Rete dei Comunisti – Milano
Sul 25 aprile a Milano esiste una questione che viene sistematicamente rimossa e che crediamo sia un punto di arretramento che anno dopo anno pesa su chi nella città di Milano vuole collocarsi su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa.
È un elefante nella stanza che per i rapporti di forza, le difficoltà e gli ostacoli che quella giornata pone nella realtà politica milanese spesso viene ignorato: la natura e il significato della imponente manifestazione nazionale e istituzionale che tradizionalmente sfila il 25 aprile dal concentramento di Porta Venezia fino a Piazza del Duomo.
Attorno a tale questione l’unico dibattito che si svolge è tutto “nei piani alti” della politica cittadina e a volte nazionale, all’interno del mondo del centro-sinistra e con l’ANPI come termometro e “arbitro”, a volte con qualche scorribanda da parte di esponenti della destra.
Quando la partita si complica, suoi echi si possono leggere sulle colonne dei quotidiani come Il manifesto o La Repubblica, come avvenuto negli scorsi anni sulla scia delle proteste contro il genocidio del popolo palestinese.
È nel nostro campo quello dove la questione si complica davvero. Intendiamo quello di chi vuole essere fuori dalle compatibilità e si impegna quotidianamente e con generosità nell’attività politica e sociale, radicale e conflittuale, con una prospettiva di classe, di chi vorrebbe riprendere il senso profondo della Resistenza partigiana, della guerra di liberazione dal nazi-fascismo e del loro valore nell’attualità.
Qui ci si limita alla declinazione della propria partecipazione alla parata, a cercare di marcare un punto di differenza rispetto a quella che da una parte è una blanda riaffermazione festosa dei principi valoriali del popolo della sinistra, e nello stesso tempo una evidente tappa con cui il centro-sinistra ricompatta la propria gente nel segno dell’”unità antifascista”, soprattutto in chiave elettoralistica.
Una declinazione che passa attraverso la partecipazione con uno spezzone più o meno radicale nei contenuti, più meno numeroso, più o meno rumoroso, dentro una grande onda generica di un 25 aprile “condiviso”, non divisivo, nella “grande festa” che poi si riduce a mera ricorrenza lontana dalle sue radici e dall’antifascismo, oltre che dai temi su cui ci si batte tutti i giorni (guerra, carovita, ecc).
Si finisce così da una parte per prendere atto della propria debolezza e dall’altra ad accettare con impotenza l’inevitabile fatalità di dover in qualche modo attraversare la soverchiante onda, per varie ragioni: il riconoscimento del valore della lotta partigiana e dell’antifascismo non può essere “lasciato” al centro-sinistra; la multitudinaria presenza della “nostra gente” non può essere ignorata, con i “nostri contenuti” deve essere veicolato loro un altro messaggio.
Crediamo invece che occorrerebbe aprire un dibattito, attorno ad alcuni punti, anche se non esaustivi, che permettano di offrire una prospettiva diversa.
Il primo punto è chi imprime davvero il segno politico di quella piazza. Una cosa appare innegabile: da anni, anzi decenni, forse in particolare dall’appello del ’94 de Il manifesto, quella manifestazione ha assunto il ruolo di dimostrazione di forza e ricompattamento del centro-sinistra contro l’avversario elettorale di turno (Berlusconi ieri, la Meloni oggi) con la mobilitazione di tutto l’apparato e dei suoi corpi intermedi.
Slegare “i valori e i principi originari” di quella piazza dalla sua declinazione politica che si è determinata nel tempo e per diversi motivi, nel 1945 come oggi a 81 anni di distanza, non rende giustizia a quello che la Resistenza invece è stata nel nostro paese, calata nello scontro politico e partigiana fino alle estreme conseguenze.
Sotto il cappello dei “valori del 25 aprile e della Resistenza” quella piazza non ha solo ospitato, ma ha dato voce senza problemi rilevanti alle peggiori derive: dalle bandiere della NATO a quelle ucraine, dalla Brigata Ebraica alle bandiere europee inneggianti al riarmo, ai grandi sindacati gialli che anno dopo anno si sono prodigati a impedire il conflitto sociale e sono stati proni ad assecondare la “lotta di classe dall’alto” verso i lavoratori. Guerra, atlantismo, supporto alla junta para-nazista di Kiev, sionismo, suprematismo europeista, sudditanza ai mercati e alle imprese sono di casa nella manifestazione. “Valori” non solo lontani dalla Resistenza, ma diametralmente opposti. Non a caso, a seguire i gonfaloni dell’ANPI, vengono i partiti e le burocrazie sindacali con i propri rappresentanti nazionali che in quell’occasione approfittano della passerella milanese, e che portano avanti le peggiori politiche antipopolari.
Il secondo punto è lo sbandamento del popolo della sinistra che quella piazza frequenta. Nellascissione volutamente operata tra “principi” e “natura politica” della piazza, lo sbandamento è tale per cui da una parte si accetta la sfilata della Brigata ebraica, dall’altro si apprezza chi coerentemente porta in quella piazza le bandiere palestinesi. E ancora: viene accettato che si affermi l’appoggio militare e la prosecuzione della guerra in Ucraina e oggi in Iran (è stata annunciata la presenza dei “pro-scià”) ma si guarda con nostalgia alle Brigate Garibaldi e ai partigiani “rossi” intonando “Bella ciao”.
