POLITICIZZAZIONE E MILITARIZZAZIONE DELLO SCONTRO TRA I NUOVI BLOCCHI

Politicizzazione e militarizzazione del conflitto internazionale

1) L’acutizzazione della competizione globale e il riaffacciarsi della guerra come punto di rottura nelle relazioni internazionali, sposta in avanti il terreno della competizione stessa. Fino ad oggi prevalentemente economica e monetaria, la competizione ha assunto anche un carattere politico, ideologico e potenzialmente militare.

Nel contesto della crisi sistemica del capitalismo, le tendenze disgreganti e conflittuali all’interno del blocco occidentale, rimangono comunque latenti, sia sul piano dei rapporti inter-statali, sia sul piano della stessa coesione statale. Gli USA rischiano, se non riescono ad esportare la guerra, di ritrovarsela in casa: la guerra civile, di cui abbiamo assistito ad una farsa all’atto dell’elezione di Biden, può ripresentarsi come tragedia di una giacenza invenduta.
L’UE rischia che la guerra, imposta e gestita dagli USA, annichilisca le sue aspirazioni a costituirsi come polo imperialista, e ne ha comunque minato il desiderio di realizzare l’auspicata “autonomia strategica” sul piano militare, per quando fosse stata concepita ab origine come complementare e non antitetica all’Alleanza Atlantica.
“Vincere o morire”, per gli imperialismi occidentali, non è pura retorica, ma una angosciosa realtà considerato che il loro motore economico sembra “in panne” e l’iper-competività con i soggetti emergenti del nuovo mondo multipolare che la insidiano anche in settori dove fino a poco tempo fa godevano di un indiscutibile primato.

L’imperialismo delle virtù

Il blocco dei paesi capitalisti occidentali sta affrontando lo scontro con la Russia, la Cina e i paesi ritenuti “rogue states” anche sul piano della contrapposizione ideologica: progetto liberale contro dispotismo asiatico, democrazie contro autocrazie.

Il blocco euro-atlantico dal punto di vista della “narrazione di sé” è senz’altro più omogeneo, e può contare su una strumentazione ideologica che ha le sue radici più recenti nello scontro maturato sin dalla “Guerra Fredda”, da cui è uscito vincitore rispetto al suo antagonista sovietico. Una vittoria che si è tradotta anche, per circa un trentennio, nell’intensificarsi di logiche brutalmente neoliberiste in America Latina e neo-coloniali per quei paesi africani che, dopo l’acquisizione della propria indipendenza formale, avevano avviato un difficile progetto di sganciamento dalle potenze coloniali occidentali.

Ma proprio nella quasi totalità dell’America Latina ed in buona parte dell’Africa, si è di nuovo invertita la rotta, con una seconda ondata di governi progressisti che domina la geografia politica di Nuestra América ed l’inizio di un secondo processo di de-colonizzazione in una parte non proprio irrilevante dell’Africa.

Discorso a parte va fatto per il gigante indiano che Washington cerca di cooptare nelle sue strategie contro il blocco euro-asiatico con il QUAD, ma deve fare i conti con una storica relazione del paese con la Russia, e prima ancora con l’URSS, il “rinculo” della fuga degli Stati Uniti dall’Afghanistan (visto il precedente deleterio allineamento di Nuova Delhi alla strategia statunitense nel Paese Asiatico), la performance economica cinese. Non da ultimo un movimento operaio e contadino, per larga parte egemonizzato dalle svariate formazioni marxiste, che sta con il fiato sul collo alle scelte del para-fascista Modi e soci, in un contesto dove il portato della lotta anti-coloniale contro il dominio dell’impero britannico appartiene al senso comune delle classi subalterne e della cultura politica in genere.

Sul piano dell’identità l’Occidente si gioca una partita importante, ed ha necessità del superamento di qualsiasi visione del mondo al suo interno che metta in discussione questa principale comunanza di interessi, e che produca fratture narrative nella coesione identitaria anche alla luce degli svariati processi di delegittimazione dell’intero corpo delle sue élite.

Un processo che ha assunto vari profili e che in sostanza esprime una sostanziale sfiducia nelle classi dominanti da parte dei ceti subalterni, senza che si siano prodotti però episodi di rottura in grado di consolidarsi.

Nonostante questo va ricordato che si stanno esprimendo notevoli movimenti di massa contro – come in Francia ed in Gran Bretagna – contro le scelte dei rispettivi esecutivi, ed una abbastanza netta divaricazione tra le scelte belliciste dei governi – in Germania od in Italia – ed un opinione pubblica contraria all’avventurismo guerrafondaio delle proprie classi dirigenti. La fine dell’egemonia culturale delle élite occidentali ha generato un “brodo culturale” in cui la scarsa autonomia di pensiero delle classi subalterne è un riflesso, ed allo stesso tempo una causa, della sua scarsa capacità di azione autonoma, non privo di pericolosi processi regressivi. Un vuoto che in alcuni contesti sembra tornare ad essere colmato dal riaffacciarsi dell’azione collettiva organizzata da parte del movimentino sindacale e dalla sinistra “radicale”, o meno, che la sostiene o dal dovere fare i conti con la realtà attraverso quello che comporta l’escalation bellica.

