiettivi che – se il prossimo marzo verrà adottato questo documento dal Consiglio Europeo – guiderà la politica estera e la difesa della UE.

Sempre secondo questo testo, nel 2025 l’UE potrà contare su una forza d’intervento realmente operativa di 5000 militari, che potrà svolgere missioni di combattimento, e non solo di addestramento, e dal prossimo anno svolgerà manovre anche nel campo cibernetico.

In sintesi sono state messe “nero su bianco” le indicazioni emerse con forza dopo la sconfitta in Afghanistan accelerando il processo della difesa europea e di un ruolo più marcato della sua politica estera nella competizioni globale.

Come Rete dei Comunisti ciò che sta avvenendo ed un ulteriore conferma della necessità di una battaglia a tutto campo contro il polo imperialista europeo e la NATO, e la necessità di prefigurare l’uscita del nostro Paese dalla gabbia dell’Unione e dall’Alleanza Atlantica.

RETE DEI COMUNISTI, 16 novembre 2021




Gli scenari politici in Argentina dopo il voto

Domenica 14 novembre si sono svolte in Argentina le elezioni per il rinnovo della metà dei deputati (127 dei 254 totali) su tutto il territorio nazionale, e di un terzo dei senatori (24 dei 72 complessivi) in otto provincie. Si è trattato di un test importante sia per l’attuale governo guidato dal presidente Alberto Fernández, a due anni dal suo insediamento alla Casa Rosada, che per il quadro generale dell’America Latina, attraversata in questo mese di novembre da numerosi appuntamenti elettorali.

Dopo le elezioni in Nicaragua della scorsa settimana e in vista delle elezioni presidenziali e legislative in Cile, di quelle municipali e regionali in Venezuela e delle elezioni generali in Honduras a fine mese, l’Argentina è tornata alle urne dopo le elezioni primarie (PASO) dello scorso settembre.

Con lo scrutinio arrivato al 98,94%, la coalizione di centro-destra Juntos por el Cambio dell’ex presidente Mauricio Macri ha ottenuto il 41,89% dei voti alla Camera dei Deputati, contro il 33,03% dei voti ottenuti dal Frente de Todos (FdT). Al Senato, con lo scrutinio del 99,14% delle schede elettorali, Juntos por el Cambio (JxC) stacca nettamente il partito di Alberto Fernández e Cristina Kirchner con il 46,85% delle preferenze contro il 27,54%. Un vantaggio ancor più marcato viene registrato, in particolare, nella capitale federale dove la candidata del JxC, María Eugenia Vidal, ha raggiunto il 47% con oltre 20 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario politico Leandro Santoro.

Anche se a livello nazionale Juntos por el Cambio celebra la propria vittoria sul FdT con una differenza di più di due milioni di voti, la realtà è che il partito di governo mantiene ancora il maggior numero di membri tra le due camere (119 deputati e 35 senatori). Tuttavia, si è assottigliato il margine nei confronti di JxC che, a partire dal 10 dicembre, conterà 116 deputati e 31 senatori.

Con questo risultato, la vicepresidente Cristina Kirchner sarà a capo del Senato in una situazione senza precedenti dal ritorno della democrazia nel 1983: il peronismo non avrà la sua maggioranza nella Camera Alta e sarà costretto a cercare dei ponti di negoziazione con i partiti provinciali che siedono al Congresso o “mediazioni” con l’opposizione per portare avanti i suoi progetti di legge.

Il possibile impasse legislativo per FdT con una risicata maggioranza al Congreso e i numeri mancanti per avere una maggioranza propria al Senado potrebbe avvantaggiare quindi la destra neo-liberalista in vista delle future elezioni presidenziali del 2023, soprattutto se l’attuale esecutivo ai con numeri più risicati in Parlamento – non riuscirà a rispondere ad i bisogni di una popolazione impoverita (4 su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà) e di una economia in grave difficoltà, tra calo del PIL, impoverimento del Peso e inflazione galoppante.