Certo, spesso e a diverso grado i comuni cittadini che si recano a quella manifestazione esprimono a viva voce la propria indignazione di fronte a certe degenerazioni, ma questa indignazione non trova una sua capacità di diventare “qualcosa di più” e viene annegata dalla mancanza di chiarezza e nella marea umana che in essa si muove, con il risultato di generare impotenza e disillusione verso la possibilità del cambiamento.
È infatti un “popolo” che può anche essere generoso, che si è mobilitato anche nel settembre-ottobre 2025 per la Palestina, che si è espresso nel referendum in un chiaro voto politico contro il governo Meloni, ma che non esprime “naturalmente” l’alternativa dopo anni di passivizzazione, mistificazioni e falsificazioni che hanno generato frustrazione, confusione, sfiducia e disaffezione. Una condizione che ha anche portato molti e ampi settori sociali popolari e di classe ad allontanarsi e differenziarsi da quel “popolo” e da quei “principi” e che anzi si è tramutata in rancore e rabbia profondi che si esprimono in varie forme, raccolte a volte anche dalla destra.
Terzo punto. Va riconosciuto che a questa situazione si sono in qualche modo opposte le numerose e diverse contestazioni organizzate al grande teatro della manifestazione istituzionale. Senza andare troppo indietro nel tempo e ripercorrere per esempio la contestazione al passaggio della Brigata ebraica, scontata fino pochi anni fa, ci limitiamo a dire che tutte queste espressioni di dissenso a un certo punto si sono esaurite di fronte all’imponente massa della sfilata pacificata, e alla sostanziale impossibilità di irrompere nel discorso politico che sul palco principale viene ogni anno apparecchiato.
Una eccezione recente, piccola ma significativa, può essere quella del 25 aprile 2024, quando si riuscì a mettere in campo una convergenza e determinazione da parte di tante realtà politiche, sociali e di movimento, tale da rovinare la festa in Piazza del Duomo agli organizzatori dopo decenni, impendendo ai sionisti, alle bandiere ucraine di salire sul palco o posizionarsi nelle sue vicinanze, e costringendo a ritardare fino alla chiusura del comizio l’arrivo degli esponenti politici del PD e soci. Tale fu il fastidio per l’impossibilità di far tacere la folla che il servizio d’ordine dell’ANPI lasciò entrare in piazza le forze di polizia per caricare i contestatori. In quell’occasione, fu l’indignazione per la negazione del genocidio del popolo palestinese che si andava diffondendo nella società e la legittimità costruita dai percorsi di mobilitazione a sostegno della sua resistenza allo sterminio ad agglomerare una forza sufficiente a farsi sentire in quel contesto. È stato un effetto che non è più stato possibile raggiungere già un anno dopo, nonostante la prosecuzione terribile della guerra e del massacro, e nonostante la crescente insofferenza per quanto accadeva in Palestina che sarebbe esplosa nell’autunno. Una situazione positivamente colta, ma difficilmente riproducibile, perché incapace di cambiare il segno politico di quella piazza, di darsi una prospettiva che vada oltre la contestazione.
Insomma, in un modo o nell’altro il risultato è sempre a favore di chi quella piazza la gestisce politicamente da decenni e che appunto ne marcia alla testa, in un pantano politico svuotato del significato partigiano della giornata che riesce a riassorbire qualunque espressione di dissenso spontaneo o organizzato, rafforzandosi ulteriormente. Forse, quindi, il grande rimosso è ragionare sul come si costruisce quella forza necessaria ad intraprendere un percorso che possa ridare senso a quella data in maniera non solo estemporanea. Crediamo che uno dei presupposti necessari sia il coraggio di praticare l’indipendenza politica dal centro-sinistra, la volontà e la determinazione di percorrere, senza complessi di inferiorità di fronte ad apparati ben più attrezzati rispetto alla sinistra di classe, un percorso che ricostruisca la legittimità e la credibilità di parlare alle masse e di ridare senso ai “valori della Resistenza” e declinarli politicamente nel presente.
Siamo consapevoli di non essere sufficienti, qui ed ora, a cambiare questo stato di cose. Sempre abbiamo cercato di contribuire all’ipotesi che più si avvicinasse alla necessità di marcare una discontinuità. Lo abbiamo fatto nel 2024 in piazza del Duomo come nella riuscita manifestazione del 25 Aprile 2023, coraggiosa e alternativa a quella istituzionale. Posizionata chiaramente contro la guerra in Ucraina e collocandosi fuori da quella kermesse, quella manifestazione aveva delineato una possibilità che è stata forse troppo frettolosamente accantonata, ovvero quella di agire su un terreno indipendente e di proporre una alternativa certamente da costruire, da rafforzare, da curare, ma concreta.
“Da qualche parte bisogna partire”. Non abbiamo ricette precostituite e crediamo il punto di partenza possa essere un dibattito franco che permetta di uscire dall’ipoteca rappresentata dalla manifestazione milanese del 25 aprile per poter ridare significato a uno degli eventi più importanti della storia di classe del nostro paese e collegarlo al presente.






