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“La tempesta di sabbia”: dossier Sudan

Cambio di regime e processo di transizione nel mondo multipolare

(aprile 2019 – gennaio 2022)

Rete dei Comunisti

Introduzione

Il colpo di Stato di lunedì 25 ottobre in Sudan è stata la più pesante battuta d’arresto del difficile processo di transizione politica dopo la caduta del regime islamico di Al-Bashir che aveva guidato il paese per trent’anni dal 1989 all’aprile del 2019.

Già il periodo successivo alla caduta Bashir era stato da subito pieno di incognite, come aveva dimostrato il massacro del 3 giugno del 2019.

La crisi politica è stata accelerata dalle dimissioni di Abdallah Hamdok all’inizio di quest’anno, il quale era stato rinominato dalla giunta come Primo Ministro in novembre – sotto forti pressioni internazionali – dopo la sua defenestrazione di fine ottobre.

Da allora le manifestazioni contro il Putsch da parte di coloro che di fatto detenevano già il potere non si sono mai fermate, nonostante la violenza di parte statale e le vittime di piazza, più di una settanta all’oggi.

Recentemente il movimento che si oppone al golpe, e che chiede la rimozione dei generali, ha rifiutato la mediazione offerta dall’inviato dell’ONU di intavolare un processo di dialogo che includa i militari, mentre una parte che era entrata nel processo di transizione consentirebbe a riprendere il dialogo.

Le mobilitazioni per defenestrare Bashir erano iniziate il 19 dicembre del 2018 ed avevano avuto come punto culminante il 6 aprile dell’anno successivo, l’inizio del sit-in di fronte al quartier generale dell’esercito.

Il movimento di opposizione aveva avuto, ed ha, tra le sue punte di lancia la Sudan Professional Associations – una coalizione che raggruppa differenti organizzazioni professionali – ed i Comitati di Resistenza territoriali.

I militari che hanno preso il potere erano parte integrante del blocco di potere durante la dittatura, e la porzione più potente che guidava la transizione.

Una parte importante della Comunità Internazionale e gli attori rilevanti a livello regionale come l’Unione Africana e Lega Araba hanno condannato il golpe, con gli Stati Uniti e la filiera di interessi a loro riconducibili che hanno preso una posizione ferma e congelato gli aiuti sborsati per il paese: 700 milioni di dollari per ciò che concerne gli USA e 2 miliardi di dollari da parte della Banca Mondiale.

Una misura presa come prova di forza anche in ragione del fatto che i militari erano stati “sordi” alle pressioni statunitensi, espressesi a ridosso del golpe.

L’Unione Africana ha sospeso la partecipazione del Sudan, mentre l’Unione Europea ha condannato la presa di potere dei militari.

L’ipotesi del golpe era da tempo nella gamma delle possibilità degli sbocchi all’impasse politica dovuto a contraddizioni strutturale del Paese, allo scontro tra i maggiori attori della transizione ed ai cambiamenti negli equilibri politici dell’area, con i maggiori sponsor dei militari al potere – come l’Egitto – che hanno probabilmente dato il nulla osta a tale azione.

Vi è una competizione sempre più acuita tra i maggiori player in quello che gli Stati Uniti volevano – e vogliono – fare uno dei perni di contrasto all’influenza militare russa e a quella economica cinese, legando il Paese tra l’altro al suo maggiore alleato “Medio-Orientale”, cioè Israele.

È chiaro che i militari appaiono per gli Stati Uniti difficilmente gestibili e non possono incarnare quel ruolo di loro pedine nello scacchiere regionale, tenendo tra l’altro conto della maggiore autonomia che hanno assunto i maggiori attori politici regionali e la loro spregiudicatezza nello stabilire relazioni internazionali, segno che la catena della gerarchia imperialista a guida USA si è notevolmente incrinata, così come il modello di sviluppo da loro proposto.

Una tendenza che la sconfitta in Afghanistan ha certamente ulteriormente sviluppato.

Per l’Unione Europea già a metà del decennio scorso, quindi sotto Al-Bashir, il Sudan era una pedina importante per il controllo dei flussi migratori affidati alle RSF che da milizie contro-insurrezionali utilizzate in Darfur sono diventate la gendarmeria per conto di “Bruxelles” della spinta migratoria ,e poi gli ufficiali ed i reclutatori dei mercenari (14 mila) che svolgevano il ruolo di fanteria nella coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen. Una delle peggiori catastrofi umanitarie, ma anche un lucroso affare per l’industria militare dei paesi europei che hanno venduto armi alle peltro-monarchie del Golfo.

USA, UE in primis comunque preferisco fare sfoggio di Real Politik sapendo che i militari sono il “mare minore” rispetto all’avanzamento di un processo politico che si liberi della loro influenza nel Paese.

Dall’altra parte il Sudan è un Paese dalla mai sopita tradizione rivoluzionaria dalla lotta per la Liberazione Nazionale, dove i livelli di organizzazione popolare hanno sventato successivamente al raggiungimento dell’Indipendenza – con vere e proprie insurrezioni – i tentativi di svolte autoritarie che ne hanno caratterizzato la storia. È un Paese con un Partito Comunista dotato di radicate organizzazioni di massa che non ha voluto prendere parte alla gestione di un processo politico di transizione minato sin dalle sue origini da insanabili contraddizioni, ma che riversa ora nelle mobilitazioni tutto il suo potenziale.

Nessuna negoziazione, nessun compromesso, nessuna condivisione di poteri” rimane lo slogan delle strade sudanesi in rivolta.

Una situazione complessa quindi, dov’è bandito qualsiasi approccio semplicistico nella sua lettura, ma che necessita di un ulteriore approfondimento insieme a chi si sta mobilitando qui e là contro il Golpe, affinché le aspirazioni della Rivoluzione di Dicembre non vengano annichilite.

Per questo, abbiamo raccolto una buona parte dei contributi usciti su Contropiano.org sul Sudan dall’inizio del 2019 ad oggi, componendo un “dossier” che possa essere un utile strumento di comprensione.

Buona lettura

SOMMARIO




Il colpo di Stato in Burkina Faso ed il crepuscolo del neo-colonialismo

Rete dei Comunisti

La sera del 24 gennaio con due differenti comunicati letti e trasmessi dall’emittente pubblica del Burkina Faso RTB, il Mouvement patriotique pour la sauveguarde et la restuaration (MPSR) composto da militari e forze di sicurezza burkinabé ha rivendicato la destituzione di Marc Christian Kabore, a causa della degradazione della situazione del Paese e della “incapacità manifesta” del deposto Presidente nel porvi rimedio, dichiarando che si apre una “era nuova” per il Burkina Faso. Il tutto – secondo l’MPSR – senza spargimenti di sangue.

Il MPSR si impegna, dopo le consultazioni con le forze vive del paese a stilare un calendario del ripristino dei diritti costituzionali.

Intanto la Costituzione è stata sospesa, il governo e Parlamento sciolti, le frontiere chiuse e viene promulgato il coprifuoco.

Si scioglie così il rebus sulla situazione effettiva nel Paese, in cui viene replicata con modalità simili al Mali e alla Guinea, l’iniziativa di militari patriottici come sbocco ad una situazione di forte delegittimazione dell’élite politica legata a doppio filo agli interessi francesi, di cui l’Unione Europea si sta prendendo sempre più carico.

Contro il colpo di Stato si erano espressi nel corso della giornata sia gli Stati Uniti che l’Unione Europa, oltre che la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO).

Cerchiamo di ricostruire il quadro.

Secondo quanto riportato da numerose fonti la mattina del 24 gennaio il Presidente del Burkina Faso, Marc Christian Kabore, sarebbe stato arrestato e tenuto in detenzione da soldati ammutinati insieme al Presidente del Parlamento e ai ministri del governo.
Le defezioni tra le fila dell’esercito sarebbero avvenute già da domenica in differenti accampamenti del Paese, mentre durante la serata si sono uditi pesanti colpi d’arma da fuoco vicino alla residenza di Kabore nella capitale Ouagadougou.