Il presidente Alberto Fernández, in un discorso in cui ha fatto un breve bilancio della sua amministrazione, ha rilanciato il suo piano di governo per il paese che “si sta rimettendo in piedi e sta andando avanti” sul percorso della ripresa economica. Inoltre, ha fatto appello alla responsabilità dell’opposizione, nel quadro delle difficoltà della fase post-pandemica, perché “questa elezione segna la fine di un periodo molto difficile nel nostro paese, un periodo che è stato segnato da due crisi: quella economica ereditata dal governo precedente, e di cui ci sono ancora enormi sfide da risolvere; l’altra, la crisi sanitaria, causata da una crudele pandemia che stiamo gradualmente superando”.

Il presidente ha ricordato che il debito con il FMI “il più grande danno” lasciato dal governo dell’ex presidente Macri, un “ostacolo” da affrontare per continuare il suo progetto progressista. Nella prima settimana di dicembre, il presidente invierà al Congresso Nazionale un disegno di legge che rende esplicito il “Programma economico pluriennale per lo sviluppo sostenibile”, nel quale saranno esplicitate “le migliori intese che il nostro governo ha raggiunto con il FMI senza rinunciare ai principi di crescita economica e inclusione sociale”. Infine, ha garantito che il prossimo futuro sarà incentrato su “la ripresa economica, il rafforzamento del reddito, la riduzione dell’inflazione e la creazione di posti di lavoro, il tutto nel quadro di un dialogo costruttivo”.

Si apre, quindi, per il governo di Alberto Fernández una situazione delicata in cui, da una parte, la destra liberista potrebbe far leva sull’indebolimento del FdT al Congresso per screditare l’azione di governo o fare ostruzionismo sui progetti più progressisti in vista delle elezioni presidenziali del 2023; dall’altra, le pressioni esterne da parte dei creditori e delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI su tutte) rischierebbero di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo del popolo argentino.

E non è affatto detto che i toni conciliatori fatti propri dal Presidente siano fatti propri da tutta la compagine del FdT, in particolare tra coloro che intendono riprendere l’eredità politica “Kirchneriana” – come l’attuale vice-presidente – o inducano la destra ad un atteggiamento più collaborativo. In questo quadro pensiamo possa ridiventare centrale il ruolo di pressione delle forze popolari e progressiste nei confronti della possibile moderazione dell’esecutivo.

Le forze imperialiste, coordinate a e da Washington, hanno tutto l’interesse a rimettere le mani sull’Argentina e restaurare l’ordine neoliberista di distruzione e regressione sociale di cui l’ex presidente Mauricio Macri è stato un fedele ed umile servitore.

Il ritorno al governo delle forze progressiste con la coalizione del Frente de Todos aveva marcato una rottura profonda nell’agenda politica, economica e sociale di un paese martoriato dal ricatto del debito esterno e dall’attacco ai settori popolari sui quali ricadono le conseguenze negative dell’inflazione galoppante, della disoccupazione crescente e dell’impoverimento dilagante.

Ma è chiaro che le aspettative suscitate dal cambio presidenziale non si sono tradotte nella percezione di ampie fasce di subalterni in risultati reali nelle proprie condizioni di vita.

La tenuta del governo Fernández si inserisce in quel cammino tortuoso e per niente lineare che accomuna le esperienze progressiste e socialiste in America Latina, un percorso di emancipazione sociale che la destra neoliberista vuole interrompere, annichilendo le rivendicazioni e gli interessi dei settori di classe in favore dei profitti di una borghesia compradora subordinata al capitale finanziario internazionale.

Come ha affermato il presidente Fernández: “il popolo argentino ha bisogno di un orizzonte; abbiamo il diritto di sperare”.

Per noi, questa speranza non può che venire da quell’anello debole dell’imperialismo e dal nostro impegno politico per trasformare la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del nostro agire, perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

Rete Dei Comunisti – 15 novembre 2021




Washington è dietro la “marcha” del 15 novembre a Cuba

Rete Dei Comunisti

Cos’è una rivoluzione colorata? Far scoppiare il caos, la disobbedienza civile, e ovviamente provocare che organizzazioni internazionali inizino sanzioni che possono arrivare fino all’intervento militare e cerchino la creazione di un governo alternativo

Carlos Leonardo Vázquez González

Il 15 Novembre sono state organizzate dalla rete dei fascisti cubani, con il pieno sostegno degli Stati Uniti, numerose manifestazioni per approfittare delle difficili condizioni in cui vive la popolazione dell’Isola a causa del più che sessantennale blocco statunitense e delle ben 243 nuove sanzioni approvate dalle amministrazioni nord-americane che si sono succedute negli ultimi 4 anni.

