La funzione storica del partito rivoluzionario nell’epoca della guerra e del multipolarismo
Luciano Vasapollo
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo e che l’imperialismo tenta accuratamente di cancellare: perché gli Stati Uniti e i loro alleati non attaccano soltanto Cuba, la Palestina, il Vietnam o la Cina, ma colpiscono con tanta violenza l’idea stessa del partito comunista? La risposta è semplice quanto decisiva. Il vero bersaglio non è un governo, ma la possibilità che esista un’alternativa organizzata al capitalismo.
Viviamo nell’epoca della crisi sistemica del capitale: crisi economica, finanziaria, ambientale, energetica e militare. Il capitalismo non riesce più a riprodurre sé stesso se non attraverso la guerra permanente e la distruzione dei diritti sociali. In questo scenario la questione centrale non è soltanto la resistenza dei popoli, ma il soggetto politico capace di trasformare quella resistenza in progetto storico. È qui che ritorna, con straordinaria attualità, la funzione del partito rivoluzionario.
Perché l’imperialismo teme il partito
Donald Trump e Marco Rubio hanno dichiarato apertamente che il loro obiettivo non è esclusivamente Cuba. La loro offensiva è diretta contro tutto ciò che continua a rappresentare una forma organizzata di socialismo e di potere popolare. L’assedio economico contro L’Avana, il genocidio del popolo palestinese, le sanzioni contro i paesi antimperialisti e persino la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà in Europa fanno parte di un’unica strategia: distruggere materialmente e ideologicamente l’ipotesi socialista.
Non è un caso che vengano accusati di terrorismo anche i movimenti che manifestano per la Palestina o per Cuba. L’imperialismo sa che una società può sopportare molte crisi, ma non può tollerare l’esistenza di una soggettività collettiva capace di organizzare il conflitto di classe. Per questo il partito rivoluzionario diventa il nemico principale.
Dove resiste il socialismo
L’esperienza storica degli ultimi decenni offre una lezione che la sinistra occidentale ha troppo spesso rimosso. I processi rivoluzionari hanno retto laddove è esistita una forte direzione politica esercitata da partiti comunisti organizzati. Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista.
Al contrario, molti processi di straordinaria rottura antimperialista in America Latina si sono progressivamente indeboliti. Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela hanno dimostrato che la conquista del governo non coincide automaticamente con la costruzione del potere. Quando manca un partito rivoluzionario radicato nella classe, la tattica finisce per sostituire la strategia e il compromesso diventa progressivamente capitolazione.
Il problema, dunque, non riguarda il nome del partito, ma la sua funzione storica.
Togliatti e il significato del Partito Nuovo
Per comprendere questa funzione è necessario tornare a Palmiro Togliatti, liberandolo tanto dalla lettura socialdemocratica quanto dalla caricatura settaria. Il “Partito Nuovo” non rappresentava una rinuncia alla rivoluzione, ma il tentativo di tradurre il leninismo nelle condizioni concrete dell’Italia uscita dalla Resistenza.
Nel 1944 Togliatti scriveva su Rinascita che un partito non può liberarsi del proprio passato perché è figlio della propria storia. È una riflessione di enorme profondità politica. Nessuna organizzazione rivoluzionaria nasce dal nulla: vive dell’accumulazione teorica, culturale e morale delle lotte precedenti. Chi recide questo legame con la memoria non costruisce il futuro, ma prepara la sconfitta.
La filosofia della prassi gramsciana diventa allora il terreno sul quale teoria e realtà si incontrano. Il partito non è un apparato elettorale né una semplice coalizione di opinioni. È il luogo in cui l’elaborazione teorica si trasforma in organizzazione della classe e in progetto di trasformazione della società.
Il partito per la costruzione del socialismo: un futuro che non può forzare l’orizzonte
La riflessione di Palmiro Togliatti, anche attraverso lo scritto del 1958, conserva una particolare attualità proprio perché pone al centro una questione che ogni progetto di trasformazione sociale è costretto ad affrontare: quale debba essere la funzione storica del partito politico rivoluzionario. Non si tratta semplicemente di costruire uno strumento elettorale o un’organizzazione capace di rappresentare una parte della società, ma di comprendere il rapporto complesso tra partito, classe, masse popolari e costruzione del socialismo. Il partito, nella prospettiva togliattiana, non può essere separato dal processo storico concreto nel quale agisce: deve essere capace di interpretare i rapporti di forza, di organizzare il conflitto, di costruire coscienza e, nello stesso tempo, di individuare le condizioni materiali attraverso le quali una trasformazione può realmente diventare possibile.