A quanto riporta la versione inglese del canale di informazione Al Jazeera: “circa 10 militari hanno pianificato il colpo di Stato da agosto”.

Il lunedì mattina differenti veicoli blindati presidenziali sono stati visti crivellati di pallottole.
Per alcuni analisti le trattative per un miglioramento delle condizioni complessive dell’Esercito alla base degli ammutinamenti sarebbero saltate facendo precipitare la situazione.

Secondo quanto rende noto RFI Afrique, i militari avrebbero sintetizzato in sei punti le loro richieste: “dei mezzi adatti alla guerra asimmetrica contro il terrorismo e degli effettivi conseguenti; il congelamento dei principali responsabili dell’esercito; una migliore presa in carico dei feriti di guerra e delle famiglie dei defunti; l’evacuazione dei feriti di guerra delle FAN; la formazione di personale adatto alla minaccia; la costituzione di unità permanenti e raccolta degli effettivi”.

Sono state ore concitate che avvengono dopo giorni tumultuosi a coronamento di settimane in cui è scoppiata una aperta insofferenza popolare legata principalmente a due fattori.

Il primo è l’incapacità del Presidente di porre rimedio alla minaccia jihadista che continua a mietere vittime tra civili e soldati – con gli insorgenti islamici che controllano parti rilevanti del territorio – nonostante la presenza militare francese e la partecipazione del Burkina Faso alla coalizione “G5 Sahel” che nel 2017 aveva iniziato operazioni transfrontaliere tra Mali, Burkina Faso e Niger.

La seconda è criminalizzazione della solidarietà con il Mali, colpito dalle sanzioni della CEDEAO, supportato da una parte consistente della popolazione burkinabé.

La CEDEAO ha sospeso dalle sue fila prima il Mali e poi la Guinea, formalmente a causa dei colpi di Stato militari avvenuti nel Paese, in realtà perché tali azioni hanno colpito presidenti (“IBK” in Mali nell’agosto del 2020 e Alpha Condé in Guinea nel settembre del 2021) che erano pedine della strategia francese in Africa.

Mentre le manifestazioni di sabato 22 erano state formalmente bandite ma si sono svolte lo stesso in numerose località dando luogo a scontri con la polizia – come si evince dai filmati dei servizi televisivi della televisione pubblica del Burkina RTB – domenica era stato promulgato il coprifuoco, mentre le scuole sarebbero rimaste chiuse lunedì e martedì e l’accesso ad internet sarebbe rimasto “filtrato” dall’autorità.

Il Presidente Marc Christian Kabore era stato eletto nel 2015 dopo l’insurrezione che aveva portato alla destituzione di Blaise Compaore che aveva governato per quasi 30 anni il Paese, dal 1987, dopo l’assassinio di Thomas Sankara di cui è il maggiore imputato nel processo apertosi ad ottobre dell’anno scorso.

Kabore è stato rieletto nel novembre del 2020, in una elezione in cui l’opposizione ha contestato il risultato per la situazione di insicurezza centinaia di migliaia di persone non si son potute recare alle urne, ed il suo consenso è presto vacillato.

Dalla fine del novembre scorso mobilitazioni popolari avevano espresso la loro rabbia sia contro il Presidente chiedendone le dimissioni sia contro la presenza militare francese, bloccandone un convoglio. Manifestazioni che hanno un radicato e trasversale retroterra organizzativo.

L’insorgenza jihadista di gruppi legati sia ad Al-Qaeda che all’Isis ha mietuto migliaia di vittime e sfollato circa 1 milione e mezzo di persone, su una popolazione inferiore ai 22 milioni. A fare le spese della mattanza sono stati anche i militari di cui non si contano le continue stragi, divenuti carne da cannone di una guerra iniziata nel 2015 di cui il Paese non ha alcuna responsabilità.

Riporta uno dei quotidiani del Paese con sede nella capitale, Le Pays, riferendosi al jihadismo: “a questa cancrena se ne aggiunge un’altra, quella della corruzione. Questi cancri hanno probabilmente suscitato delle enormi frustrazioni e defezioni”.

Una corruzione dovuta ad un sistema di potere funzionale alla persecuzione della politica neo-coloniale di Parigi che si è allargata ad altri attori dell’Unione Europea ed alla aperta complicità di quegli organismi sub-regionali e continentali con gli interessi francesi ma sempre più “mutualizzati” ai 27 dell’Unione.

Come abbiamo avuto modo già di sottolineare la situazione in Africa occidentale sta sfuggendo di mano agli “apprendisti stregoni” che hanno concorso alla destabilizzazione della Libia nel 2011 prima scatenando le forze jihadiste, che sono successivamente esondate in tutta l’area, e poi intervenendo militarmente attraverso la NATO. La diffusione delle forze islamiste è servita come pretesto per occupare militarmente una vasta zona, con un notevole impiego di effettivi, da parte in primis della Francia, perpetuando la propria politica neo-coloniale fatta di espropriazione di materie prime, dipendenza economica, signoraggio monetario con il Franco CFA e subordinazione politica attraverso una élite politica corrotta di cui il Presidente deposto è parte integrante.

Ma gli assetti di potere locali stanno evidentemente saltando per la pressione delle contraddizioni interne e della competizione internazionale, con un ruolo più marcato innanzitutto di Russia e Cina.

Allo stesso tempo sta riprendendo piede un forte sentimento panafricanista nella Diaspora come dimostrano la quindicina di mobilitazioni in sostegno del Mali di sabato 22 gennaio, in Italia svoltesi sia a Roma che a Milano, che appunto in Burkina Faso erano state proibite.

Come Rete dei Comunisti ci auguriamo e ci adoperiamo la sconfitta del nostro imperialismo in Africa, come altrove, e la realizzazione di una piena indipendenza e sovranità da parte di quei Paesi soggiogati dal neo-colonialismo dell’Unione Europea, dentro una configurazione di rapporti multipolari in cui la cooperazione tra popoli sia il principale motore di una alternativa politica.

24 gennaio 2022




22/01, Milano, Roma – Mobilitazione a sostegno del Mali

Milano Piazza duca d’Aosta ore 11

“Quello che le élites africane non fanno per il loro popolo, il popolo lo farà per sé stesso”




Kemi Seba: il 22 gennaio in piazza per il Mali

Lo scorso 9 gennaio i capi di Stato della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO) hanno imposto nuove e pesanti sanzioni contro il Mali, a seguito della proposta di transizione civile di quattro anni presentata dalla giunta militare al potere.

L’attivista panafricanista e antimperialista Kemi Seba, presidente dell’ONG “Urgences Panafricanistes”, ha risposto con questo video alle deplorevoli sanzioni della CEDEAO, che hanno di fatto messo il Mali sotto embargo, e alle ingerenze politiche dell’Occidente, in particolare della Francia.

Inoltre, ha lanciato un appello, raccolto già dalla diaspora maliana e da numerose organizzazioni politiche e sociali, ad una mobilitazione internazionale in solidarietà del popolo maliano e del suo diritto all’autodeterminazione per il prossimo sabato 22 gennaio.




Il neo-colonialismo della UE ed il suo punto di caduta in Mali

Rete dei Comunisti, 16 gennaio 2022

Giovedì 13 e venerdì 14 gennaio i Ministri degli Esteri della Ue si sono incontrati a Brest.
Al centro della discussione dei Ventisette vi erano principalmente due questioni: Ucraina e Mali.

Per ciò che concerne la questione ucraina, l’UE si è trovata a giocare “di rimessa” rispetto alle discussioni che la Russia ha intavolato questa settimana a Ginevra, Bruxelles e Vienna, rispettivamente con gli USA in Svizzera, la NATO in Belgio e l’ OCSE in Austria.