Alcune delle quali da Joe Biden le ha approvate dopo i tentativi di destabilizzazione avvenuti l’11 ed il 12 luglio.

La marcha pacifica por el cambio” convocata in varie località dell’Isola, e che dovrebbe avere il suo epicentro a l’Avana, è stata dichiarata giustamente illegale perché viola differenti articoli della Costituzione del Paese, visti i legami manifesti degli organizzatori con enti o agenzie eversive degli Stati Uniti che hanno l’intenzione manifesta di promuovere un cambiamento politico a Cuba, cioè abbattere il socialismo.

Gli organizzatori tentano di ignorare il rifiuto delle autorità cubane, volendo forzare la situazione, consapevoli dell’appoggio di Washington e delle élite occidentali.

Questo mercoledì il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha affermato che il governo non permetterà: “la persistente aggressione dal governo degli Stati Uniti, i suoi intensi e costanti tentativi di creare le condizioni per una destabilizzazione interna, per alterare la pace e la sicurezza dei cittadini”.

La cosiddetta marcha infatti non è una “iniziativa cittadina” ma parte di una strategia messa in atto dall’intelligence statunitense per destabilizzare il Paese nel giorno in cui Cuba riaprirà le proprie porte al turismo, e completerà il ritorno degli studenti in presenza nelle aule, cercando di recuperare una vita normale anche se sotto un bloqueo che provoca tagli nelle forniture elettriche, la mancanza di alcuni medicinali e l’indisponibilità di alcuni alimenti.

Tale ripresa della normalità è dovuta ai successi nel contenimento del Covid-19 e al suo riuscito programma di vaccinazione che vede il 70% della sua popolazione completamente “immunizzata” grazie a tre dispositivi medici prodotti autonomamente.

Sono previste azioni di sostegno alla marcia in una cinquantina di città in più di 20 paesi, grazie al vasto network dei fascisti cubani che ha i suoi punti di forza a Miami ed in Spagna, qui in Europa.

Le mobilitazioni previste anche se vietate in sei province cubane oltre alla capitale sono pianificate su Facebook dal gruppo Archipelago, che dice di avere 20 mila membri, molti dei quali vivono fuori dal Paese e che hanno già a luglio falsificato la “geo-localizzazione” del proprio account per fingere di essere sull’Isola.

Quello del 15 è il secondo tentativo, dopo quello fallimentare dell’11-12 luglio, per cercare di dare corpo a quel “golpe suave” che si vorrebbe attuare sviluppando una crisi che giustifichi un “intervento umanitario” anche grazie ad una intossicazione mediatica sapientemente orchestrata ad uso e consumo dell’opinione pubblica occidentale, ma anche della sua stessa popolazione in cui le piattaforme di comunicazione private, come Facebook, hanno gravi responsabilità.

Una guerra mediatica che insieme ai tentativi destabilizzatori è stata sapientemente descritta a Cuba ricollegandola alla filiera statunitense da cui ha origine con una capillare e costante opera di presa di coscienza da parte della popolazione.

Uno dei principali ispiratori di questa marcia, il drammaturgo Yunior García è stato formato dal 2018, in programmi per il “cambio di regime” finanziati dalle agenzie statunitensi NED e USAID, di fatto emanazioni della CIA.

Ed in questi anni Washington ha destinato un fiume di dollari – 20 milioni all’anno – per finanziare “programmi a favore della democrazia a Cuba” di cui sono destinatarie 54 organizzazioni, e sta per approvare un finanziamento di 6,6 milioni in più per entità che, da vari Paesi, triangolano i propri fondi alla sedicente “dissidenza” cubana tra cui gli organizzatori della marcia del 15 novembre.