Nella creazione dell’identità Europa targata UE, l’anti-comunismo è un tratto essenziale costitutivo e quasi ossessivo, teso a bloccare sul nascere ogni “visione del mondo” alternativa che si richiami anche vagamente al marxismo e che non può che produrre un substrato culturale regressivo tipico delle fasi di crisi sistemica e generale perdita di punti di riferimento. Su questo non ci sono poi così tante differenze tra l’ideologia sfornata dalla Ue, quella che anima le file dei trumpiani di MEGA, lo zoccolo duro dei bolsonaristi e della destra latino-americana, i nazionalisti indù al governo in India, o le élite filo-occidentali in Corea del Sud ed in Giappone.

Per questo le classi dominanti occidentali ed i loro apparati ideologici stanno facendo un lavoro in profondità su questo aspetto “sovra-strutturale”, chiudendo quegli spazi di dissenso fin qui grossomodo tollerati all’interno della dialettica democratica in tutte le sfere, portando a compimento quel processo di dis-accoppiamento tra “democrazia” e “neo-liberismo” – in una torsione autoritaria funzionale alla tenuta del proprio “fronte interno” – che militarizza le relazioni sociali, cristallizza i rapporti di produzione e irrigidisce i rapporti di potere.

Rimangono e agiscono comunque nella “iper-competizione” interessi economici contrapposti che rischiano di incrinare l’illusoria comunità d’intenti tra i competitors occidentali – come quelli tra USA e UE – e soprattutto interessi antagonistici di classe che possono mettere in discussione le idee dominanti ed in generale il castello di menzogne prodotte dagli apparati ideologici al loro servizio.

Un caso della difficile ricomposizione di interessi economici contrapposti è senz’altro la questione dei “dazi” statunitensi promossi da Trump e mantenuti da Biden su una serie di prodotti europei (acciaio e alluminio), e la politica protezionistica messa in atto grazie all’IRA (Inflation Reduction Act) che finanzia la transizione energetica nord-americana attraverso l’incentivo all’acquisto dell’automotive made in USA (ma anche Canada e in Messico), a discapito degli altri prodotti. Un manovra superiore ai 300 miliardi di dollari, 369 miliardi di dollari per l’esattezza, a cui con grandi difficoltà l’UE sta cercando di rispondere.

Sul futuro dell’automotive si apre una partita importante, ed una ridefinizione delle gerarchie industriali del settore, giocata a quattro tra USA, Cina, Giappone e naturalmente UE. l’Unione rischia di fare il “vaso di coccio” in mezzo ai “vasi di ferro” per una serie di questioni: i costi sociali per la pensante ristrutturazione del settore che porta con sé con l’abbandono dell’endotermico entro il 2035, la scarsa disponibilità di “materie rare” utili per il settore, la produzione di micro-chip, e come vedremo il ritardo nel capacità di lancio dei satelliti funzionali per l’auto del futuro.

L’altro aspetto eclatante della difficile “ricomposizione” di interessi economici contrapposti è senz’altro la questione energetica.

USA e Norvegia sono i paesi che hanno più beneficiato della sofferta politica di interruzione di fornitura di petrolio e di gas da parte della Russia, vendendo a prezzi tutt’altro che calmierati e “di favore” gli idrocarburi agli Stati Europei, con il paradosso tra l’altro di finanziare la propria transizione ecologica con i super-profitti generati da questo processo di erogazione indotta, e di speculazione sui prezzi.

Per ciò che concerne gli interessi antagonistici di classe, le condizioni oggettive date dalla tendenza alla guerra e alla speculazione mercantile, hanno prodotto un immiserimento crescente che ha contribuito allo sviluppo di scioperi e mobilitazioni in tutto l’Occidente, ed un nuovo protagonismo del movimento sindacale dagli USA passando per l’Europa giungendo fino alla Corea del Sud.

I componenti del blocco “antagonista” all’Occidente, non avendo più il carattere ideologico del socialismo, vengono sintetizzati come autocrazie (la Jungla teorizzata da Borrell in antagonismo al “giardino” della civilizzazione occidentale), nonostante siano loro stesse economie di tipo capitalista, con regimi politici o religiosi anche diversi tra loro. Hanno quindi identità “non sintetizzabili”. La dinamica di formazione del blocco euro-asiatico spinge questi paesi – all’interno di varie cornici – ad una sempre più serrata cooperazione economica (senza che ovviamente si esaurisca la competizione) e ad una più ampia collaborazione militare, anche se non vi è all’orizzonte il corrispettivo di una NATO euro-asiatica o una riedizione del Patto di Varsavia. Certamente le manovre congiunte tra Cina e Russia e “paesi terzi” anche di una certa grandezza in differenti quadranti impensieriscono non poco l’Occidente.