Un “valzer diplomatico”, probabilmente dai magri risultati, che però ha rimesso al centro la coppia USA e Russia, nel determinare questioni che pertengono anche all’Unione Europea.

l’Unione si è di fatto trovata marginalizzata rispetto al ruolo giocato da Washington e Mosca riguardo alla discussione di una serie di aspetti molteplici, concernenti soprattutto il Vecchio Continente, ma che al centro dei quali vi è emersa con forza la preoccupazione principale russa rispetto al suo accerchiamento dovuto dall’allargamento della NATO.

Tale accerchiamento, potrebbe tra l’altro essere esteso verso Nord, con la possibile richiesta di entrata nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia – che hanno già un grado di collaborazione importante con la NATO – oltre a quella espressamente osteggiata da Mosca dell’Ucraina e della Giorgia.

Se ciò avvenisse la nuova “Cortina di Ferro” – che si era spostata molto ad Est limitando di molto la profondità strategica della Russia rispetto all’Unione Sovietica con la progressivo allargamento ad est della NATO – si estenderebbe su una ipotetica linea che va dall’Artico al Mar Nero.

Nella pletora di questioni discusse questa settimana perciò l’Unione Europea rischia di divenire il “vaso di cioccio” tra gli USA e la Russia, e deve quindi attrezzarsi in fretta per aumentare la sua coesione e realizzare in tendenza la sua auspicata “autonomia strategica”, consolidando le proprie posizione in quelli che erano i punti di forza del Paese che all’interno dell’Unione ha la più spiccata propensione ed i relativi mezzi militari per proiettare la sua politica di potenza: la Francia.

Se questo processo avrà un suo “salto di qualità” a marzo con la votazione sulla bussola strategica – che doterà tra l’altro l’Unione di un esercito comune di 5000 effettivi pronto per missioni di combattimento – , l’incontro di Brest ha certificato il fatto che Bruxelles intende parlare sempre di più con “una sola voce” per quanto concerne gli obiettivi prioritari di politica internazionale di fronte ai suoi ipotetici alleati, come gli USA, ed i suoi ormai arcigni competitor come la Russia.

E così è stato.

Se l’attenzione mediatica ha enfatizzato la questione legata ad una possibile inasprimento del rapporto con la Russia rispetto alle vicende ucraine, vorremmo mettere in luce la posizione sul Mali dove Mosca è di fatto parte in causa considerato l’arrivo di “mercenari” della Wagner in numero cospicuo, in una situazione che sembra più ricalcare per certi versi il contesto della Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Una presenza vista come il fumo negli Occhi da tutto l’Occidente, USA compresi, che vede allargarsi la presenza e l’influenza russa nel continente africano dalla Libia al Corno d’Africa.

La valutazione sul corso politico di Bamako è stata sostanzialmente negativa da parte del capo della diplomazia europea Josep Borrel: «la direzione non va nella giusta direzione e la giunta non da alcun segnale positivo», riferendosi all’allungarsi del processo di transizione ed al rinvio dell’elezioni.

I 27 si sono messi d’accordo per dare «pieno sostegno e fare un unico fronte con la Cédéao (La Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, ECOWAS in inglese NdC) di cui noi salutiamo ulteriormente il lavoro. Noi prepariamo delle sanzioni contro coloro che ostacolano la transizione. Noi Manteniamo le nostre attività e le nostre missioni di formazione di consulenza alle forze armate e alle forse di scurezza del Mali. Noi manteniamo la sospensione dell’appoggio economico».

Una posizione, quindi, non solo di appoggio al blocco economico che è stato imposto al Paese da parte della Cédéao il 9 gennaio -ben più dure di quelle attuate dopo il colpo di stato dell’agosto 2020 – ma un possibile moltiplicazione della pressione economica su Bamako.

Va ricordato che tale orientamento era già stato ufficializzato a metà dicembre in sede di Consiglio della UE reso pubblico con un comunicato stampa dal titolo indicativo: “Mali: l’UE istituisce un quadro autonomo di sanzioni nei confronti di coloro che ostacolano la transizione politica”.

Una decisione con cui si definiva il quadro, ma senza fare un elenco degli interessati, di una serie di misure che vanno dal divieto di viaggio, al congelamento di fondi, all’impossibilità della messa a disposizione di risorse economiche per il Paese.

Un provvedimento in linea con la repentina condanna del “colpo di stato” del 24 maggio del 2021 in cui già allora venivano paventati possibili provvedimenti.

Uno strumento di “guerra economica” che vorrebbe strozzare un Paese che in un processo tutt’altro che lineare sta cercando dio fatto una seconda dipendenza.

Parigi, ha più volte invocato ed in parte realizzato una maggiore responsabilità dell’Unione nell’impegno militare che svolge in Sahel – con cui è presente attualmente attraverso una contingente superiore ai 5000 effettivi – con la sua missione “anti-terrorista”, che nel corso degli anni ha cambiato più volte nome ed ampliato il suo raggio d’azione, ed ha trovato un maggiore coinvolgimento dei Paesi del cosiddetto G5 Sahel di cui fanno parte oltre al Mali, Burkina Faso, Ciad, Mauritania e Niger.

Il coinvolgimento di altri contingenti di Paesi Europei nella missione Takuba, e ora l’annuncio di Josep Borrel che organizzerà una riunione con i ministri dei Paesi del G5 va appunto in questa direzione: l’articolazione della politica estera della UE in Africa che coinvolge i 27 in quello che era storicamente la politica neo-coloniale francese nella Françafrique.

Fatto non secondario la nostra presenza militare in Mali attraverso la missione Takuba ha raggiunto la sua piena capacità operativa, iniziata il luglio dell’anno scorso.

Ciò che sembra però ostacolare questo avanzamento del neo-colonialismo dell’UE in Africa, sono principalmente due fattori: la dimensione effettivamente multipolare delle relazioni internazionali che non può prescindere la peso giocato da Russia e Cina, e l’emergere di una forte e variegata volontà di “sganciamento” da parte di una porzione importante delle popolazioni in diversi Paesi africani, a cominciare proprio dal Mali, dal giogo delle maggiori potenze imperialiste.

Del primo fattore, ne è un ultimo esempio il pressing diplomatico di Mosca e Pechino che ha portato al fallimento dell’approvazione di una bozza di presa di posizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in sostegno delle sanzioni votate dalla ECOWAS, una bozza proposta proprio dalla Francia e appoggiata da Kenya, Ghana e Gabon.

Sanzioni della ECOWAS a cui Parigi e Washington avevano dato il loro appoggio.

Il secondo fattore in Mali si è concretizzato con un “Colpo di Stato” dell’Agosto del 2020 che aveva destituito il presidente Ibrahim Boubacar Keita (“IBK”) contestato da mesi da un trasversale movimento di opposizione che ne chiedeva le dimissioni organizzato dal Mouvement du 5 juin et rassemblement des forces patriotiques (M5-RFP).

Da quel momento si è instaurato un rapporto piuttosto complesso tra i militari “patriottici”, che in barba all’intelligence francese hanno attuato il Putsch, defenestrando una élite politica strettamente legata agli interessi occidentali e le forze di opposizione che avevano animato l’opposizione a ”IBK”. Un regime, quello di “IBK” aveva represso nel sangue le mobilitazioni, nella quasi totale indifferenza di coloro che ora si “strappano le vesti” per la forzata diluizione del processo di transizione, o che hanno ignorato colpi di Stato – come in Ciad – o regimi dispotici quando erano favorevoli ai propri interessi occidentali.

Una transizione complessa, quella del Mali, vista l’ingerenza dei Paesi occidentali, il permanere della minaccia jihadista che miete vittime tra i militari e i civili del Mali, e incontra le alte aspettativa di una popolazione con una porzione non indifferente tra i ranghi giovanili animati da un forte sentimento “anti-francese”.

Parigi non fa segreto di temere un proprio “Afghanistan” nel Sahel, dove i due colpi di stato in Mali ed in Guinea sembrano essere la genesi del sul “punto di caduta”, e dove prendono forza e consistenza le forze che si oppongono in altri Stati Africani alle pedine della crepuscolare Françafrique.

