1

Yo soy Fidel, todos somos Fidel

Con questo slogan il popolo cubano, 5 anni fa, ha salutato la “morte fisica” di Fidel Castro. I fatti ci stanno dimostrando che è uno slogan tutt’altro che retorico.

Nonostante continuino ancora oggi i subdoli attacchi degli Stati Uniti alla rivoluzione cubana, è sempre più chiaro che Fidel era ed è sostenuto da un popolo che conserva la stessa determinazione rivoluzionaria, gli stessi valori e la medesima volontà di proseguire sulla strada del socialismo. Chi s’illudeva che la morte di Fidel avrebbe significato la fine della rivoluzione cubana oggi non può fare altro che ricredersi.

Durante la pandemia le Brigate mediche Henry Reeve, fondate dallo stesso Fidel, hanno dimostrato al mondo intero uno dei pilastri della rivoluzione cubana: l’intimo rapporto che lega il popolo alla rivoluzione, lo sviluppo di “talenti” quando mancano le risorse a causa dell’infame Bloqueo.

I medici della brigate e gli scienziati che hanno sviluppato il vaccino Soberana sono la dimostrazione concreta del nesso che lega la rivoluzione e i bisogni reali dell’uomo, un legame stretto che passa attraverso un modello di sanità e d’istruzione completamente in rottura con quello capitalistico-occidentale.

Dopo due anni di pandemia globale ci ritroviamo in un mondo che sta mutando aspetto, le classi dominanti vedono scompaginato quel sistema ideologico che ha retto per anni.

Si parla di ripartenza e, insieme a questa, le classi dominanti cercano di ricostruire un sistema ideologico-valoriale che sia in grado di conservare lo stato di cose esistenti. Qui da noi, nel cuore del polo imperialista dell’Unione Europea, la retorica ambientalista serve proprio a questo. Perciò per ricordare Fidel Castro, senza formalismi, ma con lo spirito rivoluzionario che ci contraddistingue, per capire cosa è possibile fare oggi ed agire in rottura ad un modello sociale ormai non più in grado di assicurare la stessa sopravvivenza dell’uomo, riprendiamo le parole che il Comandante pronunciò nel discorso di Rio del ’92.

“Utilizziamo tutta la scienza necessaria per uno sviluppo sostenuto senza inquinamento. Paghiamo il debito ecologico e non il debito estero. Scompaia la fame e non l’uomo.

Quando le presunte minacce del comunismo sono sparite e non rimangono più pretesti per guerre fredde, corse agli armamenti e spese militari, cosa impedisce di dedicare immediatamente queste risorse a promuovere lo sviluppo del Terzo Mondo e combattere la minaccia di distruzione ecologica del pianeta? “

Rete dei comunisti
Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista
OSA




Le elezioni cilene ed il ballottaggio per le presidenziali

Domenica 21 novembre si sono svolte le elezioni in Cile.

I cittadini cileni si sono recati alle urne per eleggere il presidente, i 155 deputati della Camera Bassa, e 27 su 43 senatori della Camera Alta.

L’affluenza è stata inferiore alla metà dei circa 15 milioni di cittadini aventi diritto con solo il 47,3% che si è recato alle urne: una percentuale inferiore al 50,95 del plebiscito national constituyente dello scorso anno.

In generale è stata una percentuale inferiore alle aspettative, visto che la bassa partecipazione elettorale non traduce la volontà di cambiamento espressasi con forza dall’ottobre del 2019 sviluppando un movimento con netta opposizione al neo-liberalismo su molteplici fronti che ha aperto la strada al cambio costituzionale.

Numeri che denotano una certa disaffezione rispetto all’offerta politica in campo.

Il 19 dicembre si sfideranno al ballottaggio il candidato di Apruebo Dignidad – sostenuto anche dai comunisti usciti sconfitti dalle primarie dalla coalizione della “sinistra radicale” – Gabriel Boric, ed il candidato del Frente Social Cristiano – formazione della “destra radicale” – , José Antonio Kast, di fatto uno degli eredi politici di Pinochet.

Kast al primo turno delle scorse presidenziali nel 2017 aveva preso quasi l’8%, contro più del 36% del Presidente uscente Piñera, recentemente salvatosi dall’empeachment al Senato dopo che la Camera aveva dato il suo assenso.

Siamo di fronte a un chiaro “spostamento a destra” della base conservatrice che in Kast ha uno strenuo difensore degli apparati di sicurezza, un fervente neo-liberista, un reazionario cattolico ed un feroce anti-comunista affine a quella destra latino-americana filo-golpista presente in vari paesi del Continente.

Il candidato del FSC, a differenza dei conservatori, si era infatti opposto frontalmente al processo costituente per rendere possibile il cambiamento della Costituzione varata durante la dittatura di Pinochet ed ha utilizzato lo spauracchio del movimento d’ottobre per il suo programma di “legge ed ordine” che gli ha assicurato quasi un terzo dei voti in un chiaro segno di continuità con il regime dittatoriale e le sue politiche che ha ancora uno “zoccolo duro” nel Paese.

I voti a Boric non sorpassano significativamente quelli ottenuti da Beatriz Sánchez alle scorse elezioni con il Frente Amplio, e di fatto sono una sommatoria delle varie preferenze ottenute la volta scorsa da tutte le componenti che l’hanno sostenuto in questa tornata elettorale.

Se Boric è stato abile a proporsi come “interlocutore credibile” verso le formazioni centriste ed il loro elettorato, ed a costruire una rendita di posizione all’interno della sinistra che gli spianasse la strada per conquistare le primarie, non ha attratto le simpatie di “nuovi elettori” e delle sensibilità politiche più vicine alle tematiche del movimento sociale.

Di fatto la “sinistra radicale” non ha sfondato ed è stata incapace di tradurre la proposta politica di rottura giunta in questi anni dalle piazze, anche per un atteggiamento moderato del suo candidato sulle questioni repressive, come la militarizzazione in corso dei territori Mapuche e la questione dei prigionieri politici, e più centrato sulle tematiche della ridistribuzione della ricchezza in chiave neo-socialdemocratica.