Come ha giustamente ribadito nella sua analitica descrizione di chi sia dietro alla marcha del 15 novembre, durante le conclusioni del Secondo Plenum del PCC, il Primo Segretario del Partito Rogelio Polanco Fuentes: “Non legittimeremo le ingerenze imperialiste nella politica interna né lasceremo spazio al desiderio di restaurazione neocoloniale che alcuni hanno alimentato e che si rafforzano nelle situazioni di crisi. Non è un atto di civiltà, è un atto di subordinazione all’egemonia Yankee

Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato Statunitense, incalzato in una conferenza stampa sull’impegno diretto o meno nell’organizzazione delle proteste ha rifiutato di negarne il coinvolgimento nord-americano, mentre un altro funzionario di alto rango come Juan Gonzales ha dichiarato la settimana dopo che il governo statunitense avrebbe sanzionato Cuba se proverà ad interferire con le proteste.

È chiaro chi è il burattino, e chi è il burattinaio.

Il popolo cubano è mobilitato da tempo a vari livelli affinché i tentativi dei fascisti cubani risultino nuovamente fallimentari la prossima settimana.

Abbiamo tradotto e sottotitolato questa trasmissione di Razones de Cuba: “Yonor García Aguilera operator político al servicio de Estados Unidos Contra Cuba” che denuncia la traiettoria di Y.G. Aguilera anche attraverso la voce di un medico cubano, Carlos Leonardo Vázquez González.

Carlos per 25 ha agito sotto copertura infiltrando le reti anti-castriste ai primi di novembre ha rivelato con questo video la sua identità di patriota al popolo cubano ed il ruolo di Aguilera.

Ma questa denuncia pubblica non ha trovato spazio sui canali d’informazione del nostro Paese, probabilmente pronti a dare spazio ad eventuali “proteste” come lo sono stati a Luglio.

Il video è uno spaccato di come agiscono a livello internazionale, ed anche in Europa, queste reti di “dissidenti” che come mostra il filmato hanno stretti rapporti con le storiche figure del terrorismo anti-cubano – come Ramón Saul Sánchez Rizo – e si muovono sui copioni delle varie “rivoluzioni colorate” realizzate dagli Stati Uniti, riproducendoli pressoché integralmente.

Questo livello di contro-spionaggio ha reso possibile chiarire con ogni evidenza al popolo cubano e al mondo la vera natura dei cosiddetti “dissidenti” che sono burattini nelle mani degli Yankees.




20/11, Bologna – Unione Europea da polo a superstato imperialista?

Sabato 20.11 (ore 11 / 18) e domenica 21.11 (ore 10 / 13)
presso il Cinema Nosadella, Via L. berti 2/7 Bologna

Forum nazionale della Rete dei Comunisti sulle prospettive della UE

Introduzione di Mauro Casadio (Rete dei Comunisti), relazioni di Giacomo Marchetti, Marcella Grasso, Giovanni Russo Spena, Luciano Vasapollo, Franco Russo, Francesco Piccioni, Cinzia della Porta, Sergio Cararo

Il declino degli USA, l’avvio della ristrutturazione dell’industria continentale e l’esercito europeo sono la condizione per un salto di qualità del ruolo internazionale della UE.

Nella relazione sullo stato dell’Unione fatta dalla Von Der Leyen un’affermazione perentoria è risaltata più di tutte le altre ed è quella che testualmente dice “Stiamo entrando in una nuova era caratterizzata dall’ipercompetitività”. Tale evidenziazione ha come presupposto molti elementi che erano presenti già nei precedenti anni ma che ormai, per quanto riguarda la UE, hanno la necessità oggettiva di una sintesi politica, istituzionale e militare.

Questa necessità ha cominciato a concretizzarsi con la vicenda pandemica che ha evidenziato come le relazioni interne alla UE andassero modificate nel senso di una più stretta centralizzazione decisionale ed operativa.

Il Recovery Fund è esattamente la concretizzazione di questa necessità relativa in primo luogo alla tenuta competitiva economica e finanziaria internazionale.

Questo infatti indirizza le imprese europee, in particolare i cosiddetti “campioni” ovvero le multinazionali continentali, verso una ristrutturazione di alto livello tecnologico e pseudo ambientale per tenere testa alla competizione con la Cina ma anche con gli USA oggi in evidente difficoltà.

Non solo, ma la dimensione dei Bond Europei integrati con quelli emessi dal Next Generation EU danno la possibilità alla UE di essere competitiva con l’Euro anche sul piano delle monete di riserva mondiale erodendo, assieme allo Yuan cinese, la rendita di posizione del dollaro che va avanti dalla fine della seconda guerra mondiale con gli accordi di Bretton Woods.