Come Rete dei Comunisti appoggiamo le mobilitazioni popolari in Mali e nei paesi dove è presente la diaspora e contro le ingerenze di vecchi e nuovi attori neo-coloniali. Ci uniamo alle prese di posizione e alle manifestazioni di solidarietà che si stanno sviluppando in Mali ed altrove.

Pensiamo che ciò che sta avvenendo pone con forza la questione di una alternativa politica che prefiguri una configurazione di relazioni tra popolazioni che rompa con la logica neo-colonialista che vorrebbe imporre il nascente polo imperialista europeo e comprenda – rompendo con deleterio “eurocentrismo” – il valore del riemergere di un forte sentimento di indipendenza e la ripresa di un discorso panafricanista.




Il colpo di Stato in Sudan e il mutamento degli equilibri in Africa

Giacomo Marchetti

Il colpo di Stato in Sudan è l’ennesima tappa di un incerto processo di transizione del Paese dopo il defenestramento di Omar Al-Bashir l’11 aprile di due anni fa.

L’ex Primo ministro del governo di transizione Abdalla Hamkok, rifiutatosi di appoggiare il golpe, è detenuto in una località sconosciuta da questo lunedì.

Il tecnocrate, ex economista di formazione britannica e ufficiale dell’ONU, nominato nel 2019 ha di fatto fallito nella stabilizzazione del Paese.

Il Consiglio Centrale della Forze della Libertà e del Cambiamento (FDC), la coalizione di differenti soggetti che aveva guidato le mobilitazioni contro il regime islamico di Al Bashir chiama alla “disobbedienza civile” e afferma: «prendendo il potere, arrestando il Primo Ministro e i membri del suo Gabinetto ed i membri del Consiglio Sovrano, e abolendo le sezioni della Dichiarazione Costituzionale, Al-Burhan ha effettivamente spinto il Paese indietro all’era del Consiglio Militare di transizione, prima della formazione dl governo di transizione» che avrebbe dovuto essere stabilito nei prossimi mesi.

La firma della Costituzione Provvisoria, approvata il 4 agosto di 2 anni fa sembrava – in un quadro comunque di grande incertezza – avere sventato temporaneamente lo spettro della guerra civile e iniziato a far cambiare pagina al Paese

Il Sudan aveva conosciuto dal dicembre del 2018 una stagione di intense mobilitazioni contro il dittatore che governava il Paese da trent’anni, non senza le complicità occidentali per cui era visto come una pedina importante nel controllo dei flussi migratori e l’appoggio delle petrol-monarchie del Golfo per i propri progetti espansionistici nell’area.

Le mobilitazioni erano proseguite anche dopo la sua deposizione giungendo ad una rottura con i militari, dopo una situazione di stallo, dovuta allo sgombero violento del 3 giugno del presidio, iniziato il 6 aprile 2019 – cioè prima della cacciata del dittatore – di fronte al Quartier Generale dell’Esercito.

L’allora fragile accordo raggiunto ad inizio luglio tra il Consiglio Militare Transitorio (TMC) che aveva preso il potere dopo avere deposto Al-Bashir, e le forze della Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento (DFC) – il raggruppamento delle forze dell’opposizione al regime che aveva guidato le mobilitazioni – il 5 luglio, coronato da quello raggiunto il mese successivo, anche se aveva “congelato” le ostilità, non aveva aperto una fase di stabilità.

Già allora erano molte le incognite per la transizione dovute alla situazione oggettiva in cui versava il Paese (tra cui l’esistenza di gruppi armati di opposizione radicati in alcune regioni del paese), la sua possibile collocazione internazionale in un momento di veloce cambio di equilibri geo-politici dell’area, e la difficile coabitazione tra i militari che avevano preso in un primo momento i pieni poteri – e che erano parte integrante del vecchio regime – e le eterogenee forze della “società civile” all’interno delle quali emergeva la SPA, che associa differenti componenti professionali dei ceti maggiormente istruiti.

Proprio la Sudanese Professional Association (SPA) ha chiamato questo lunedì a mobilitarsi contro il golpe: «Chiamiamo le masse a scendere per le strade e ad occuparle, chiuderle con le barricate, intraprendere uno sciopero generale, e non cooperare con i golpisti e far ricorso alla disobbedienza civile per contrastarli» scrive su Facebook con la stessa animosità con cui aveva chiamato alle mobilitazioni contro Al-Bashir prima e poi contro il tentativi di monopolizzare il potere da parte dei militari da aprile in poi

La prima pietra d’inciampo nella cornice di organismi che avrebbero dovuto guidare la transizione era stata proprio l’incertezza nella composizione del “Consiglio di Transizione” ed il suo bilanciamento tra la componente militare e quella civile, con un difficile compromesso raggiunto appunto dopo mesi dal defenestramento del dittatore. Un conflitto che è riesploso nelle scorse settimane.

Tre anni e tre mesi sarebbe dovuto durare la transizione nell’accordo raggiunto con la mediazione dell’Etiopia e dell’Unione Africana, ma l’arresto della maggioranza dei membri della cabinet questo lunedì e la dissoluzione del governo di transizione manu militari, l’escalation di violenza e l’annuncio dello stato d’emergenza da parte del generale Abdel Fattah al-Burhan alla guida del Sovereign Council, cambiano radicalmente la situazione e rendono difficile comprenderne gli ulteriori sviluppi.

Il militare, nel suo annuncio citato dalla Reuters, ha ribadito infatti il ruolo dell’Esercito nel processo di transizione assicurando la tenuta di elezioni – nel luglio 2023 – che dovrebbero portare ad un governo “civile”.

Il colpo di Stato attuale è un grande smacco per gli Stati Uniti che del processo di transizione erano i maggiori protagonisti e che hanno tentato di far tornare il Paese – già durante l’amministrazione Trump – nella propria sfera di influenza a suon di dollari: 377 milioni di dollari d’aiuti umanitari per quest’anno secondo ciò che riporta il New York Times.

Dopo avere espunto a fine anno scorso il Sudan dalla “lista nera” dei Paesi che sostengono il terrorismo, gli USA avevano fatto firmare gli “Accordi di Abramo” per arrivare alla normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele, di fatto in cambio del finanziamento di un miliardo di dollari da parte della Banca Mondiale, facendone – insieme al Marocco – l’unico Stato “arabo-mussulmano” africano ad avere sottoscritto l’accordo.

Molto recentemente l’inviato speciale degli Stati Uniti, Jeffrey Feltman, che aveva visitato il Paese sabato e domenica, aveva spronato la leadership nel continuare nel processo di transizione affermando che una svolta militare avrebbe messo in discussione l’aiuto statunitense.

Un chiaro messaggio ai militari che sembra essere stato ignorato da parte dei generali.

ONU, Lega Araba e Unione Africana hanno espresso forti preoccupazioni per gli sviluppi, anche perché la partita che si gioca in Sudan ha ripercussioni in tutta l’Area.

Ma la situazione in quel quadrante sta mutando in fretta, basti pensare all’instabilità attuale dell’Etiopia impegnata in un conflitto armato con i “ribelli” del Tigray, ed il peso sempre più accresciuto della Cina e della Russia https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/10/06/la-russia-nel-cambio-di-equilibri-in-africa-0142749 , anche in Sudan.

La prima, aveva raggiunto un accordo per avere una base navale a Port Sudan nel Mar Rosso facendone un importante hub per Mosca, la seconda aveva notevolmente implementato la collaborazione economica (agro-alimentare, infrastrutture, minerali) con Khartoum ottenendo di fatto dal Paese il suo appoggio su una serie di dossier internazionali che premevano a Pechino.

Ma Xinmin, ambasciatore cinese nel Paese, in un articolo pubblicato sul Global Times il 16 settembre fa il quadro di questa fruttuosa cooperazione – rafforzata dall’aiuto sanitario di Pechino riguardo all’affrontare l’emergenza Covid-19 – e ricorda la configurazione dei rapporti inaugurata con le “Otto Principali Iniziative” del Summit FOCAC – il Forum della Cooperazione sino-africana – del 2018 a Pechino e le opportunità del Secondo CAETE, l’expo economico e commerciale sino-africano che si terrà a breve.