Quelli di Boric sono comunque temi importantissimi che segnerebbero una inversione di tendenza rispetto alla trentennale politica neo-liberista in Cile: diminuzione dell’orario di lavoro a 40 ore la settimana, aumento del salario minimo, una riforma fiscale progressiva, un migliore accesso al credito, la fine del famigerato sistema di pensioni private (AFP) e l’introduzione di una pensione minima, il condono universale del CAE, e rilevanti temi rispetto ai diritti civili come la legalizzazione personale o a tematiche generali come l’importanza della transizione ecologica.

Il sindaco comunista Daniel Jadue, uscito sconfitto nelle primarie della “sinistra radicale”, ha fatto recentemente autocritica rispetto all’ “eccessiva istituzionalizzazione” che avrebbe alienato alla sinistra “della propria base sociale e per tanto della costruzione del potere popolare”.

Ma anche la Lista del Pueblo, sorta come espressione collettiva di candidature indipendenti dal movimento, che aveva totalizzato quasi un milioni di voti nell’elezioni di maggio per la composizione della Costituente, e non incline a compromessi con gli attori tradizionali della sinistra, ha avuto un risultato deludente.

La differenza delle preferenze tra i due – Kast e Boric – è di poco più di tre punti percentuali, ma entrambe sono sotto il 30%, con gli altri tre maggiori sfidanti che hanno ottenuto tutti preferenze attorno al 12% circa ed un exploit del candidato “qualunquista” Franco Parisi, ulteriore segno dello sfarinamento delle compagni politiche che hanno egemonizzato, alternandosi, il corso post-dittatoriale e dell’importanza del mondo del marketing politico.

Diamo uno sguardo approfondito a Camera e Senato.

L’alleanza conservatrice Chile Podemos Más ha ottenuto 53 deputati. All’interno delle sue fila Renovación Nacional ne ha ottenuti 25 mentre Unión Demócrata Independiente (UDI) 23.

Apruebo Dignidad – la formazione il cui candidato alle presidenziali, sostenuto anche dal Partito Comunista – ottiene 37 deputati, così come la coalizione Nuevo Pacto Social, espressione del centrismo prevalentemente socialista e cristiano.

All’interno di Apruebo la maggioranza dei voti è stata ottenuta dai comunisti con 12 voti, mentre 9 sono andati a Corvergencia Social e 8 a Comunes come formazioni più votate.

In quanto al NPS, 13 voti sono andati ai “socialisti”, 8 ai democristiani e 7 al Partido por la Democracia.

I deputati entreranno in carica nel marzo del prossimo anno, ed il loro mandato si chiuderà nel 2026.

Il Senato che avrà dal marzo prossimo 50 membri.

In queste elezioni si sono eletti i senatori di nove regioni, in sette sono stati eletti tre senatori per ciascuna, mentre nelle restanti solo due.

Chile Podemos Más ha ottenuto 12 senatori, che sommati agli altri 12 già possedeva nelle sette regioni in cui non si è votato, gli permette di essere la prima forza nella Camera Alta seguita da Nuevo Pacto Social con 18 – ne ha ottenuti 8 – mentre Apruebo Dignidad da un solo rappresentante ne aggrega altri 4.

Complessivamente, il segno di un cambiamento radicale non è uscito dalle urne ed i numeri alla Camera e Senato lo confermano.

Al ballottaggio verrà deciso se il Cile intraprenderà la strada di una parziale e limitata inversione di tendenza rispetto al neo-liberismo od ad una sua riproposizione rafforzata in chiave autoritaria, xenofoba e reazionaria.

Rete dei Comunisti – 23 novembre 2021




Gli scenari politici in Argentina dopo il voto

Domenica 14 novembre si sono svolte in Argentina le elezioni per il rinnovo della metà dei deputati (127 dei 254 totali) su tutto il territorio nazionale, e di un terzo dei senatori (24 dei 72 complessivi) in otto provincie. Si è trattato di un test importante sia per l’attuale governo guidato dal presidente Alberto Fernández, a due anni dal suo insediamento alla Casa Rosada, che per il quadro generale dell’America Latina, attraversata in questo mese di novembre da numerosi appuntamenti elettorali.

Dopo le elezioni in Nicaragua della scorsa settimana e in vista delle elezioni presidenziali e legislative in Cile, di quelle municipali e regionali in Venezuela e delle elezioni generali in Honduras a fine mese, l’Argentina è tornata alle urne dopo le elezioni primarie (PASO) dello scorso settembre.

Con lo scrutinio arrivato al 98,94%, la coalizione di centro-destra Juntos por el Cambio dell’ex presidente Mauricio Macri ha ottenuto il 41,89% dei voti alla Camera dei Deputati, contro il 33,03% dei voti ottenuti dal Frente de Todos (FdT). Al Senato, con lo scrutinio del 99,14% delle schede elettorali, Juntos por el Cambio (JxC) stacca nettamente il partito di Alberto Fernández e Cristina Kirchner con il 46,85% delle preferenze contro il 27,54%. Un vantaggio ancor più marcato viene registrato, in particolare, nella capitale federale dove la candidata del JxC, María Eugenia Vidal, ha raggiunto il 47% con oltre 20 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario politico Leandro Santoro.

Anche se a livello nazionale Juntos por el Cambio celebra la propria vittoria sul FdT con una differenza di più di due milioni di voti, la realtà è che il partito di governo mantiene ancora il maggior numero di membri tra le due camere (119 deputati e 35 senatori). Tuttavia, si è assottigliato il margine nei confronti di JxC che, a partire dal 10 dicembre, conterà 116 deputati e 31 senatori.

Con questo risultato, la vicepresidente Cristina Kirchner sarà a capo del Senato in una situazione senza precedenti dal ritorno della democrazia nel 1983: il peronismo non avrà la sua maggioranza nella Camera Alta e sarà costretto a cercare dei ponti di negoziazione con i partiti provinciali che siedono al Congresso o “mediazioni” con l’opposizione per portare avanti i suoi progetti di legge.

Il possibile impasse legislativo per FdT con una risicata maggioranza al Congreso e i numeri mancanti per avere una maggioranza propria al Senado potrebbe avvantaggiare quindi la destra neo-liberalista in vista delle future elezioni presidenziali del 2023, soprattutto se l’attuale esecutivo ai con numeri più risicati in Parlamento – non riuscirà a rispondere ad i bisogni di una popolazione impoverita (4 su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà) e di una economia in grave difficoltà, tra calo del PIL, impoverimento del Peso e inflazione galoppante.