Ma il fatto principale che obbliga gli eurocrati e le forze economiche e finanziare della UE a procedere speditamente sul piano dell’integrazione è la crisi di egemonia degli USA che ormai è palese a tutto il mondo. La fuga dall’Afghanistan, averlo fatto senza “avvisare” gli alleati della NATO e, per ultimo, l’accordo strategico Auskus fatto con Inghilterra ed Australia in funzione anticinese dimostra il fallimento totale della strategia USA nata dopo il crollo dell’URSS.

L’abbandono del continente asiatico, il debole e difensivo tentativo di ricostituire un’alleanza “pelagica” senza i paesi UE e l’affronto fatto alla Francia sui sottomarini venduti all’Australia obbliga l’Unione Europea ad un rilancio del proprio ruolo che non può che essere strategico. Prendendo innanzitutto atto del ridimensionamento degli USA come forza unipolare mondiale e dell’avvio di una inedita fase multipolare dove ogni soggetto statuale è solo nella ipercompetizione suddetta.

La discontinuità che si è creata con la fase unipolare ad egemonia USA porta inevitabilmente alla formazione di un esercito europeo che è già presente nei progetti e nelle dichiarazioni pubbliche del governo della Unione Europea.

Un tale livello di concorrenza mondiale implica per la UE la necessità della centralizzazione decisionale e del ricompattamento interno al proprio ambito comunitario ma rivolto anche alla sua prima periferia esterna, Africa del Nord, Occidentale e Medio Oriente, che porta immediatamente alla necessità di una vera e propria ristrutturazione sia di carattere produttivo che sociale.

Per il nostro paese il parallelo non può che essere fatto con la ristrutturazione industriale avuta negli anni ’80 che ha puntato scientificamente alla distruzione di quella classe operaia che negli anni ’70 era l’avanguardia delle lotte nella società italiana rimettendo in discussione la redistribuzione della ricchezza nazionale fino ad allora tutta a vantaggio delle classi dominanti.

Questo riferimento ci può dare la dimensione di quello che sta maturando e come sotto la retorica ambientalista, delle energie alternative, della modernità prodotta dalla civiltà europea si prospetti un periodo di profonda modifica della produzione, dei servizi pubblici, della condizione sociale fatta di lacrime e sangue tutte versate naturalmente dalle classi subalterne a cominciare dai cosiddetti ceti medi oggi in evidente crisi verticale.

Come è altrettanto evidente che il processo di centralizzazione generalizzato penalizzerà la democrazia nei singoli paesi come sta dimostrando il decisionismo di Draghi ben più aggressivo e pericoloso di quello avuto da Craxi negli anni ’80.

In prospettiva il ridimensionamento dell’apparato industriale, i licenziamenti, la precarizzazione, il piegare le risorse pubbliche a vantaggio delle imprese, la consunzione dei residui spazi democratici saranno i caratteri di una lunga fase che vedrà un peggioramento complessivo delle società europee e questo in un contesto internazionale dove la competizione economica potrà tracimare in scontro politico e militare con schieramenti ad oggi imprevedibili.

EFFETTI SOCIALI DELLA RISTRUTTURAZIONE

Come Rete dei Comunisti dagli anni ’90 abbiamo individuato questa tendenza storica e l’abbiamo descritta come costruzione di un “Polo Imperialista Europeo” in una divisione del mondo post sovietico che vedeva la nascita di aree economico-monetarie competitive sia attorno agli USA, prima con il NAFTA e poi con il tentativo fallito dell’ALCA per l’America Latina, che attorno al Giappone ravvedendo in quella tendenza i pericoli di una ripresa di un conflitto mondiale. Già dall’epoca abbiamo affermato che il dovere degli antimperialisti e dei comunisti era di lottare contro il proprio imperialismo che per noi significava appunto contrastare e rompere la UE che si andava formando.