L’ultima in ordine di tempo è l’esercitazione militare navale congiunta che condotta sulle coste del Sud Africa da forze sud-africane, cinesi e russe tra il 17 ed il 27 febbraio che prevede la partecipazione di una nave armata con missili Cruise supersonici.

Le relazioni tra i paesi competitori al blocco euro-atlantico sono marcate da una politica di “non interferenza” nelle questioni politiche interne, approccio che tende a cementificare gli assetti politici interni anche in presenza di poderose contraddizioni.

Questo segna una sostanziale differenza con l’Occidente, che usa invece e strumentalmente la questione dei “diritti umani” e del “diritto di autodeterminazione” dei popoli – parte integrante della propria presupposta superiorità sul piano narrativo – come strumento principale di ingerenza esterna negli affari interni di questi paesi: la questione del Tibet, dello Xinjiang, Honk Kong e ora soprattutto di Taiwan per ciò che riguarda la Cina; la “polveriera” caucasica, la questione georgiana, ed in generale la questione delle “minoranze” mussulmane (come i Tatari di Crimea) rispetto alla Russia, i diritti delle donne rispetto all’Iran.

Per ciò che riguarda la Russia il progetto di “disintegrazione” della Federazione Russa è stato messo nero su bianco in una formale rappresentazione plastica da parte dei suoi accaniti sostenitori (Polonia, Paesi Baltici e Gran Bretagna, oltre all’Ucraina) che parteggiano per una frammentazione a tratti surreali che fa bene intendere quanto alcune élite soffino sul fuoco riproducendo la logica tra “Stati disgreganti” e “Stati disgregati” di cui ne hanno già fatto le spese la Jugoslavia, l’Iraq, la Libia ed in parte la Siria.

Questo “doppio standard” delle potenze occidentali sui diritti umani rischia di trasformarsi però in un boomerang, agli occhi anche dell’opinione pubblica occidentale, quando non riserva gli stessi strali nei confronti di alleati o di paesi che non vuole inimicarsi: le morti dei palestinesi uccisi dall’occupante sionista che nel 2022 hanno raggiunto i numeri della Seconda Intifada (almeno 220 e 9.500 feriti), le vittime del conflitto yemenita “dimenticato” di cui l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti portano le maggiori responsabilità, la continua strage dei migranti in Mare, l’ultimo dei quali il naufragio avvenuto a largo delle acque di Crotone, solo per fare due esempi.

Appare chiaro che il volano dell’asse euro-asiatico (e dei suoi satelliti) sia la crescita economica, sia in termini di possedimenti di materie prime, specie in quei prodotti tecnologici della fascia alta della catena del valore di cui soprattutto la Cina sta affermando la sua posizione di potenziale leader, sia per i margini di crescita dei mercati non saturi, con una “classe media” che potrebbe relativamente ascendere rispetto al contemporaneo impoverimento delle classi medie occidentali, od una maggiore ridistribuzione della ricchezza.

Il collante di questo asse è un orizzonte multicentrico verso una cooperazione multipolare che si oppone all’egemonia declinante dell’Occidente sia sul piano militare, che economico-finanziario, che “culturale”. A quest’asse cominciano a guardare come sponda importanti poli continentali – come quello latino-americano e porzioni non secondarie dell’Africa e del Medio-Oriente, od i Paesi della periferia della UE che ne vorrebbero rompere la gabbia – riprendendo lo “spirito di Bandung” (anche se non siamo a quei livelli), e prendere probabilmente degli spunti del modello di integrazione economica del Comecon in alcune delle sue acquisizioni, specie in quegli Stati che hanno in mano gli strumenti macro-economici di pianificazione strategica.

Nei decenni precedenti, ed in particolare dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti e gli stati europei non potendo più agganciarsi alla contrapposizione ideologica tra capitalismo e socialismo, avevano costruito l’ideologia dello scontro sulla “Guerra di Civiltà” di Huntigton, dopo aver partorito quella della “fine della storia”. La contrapposizione parossistica contro il mondo islamico aveva sostituito l’anticomunismo della Guerra Fredda. Ma questo impianto è andato in crisi sotto gli occhi del mondo con la ritirata di Usa e Nato dall’Afghanistan e dai disastri combinati dall’Occidente in Iraq ed in Siria con l’Isis, e le conseguenze in Africa dove le filiazioni dei due principali network jihadisti (Al Qaeda e ISIS/Daesh) minacciano anche interessi occidentali fondamentali come in Nigeria od in Mozambico.

Un nuovo “Spirito di Bandoung” per i paesi emergenti?

2) La tendenziale divisione del mondo multipolare intorno a due grandi blocchi – quello euroatlantico e quello euroasiatico – vede crescere questa esigenza di dotarsi di una identità che possa legarli all’interno ancora di più.