Il presidente Alberto Fernández, in un discorso in cui ha fatto un breve bilancio della sua amministrazione, ha rilanciato il suo piano di governo per il paese che “si sta rimettendo in piedi e sta andando avanti” sul percorso della ripresa economica. Inoltre, ha fatto appello alla responsabilità dell’opposizione, nel quadro delle difficoltà della fase post-pandemica, perché “questa elezione segna la fine di un periodo molto difficile nel nostro paese, un periodo che è stato segnato da due crisi: quella economica ereditata dal governo precedente, e di cui ci sono ancora enormi sfide da risolvere; l’altra, la crisi sanitaria, causata da una crudele pandemia che stiamo gradualmente superando”.

Il presidente ha ricordato che il debito con il FMI “il più grande danno” lasciato dal governo dell’ex presidente Macri, un “ostacolo” da affrontare per continuare il suo progetto progressista. Nella prima settimana di dicembre, il presidente invierà al Congresso Nazionale un disegno di legge che rende esplicito il “Programma economico pluriennale per lo sviluppo sostenibile”, nel quale saranno esplicitate “le migliori intese che il nostro governo ha raggiunto con il FMI senza rinunciare ai principi di crescita economica e inclusione sociale”. Infine, ha garantito che il prossimo futuro sarà incentrato su “la ripresa economica, il rafforzamento del reddito, la riduzione dell’inflazione e la creazione di posti di lavoro, il tutto nel quadro di un dialogo costruttivo”.

Si apre, quindi, per il governo di Alberto Fernández una situazione delicata in cui, da una parte, la destra liberista potrebbe far leva sull’indebolimento del FdT al Congresso per screditare l’azione di governo o fare ostruzionismo sui progetti più progressisti in vista delle elezioni presidenziali del 2023; dall’altra, le pressioni esterne da parte dei creditori e delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI su tutte) rischierebbero di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo del popolo argentino.

E non è affatto detto che i toni conciliatori fatti propri dal Presidente siano fatti propri da tutta la compagine del FdT, in particolare tra coloro che intendono riprendere l’eredità politica “Kirchneriana” – come l’attuale vice-presidente – o inducano la destra ad un atteggiamento più collaborativo. In questo quadro pensiamo possa ridiventare centrale il ruolo di pressione delle forze popolari e progressiste nei confronti della possibile moderazione dell’esecutivo.

Le forze imperialiste, coordinate a e da Washington, hanno tutto l’interesse a rimettere le mani sull’Argentina e restaurare l’ordine neoliberista di distruzione e regressione sociale di cui l’ex presidente Mauricio Macri è stato un fedele ed umile servitore.

Il ritorno al governo delle forze progressiste con la coalizione del Frente de Todos aveva marcato una rottura profonda nell’agenda politica, economica e sociale di un paese martoriato dal ricatto del debito esterno e dall’attacco ai settori popolari sui quali ricadono le conseguenze negative dell’inflazione galoppante, della disoccupazione crescente e dell’impoverimento dilagante.

Ma è chiaro che le aspettative suscitate dal cambio presidenziale non si sono tradotte nella percezione di ampie fasce di subalterni in risultati reali nelle proprie condizioni di vita.

La tenuta del governo Fernández si inserisce in quel cammino tortuoso e per niente lineare che accomuna le esperienze progressiste e socialiste in America Latina, un percorso di emancipazione sociale che la destra neoliberista vuole interrompere, annichilendo le rivendicazioni e gli interessi dei settori di classe in favore dei profitti di una borghesia compradora subordinata al capitale finanziario internazionale.

Come ha affermato il presidente Fernández: “il popolo argentino ha bisogno di un orizzonte; abbiamo il diritto di sperare”.

Per noi, questa speranza non può che venire da quell’anello debole dell’imperialismo e dal nostro impegno politico per trasformare la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del nostro agire, perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

Rete Dei Comunisti – 15 novembre 2021




Washington è dietro la “marcha” del 15 novembre a Cuba

Rete Dei Comunisti

Cos’è una rivoluzione colorata? Far scoppiare il caos, la disobbedienza civile, e ovviamente provocare che organizzazioni internazionali inizino sanzioni che possono arrivare fino all’intervento militare e cerchino la creazione di un governo alternativo

Carlos Leonardo Vázquez González

Il 15 Novembre sono state organizzate dalla rete dei fascisti cubani, con il pieno sostegno degli Stati Uniti, numerose manifestazioni per approfittare delle difficili condizioni in cui vive la popolazione dell’Isola a causa del più che sessantennale blocco statunitense e delle ben 243 nuove sanzioni approvate dalle amministrazioni nord-americane che si sono succedute negli ultimi 4 anni.

Alcune delle quali da Joe Biden le ha approvate dopo i tentativi di destabilizzazione avvenuti l’11 ed il 12 luglio.

La marcha pacifica por el cambio” convocata in varie località dell’Isola, e che dovrebbe avere il suo epicentro a l’Avana, è stata dichiarata giustamente illegale perché viola differenti articoli della Costituzione del Paese, visti i legami manifesti degli organizzatori con enti o agenzie eversive degli Stati Uniti che hanno l’intenzione manifesta di promuovere un cambiamento politico a Cuba, cioè abbattere il socialismo.

Gli organizzatori tentano di ignorare il rifiuto delle autorità cubane, volendo forzare la situazione, consapevoli dell’appoggio di Washington e delle élite occidentali.

Questo mercoledì il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha affermato che il governo non permetterà: “la persistente aggressione dal governo degli Stati Uniti, i suoi intensi e costanti tentativi di creare le condizioni per una destabilizzazione interna, per alterare la pace e la sicurezza dei cittadini”.

La cosiddetta marcha infatti non è una “iniziativa cittadina” ma parte di una strategia messa in atto dall’intelligence statunitense per destabilizzare il Paese nel giorno in cui Cuba riaprirà le proprie porte al turismo, e completerà il ritorno degli studenti in presenza nelle aule, cercando di recuperare una vita normale anche se sotto un bloqueo che provoca tagli nelle forniture elettriche, la mancanza di alcuni medicinali e l’indisponibilità di alcuni alimenti.

Tale ripresa della normalità è dovuta ai successi nel contenimento del Covid-19 e al suo riuscito programma di vaccinazione che vede il 70% della sua popolazione completamente “immunizzata” grazie a tre dispositivi medici prodotti autonomamente.