Da quel decennio sono cambiate molte cose, c’è stata l’emersione della Cina come potenza economica mondiale, il moltiplicarsi di forze regionali quali l’Iran, la Russia e la Turchia, la fine delle velleità imperialiste del Giappone ed ora anche la crisi egemonica degli USA. L’unico progetto organico che è andato avanti grazie proprio alle molteplici crisi, che hanno fatto da volano per il progetto d’integrazione, è stato quello della costruzione dell’Unione Europea. Questa oggi si avvia a superare la condizione di “Area/Polo economico finanziario” e diventare un superstato imperialista che compete sull’agone mondiale come le altre potenze.

In questa paradossale discontinuità internazionale e continuità della UE ci sembra indispensabile riconfermare l’obiettivo della rottura dell’Unione Europea, della fuoriuscita dell’Italia dalla UE e dalla NATO, della costruzione di un’area alternativa che ravvisiamo in quella che abbiamo definito Alba Euromediterranea.

PROPOSTA POLITICA

Sappiamo bene che questo non è un obiettivo all’ordine del giorno ma sappiamo bene che i prossimi anni, la prossima fase storica, sarà caratterizzata dall’incremento dei conflitti, da quello di classe all’interno della UE a quello internazionale certamente politico se non militare direttamente.

Dunque dare una direttiva di marcia, indicare chiaramente qual è il nemico, non lasciare disarmati politicamente e ideologicamente i conflitti prossimi venturi è un impegno che deve partire dal presente momento di crisi del nostro avversario di classe pena l’affermazione di movimenti reazionari di cui ce se ne accorge sempre troppo tardi nonostante che da anni si gridi “al lupo al lupo” spesso verso la direzione sbagliata.




L’America Latina è una speranza per l’umanità!

Un appello per l’iniziativa politica al suo fianco

La solidarietà ai processi di emancipazione in America Latina devono ridiventare un asse centrale dell’iniziativa politica delle forze comuniste, progressiste e sinceramente democratiche del nostro Paese.

Tale sostegno deve rigettare, in primis, i tentativi di Washington di fare nuovamente del Continente latinoamericano il proprio “cortile di casa”.

Da tempo l’America Latina è infatti un laboratorio politico dove troviamo da un lato, gli Stati Uniti che tentano di riaffermare la propria declinante egemonia, e l’Unione Europea che cerca di esercitare un ruolo neo-coloniale, dall’altro lato i processi di transizione socialista più longevi resistono ai tentativi sempre meno velati di destabilizzazione. In questa situazione le popolazioni, in forme differenti, cercano di sganciarsi da un modello di sviluppo neo-liberista e dalla dipendenza occidentale.

È in atto infatti da tempo un processo progressivo, anche se non lineare, di sganciamento da Washington. Tale dinamica vede le oligarchie locali e le loro consorterie politiche – a cui storicamente gli USA si appoggiavano – sempre più delegittimate da parte di ampi strati della popolazione. Contemporaneamente si sta manifestando il consolidarsi – se pur tra mille difficoltà – di quelle esperienze, come il Venezuela bolivariano, che insieme a Cuba ed al Nicaragua, sono state fino ad ora le maggiori spine nel fianco dei progetti nord-americani nell’area.

È chiaro che l’attacco a Cuba socialista verificatosi a luglio, e pianificato da tempo, fa parte della consueta e consolidata strategia messa in atto dagli Stati Uniti per tentare di destabilizzare il governo dell’isola. L’attuale amministrazione statunitense ha gettato in fretta la maschera proseguendo nel cammino intrapreso da Trump mettendo definitivamente in soffitta le parziali aperture registrate nel secondo mandato della presidenza Obama, inasprendo il criminale blocco economico, commerciale e finanziario contro l’Isola così come contro il Venezuela

Un’offensiva che vede sempre più nell’occhio del ciclone anche il Nicaragua dove il prossimo 7 novembre si svolgeranno le elezioni presidenziali. Il Paese è stato sottoposto alle pressioni di USA e UE. Quest’ultima ha recentemente prorogato le sanzioni a 14 personalità nicaraguensi fino al 15 ottobre del 2022, dopo averle estese questa Estate, mentre gli USA tra luglio ed agosto hanno imposto tre diverse ondate di sanzioni riguardanti 150 persone.