Ma se il blocco euroatlantico (più i paesi collegati come Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda) può riconoscersi nella comune identità liberale, il nuovo ed eterogeneo blocco eurasiatico non ha questa omogeneità interna. C’è solo, per ora, la comune esigenza di sganciamento dal dollaro nelle transazioni internazionali, la spinta ad una maggiore indipendenza dagli Usa e dalla Ue e la cooperazione economica. Da questo punto di vista l’aggregazione intorno ai Brics (che sta crescendo vistosamente) è ancora più arretrata di quanto fosse lo spirito di Bandoung dei paesi non allineati e che è stato richiamato esplicitamente dai cinesi nei commenti al recente vertice del G20 in Indonesia. L’unità nel riconoscimento delle differenze dello spirito di Bandoung rappresenta il primo step di un possibile modello comune per i paesi emergenti. Del resto la rinuncia della Cina all’aperta ingerenza nelle dinamiche interne dei paesi con cui ha relazioni economiche, da un lato è il suo punto di forza, dall’altra però è una rinuncia a svolgere un ruolo egemonico, almeno sul piano ideologico e politico: si pensi alle evoluzioni politiche in Pakistan, Sri Lanka e Filippine dove la Repubblica Popolare ha forti interessi legati in particolare, ma non esclusivamente, al progetto della Nuova Via della Seta.

La COP 27 in Egitto – ed i vari summit internazionali che si sono succeduti fino al recente G20 in India – ha dimostrato che le richieste di una parte tutt’altro che piccola del SUD del mondo non sono più, almeno formalmente, aggirabili, e che l’Occidente quantomeno non può difendere il suo “giardino” senza fare i conti con le richieste della “giungla” che tra l’altro si ritrova dentro casa come parte assolutamente rilevante della propria popolazione, vista la composizione multinazionale della classe operaia occidentale. La Contrapposizione tra Nord e Sud del mondo rimane un motore importante dello sviluppo storico, considerando che il modello occidentale anche in questo trentennio è stato in continuità con la politica neo-colonialista precedente.

Questo “fallimento” nel legare ancora a sé non solo le élite corrotte a cui l’Occidente si è appoggiato ma ampi strati sociali a causa degli effetti a tutti i livelli di quel modello di sviluppo, si sta risolvendo in processi che sganciano sempre più Paesi in America Latina come in Africa, ma non solo, dalla tutela occidentale ed in generale di un rapporto privilegiato con l’Occidente, e che cominciano a guardare (anche dal punto di vista della cooperazione militare) alla Russia ed alla Cina.

La pandemia non ha fatto che accelerare questo processo con una sostanziale indifferenza occidentale per ciò che concerne la salute di miliardi di abitanti. É chiaro che la “contro-offensiva” che l’occidente sta tramando deve impedire di trovare in quello che aveva considerato il suo “giardino di casa” il punto di caduta della propria egemonia che ne accelera irreversibilmente il declino.

Le faglie dello scontro tra i nuovi blocchi

3) L’accelerazione del riarmo e dello scontro militare tra i blocchi, rende meno stringente il primato delle relazioni economiche e commerciali tra i diversi blocchi e riporta in primo piano la primàzia della politica e della geopolitica. Come dimostra il caso ucraino, ma era una tendenza già visibile da qualche anno, la guerra si è “ri-convenzionalizzata” riassumendo un maggiore profilo di conflitto simmetrico tra potenze – in questo caso NATO vs Russia – , e non più solo il profilo della “guerra asimmetrica” o della proxy war per come si era manifestata dalla prima Guerra del Golfo in Iraq al recente conflitto yemenita.

I vantaggi delle relazioni economiche precedenti vengono sacrificati alle esigenze dello scontro politico, militare ed ideologico. La vicenda della rottura delle forniture del gas russo all’Europa o l’ostracismo verso le relazioni economiche con la Cina è indicativa.

É chiaro che tale processo non è né lineare né indolore visto gli intrecci dell’economia-mondo maturati in 30 anni di globalizzazione neo-liberista in cui sia la de-connessione dell’asse euro-asiatico dai circuiti finanziari e commerciali egemonizzati dal Dollaro attualmente in corso non è assolutamente immediato, e dove lo sganciamento dalle filiere produttive e dal mercato cinese per ciò che concerne l’Occidente non è immediatamente fattibile, si pensi alla Germania.

Come ha affermato Marie Care, giornalista di Le Monde, in un intervento scritto dopo il recente summit di Davos: «In verità, è soprattutto il dubbio che angoscia oggigiorno l’élite economica. Un modello muore. Quello successivo non è ancora emerso, e la transizione – quella che implica di ricostruire delle fabbriche da noi, di finanziare l’adeguamento al disordine climatico e sostenere i redditi più bassi – sarà costosa. Suscita la stessa perplessità anche di fronte alle contraddizioni in parte irrisolvibili nelle quali siamo immersi, tanto a livello individuale che ha livello collettivo».

