Rete dei Comunisti – Cambiare Rotta – OSA (Torino)
Le mobilitazioni dell’autunno, con tre scioperi generali indetti da USB sulla spinta dei lavoratori del CALP di Genova, hanno messo sotto pressione il governo Meloni e gli apparati dell’entità sionista di Israele. La forza di quelle mobilitazioni – capaci di unire la solidarietà verso i popoli oppressi dagli imperialismi, la denuncia del genocidio ancora in corso in Palestina e la consapevolezza della mancanza di prospettive nel nostro paese, è stata un campanello di allarme per il governo. Le classi dirigenti occidentali sono impegnate a gestire molteplici fronti di guerra esterna senza che si aprano fratture interne nei propri paesi.
La repressione non si è fatta attendere. Ha iniziato a colpire giovani e i rappresentanti delle comunità arabo-palestinesi in Italia, ma anche i sindacati che hanno proclamato gli scioperi. Con lo sgombero dell’Askatasuna si completa la strategia del governo Meloni contro ogni spazio o organizzazione conflittuale impegnata nella costruzione di un’alternativa politica e sociale. Il tutto accompagnato da una spettacolarizzazione della repressione e da una crescente militarizzazione dei quartieri, in aperto contrasto con gli stessi standard della cosiddetta “democrazia” occidentale. E se qualcuno avesse ancora dubbi sul campo in cui si collochi la violenza, basta guardare all’ICE negli Stati Uniti, a Israele e allo stesso governo Meloni.
Il salto di “qualità” di queste ondate repressive è proporzionale alla forza espressa dalle mobilitazioni autunnali ed è strettamente legato agli interessi geopolitici globali entro cui il governo Meloni tenta di ritagliarsi un ruolo, subordinato e servile a Israele, Stati Uniti e Unione Europea, tanto nel quadrante mediorientale quanto in quello sudamericano, come dimostrato dal caso Venezuela.
Il nuovo disordine mondiale, generato dall’amministrazione Trump e radicato nella crisi profonda dei paesi occidentali, impone trasformazioni violente fino nelle nostre città, che anche quando governate dal centro sinistra e dal PD le accettano senza resistenza. Torino – ma non solo – è ormai orientata a superare la propria crisi cercando spazio nel complesso militare industriale. Al di là degli impegni presi dal sindaco Lo Russo sull’immobile di corso Regina, la trasformazione di Torino in città della guerra è un fatto, e nessuna istituzione sembra intenzionata a opporsi o a permettere la nascita di un’opposizione reale a questo modello. Intanto, il fronte di guerra esterno impone sacrifici e tagli alla nostra già fragile economia: repressione, salari inadeguati e condizioni di vita sempre peggiori sono ciò che le giunte locali e il governo Meloni stanno preparando per noi.
Per questo – per cambiare tutto e per fermare guerra, riarmo e repressione che dal governo attraversano l’intero sistema istituzionale di quella che possiamo ormai definire una democratura italiana – saremo in piazza il 31 gennaio a Torino, per difendere Askatasuna e tutti i centri sociali. Lo faremo insieme ai movimenti sociali e politici, alle compagne e ai compagni con cui abbiamo condiviso l’autunno e con cui continueremo a mobilitarci, a partire dallo sciopero dei portuali del 6 febbraio.