Tornando alla situazione attuale in Sudan.

Le comunicazioni telefoniche e la rete internet sono interrotte da lunedì mattina, mentre barricate da parte degli oppositori al colpo di Stato militare sono state erette in differenti punti della Capitale.

Per tre volte nella storia del Paese africano dalla sua indipendenza dalla Gran Bretagna e dall’Egitto dal 1956 le mobilitazioni popolari hanno impedito un golpe, l’ultima appunto dopo la caduta di Al-Bashir, che ha raggiunto il suo picco il 30 giugno del 2019 costringendo i militari della TMC – sostenuti solo da Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi uniti oltre al Ciad – a “scendere a patti” con l’opposizione, temendo le defezioni all’interno dell’esercito tranne che nelle RSF.

Questa sorta di “milizia” è composta dagli ex-janjaweed poi incorporati nell’Esercito, gestori dei flussi migratori per conto della UE e poi incorporati nella macchina da guerra della coalizione a guida saudita che ha combattuto in Yemen.

Impossibile dire quale saranno gli sviluppi perché se da un lato si scontrano le forze create per la repressione in Darfur (janjaweed appunto), poi divenute una pedina della governance dei flussi migratori verso l’UE e successivamente un pezzo fondamentale della fanteria “mercenaria” che combatteva in Yemen come le RSF ed un movimento di massa cresciuta grazie all’opposizione clandestina al regime, i maggiori attori geo-politici nell’area in una fase di scontro acuito giocheranno un ruolo fondamentale.


“La tempesta di sabbia”: dossier Sudan




Sudan: inizia il processo di transizione

Giacomo Marchetti

In Sudan è iniziato il processo di transizione, con la firma della bozza di Costituzione Transitoria del 4 agosto da parte sia del Consiglio Militare di Transizione (TMC) che ha preso le redini del Paese africano dopo il defenestramento l’11 aprile scorso di Omar Al-Bashir – che governava il Sudan dal colpo di stato del 30 giugno del 1989 – e la coalizione delle forze di opposizione del regime – le Forze della Libertà e del Cambiamento (FFC), di cui è parte integrante il raggruppamento delle varie associazioni dei settori sociali che sono stati la spina dorsale delle mobilitazioni dal dicembre scorso – la SPA.

La popolazione sudanese ha festeggiato la firma della Costituzione Provvisoria che allontana lo spettro della “guerra civile” e pone le basi per far voltare pagina al Paese dopo quasi 30 anni di regime sanguinario, ed un periodo di grande incertezza che ha caratterizzato i mesi successivi alla deposizione del despota sudanese.

La mobilitazione popolare non è mai scemata nemmeno dopo lo sgombero violento del presidio di fronte al QG dell’esercito della capitale il 3 giugno, e gli episodi di feroce violenza contestuali e successivi non limitati a Khartoum da parte con ogni probabilità di elementi delle RSF e con il placet di Arabia Saudita, EAU ed Egitto (insieme al Ciad) grandi sponsor della “giunta militare”.

In questi mesi si è assistito ad uno “stop and go” nelle trattative che più volte si sono arenate ed ad un susseguirsi di conflitti interni sia nel campo dell’esercito che dell’opposizione, con un ruolo attivo di attori internazionale, oltre quelli già menzionati, che hanno visto un rinnovato protagonismo anglo-statunitense in Sudan ed un ruolo centrale dell’Unione Africa e dell’Etiopia – che tra l’altro ha dato una spinta decisiva nella ripresa delle trattative dopo una rottura che sembrava irreversibile con la forzatura militare del 3 giugno e la conseguente escalation verso lo sciopero generale e la disobbedienza civile totale.

I rapporti di forza internazionali e la perseveranza delle mobilitazioni che avevano il proprio perno su settori sociali importanti nella SPA e strumenti di organizzazione importanti come i “Comitati Popolari di Quartiere” ed i sindacati – che hanno retto anche dopo l’escalation militare – hanno imposto una exit strategy diversa da possibile una stroncatura manu militari come quella conosciuta in Bahrein durante le cosiddette “primavere arabe”, o il putch di Al Sisi in Egitto che ha destituito il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto, Morsi, e sancito la fine della breve esperienza di governo della “Fratellanza Mussulmana” ricollocata nell’illegalità.

Naturalmente la transizione è piena di incognite e si inserisce in un quadro regionale piuttosto turbolento e all’interno di uno scontro feroce tra vari attori, in cui il Sudan ha una valenza non di poco conto, e su cui torneremo più ampiamente e di cui comunque abbiamo abbondantemente trattato.

Qui ci basta ricordare un elemento nuovo, e la modificazione di un teatro di conflitto importante.

Il primo è l’aiuto militare che le RSF – gli ex “janjaweed” e gestori dei flussi migratori per conto della UE nonché i maggiori mercenari per la guerra allo Yemen per AS e EAU – hanno prestato il proprio contributo ad Haftar nel conflitto libico, il secondo è lo sganciamento degli EAU dal conflitto Yemenita ed un maggiore perseguimento dei propri fini – rispetto all’AS – verso una logica di “balcanizzazione” del conflitto.

Un’altra incognita è la combinazione tra la promozione di una rinascita economica del Paese e la collocazione internazionale, su cui appunto torneremo successivamente sullo sfondo di un mondo multipolare che non ormai più la “scelta unica” di un agganciarsi a doppio filo con i meccanismi d’indebitamento del FMI e le riforme strutturali da lui dettate, e alla catena del valore occidentale del neo-colonialismo europeo o dell’imperialismo statunitense.

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Il “Consiglio Sovrano” Transitorio è stato nominato dopo l’investitura del Primo Ministro Abdalla Hamdok – economista sudanese con formazione autoctona ed in Gran Bretagna ed a lungo funzionario dell’ONU – ed è composto da 4 generali: Mohamed Degalo, Shamseldin Al Kabashi, Yasser Al Atta, Ibrahim Kareen che hanno avuto un ruolo di primo piano nella TMC, da due donne tra i civili: Aisha Moussa (storica attivista dei diritti di genere e dell’istruzione femminile) e Raja Abdel Masseh (scelta sia dai militari che dalle FFC), e da Hassan Idris (consulente legale e membro di una vecchia coalizione politica d’opposizione), Sadeek Tawer (scienziato e ex membro del Baath Party), Mohammed Alfaki (giornalista ed attivista politico), Mohammed Al Taishi (ex leader dell’Umma Party, esiliato durante gli ultimi anni).

La Carta Costituzionale per il Periodo di Transizione contiene alcuni elementi programmatici e di rappresentanza politica che costituiscono un innegabile avanzamento per il Sudan dalla priorità di porre fine ai conflitti armati (risolvendone le ragioni) ai diritti delle donne e delle “minoranze”, dalla combinazione di tutele di garanzie sociali e diritti individuali, dalla liberta di informazione alla fine del regime militar-poliziesco.

Il nuovo patto costituzionale e i meccanismi che governano la transizione è importante perché scaturisce da una mobilitazione iniziata dicembre scorso, passata dalle forche caudine di una repressione feroce pregressa continuata anche nell’inter-regno tra aprile e febbraio di quest’anno, con strumenti organizzativi adeguati e settori sociali che hanno “scosso” ciò che sembrava un regime incrollabile – di cui l’UE è stata complice – e impedito una soluzione golpista ed il perpetuarsi del potere dei militari.

Nonostante i limiti – il PC sudanese (organico alle FFC) ha dichiarato che non parteciperà alle istituzioni transitorie continuando comunque a promuovere la pressione popolare affinché vengano realizzate le priorità fissate illo tempore dal movimento – il Sudan è stato un esempio per tutta l’Africa e il suo processo di transizione è seguito con attenzione da tutto il continente a cominciare dall’Algeria.