Nel tendenziale aumento dello scontro politico e militare, senza che vi sia una cornice diplomatica in grado di fungere da “camera di raffreddamento” delle tensioni internazionali, di fronte alla conferma che il terreno della guerra nucleare sia ritenuto impraticabile da tutti i blocchi in competizione – come ha mostrato il caso dei missili caduti sul suolo polacco – il clash tra i due blocchi vede delinearsi almeno tre faglie principali:

a) Il Pacifico. É la prima e principale linea di faglia. Non è secondario ricordare che l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale è stata determinata dalla competizione con il Giappone Imperiale in guerra con la Cina, dove le Filippine non erano uno Stato indipendente ma un territorio statunitense ed il Giappone occupava stabilmente una parte del territorio cinese – tra cui la Manciuria – la Penisola Coreana e Taiwan. E proprio Formosa è per la sua collocazione strategica ed il suo ruolo di leader nella fondamentale industria dei micro-processori, da un lato un irrinunciabile avamposto statunitense e dall’altro territorio che la Repubblica Popolare deve ricongiungere alla terra ferma, in una maniera o nell’altra. Come ha mostrato la questione intorno alle Isole di Solomone, o l’indipendenza della Nuova Caledonia, ma lo stesso esito delle elezioni a Taiwan, ogni territorio affiorante nell’acqua nell’Indo-Pacifico – nozione strategica coniata dall’ex premier nazionalista nipponico Abe – ogni possibile “cambiamento” di collocazione di una realtà statuale di questo quadrante fa andare in veloce fibrillazione le cancellerie. In questo contesto oltre Taiwan, l’altra principale linea di faglia è la Penisola Coreana. Il lancio, nel novembre scorso, da parte di Pyongyang di quello che potrebbe essere una nuova versione dell’Hwasong-17 che secondo il ministro della Difesa giapponese avrebbe potuto percorrere anche 15 mila chilometri e colpire quasi ovunque sul suolo statunitense. Non possiamo dire con certezza se si tratti di una pericolo più percepito che reale, ma è chiaro che potendo trasportare tre o quattro testate nucleari, potrebbe costituire un totale stravolgimento degli assunti su cui si fonda l’equilibrio militare in Asia. Come si sa la Guerra di Corea (1950-1953) è stata il primo conflitto della Guerra Fredda che ha assunto un profilo internazionale, ed una pace non è mai stata firmata congelando, ma non risolvendo la crisi sul 38° Parallelo. In Corea del Sud stazionano 28.500 militari statunitensi e circa 50 mila sono in Giappone. L’attuale configurazione politica della Corea del Sud, visto chi ha assunto la presidenza del Paese, e la politica estera nipponica che va verso una militarizzazione crescente (al summit della NATO a Madrid per la prima volta il Giappone era presente) rendono la questione coreana di stringente attualità, considerata l’assertività della Corea de Nord e le reiterate esercitazioni congiunte tra USA e Corea del Nord che Pyongyang reputa semplicemente “provocazioni” a cui rispondere. Un ulteriore motivo di preoccupazione è la propensione che sta crescendo nei circoli di potere a Seul quanto a Tokyo di avviare un percorso nucleare che è abbastanza scontato convertire per fini bellici. Sebbene il suo predecessore abbia cercato di allontanarsi dalla potenza atomica, l’attuale leader coreano, Yoon Sul Yoel, ha ribadito a metà gennaio, mentre era in visita negli EAU dove stanno costruendo una centrale nucleare, che la strategia di raggiungere la neutralità carbone nel 2050 si basa in parte sul “ritorno al nucleare”. L’attuale primo ministro giapponese Fumio Kishida, preme affinché vengono riattivate 17 centrali nucleari, a dieci anni dal disastro di Fukushima, ed installati reattori di nuova generazione, per raggiungere l’obiettivo nel 2030, di disporre di un terzo dell’energia elettrica da fonti nucleari, era un terzo prima del triplo meltdown di Fukushima, e nel 2020 era meno del 5%. Dieci reattori sono stati riaccesosi sui trenta dopo la catastrofe. Appare interessante notare come tale scelta abbia avuto il sostegno di Faith Birol, il capo della IEA – l’Agenzia Internazionale dell’Energia – per cui un ritorno al nucleare del Giappone – uno dei più grandi consumatori di gas naturale liquefatto LNG – libererebbe più LNG e aiuterebbe le forniture di energia all’Europa. L’indo-Pacifico è quindi un terreno di contesa dove la sfera di influenza statunitense si scontra con le esigenze cinesi, senza che fino ad ora siano mutati sostanzialmente gli equilibri. L’esposizione degli scenari dei “war games” compiuti da Washington sulla questione di Formosa, escludendo l’opzione nucleare, mettono in luce l’alto potenziale di “distruzione reciproca” che ne sconsiglierebbe ai due attori l’escalation. A rendere ancora più complessa la partita che si gioca nel Pacifico ci sono le dispute territoriali irrisolte che scaldano il clima geo-politico: le isole Curili tra Federazione Russa e Giappone e le isole Senkaku tra quest’ultima e Pechino, oltre a quelle tra Filippine e Cina, ultimamente ritornate al centro delle cronache. In un recente intervento pubblicato sul Sole 24 Ore del 24 gennaio, Yuriko Koike, governatrice di Tokyo, ex ministra della Difesa, e consigliere per la sicurezza nazionale, ha affermato: «la vera domanda che devono farsi i leader locali è, quindi, se la regione sia in grado di creare una struttura di pace volta ad impedire che ambizioni e ostilità nazionali possano generare in una guerra aperta. Molto dipenderà se le potenze democratiche che ne fanno parte – Australia, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti riusciranno a instaurare la fiducia strategica necessaria per far sì che un potenziale “disturbatore di pace” ci pensi due volte prima di dare inizio alle ostilità». Si tratterebbe di creare in sostanza una “cornice di sicurezza” complementare alla NATO, in cui l’India dovrebbe di fatto recidere i propri legami storici con la Russia – «la vecchia dipendenza del Paese dalla Russia ormai la sta spingendo verso il lato sbagliato della storia e aumentando la sua esposizione all’aggressività cinese» sostiene la Koike – ed in cui il Giappone e la Corea del Sud che stanno dando un contributo piuttosto rilevante nel conflitto ucraino – fornendo sia armi sia analisi di intelligence in tempo reale – risolvano le loro dispute pregresse.