Sono previste azioni di sostegno alla marcia in una cinquantina di città in più di 20 paesi, grazie al vasto network dei fascisti cubani che ha i suoi punti di forza a Miami ed in Spagna, qui in Europa.

Le mobilitazioni previste anche se vietate in sei province cubane oltre alla capitale sono pianificate su Facebook dal gruppo Archipelago, che dice di avere 20 mila membri, molti dei quali vivono fuori dal Paese e che hanno già a luglio falsificato la “geo-localizzazione” del proprio account per fingere di essere sull’Isola.

Quello del 15 è il secondo tentativo, dopo quello fallimentare dell’11-12 luglio, per cercare di dare corpo a quel “golpe suave” che si vorrebbe attuare sviluppando una crisi che giustifichi un “intervento umanitario” anche grazie ad una intossicazione mediatica sapientemente orchestrata ad uso e consumo dell’opinione pubblica occidentale, ma anche della sua stessa popolazione in cui le piattaforme di comunicazione private, come Facebook, hanno gravi responsabilità.

Una guerra mediatica che insieme ai tentativi destabilizzatori è stata sapientemente descritta a Cuba ricollegandola alla filiera statunitense da cui ha origine con una capillare e costante opera di presa di coscienza da parte della popolazione.

Uno dei principali ispiratori di questa marcia, il drammaturgo Yunior García è stato formato dal 2018, in programmi per il “cambio di regime” finanziati dalle agenzie statunitensi NED e USAID, di fatto emanazioni della CIA.

Ed in questi anni Washington ha destinato un fiume di dollari – 20 milioni all’anno – per finanziare “programmi a favore della democrazia a Cuba” di cui sono destinatarie 54 organizzazioni, e sta per approvare un finanziamento di 6,6 milioni in più per entità che, da vari Paesi, triangolano i propri fondi alla sedicente “dissidenza” cubana tra cui gli organizzatori della marcia del 15 novembre.

Come ha giustamente ribadito nella sua analitica descrizione di chi sia dietro alla marcha del 15 novembre, durante le conclusioni del Secondo Plenum del PCC, il Primo Segretario del Partito Rogelio Polanco Fuentes: “Non legittimeremo le ingerenze imperialiste nella politica interna né lasceremo spazio al desiderio di restaurazione neocoloniale che alcuni hanno alimentato e che si rafforzano nelle situazioni di crisi. Non è un atto di civiltà, è un atto di subordinazione all’egemonia Yankee

Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato Statunitense, incalzato in una conferenza stampa sull’impegno diretto o meno nell’organizzazione delle proteste ha rifiutato di negarne il coinvolgimento nord-americano, mentre un altro funzionario di alto rango come Juan Gonzales ha dichiarato la settimana dopo che il governo statunitense avrebbe sanzionato Cuba se proverà ad interferire con le proteste.

È chiaro chi è il burattino, e chi è il burattinaio.

Il popolo cubano è mobilitato da tempo a vari livelli affinché i tentativi dei fascisti cubani risultino nuovamente fallimentari la prossima settimana.

Abbiamo tradotto e sottotitolato questa trasmissione di Razones de Cuba: “Yonor García Aguilera operator político al servicio de Estados Unidos Contra Cuba” che denuncia la traiettoria di Y.G. Aguilera anche attraverso la voce di un medico cubano, Carlos Leonardo Vázquez González.

Carlos per 25 ha agito sotto copertura infiltrando le reti anti-castriste ai primi di novembre ha rivelato con questo video la sua identità di patriota al popolo cubano ed il ruolo di Aguilera.

Ma questa denuncia pubblica non ha trovato spazio sui canali d’informazione del nostro Paese, probabilmente pronti a dare spazio ad eventuali “proteste” come lo sono stati a Luglio.

Il video è uno spaccato di come agiscono a livello internazionale, ed anche in Europa, queste reti di “dissidenti” che come mostra il filmato hanno stretti rapporti con le storiche figure del terrorismo anti-cubano – come Ramón Saul Sánchez Rizo – e si muovono sui copioni delle varie “rivoluzioni colorate” realizzate dagli Stati Uniti, riproducendoli pressoché integralmente.

Questo livello di contro-spionaggio ha reso possibile chiarire con ogni evidenza al popolo cubano e al mondo la vera natura dei cosiddetti “dissidenti” che sono burattini nelle mani degli Yankees.




Con il Nicaragua sandinista, contro le ingerenze di USA ed Unione Europea

di Rete dei Comunisti

Il 7 novembre, in Nicaragua sono tenute le elezioni presidenziali, dove si sono rinnovati anche 92 deputati dell’Assemblea Nazionale e 20 posti al Parlamento Centroamericano.

Tra alcune settimane, il 21 novembre, si terranno anche le elezioni regionali e municipali.

Il primo bollettino di voto rilasciato dalla presidente del Consejo Supremo Electoral (CSE) basato sul 49,25% dei voti scrutinati, ha dato il 74,99% delle preferenze a Daniel Ortega, e solo un 14,40% ad uno degli altri candidati, Walter Espinosa del PLC.

Si sono recati alle urne il 65,34% dei 4 milioni e ottocento elettori aventi diritto di voto su una popolazione composta da 6 milioni e seicentomila abitanti.

Se come sembra il dato definitivo confermerà quello parziale, Daniel Ortega governerà il paese centro-americano per il suo quinto mandato, il terzo consecutivo, fino al 2027.

I governi di Cuba, Venezuela e Bolivia si sono congratulati con il loro omologo nicaraguense, insieme all’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nustra América (ALBA-TCP) attraverso un comunicato della propria Segreteria Esecutiva.

Una prova democratica che conferma l’indipendenza e la sovranità del Paese di fronte a minacce ed ingerenze è sostanzialmente il giudizio comune di questi tre governi e dell’Alianza.

Mentre le esperienze progressiste più avanzate del continente a livello governativo si sono felicitate, Stati Uniti ed Unione Europea hanno incrementato le proprie pressioni imperialiste sul Paese, con la stampa occidentale allineata completamente con i desiderata di Washington e Bruxelles.