A Cuba, Nicaragua e Venezuela si sono uniti diversi Paesi che in differente grado e misura portano avanti politiche progressiste come l’Argentina del dopo Macri, la Bolivia del MAS e più recentemente il Perù. Ottimi segnali sono giunti anche dal Cile che ha votato per cambiare la Costituzione di Pinochet ed eletto una nuova Costituente, ha avuto importanti elezioni amministrative e si appresta alle elezioni presidenziali (in cui cambierà Camera, Senato, governi di regioni e comuni) il 19 novembre, con un eventuale ballottaggio fissato per il 19 dicembre.

In Brasile, appare più che probabile l’uscita di scena di Bolsonaro nelle elezioni che si terranno in ottobre del prossimo anno. Ciò nonostante Appaiono sempre più evidenti i tentativi golpisti della filiera militare a lui legata, mentre il rifiuto delle sue disastrose politiche da parte della maggioranza della sua popolazione è sempre più evidente. Infine lo stesso Messico sta marcando la distanza politica con la presidenza Statunitense.

Oltre ai successi elettorali contro le politiche neo-liberiste non si possono ignorare i movimenti di massa che stanno attraversando il continente dalla Colombia al Guatemala – e che incontrano una repressione feroce. Mobilitazioni che preparano il terreno per un possibile cambiamento radicale nei differenti Paesi, che danno la cifra dello scontro di classe in atto in tutto il continente.

Gli USA stanno riconfigurando complessivamente la loro presenza a livello mondiale, ed a tale proposito – si veda la “fuga” dall’Afghanistan e al ritiro dall’Iraq e dalla Siria. E’ chiaro che il loro maggiore anello debole rimane l’America Latina: per ciò è prioritario per loro destabilizzare Cuba, Nicaragua ed il Venezuela, “congelare” le altre spinte progressiste, annichilire i movimenti che contestano le élites che sono la loro cinghia di trasmissione nell’area, e, dove possono, mettono “gli scarponi a terra” come hanno fatto recentemente ad Haiti.

Di fronte a questo scenario, ed al fatto che una belva ferita come l’imperialismo yankee resta tutt’ora feroce, siamo chiamati ad intensificare il confronto, moltiplicare la vigilanza, promuovere una informazione corretta. Questo sforzo deve tradursi in un’iniziativa politica a tutti i livelli che prepari il terreno per una campagna politica che sostenga il variegato processo di emancipazione latino-americano, a cominciare dai suoi punti di forza, rigettando le ingerenze dell’imperialismo statunitense ed del neo-colonialismo europeo, all’interno del quale il nostro governo svolge un ruolo tutt’altro che secondario e anzi piuttosto deleterio.

Pensiamo che in questa direzione vadano moltiplicati gli sforzi per aggregare un fronte il più ampio possibile che prenda posizione e si faccia promotore di una agenda politica che trasformi la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del proprio agire perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

Ci facciamo quindi promotori/trici di questo appello che invitiamo a condividere scrivendo a: americalatinasperanza@gmail.com

Primi firmatari (in ordine alfabetico ed in aggiornamento):