b) Il Baltico e Artico. Con la possibile adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, il Mar Baltico rischia di diventare un Lago della NATO proiettando verso l’Artico la riedizione del cordone sanitario anti-russo dal Baltico al Mar Nero, quell’Intermarium elaborato della geo-politica polacca tra le due guerre. L’ex Leningrado verrebbe pesantemente comunque messa sotto pressione, subendo una sorta di “assedio permanente”. Gli Stati Baltici, e la Polonia, in questi anni si sono posti come le principali teste di ponte della NATO nella regione, e l’escalation in Ucraina da febbraio di quest’anno conferma questa tendenza, con Varsavia che procede ad un armamento crescente ed un ampliamento della presenza militare statunitense. Ora la linea di frizione tra NATO e Russia si sposterebbe più a Nord ed aumenterebbe di non poco la sua estensione considerata tra l’altro la lunghezza del confine russo-finlandese e l’estensione del bacino Baltico e l’importanza (in prospettiva) delle sue rotte di navigazione artiche. In questo contesto non è secondario ricordare che non è affatto scontato l’allineamento della totalità dell’opinione pubblica dei due paesi alla tendenza belliciste di una parte rilevante dell’Alleanza Atlantica. É chiaro che l’enclave di Kaliningrad e tutto il “fronte orientale” della NATO, soprattutto in caso si protragga il conflitto ucraino e ci sia ancora un maggiore coinvolgimento occidentale per ciò che concerne l’invio di armi, l’addestramento di truppe, e l’ampliamento dei presidi militari e dell’installazioni balistiche sarà una linea di faglia centrale. Particolarmente importante è la contesa dell’Artico, diventato sempre più oggetto del contendere e non solo zona di contesa – principalmente tra Russia – su cui si affaccia la maggior parte del territorio della Federazione – e gli Stati Uniti, e la militarizzazione che ne è conseguita. Il mare di Barens è teatro da tempo di sempre più massicce manovre militari. La Trident Juncture, del novembre 2018, è stata la più massiccia esercitazione artica dal crollo dell’URSS: 50 mila uomini, 27 Paesi Nato coinvolti, 65 navi, 250 aerei. Da notare che Svezia e Finlandia furono per la prima volta della partita, segno evidente di come l’escalation ucraina dello scorso febbraio ha solo accelerato un processo in corso da tempo. Contemporaneamente i russi hanno simulato un’azione offensiva testando i missili nel Mare di Barents, mai così a ridosso dal confine marittimo norvegese. Paul Zukunft, ex capo della US Coast Guard, in una audizione al Senato aveva detto che il mare di Barents ha molte possibilità di trasformarsi in uno scenario di conflitto. Se il mondo fosse un frutto con 18 spicchi convergenti al Polo Nord, alla Russia ne spetterebbero otto, e uno solo agli Stati Uniti con l’Alaska. Sono russe il 52% delle coste si affacciano sull’Oceano Polare, mentre il 20% del territorio russo si trova oltre il Circolo Polare Artico, popolato “solo” da 2 milioni di persone. L’Artico ha storicamente una importanza strategica per la Russia (ora aumentata), in quanto deve una buona parte delle sue risorse energetiche al suo fianco settentrionale, i cui introiti rendono possibili le spese militari della Federazione. Ma oltre alle rotte che si “aprono” della cosiddetta Northen Sea Route (NSR), e gli idrocarburi, l’Artico è importante per la riserva di minerali e di cibo: particolare non trascurabile né per i russi, né per i cinesi. L’Accademia delle Scienze di Mosca ha quantificato in 30 trilioni di dollari il valore delle ricchezze minerarie e geo-strategiche potenziali nell’Artico russo, includendo le ricadute economiche dallo sviluppo della NSR. Il 31 luglio dell’anno scorso, a San Pietroburgo, Putin ha aggiornato la dottrina navale: ha dichiarato che il primo obiettivo della Marina russa è quello d’impedire agli Stati Uniti il dominio dei mari e in particolare: «la loro volontà d’ostacolare i nostri interessi sull’Artico». Ha annunciato un ulteriore potenziamento della Flotta del Nord e dichiarato l’Artico: «area di responsabilità primaria». Negli ultimi anni si sono alternate, da parte russa e da parte NATO, manovre sempre più massicce e complesse che tendono a ridefinire gli assetti. Con una battuta potremmo dire che in questo quadrante geo-politico “non c’è la guerra, ma nemmeno la pace”.