In una dichiarazione ufficiale questa domenica 7 novembre, Joseph R.Biden ha definito le elezioni “una pantomima”, definendo Ortega “da tempo impopolare e ora senza un mandato democratico”, paragonandolo insieme alla vice-presidente e compagna Rosario Murillo alla famiglia del Somoza!

Chiede a Ortega di “ripristinare la democrazia” e liberare coloro che sono stati imprigionati, esponenti dell’oligarchia filo-statunitense coinvolti a vario titolo in inchieste giudiziarie.

Fino a quel momento “Gli Stati Uniti, in stretto coordinamento con altri membri della comunità internazionale, useranno tutti gli strumenti diplomatici ed economici a loro disposizione per sostenere il popolo del Nicaragiua e ritenere responsabile il governo Ortega-Murillo e coloro che favoriscono i loro abusi”.

Una minaccia che il Presidente nord-americano ha allargato ad altri Stati del Continente, non specificando quali, ma che lascia presagire quale sia la determinazione con la quale cercherà di reimporre la propria egemonia su tutto continente.

La “Dottrina Monroe” infatti è stata applicata non solo contro le forze apertamente socialiste, ma anche contro le esperienze timidamente social-democratiche, come dimostrano storicamente il colpo di Stato in Guatemala nel 1954 o quello più recente in Honduras nel 2009.

Già prima del 7 novembre gli USA intendevano ampliare le sanzioni che potrebbero riguardare non solo personalità nicaraguensi ma anche Unità delle Forze di Sicurezza del Paese e aziende governative, e rivedere la partecipazione del Nicaragua al Central America Free Trade Agreement procedendo verso quel “blocco” con cui già cercano di strangolare Cuba ed il Venezuela.

È dal 2018 che gli USA impongono sanzioni contro dirigenti e istituzioni del Paese attraverso il “Nina Act”, ed il 6 agosto di quest’anno il Senato statunitense ha approvato il “Renacer Act” che è ancora in discussione al Congresso.

Questa legge che mira a “rinforzare l’adesione del Nicaragua alle condizioni della Riforma Elettorale” propone esplicitamente delle “nuove iniziative per monitorare, documentare e rispondere alla corruzione del governo e della famiglia del presidente nicaraguense Daniel Ortega, così come le violazioni dei diritti umani perpetrati per le forza di sicurezza del Paese”.

Il martedì della scorsa settimana il capo della diplomazia europea Josep Borrell aveva dichiarato che il processo elettorale è una “farsa”, aggiungendo che anelava solo a “mantenere il dittatore al Potere”.

Borrell ha fatto queste pesantissime dichiarazioni mentre si trovava a Lima per un tour in America Latina che è alla vigilia di importanti elezioni anche in Argentina, il 14 novembre, e in Cile, il 21 dello stesso mese.

Il funzionario europeo ha aggiunto che: “la situazione in Nicaragua è una delle più preoccupanti nelle Americhe al momento”.

In una dichiarazione di questo lunedì l’Alto Rappresentante presso la UE ha dichiarato che le “elezioni si sono svolte senza garanzie democratiche ed i suoi risultati mancano di legittimità”.

Una presa di posizione simile è stata presa congiuntamente da due esponenti di spicco del Parlamento Europeo, come il Capo del Comitato degli Affari Esteri il tedesco David McAllister membro dei popolari europei (EPP) e il Capo-Delegazione per le relazioni con i paesi del Centro America, la luxemburghese Tilly Metz, dei verdi (The Greens/EFA).

È chiaro che oltre al modello sociale portato avanti dal sandinismo, che ha conseguito risultati straordinari soprattutto se paragonato agli altri Stati Centroamericani, ed i profondi legami con Cuba e Venezuela, USA e UE temono l’infittirsi delle relazioni del paese centro-americano con la Russia e con la Cina e si apprestano ad aumentare la pressione sul Nicaragua convergendo nel volere di fatto destabilizzare il paese.

In questo clima anche la stampa italiana non completamente allineata alle visioni del governo USA e dell’establishment europeo – come “Il Fatto Quotidiano” e “Il Manifesto” – ne hanno di fatto sposato in pieno il punto di vista.

Come Rete dei Comunisti pensiamo che il Nicaragua sandinista sia un tassello fondamentale di un continente che è la “speranza per l’umanità” e non possiamo che rallegrarci per l’esito, anche se parziale, del voto che permette al paese di continuare ad affermare la propria indipendenza, la propria sovranità e proseguire nel cammino fino ad ora intrapreso.




“Il Nicaragua è pronto per resistere alle nuove aggressioni imperialiste”

Jaume Soler

Video-intervista a Jaume Soler, realizzata da Oriol Sabata per “Nueva Revolutión” e sottotitolata in italiano

Il 7 novembre, in Nicaragua si terranno le elezioni presidenziali, e si rinnoveranno anche 92 deputati dell’Assemblea Nazionale e 20 posti al Parlamento Centroamericano.

Alcune settimane dopo, il 21 novembre, si terranno anche le elezioni regionali e municipali.

Alle elezioni del 7 novembre saranno presenti circa 180 osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo, mentre l’Esercito garantirà la sicurezza del processo con l’impiego di 15 mila effettivi che vigileranno sui 4 milioni ed ottocento mila elettori che si recheranno alle urne, dove 80 mila membri della Juntas Receptoras de Votos (JRV) accompagneranno lo svolgimento del processo elettorale nei circa 3.100 seggi abilitati.

A quattro giorni dalle elezioni si è conclusa la campagna elettorale iniziata il 25 settembre.

Il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN) governa il Paese dal 2007 e Daniel Ortega cerca la sua terza elezione consecutiva ed il quinto mandato. Il divario tra il leader sandinista e l’opposizione che ha deciso di candidarsi, accentando per calcolo o per convinzione, la via elettorale e non quella golpista, sembra incolmabile.

Il Paese è stato definito dagli USA – che insieme all’Unione Europea hanno ampliato le sanzioni nei confronti di alcune sue personalità, usando strumentalmente la supposta violazione dei diritti umani,– “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Una strana minaccia, quella di un piccolo Paese in via di sviluppo di appena sei milioni e seicentomila abitanti che produce circa il 90% di cui ha bisogno in una economia di sussistenza dominata dalla piccola e media impresa.

Il Nicaragua era già stato oggetto di una pesantissima ingerenza con l’intervento dei Contras negli Anni Ottanta durante l’amministrazione Reagan.