Vista l’importanza del documento, e la sua scarsa ricezione da parte di un pubblico italiano ne facciamo una disamina analitica dettagliata basandoci sulla traduzione inglese dall’originale arabo e seguendo la scansione numerica per capitoli della versione tradotta: La bozza di Carta Costituzionale per il Periodo di Transizione, è stata tradotta in inglese dall’IDEA (www.idea.int).

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La Costituzione Transitoria vuole voltare pagina dal periodo inziato con il colpo di stato del 30 giugno del 1989.

Ricorda il contributo fondamentale dato alla Rivoluzione dai martiri, dalle donne e dai giovani nel suo preambolo.

Ribadisce l’’ “Unità della territorio sudanese e la sovranità nazionale”

1) La Costituzione Transitoria del Sudan del 2005 è revocata, mentre le leggi rimangono in vigore fino a che saranno emendate o revocate, così come i decreti promulgati dall’11 aprile. Se entrano in contraddizione con la nuova costituzione, prevale quest’ultima.

Il Sudan diviene repubblica democratica e parlamentare e pluralista ed uno Stato Decentralizzato, basato sui diritti e doveri dei cittadini senza alcuna discriminazione ed in cui la sovranità popolare è alla base di legittimazione del potere.

Le gravi violazioni commesse durante la dittatura fino alla firma della nuova costituzione non sono prescrivibili.

2) La Transizione dura 39 mesi dalla firma della nuova Costituzione. I primi sei mesi saranno occupati per stabilire la pace, andando alla radice dei conflitti che hanno scatenato, abolire le leggi ed i provvedimenti che “restringono le libertà o che discriminano tra cittadini sulla base del genere”.

Assicurare alla giustizia che si è macchiato di crimini durante il “vecchio regime”

“Risolvere la crisi economica arrestando il deterioramento economico e lavorare per porre le basi per uno sviluppo sostenibile mettendo in atto un programma urgente a livello economico, sociale, finanziario e umanitario che fronteggi le sfide correnti”.

Una riforma legislativa complessiva e del sistema giudiziario che assicuri l’indipendenza della Giustizia e l’ordine legislativo.

Ripristinare lo stato di coloro che sono stati allontanati dalle cariche civili e militari, riparando ai torti subiti conformemente alle leggi.

Garantire e promuovere i diritti delle donne complessivamente e dei giovani di entrambi i sessi.

Approntare meccanismi che preparano la scrittura di una bozza di una Costituzione per il Sudan.

Tenere una “Conferenza Nazionale” prima della fine del periodo di transizione.

Approntare le leggi che mettono in pratica la transizione.

Attuare una profonda riforma dello Stato e dell’Esercito stesso.

Abbozzare una politica estera bilanciata che riponga al centro gli interessi nazionali e che promuova relazioni internazionali sulla base dell’indipendenza e degli interessi condivisi “in maniera che venga preservata la sovranità, la sicurezza ed i confini del Paese”.

“Avere un ruolo attivo nello stato sociale e raggiungere il lo sviluppo sociale assicurando la salute, l’istruzione, l’alloggio e la sicurezza sociale, e lavorare per conservare un ambiente naturale pulito e la biodiversità nel Paese e tutelarla e svilupparla in un modo che garantisca il futuro delle generazioni.

Smantellare la struttura di potere del regime del giugno 1989 (tamkeen), per costruire un ordinamento legislativo ed uno Stato di diritto.

“Formare un comitato di inchiesta indipendente nazionale, con il supporto africano se necessario, per condurre una trasparente, meticolosa indagine sulle violazioni commesse il 3 giugno. E gli eventi e gli incidenti in cui le violazioni dei diritti e della dignità di civili e militari sono state commesse. Il Comitato sarà costituito entro un mese dalla data della nomina del Primo Ministro” e dovrà godere di massima indipendenza e di pieni poteri investigativi, stabilendo il calendario delle proprie attività.

3)La Repubblica del Sudan è uno “Stato Decentralizzato”, con i seguenti livelli di governo: uno federale, uno regionale (o provinciale), uno locale “che promuove una larga partecipazione popolare e esprime i bisogni base dei cittadini” di cui la legge determinerà strutture e poteri. Ognuno di questi livelli avrà competenze e risorse necessarie. L’attuale geografia dei poteri istituzionali rimane tale fino al suo riesame durante la transizione.

I corpi del “Governo Transitorio” sono:

Il “Consiglio Sovrano, che è a capo dello Stato e simbolo della sovranità e dell’unità”, “Il Cabinet, che è l’autorità suprema ed esecutiva dello Stato”, “Il Consiglio Legislativo, che è l’autorità responsabile dell’attività legislativa e monitora l’attuazione dell’Esecutivo”

4) Il Consiglio Sovrano è anche capo delle Forze Armate e delle Rapid Support Forces (RSF), è composto da 11 membri – di cui 5 civili eletti dalle FFC. 5 dalla TMC, ed un civile selezionato da un accordo tra questi. Per i primi 21 mesi il Consiglio Sovrano sarà guidato da una personalità scelta dall’Esercito, e per i 18 successivi dai 5 componenti civili del medesimo.

Il CS sceglie il Primo Ministro, indicato dalle FFC, conferma il Cabinet, i governatori delle Provincie e delle Regioni scelti dal Primo Ministro, conferma i membri del “Consiglio Legislativo Provvisorio”, scelti secondo i criteri della Costituzione Provvisoria, così come della “Corte Suprema di Giustizia” e dell’apparato giudiziario in genere, degli ambasciatori – selezionati dal Cabinet – e accetta le credenziali degli ambasciatori straieri.

Ha il potere di dichiarare guerra, lo stato d’emergenza, e sottoscrive le leggi della “Consiglio Legislativo Provvisorio”, con un sistema articolato che in un ultima istanza, in caso di mancata relativamente rapida sottoscrizione da l’ultima parola al CLP e tra l’altro può “sottoscrivere accordi regionali od internazionali dopo la ratificazione del CLP”, sponsorizzando il processo di pace con i gruppi armati.

Il CS prende le decisioni per via consensuale, o in caso di mancato consenso, con la maggioranza dei due/terzi.

Sono esposte nella Costituzione Provvisoria, le condizioni per la possibilità di essere nominato nel CS e della sua possibile decadenza volontaria o involontaria.

5)La Cabina Transitoria è composta dal Primo Ministro e da non più di 20 Ministri da lui nominati da una lista del FFC e confermate dal “Consiglio Sovrano”, eccetto che per il Ministro dell’Interno e della Difesa che sono nominato dalla componente militare del Consiglio Sovrano. La Cabina Transitoria è un governo transitorio che deve realizzare i compiti della transizione, tra cui la fine delle guerre e dei conflitti, e rendere attuabili le bozze di legge, i trattati internazionali bilaterali e multilaterali ed i motore dei programmi sociali, formare “Commissioni Nazionali Indipendenti”, nominare i dirigenti dei servizi sociali e sovraintendere l’attività dei ministeri e delle istituzioni pubbliche.

Le condizioni di partecipazione e decadenza dei membri sono fissati dalla Costituzione, e un membro può essere revocato dal Primo Ministro, con la conferma del Consiglio Sovrano.

6) La Costituzione fissa dei paletti precisi per chi assume un compito istituzionale affinché non si verifichino “conflitti di interessi” tra la carica pubblica e il proprio tornaconto personale, e fissa il limite dell’immunità delle differenti cariche.

7) Consiglio Legislativo di Transizione

Questo corpo, che esclude esplicitamente i membri del vecchio partito di potere – il National Congress – e le forze che hanno sostenuto il vecchio regime, non dovrà eccedere i 300 membri, dovrà avere una partecipazione femminile non inferiore al 40%, i due terzi circa saranno selezionati dalle FFC ed un terzo da altre forze non organiche al FFC, che saranno concordati tra le FFC e la componente militare della “Consiglio Sovrano”. Dovrà essere formato ed incominciare ad operare entro 90 giorni dalla firma della Costituzione Provvisoria e la sua formazione dovrà tenere conto di tutte le componenti della società sudanese (dai gruppi armati alle Confraternite Sufi…)

Il suo compito sarà legislativo, approverà il budget dello Stato, ratificherà i trattati, nominerà uno speaker e le commissioni “ad hoc” e le decisioni verranno prese per maggioranza semplice.