c) Lo Spazio. Lo spazio è divenuto sempre di più un terreno di competizione, in cui una parte importante della “corsa allo spazio” è data dalla maturazione di capacità autonome di proiezione aereo-spaziale – le cui acquisizioni tecnologiche sono strategiche per lo sviluppo produttivo di “fascia alta” dei singoli paesi e blocchi – e di occupazione della sfera celeste da propri satelliti, fondamentali per l’intelligence militare così come per il dominio della sfera di comunicazione: 808 satelliti lanciati nell’ultimo trimestre del 2022, di cui l’87% dedicato alla comunicazione.

I satelliti sono divenuti fondamentali per l’intelligence militare – come ha dimostrato l’attuale conflitto Ucraino – così come per il dominio della sfera di comunicazione, ed a cascata di tutta l’economia anche degli oggetti che diventeranno più comuni come l’auto elettrica. Non bisogna pensare infatti che il tema per le batterie per automobili – di fatto al centro della competizione dell’automotive – sia slegato dall’industria spaziale perché questi componenti sono fondamentali per le autovetture così come per i satelliti.

Nel primo semestre del 2022, sono stati lanciati 1.002 satelliti e sono ormai 80 i paesi che hanno spedito almeno un loro satellite in orbita bassa, alcuni come i cubsat, della dimensione di una scatola di scarpe, sono sempre più economici. Per avere una idea dell’accelerazione di questo fenomeno bisogna andare un po’ indietro nel tempo, pensando che entro questo decennio sarà lanciato in orbita intorno al nostro pianeta un numero di satelliti smisuratamente superiore a tutti quelli lanciati nell’ultimo mezzo secolo. Dal 1957 al 2018 il numero di oggetti messi in orbita ogni hanno non ha mai superato le 200 unità, ma dal 2019 è schizzato a 1600 unità con una crescita esponenziale che non pare arrestarsi.

Nel dettaglio, tra il 2018 ed il 2022 i lanci dei micro-satelliti sono stati 5.966 – di cui il 70% tramite Falcon 9 di Space X ed il 10% di Soyuz 2.1a/b – 2.303 nel solo 2022.

La SpaceX punta a lanciare 42.000 satelliti entro il 2030, Amazon 3400 nei prossimi cinque anni con il programma Kuiper, il governo cinese 13.000 entro il 2030 con il progetto Guowang, e anche la Commissione Europea ne vuole lanciare diverse centinaia per la fine del decennio. In questa sfera, cioè l’aereo-spazio, l’eredità dell’industria aereo-spaziale sovietica nella Russia attuale (che nel 2019 era il Paese a spendere di più nello spazio in termini di percentuali del PIL con lo 0,20% al pari degli USA) ed il livello di sviluppo (e di investimenti) da parte della Cina, impensieriscono senz’altro Washington che ha scelto un rilancio complessivo del settore attraverso l’intreccio di pubblico (La NASA in primis) e attori privati (Musk e Bezos, ma non solo). Completa il quadro dei big l’India, diciamo in quarta posizione, e l’UE.

L’UE sta cercando di trovare la quadra per incrementare gli investimenti pluriennali e sviluppare il complesso spaziale partendo dai vari campioni nazionali in un processo di integrazione non certo lineare, in cui anche l’Italia gioca la sua partita. Il livello di investimenti della UE rispetto a quelli statunitensi e cinesi, è notevolmente inferiore: i 18 miliardi di euro in tre anni messi in campo per i prossimi 3 anni dalla Agenzia Spaziale Europea (27 paesi) sono solo 1/3 rispetto a quelli messi dalla NASA.

Ma il gap della UE nel settore è evidente anche per altri fattori che lo penalizzano: la UE non è autonoma all’accesso allo spazio ed i razzi vettori di produzione europea sono al palo – incrementando la dipendenza dal settore privato statunitense (Space X) dopo aver tagliato i ponti con la Russia e la mancanza di spazio-porti.