Un intervento, quello statunitense, che non riuscì a destabilizzare militarmente il Paese dopo la conquista del potere nel 1979 e la deposizione del dittatore filo-statunitense Somoza, ma che lo logorò nei primi anni della rivoluzione sandinista e contribuì di fatto alla sconfitta del FSLN nel 1990, aprendo la strada a 16 anni di neo-liberalismo sfrenato.

Durante questi ultimi 14 anni la direzione generale del Paese è stata chiara, conseguendo notevoli risultati nel miglioramento della qualità della vita dei suoi cittadini e invertendo radicalmente le politiche intraprese dall’oligarchia statunitense, riprendendo “in pace” il cammino iniziato nel 1979, un percorso affine alle esperienze progressiste sviluppatesi nel continente.

Ma il revanchismo delle oligarchie filo-statunitensi non si affievolito in questi anni, nemmeno dopo il fallimentare tentativo golpista dell’aprile del 2018.

Non a caso, la paladina dell’opposizione Cristina Chamorro è figlia dell’ex Presidente Violeta Barrios che batté Ortega nel 1990.

Così come non sono scemati i tentativi di ingerenza USA, UE e OAS e che ora mirano alla delegittimazione preventiva del processo elettorale in corso, con la scusa dell’ “imbavagliamento” dell’opposizione che come tutta la destra latino-americana non ha mai rinunciato alle pulsioni golpiste e ha mostrato nel 2018 che grado di violenza è capace di scatenare contro il popolo nicaraguense ed i militanti sandinisti.

Ortega, dopo il 2018, ha concesso l’amnistia e tentato la strada della conciliazione, ma una parte ha deciso di voler continuare con le sue trame golpiste a destabilizzare il paese anche grazie al flusso di dollari che alimenta questi soggetti. Elementi che agitano il tema dei “diritti umani” quando gli viene legittimamente e legalmente impedito di nuocere ulteriormente al Paese svendendolo agli appetiti imperiali e tradendo la sua indipendenza.

Questo martedì il capo della diplomazia europea Josep Borrell ha dichiarato che il processo elettorale è una “farsa”, aggiungendo che anela solo a “mantenere il dittatore al Potere”.

Borrell ha fatto queste pesantissime dichiarazioni mentre si trovava a Lima per un tour in America Latina che è alla vigilia di importanti elezioni anche in Argentina, il 14 novembre, e in Cile, il 21 dello stesso mese.

Il funzionario europeo ha aggiunto che: “la situazione in Nicaragua è una delle più preoccupanti nelle Americhe al momento”.

Dello stesso tono le dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense Antony Blinken che ha accusato Ortega di avere preparato “elezioni vergognose prive di credibilità” ed ha accolto positivamente il voto unanime dei 26 paesi dell’OAS – la filo-statunitense Organizzazione degli Stati Americani – di condanna al processo elettorale e alla “repressione”.

E di pochi giorni fa la notizia che gli USA intendono ampliare le sanzioni che potrebbero riguardare non solo personalità nicaraguensi ma anche Unità delle Forze di Sicurezza del Paese e aziende governative e rivedere la partecipazione del Nicaragua al Central America Free Trade Agreement procedendo verso quel blocco con cui già cercano di strangolare Cuba ed il Venezuela.

È chiaro che oltre il modello sociale portato avanti dal sandinismo ed i profondi legami con Cuba e Venezuela, USA e UE temono l’infittirsi delle relazioni centro-americano con la Russia e con la Cina.

Ci è sembrato perciò utile come Rete dei Comunisti tradurre e sottotitolare questa breve video-intervista a Jaume Soler, realizzata da Oriol Sabata per “Nueva Revolutión” e pubblicata l’11 ottobre.

Jaume è un membro del Comité Europeo de Solidariedad con la Revolutión Popular Sandinista, e nei circa 16 minuti della densa intervista passa in rassegna le ragioni e le dinamiche dell’ingerenza imperiale di USA ed UE, le acquisizioni politico-sociali del sandinismo al governo e la posta in gioco in queste elezioni.

Rete dei Comunisti




Con Cuba nel cuore, la solidarietà è un’arma!

Il 26 agosto un aereo carico di aiuti per il Paese Socialista, raccolto da differenti soggetti e istituzioni, é partito da Malpensa.
Segno che il popolo italiano, ma non solo (visto che gli aiuti sono stati raccolti in vari Paesi) , non si è scordato del contributo che Cuba ha dato – grazie all’intervento del personale medico-infermieristico nel picco della Pandemia la primavera dell’anno scorso.
Putroppo il sensantennale blocco statunitense, non permette all’Isola di avere dispositivi medici adeguati per affrontare la pandemia e procedere nella vaccinazione, nonostante abbia prodotto da sé numerosi vaccini e sia all’avanguardia nella ricerca medica e nella tutela della salute dei propri cittadini.
Si è tenuta una piccola cerimonia in cui è intervenuto tra l’altro un compagno in rappresentanza di varie realtà che hanno contribuito a questo doveroso atto di solidarietà che abbiamo appoggiato: Cambiare Rotta, Cestes-Proteo dell’Unione Sindacale di Base, il capitolo italiano della Rete degli Intellettuali in Difesa dell’umanità e l’associazione Nuestra America.
Un atto concreto di solidarietà che abbiamo non solo sostenuto, ma co-organizzatato e reso possibile concretamente grazie alle relazioni politiche intessute da tempo con le massime istituzioni dell’Isola, a cominciare dal Partito Comunista Cubano, e riconosciuteci anche dal caloroso messaggio di ringraziamento fattoci pervenire da Ramon Labanino.
In questi mesi ed anni abbiamo sostenuto e promosso iniziative di solidarietà con Cuba, anche nei periodi più difficili in cui non erano pochi i tentativi di desolidarizzazione nei confronti della Repubblica Socialista, tra le file della sinistra, additando strumentalmentea questione della ipotetica violazione dei diriti umani.
Cuba, infatti, é sotto attacco anche con la nuova amministrazione statunitense, come dimostra il tentativo abortito di destabilizzazzione l’11 luglio.
Tentativo a cui il popolo cubano grazie alla precise indicazioni del Partito Comunista Cubano, dei Comitati di Difesa Rivoluzionaria e le organizzazioni giovanili ha risposto con forza, ponendosi in dialettica con le istanze popolari ma con un atteggiamento giustamente intransigente nei confronti di chi voleva sfruttare le condizioni di malessere provocate dal Bloqueo.
Siamo stati in prima fila a Roma e a Milano in difesa delle rappresentanze diplomatiche cubane, insieme ad altri compagni e compagne, contro i tentativi di irruzione dei fascisti cubani al soldo della Mafia di Miami, che sono stati perpetrati e respinti in varie occasioni, con determinazione.
Come hanno dimostrato i recenti successi olimpici in vari sport in cui gli atleti hanno ribadito il proprio attaccamento alla Repubblica Socialista, così come la ricerca sanitaria, nella tutela dei minori e nell’istruzione (per non citare che alcuni esempi) un modello politico-sociale alternativo è in grado di conseguire materialmente risultati che il sistema in cui viviamo stenta a raggiungere.
Essere solidali con Cuba vuol dure prima di tutto cercare di tradurre nel nostro ridotto nazionale le politiche socialiste che caratterizzano l’isola: la pianificazione economica statale, la soddisfazione dei bisogni della popolazione, la solidarietà internazionale nei confronti dei popoli che lottano per la loro sovranità ed indipendenza