Con la fine del periodo di transizione, il Consiglio Legislativo perderà le sue funzioni, mentre sono fissate le caratteristiche per la sua composizione, e che sarà con tutta probabilità il corpo “più giovane” del nuovo Sudan, essendo nominabili membri di tale istituzione provvisoria persone dai 21 anni di età, a differenza degli altri corpi, in cui anche in questo caso è scritta la formula del giuramento.

8) Viene strutturato il potere giudiziario con il Consiglio Giudiziario Supremo come massica carica che sostituisce la National Judicial Service Commission di cui assume i poteri, che seleziona il presidente ed i membri della Corte Costituzionale, ed il presidente del consiglio superiore della magistratura ed i suoi membri.

La Giustizia sarà un potere “separato” ed “indipendente” dal CS e CLS, godendo di una autonomia finanziaria ed amministrativa.

Il capitolo 9 e 10 fissano l’esistenza ed il ruolo della Procura Generale e dell’Agenzia dell’Audit

11)Le Forze Armate e le RSF sono “istituzioni militari nazionali” subordinate al Comandante Supremo delle Forze Armate e alle autorità sovrane. La Costituzione Transitoria fissa il ruolo delle forze di Polizia e dei servizi di intelligence, e delle Corti Militari e la loro subordinazione all’autorità competenti.

12) Le “Commissioni Indipendenti” saranno 8, composte da figure conosciute per la propria professionalità ed integrità, che hanno avuto incarichi durante il regime, scelti dal CS in consultazione con la Cabinet: Pace, Confini, Costituzione e Commissione di Conferenza Costituzionale, Elezioni, Terra, Giustizia transitoria, Donne e parità di Genere, ed una che sarà scelta dalla Cabinet.

Il capitolo 13 è sullo “Stato d’Emergenza”, quello successivo sulla “Carta dei Diritti e delle Libertà” a cui è posta grande attenzione come punto di svolta del cambiamento rispetto al vecchio regime – tra cui la fine della schiavitù e del traffico di essere umani, e la cessazione dell’arbitrarietà e la prevaricazione dei poteri, nonché le varie forme di discriminazione, in cui i diritti delle donne hanno un ruolo centrale (compresa la parità salariale).

Molto importanti sono i punti 3-4-5 per le garanzie di genere: “lo Stato garantirà i diritti delle donne in ogni campo attraverso la discriminazione positiva (“positive discrimination” in inglese). Lo Stato lavorerà per combattere costumi e tradizioni dannose che riducono la dignità e lo status femminile. Lo Stato provvederà le cure gratuite per la maternità, l’infanzia e le donne in cinta”.

L’abolizione della tortura e il diritto ad un giusto processo ed ad un trattamento penitenziario dignitoso sono altri aspetti citati, insieme ad una forza limitazione della “pena capitale”.

È fissata dalla costituzione la libertà religiosa e il principio per cui “nessuno sarà costretto a convertirsi ad una religione a cui non crede o praticare riti o rituali che non accetta volontariamente”, così come la libertà d’informazione – tra cui l’accesso ad internet – che non promuova l’odio religioso, razziale, etnico e culturale, la libertà di assemblea e di organizzazione.

È sancito il diritto d’assemblea e quello della costituzione di formazione di organizzazioni politiche, sindacali e di varie forme che dovranno essere aperte, per ciò che concerne i partiti politici, a tutti i cittadini sudanesi senza discriminazioni, avere forme di finanziamento aperte e trasparenti e istituzioni elette democraticamente. Viene sancito il diritto di viaggio e di residenza, di proprietà, d’istruzione senza discriminazione per l’accesso e gratuita, l’indipendenza dell’università e la libertà di ricerca.

La Costituzione introduce le garanzie per le persone portatrici di handicap e per gli anziani, il diritto alla salute e le garanzie per i gruppi etnici e culturali di parlare la propria lingua, particare il proprio credo, sviluppare la propria cultura.

15) Lo Stato sudanese deve risolvere i conflitti, farsi carico delle regioni affette da guerra e da sottosviluppo e dei gruppi umani più marginalizzati e vulnerabili. Accelerare il processo di pace, a cominciare dalla costituzione della “Commissione di Pace” ed entro un mese dalla sua formazione incominciare a lavorare per preparare entro sei mesi dalla firma della Costituzione i relativi accordi.

Applicare la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e le risoluzione dell’Unione Africana relative alla “partecipazione delle donne ad ogni livello del processo di pace, e applicare carte regionali e internazionali riguardanti i diritti delle donne”.

La questione di un processo di pace vasto ed inclusivo è parte rilevante di questo capitolo e comprende l’apertura di corridoi umanitari, il rilascio dei prigionieri e il loro “scambio”, promuovere l’amnistia per i membri dei gruppi combattenti, assicurare alla giustizia nazionale ed internazionale i criminali di guerra senza concedere immunità, facilitare la missione della delegazione ONU dell’Alto Commissario per i Diritti Umani in Suda, la restituzione delle proprietà confiscate a causa della guerra, assicurare le garanzie ai rifugiati e alle persone “displaced” assicurando il processo di ritorno volontario…

Tutto secondo una logica di “ricostruzione” e di “riconciliazione” che assicuri pieni diritti alle persone affette dai conflitti e ponga le basi per una sviluppo equo delle regioni coinvolte.

“Gli accordi di pace completi tra l’autorità transitoria e i movimenti armati dovrà essere inclusa nella Carta Costituzionale”, cioè diventare parte integrante del nuovo patto costituzionale sudanese.

Il capitolo 16 dice tra l’altro che la TMC – come di fatto è stato – è sciolta con la Costituzione del Consiglio Provvisorio…

Viene fissata una fitta tabella di marcia per rendere operativo il processo di transizione.


“La tempesta di sabbia”: dossier Sudan




Sudan. Le incognite dietro l’accordo per la transizione

Giacomo Marchetti

Venerdì 5 luglio, grazie alla mediazione dell’Unione Africana e dell’Etiopia, è stato raggiunto un accordo tra i membri del Consiglio Militare Transitorio (TMC) e le forze della Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento (DFC).

Le trattative iniziate dopo il defenestramento di Omar Al-Bashir – deposto da un colpo di stato militare sulla spinta delle mobilitazioni popolari che duravano da Dicembre – l’11 aprile si erano arenate più volte, fino alla rottura dovuta allo sgombero del sit-in – il 3 giugno – di fronte al Quartier Generale dell’Esercito che durava ininterrottamente dal 6 aprile.

Prima di allora era stato raggiunto un accordo complessivo sulla configurazione di quelli che sarebbero stati gli organismi di governo della “transizione” dopo la trentennale dittatura instaurata con un colpo di stato nell’ ’89, tranne che per il tassello più importante: la composizione del “Consiglio Sovrano”.

L’accordo attuale prevede che il periodo di transizione duri tre anni e tre mesi, in cui in primi sei mesi verranno impiegati per un processo di pace che ponga fine ai vari conflitti armati di carattere regionale che interessano il martoriato paese africano.

I primi ventun mesi della transizione (tra cui i primi sei) saranno diretti dai militari, mentre i diciotto restanti saranno diretti dai civili.

La cabina di “competenze nazionali” sarà formata dalla DFC, mentre il “Consiglio Sovrano”, precedente pomo della discordia – i militari volevano una maggioranza militare al contrario della DFC – sarà composto da cinque civili e cinque militari, più un membro scelto da entrambe le parti.

Il Consiglio legislativo – in cui almeno il 40% dovrà essere composto da donne come prevedeva l’accordo precedente – sarà posticipato alla creazione del “Consiglio Sovrano” e dal “Consiglio dei Ministri”.