Anche l’Unione Europea sembra andare verso un modello nord-americano, con l’attuale capo dell’ESA – Josef Aschenbach – che mira a esternalizzare l’innovazione al settore privato attraverso l’adozione di un modello stile Nasa, in cui ESA acquista servizi definiti invece di gestire lo sviluppo di sistemi che vengono poi commercializzati dal settore privato.

Anche nello spazio in particolare sulla Luna e poi su Marte uno delle ragioni della contesa è lo sfruttamento, delle Terre Rare, oltre al domino celeste in cui prevale una sorta di “Far West” senza alcuna regola.

Vale la pena ricordare due successi recenti della Cina: un lander che è arrivato sulla faccia nascosta della Luna, e ancor più notevole, uno che è arrivato su Marte, perfettamente al primo tentativo.

La New Space Economy muove dal presupposto che è la nuova corsa allo spazio che cambierà la terra, cioè gli equilibri geo-politici e la geografia degli oligopoli economici finanziari che domineranno diversi settori, a cominciare dalla Spazio. Forse è nella sfera celeste che si gioca la partita più importante tra il capitalismo occidentale ed i maggiori attori del mondo multipolare ed è un settore in notevole espansione: un rapporto di Klecha & co dello scorso novembre prevedeva che si sarebbe attestato per il 2023 a 400 miliardi di dollari globalmente, mille entro il 2040.

Alcune Corporation private si affiancano ai governi nella corsa allo spazio, talora persino sopravanzandoli, e questo meccanismo seppure con un forte controllo da parte del settore militare avviene anche in Cina, dove però è il settore privato che è funzionale a quello pubblico. E sono sempre le stesse poche società che, in Occidente, dominano il mondo digitale, estendendo il loro business all’e-commerce, nei trasporti, nella logistica globale e persino in ambito sanitario, per non citarne che alcuni.

Per certi versi si potrebbe “riscrivere” circa 100 anni dopo L’imperialismo di Lenin sostituendo il settore estrattivo, la siderurgia e le ferrovie con gli attuali attori economici che cercano di dominare differenti settori in primis la filiera dello spazio, e che sono innanzitutto potenze finanziarie, sostituendo i nomi dei grandi magnati di allora con quelli di Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, Mari Zuckerberg, Peter Thiel e delle aziende che fanno capo a loro.

Il loro mantra della “disruptive innovation” vuol dire in realtà creare ad hoc in modalità monopolistica, uno spazio di mercato esclusivo per le loro società, arrivando ad orientare enti regolatori e decisori politici, di fatto comprandoseli “ad occidente” con una forma aggressiva di lobbyng per agire incontrastati, e cercando di imporre il “grado zero” di tutela degli interessi dei lavoratori.

Il processo di concentrazione della ricchezza – che è anche un processo di concentrazione del potere viste le funzioni essenziali che queste corporazioni svolgono senza le quali qualsiasi attività economica perirebbe – ha portato ad una compressione del numero degli attori lungo la tradizionale catena del valore del settore negli ultimi vent’anni.

Questo ha dei precisi risvolti geo-politici, perché i principali competitor di questi attori privati sono due entità statali: Cina e Russia. Detto in parole povere ancora oggi è il processo di concentrazione della ricchezza economico-finanziaria che genera i monopoli che entrano in concorrenza con dei soggetti a cui bisogna fare la guerra per spuntarla. Una dinamica, che dopo un secolo dalle riflessioni di Lenin, genera una inevitabile tendenza alla guerra come sbocco della crisi del Modo di Produzione Capitalistico.

Una aspetto ideologico da non sottovalutare è la visione del mondo che questi attori privati veicolano grazie alla loro potenza finanziaria, colonizzando attraverso la loro estesa rete di vettori ideologici una visione del mondo e delle narrazioni ad uso e consumo delle loro battaglie. Si pensi a figure come quella di George Soros, instancabile creatore di hedge founds sempre più potenti, che il 12 marzo del 2022 pubblicava su differenti testate un articolo che metteva in guardia sulle conseguenze mondiali di un accordo stabile tra Cina e Russia. Dopo avere “partecipato attivamente all’integrazione dell’impero sovietico” – come lui stesso dichiara – il multimiliardario di origini ungheresi ha lanciato una nuova crociata contro il mondo multipolare.

L’analisi di queste tre faglie di scontro che abbiamo individuato come le principali, possono aiutarci ad individuare i punti in cui il processo di politicizzazione e la militarizzazione del conflitto internazionale agiranno con maggiore pesantezza.

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Alessandro Aresu, Il dominio del XXI Secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia, Feltrinelli, ottobre 2022

Marcello Spagnulo, Capitalismo stellare. Come la corsa alla spazio cambia la terra, Rubettino, 2022

Marzio G. Mian, Guerra Bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale, Neri Pozza Editore, 2022