  • Alessandro Perri – dottorando in Comunicazione e Sociologia del Lavoro all’Università La Sapienza
  • Alessandra Benvenuti – RSU USB Piaggio
  • Alfonso De Amicis
  • Alfredo Giraldi – attore, burattinaio e pedagogista teatrale
  • Andrea Falasconi – fotografo
  • Andres Felipe Luna Castro – S.O.S. Colombia
  • Andrea Puccio – giornalista e blogger
  • Angelo Baracca – professore universitario in congedo e saggista
  • Antonio De Laurentis – restauratore
  • Antonella Mauro – assistente amministrativo Ministero della Difesa
  • Antonella Romano – attrice
  • Antonello Cossia – regista teatrale
  • Antonio Andreotti – attivista di questioni internazionali a Firenze
  • Bruno Carotenuto – Fotografo
  • Camilla Diurno
  • Carla La Daga
  • Carlo Cerchiello – attore e regista teatrale
  • Caterina Manente
  • Chiara dal Canto, Ponsacco (PI)
  • Cinzia Della Porta, Dip. Internazionale USB
  • Claudio Testani – pensionato
  • Daniele Rossi – Potere al Popolo! Pisa
  • Dario San Giorgio – impiegato funzionario aereoporto di Ciampino
  • Decio Dipierro – assistente tecnico
  • Elena De Candia – regista e sceneggiatrice cinematografica
  • Elena Lott – Brigate Abdel Salam Milano
  • Ernesto Screpanti – docente di Economia Politica presso l’Università di Siena
  • Eva Mantelli
  • Evelyn Prieto – Chilen@s en la Toscana
  • Fabrizia Casalini – membro del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo
  • Fernando De Luca
  • Filippo Bianchetti – medico BDS
  • Flavia Lepre – insegnante
  • Flavio Novara – direttore responsabile periodico “Alkemianews.it”
  • Francesca Cirillo – Web Designer
  • Francesco Sciortino – Collettivo Studentesco Cravos Siena/Firenze
  • Giacomo Simoncelli – Potere al Popolo! Siena.
  • Giacomo Marchetti
  • Gianfranco Fornoni
  • Gigi Esposito – tecnico teatrale
  • Giorgio Gattei – già professore UNIBO
  • Guadalupe Aguilar – Mediatrice culturale e attivista internazionale (Bolivia)
  • Igor Vazzaz
  • Inblibiotecario e fil – casa di produzione
  • Indira Pineda – lavoratrice presso il Consolato Venezuelano di Napoli
  • Isa Danieli – attrice e regista teatrale
  • Laura Useche, S.O.S. Colombia
  • Luisa Guarro – attrice e regista teatrale
  • Kirka de Jorio – artista
  • Lauro Azzolini – pensionato e militante
  • Luciano Vasapollo – prof. Università La Sapienza, membro Segreteria Internazionale della Rete di Intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell’Umanità (REDH)
  • Marcella Granito – attrice
  • Marcella Vitiello – attrice
  • Marco “Oddo” Odorici
  • Maria Cinzia Mirabella – attrice e registra teatrale
  • Maria Pia Natalino – funzionaria Commissione Europea
  • Maria Sandoval – Chilen@s en la Toscana
  • Maria Renella
  • Marina Fayad – scenografa
  • Mario Franco – professore universitario e storico del cinema
  • Matteo Di Fiore – Potere al Popolo Grosseto
  • Mauro Casadio
  • Maurizio Esposito – pittore
  • Massimiliano Gazzola – Collettivo “Spread it” Piacenza
  • Massimo Amore
  • Mila Pernice – impiegata
  • Nero Samos Santella – tecnico teatrale
  • Nicola de Cornelis – insegnante
  • Nico Mucci – attore e regista
  • Nicola Abatangelo – pensionato
  • Osvaldo Faundez Inteveen – Chilen@s en la Toscana
  • Pasquale Abatangelo
  • Raffaele Carotenuto – scrittore e giornalista
  • Ramona Tripodi – attrice e regista teatrale
  • Rita Martufi – Direttrice Centro Studi Cestes e coordinatrice capitolo italiano della REDH
  • Roberto Cardone – attore e regista teatrale
  • Roberto Sassi – saggista
  • Salvatore Izzo – Direttore “FarodiRoma” e Presidente dell’Associazione Padre Virginio Rotondi per un giornalismo di Pace ETS
  • Sandro Padula – Operaio
  • Sandro Vero – psicotearapeuta
  • Santa Iovino – insegnante
  • Sergio Cararo – Direttore “Contropiano”
  • Sergio Longobardi – attore e regista teatrale
  • Sergio Scalzone
  • Simone Bruscolotti – docente storia e filosofia
  • Sergio Scorza
  • Simone Selmi – RSU USB Piaggio
  • Stefano “Steno” Cimato – cantante dei Nabat
  • Susanna Angeleri
  • Tommaso Aramini – regista
  • Tuula Haapianen – insegnante
  • Ugo Giannangeli – avvocato penalista BDS
  • Valerio Evangelisti – scrittoore
  • Valter Lorenzi – Circolo agorà Pisa
  • Vincenzo Morvillo – Giornalista e Critico



03/11 Stati armati d’Europa: UE e complesso militare-industriale

Mercoledì 3 novembre ore 17
diretta fb su @transform.italia

Relazioni di:

Mauro Casadio,
Giovanni Russo Spena,
Gregorio Piccin