Un “Comitato Tecnico” misto composto da giuristi è stato formato con la partecipazione africana. “I suoi lavori” dichiarano la DFC e la SPA – l’organizzazione che raggruppa i settori sociali dell’opposizione e perno delle mobilitazioni – “saranno finalizzati entro due giorni a partire da sabato” per il raggiungimento di un accordo politico.

Ultimo punto è la creazione di una commissione investigativa indipendente che dovrà fare luce su quanto accaduto dopo l’11 aprile.

I protagonisti delle mobilitazioni che hanno portato prima al defenestramento di Al-Bashir, poi al proseguimento del movimento fino alla piena realizzazione dei suoi obiettivi e poi in una terza fase a rendere “inoperante” il golpe della TMC, chiamano a continuare la mobilitazioni sotto altre forme per accrescere la coscienza dell’importanza dei passaggi effettivi verso una realizzazioni degli accordi, facendo appello a quelli che sono gli organismi di base (come i comitati di quartiere) che hanno condotto la protesta in condizioni difficilissime – come la repressione della TMC che di fatto assediava le città con le RSF dopo lo sgombero del QG a Khartoum (gli ex “janjaweed” integrati durante la dittatura negli apparati di sicurezza) ed il blackout della rete teso ad isolare le comunicazioni.

Numerose sono le immagini, i filmati e le testimonianze che giungono e che sembrano affermare la “tenuta” della mobilitazione che come hanno dimostrato anche le settimane successive al 3 giugno è pronta a trasformarsi, in caso di necessità, in “disobbedienza civile totale”, “sciopero generale politico” e “manifestazioni notturne”…

Se la situazione sudanese è ancora piena d’incognite, occorre comunque comprendere come per la terza volta nella storia del paese africano la mobilitazione popolare abbia “sventato un colpo di stato” dalla sua indipendenza raggiunta a metà anni ’50, ed anche questa volta ha per ora annichilito, con un notevole debito di sangue, i tentatici dello “Stato Profondo” erede del vecchio regime di far naufragare il processo di cambiamento.

Primo: la determinazione a perseguire la mobilitazione (quindi la tenuta organizzativa) che ha raggiunto il suo picco – in un crescendo di mobilitazioni – il 30 giugno (data storica in quanto sarebbe stata il trentennale del golpe di Al-Bashir) con manifestazioni oceaniche. Secondo: la situazione di “isolamento” della TMC nonostante il pieno appoggio ricevuto dall’ “asse del Male” composto da Egitto, Arabia Saudita e EAU. Gli USA, che stanno cercando di rideterminare un proprio ruolo nell’area, e l’Unione Europea si sono opposte alla escalation imposta dalla TMC per esempio, mentre l’UA e L’Etiopia, condannando l’escalation di violenza, si sono poste come mediatrici. Terzo: il non-allineamento di tutto l’esercito e degli altri apparati di sicurezza alla “forzatura” imposta dalla TMC che si è infatti affidata alle RSF (in parte reclutate all’estero) ed ha estromesso numerosi ufficiali. Quarto:la capacità non trascurabile della mobilitazione della diaspora all’estero che ha contribuito a non fare cadere nel silenzio ciò che avveniva in Sudan e questione non irrilevante – le pesanti responsabilità della UE nella repressione durante la dittatura di Al-Bashir dei flussi migratori “delegata” agli ex-janjaweed, poi RSF, con l’avvio del cosiddetto “Processo di Khartoum” e la corresponsabilità del regime del terrore imposto dai quei corpi di sicurezza con cui ha avuto un fitto scambio ed ha fornito un decisivo “upgrade” attraverso il “ROCK”. In pratica i “cani da guardia” del regime autori della tortura sistematica dell’opposizione erano addestrati dalle forze dell’ordine europee.

È chiaro che l’attuale fase del conflitto “inter-imperialista” tende a trovare un equilibrio, ancorché precario, in cui le forzature prodotte per rompere un ordine e far avanzare un piano – in questo caso un colpo di stato che avrebbe seppellito un “processo democratico” scaturito da una mobilitazione popolare diretta da un ampio arco di forze politico-sociali – non raggiungono gli obiettivi sperati e gli attori di tali “fughe in avanti” sono costretti a fare notevoli passi indietro.

Molte sono le incognite che soggiacciono alla piena realizzazione del processo di transizione e non attengono solo alla formazione effettiva degli organi preposti alla gestione di questa.

In prima istanza: quale sarà il posizionamento internazionale del “nuovo Sudan” considerato che era diventato un “paese satellite” dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, rompendo i rapporti diplomatici con L’Iran e con il Qatar, ed integrando la macchina da guerra della coalizione a guida saudita che combatte in Yemen, fornendo circa 14.000 mercenari tra i quali ex-Janjaweed, ora RSA e dei soldati-bambino, oltre che ad essere uno dei poli d’attrazione per investimenti importanti di questi due Paesi, perno della strategia africana delle petrol-monarchie?

Che rapporti stabilirà con la Russia, con cui ha recentemente implementato la cooperazione militare, e con la Cina che è un grande investitore anche in questo paese africano e che riveste un ruolo chiave nella strategia della “Nuova Via della Seta” visto la sua collocazione geografica nel Mar Rosso e l’importante scalo di Port Sudan?

Che rapporti avrà con l’UE che nonostante l’ipocrisia nell’augurarsi una fruttuoso ripristino delle trattative nei giorni successivi allo sgombero, ha integrato il Sudan (da sempre luogo di scambio e di transito) nelle proprie strategie di esternalizzazione della gestione dei flussi migratori verso l’Unione e di cooperazione con gli apparati di sicurezza dei regimi dittatoriali?

Su questo aspetto bisogna ricordare che “in gran segreto” il 20/21 giugno la Germania ha invitato USA, Norvegia, Gran Bretagna, Francia, Etiopia, ONU, Unione Africana, in una grottesco “remake” della Conferenza di Berlino del 1884, senza che fosse autorizzato ad intervenire alcun esponente sudanese, a titolo d’organizzativo o individuale, nonostante le reiterate richieste della diaspora che ha organizzato una protesta di 24 ore fuori dal Ministero degli Esteri a Berlino. Addirittura sono stati invitati anche esponenti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

Per ciò che riguarda, invece le vicende interne è chiaro che le incognite per una reale trasformazione sono molte: come smantellare il “razzismo” istituzionale con cui Bashir è riuscito a governare, penalizzando alcune regioni ed alcune componenti della popolazione? Che fine farà la sharia che è stata implementata da Al-Bashir (sebbene pre-esistente) e a cui le forze più reazionarie dell’islam politico hanno dato pieno appoggio per il colpo di stato dell’ ’89 e hanno fornito l’architettura ideologica del regime? Questi stessi attori islamici mutatis mutandis stanno cercando di avere un ruolo in questo senso anche dopo la caduta del dittatore legandosi alla TMC, collegato a questo ma non solo: quale sarà il ruolo delle donne che sono state assolute protagoniste della mobilitazione e ed hanno sempre avuto un ruolo preponderante nei passaggi cruciali del Sudan Contemporaneo? Ed in ultimo: come riuscirà a strutturarsi l’opposizione dopo anni di clandestinità ed una esperienza organizzativa – in particolare il partito comunista ed il movimento sindacale – che affonda le sue radici nella lotta anti-coloniale e che tre colpi di stato e relativi regimi non sono riusciti ad annichilire?

Tutto il continente africano guarda al Sudan come ad un faro in questo momento e con notevole preoccupazione se paragonato a ciò che è successo in Egitto con il dopo-Mubarak che ha conosciuto un breve inter-regno democratico nel 2011 annullato dal colpo di stato militare nel 2013…

È chiaro che il risveglio dei Dannati della Terra ha nella “seconda indipendenza” sudanese un campo di prova fondamentale, mentre per i rivoluzionari del vecchio continente deve tornare attuale l’indicazione data da Sartre ai tempi della lotta anticoloniale:

la minima distrazione del pensiero è una complicità delittuosa con il colonialismo”.


“La tempesta di sabbia”: dossier Sudan