RETE DEI COMUNISTI, CAMBIARE ROTTA, OSA




Hugo Chávez, l’indispensabile

di Adán Chávez Frías

Hugo Chávez, il grande “uomo d’azione e d’idee”, come lo definì il Comandante Fidel Castro, al quale si riferiva anche come il miglior amico di Cuba, è diventato, con il battito del cuore incommensurabile dei nostri Popoli, l’essenza ideologica di un progetto politico volto alla costruzione di una nazione libera, sovrana, indipendente, forgiando la maggior felicità possibile per i suoi abitanti. Senza dubbio, quando il Comandante Eterno si è assunto come parte di un intero vortice umano con quella frase: “Non sono più Chávez, sono un popolo”, stava testimoniando la sua totale dedizione alla causa dei più bisognosi. Era inevitabilmente diventato un sentimento popolare.

Per questo oggi, nel 67° anniversario della nascita del leader storico della Rivoluzione Bolivariana, è necessario parlare della nostra storia contemporanea, del tempo di quasi settant’anni fa, di quel momento in cui il cuore della terra venezuelana batteva in un luogo remoto, sconosciuto ai più: Sabaneta de Barinas, in quella nostra pianura che Chávez stesso ha descritto come uno spazio di misteri, di natura “autentica e a volte così crudele”, contro la quale donne e uomini devono lottare per domarla e sconfiggerla, ma anche per finire per essere parte di essa, della sua infinita savana. Fu lì che nacque il grande rivoluzionario di questo secolo, in un’alba d’inverno, con molta pioggia che formava stagni nelle strade. “Non c’era la luna, non c’era il gallo, era una notte buia”, diceva il Comandante Eterno nelle sue conversazioni con il compagno Ignacio Ramonet (in “Hugo Chávez. Mi primera vida: Conversaciones con Ignacio Ramonet”, Debate, 2014).

Hugo è nato il 28 luglio di quell’anno in cui, per destino, arrivavano al Pantheon Nazionale anche i resti del grande ideologo della guerra d’indipendenza, l’uomo che diede la luce della conoscenza e della ribellione al nostro Padre Liberatore Simón Bolívar, che con il passare del tempo divenne anche un ispiratore dello stesso Chávez: Simón Rodríguez.

Così gli avvenimenti della vita e della Storia hanno agito di nuovo e nel 1954 la Patria ha protetto due esseri per la posterità, in due tempi diversi ma complementari: il passato perenne, la fiamma inestinguibile rappresentata da Samuel Robinson, e il futuro appena incipiente rappresentato da un bambino che cominciava ad aprire gli occhi alla vita.

Nel mondo si stavano verificando eventi che, politicamente parlando, sarebbero stati rilevanti per la Storia dei popoli oppressi. L’assalto alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, un anno prima, da parte del Movimiento 26 de Julio guidato da Fidel Castro, segnò l’inizio di quel periodo. Il colpo di Stato contro il presidente progressista Jacobo Árbenz in Guatemala e l’imposizione delle dittature in Brasile e Paraguay nel 1954 definirono la politica imperialista per stabilire il suo dominio in America Latina e nei Caraibi attraverso i militari formati sotto gli interessi degli Stati Uniti e la sua Scuola delle Americhe. Ma fu anche l’anno della battaglia di Die Bien Phu, che segnò la vittoria del popolo vietnamita sul colonialismo francese. “Le braccia della Storia mi hanno avvolto, l’uragano della Storia mi ha risucchiato”, ha detto il comandante Chávez, riferendosi alla turbolenta scena mondiale al momento della sua nascita.

L’essere umano è fatto per misurarsi con le loro circostanze. Sono queste circostanze che formano il suo spirito e plasmano la sua personalità. Così è stato per Chávez, il bambino, la cui innata curiosità lo ha portato a fare domande in un contesto pieno di contraddizioni. Nella patria di Bolívar, centinaia di prigionieri politici riempirono le carceri del regime di Perez Jiménez, che non permetteva la libertà di pensiero politico e mandava nelle prigioni chi la pensava diversamente. Le lotte contro Pérez Jiménez portarono al suo rovesciamento, a partire dal 1958. A quel tempo, Hugo non aveva ancora quattro anni.

La speranza volava sui cieli, come un vento che portava buoni presagi per il paese, ma non era altro che una breve illusione. Ancora una volta, le classi potenti hanno manovrato e sono riuscite a mettere da parte le forze popolari e rivoluzionarie, trasformando la vittoria collettiva sulla dittatura in un patto della borghesia nazionale per rimanere al potere per sempre. Il Patto Puntofijo era la continuità del vecchio dominio capitalista, protetto da Washington. Questo è stato senza dubbio il periodo che più ha influenzato la visione del leader bolivariano.

La lotta armata, conseguenza dell’agitazione popolare contro la pseudo-democrazia, è stata un evento storico che si è riflesso non solo a Caracas, ma anche in quasi tutto l’interno del paese. Barinas era uno dei tanti spazi di guerriglia nella geografia nazionale. Le storie di Bachiller Rodríguez e Tuco Gómez erano di dominio pubblico e divennero parte dell’ideologia di Barinas. Chávez stesso racconta una visione di quei momenti della sua vita:

Ricordo di aver visto Rómulo Betancourt con un liquiliqui (abito tradizionale per gli uomini in Venezuela, ndt) bianco, che attraversava il ponte Páez, il fiume Boconó; ci hanno portato noi bambini in un camion per vedere il presidente che passava per consegnare le terre della Riforma Agraria. Se mi ricordo bene, stava andando con John Kennedy, che veniva qui, sapete, a consegnare la terra, era l’Alleanza per il Progresso. Ricordo alcuni giovani nordamericani che vennero a Sabaneta (ero un chierichetto all’epoca, sto parlando di 50 anni fa) e ci insegnarono qualche parola di inglese e distribuirono avena Quaker; era l’Alleanza per il Progresso.

Ma ricordo anche che sulle colline di San Hipólito, presso Caño e’ Raya, c’erano dei signori che si chiamavano guerriglieri… Ecco, dove uno è nato e dove è cresciuto”.

Questa visione di due opposti antagonisti, cioè la cosiddetta “democrazia” da un lato (in cui persistevano povertà, analfabetismo, mancanza di cure mediche e altre calamità), e la ribellione di un settore dall’altro (i fattori rivoluzionari), ebbe un’influenza decisiva sulla personalità di Hugo, ma anche sulla formazione della sua grande sensibilità, la sua costante preoccupazione per le ingiustizie e le disuguaglianze sociali.

In questo contesto storico, gli affetti e gli insegnamenti della sua famiglia furono decisivi nella formazione della sua spiritualità. Anche se Chávez è cresciuto sotto le cure di sua nonna Rosa Inés, l’influenza di sua madre e suo padre non fu meno importante. Entrambi insegnanti, entrambi combattenti in un mondo allora lontano e dimenticato: le pianure venezuelane.

La vita austera della famiglia ha dato fermezza a valori essenziali come l’onestà, l’umiltà, il sacrificio e l’identità con gli emarginati, e li ha fatti prevalere come esempi da seguire, indipendentemente dalle dure condizioni che abbiamo affrontato.

In uno delle sue tante memorie, il Comandante ha ricordato quando era in quarta elementare e suo padre era il suo insegnante di classe, sottolineando che pretendeva di più da lui perché era suo figlio. “Quando non avevo venti dollari, non andavo al cinema”, ha detto Chávez, riferendosi alle grande esigenze del vecchio Hugo de los Reyes.

Mamma Elena fu altrettanto influente per il futuro leader storico della Rivoluzione Bolivariana. “Si è laureata come insegnante quando aveva già messo al mondo quasi tutti noi. Ricordo che andavo a trovare mia madre in un’aula… In particolare, insegnava l’alfabetizzazione, si dedicava all’educazione degli adulti… Ho partecipato, insieme a mia madre, alla campagna di alfabetizzazione negli anni Sessanta, lei era la mia guida con un libro che si chiamava Abajo Cadenas… Così mia madre mi ha insegnato a insegnare agli altri: era una cosa bellissima”.

Ma senza dubbio, il ruolo di mamma Rosa, con le sue innumerevoli letture e lezioni, è stato decisivo nella nostra educazione. Fu lei che ci insegnò a leggere, prima che andassimo a scuola, e in questo potente legame si intrecciò una relazione che andava al di là del legame sanguigno e affettivo. La figura di nonna Rosa Inés, con i suoi racconti sull’indipendenza, la guerra federale e la lotta anti-gomecista, rappresentava la vicinanza alle prime idee emancipatrici e ribelli di quegli scolari che eravamo, quando cominciavamo a scrutare le complessità della vita.

Fu un periodo duro e allo stesso tempo magico nella misteriosa pianura la cui influenza segnò decisamente il futuro visionario e, soprattutto, l’uomo perspicace e sensibile, il creatore di sogni, il poeta Chávez:

Forse un giorno, mia cara nonna, dirigerò i miei passi verso il tuo recinto, a braccia alzate e con gioia, porrò sulla tua tomba una grande corona di allori verdi: sarebbe la mia vittoria e sarebbe la tua vittoria e quella del tuo Popolo, e quella della tua storia…”; scrive Hugo nella sua poesia a mamma Rosa.

Tutti quei primi anni dopo la sua nascita ebbero un’influenza decisiva sul pensiero dell’uomo che, prendendo le bandiere di Bolívar, Rodríguez e Zamora, intraprese la conquista del potere popolare, la costruzione di una nazione libera e di giustizia sociale.

Oggi, in circostanze complesse per il progetto bolivariano da lui promosso, i venezuelani, e altri popoli di questo continente e del mondo, commemorano un altro anno dalla sua nascita. E il modo migliore per rendergli omaggio e dimostrare il nostro amore per lui è quello di alzarsi e lottare contro le intenzioni delle potenze egemoniche imperialiste e dei loro lacchè per far sparire la sua eredità.

Tutta l’umanità sta subendo i terribili colpi della crisi mondiale e della pandemia Covid-19, che rende ancora più precaria la situazione degli abitanti del pianeta. È una verità innegabile che il sistema capitalista neoliberale e selvaggio non è stato in grado, con tutte le sue risorse, di controllare l’emergenza sanitaria, e il suo vero volto è sempre più chiaro.

È anche una verità innegabile che la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di pochi, a scapito di un numero crescente di lavoratori e persone che vivono in povertà. Chávez ha detto nel 2012: “L’umanità è sull’orlo di una catastrofe inimmaginabile”, sottolineando l’urgente necessità di porre fine al capitalismo predatorio.

Così, elevare il suo pensiero al livello di una bandiera per difendere i nostri ideali di sovranità deve essere il compito che ogni rivoluzionario deve fare come priorità, se desideriamo il sogno che lui ha lasciato incompiuto. È impossibile avanzare nella battaglia contro i nemici della nostra Patria se non assumiamo l’ideologia del Comandante Chávez come nostra guida rivoluzionaria. Grazie a lui stiamo costruendo una vera Indipendenza.

Un anno in più, caro Hugo! Permetteci di riprendere il sempreverde verso di Bertold Bretch per dirti ancora una volta: “ci sono quelli che combattono tutta la vita, quelli sono gli indispensabili!”.

Sempre insieme, fratello, compagno!