È proprio qui che assume un’importanza decisiva la distinzione tra strategia e tattica. La strategia indica l’orizzonte storico, il progetto generale di trasformazione della società e dei rapporti di produzione; la tattica riguarda invece le forme concrete attraverso le quali, in una determinata fase, si costruiscono rapporti di forza favorevoli a quell’obiettivo. Confondere i due livelli significa correre due rischi opposti e ugualmente pericolosi. Da una parte il riformismo, che finisce per trasformare la tattica in un fine permanente e rinuncia progressivamente alla prospettiva della trasformazione sociale; dall’altra il massimalismo, che pretende di realizzare immediatamente l’obiettivo strategico senza misurarsi con le condizioni reali, con i rapporti di forza e con il livello effettivo della coscienza e dell’organizzazione delle classi popolari.
In questo senso, il problema del tempo storico è centrale. Un progetto rivoluzionario non può “forzare l’orizzonte”, perché nessuna trasformazione profonda può essere semplicemente decretata dalla volontà soggettiva di un’organizzazione politica. La storia non procede secondo calendari prestabiliti. Il compito di un partito rivoluzionario è, piuttosto, quello di preparare le condizioni affinché ciò che oggi appare difficile o impossibile possa diventare domani concretamente praticabile. Significa lavorare nel presente senza perdere la prospettiva del futuro, costruire organizzazione, accumulare forze, sviluppare coscienza politica e sociale, saldare le lotte immediate a una prospettiva generale di cambiamento.
Questa impostazione assume un significato particolare di fronte alla crisi contemporanea della sinistra. La dissoluzione o l’indebolimento delle organizzazioni politiche capaci di rappresentare in maniera autonoma il lavoro, i ceti popolari e le classi subalterne ha prodotto un vuoto che non può essere colmato soltanto attraverso campagne elettorali, leadership individuali o aggregazioni occasionali. La crisi della sinistra non è infatti soltanto una crisi elettorale: è una crisi di funzione storica, di rappresentanza, di capacità organizzativa e, soprattutto, di elaborazione strategica. Per questo torna a essere decisiva la necessità di una funzione politica rivoluzionaria organizzata, capace di ricostruire un rapporto stabile tra teoria e pratica, tra conflitto sociale e organizzazione politica, tra bisogni immediati delle masse e prospettiva di trasformazione.
Il partito, dunque, non può sostituirsi alla classe e neppure pretendere di parlare in suo nome dall’esterno dei processi sociali. Deve essere uno strumento della sua organizzazione e della sua crescita politica. La costruzione del socialismo non può essere ridotta a un atto istituzionale né a una semplice conquista del governo: è un processo storico nel quale cambiano progressivamente i rapporti di potere, le strutture economiche, le forme della proprietà, le relazioni sociali e la stessa coscienza collettiva. Da questo punto di vista, il partito rivoluzionario è chiamato a svolgere una funzione di direzione politica senza trasformarsi in un apparato separato dalla società.
Anche il rapporto tra via nazionale al socialismo e internazionalismo deve essere letto alla luce di questa concezione. La specificità delle condizioni nazionali non significa chiusura nazionalistica. Ogni processo rivoluzionario nasce necessariamente dentro una determinata formazione economica e sociale, con una propria storia, una propria struttura produttiva, una propria composizione di classe e specifici rapporti di forza. Ma nessuna trasformazione socialista può essere pensata oggi come un processo isolato. Il capitalismo è un sistema mondiale e, di conseguenza, anche la risposta delle forze del lavoro e dei popoli deve assumere una dimensione internazionale. La via nazionale non è dunque l’opposto dell’internazionalismo: è la forma concreta attraverso cui una strategia generale di emancipazione si misura con condizioni storiche determinate.
È questo uno degli insegnamenti che la riflessione togliattiana può offrire alla fase attuale. Di fronte alla trasformazione degli equilibri geopolitici, alla crisi del modello neoliberista, alla crescita delle disuguaglianze e alla ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud globale, diventa necessario un soggetto politico capace di leggere la fase senza cadere né nell’illusione riformista di poter modificare il sistema semplicemente amministrandolo, né nella tentazione massimalista di proclamare una rottura immediata priva delle condizioni materiali e organizzative per sostenerla.
La questione, allora, non è scegliere tra gradualismo e rivoluzione, ma costruire una strategia rivoluzionaria capace di attraversare il tempo storico. Significa comprendere che ogni conquista sociale, ogni lotta per il salario, per il lavoro, per la pace, contro la guerra e contro lo sfruttamento, ogni processo di emancipazione dei popoli può diventare parte di un progetto più generale soltanto quando viene collegato a una capacità politica organizzata. Il futuro socialista non può essere imposto all’orizzonte prima che maturino le condizioni per raggiungerlo; ma proprio per questo occorre un partito capace di lavorare affinché quell’orizzonte, anziché allontanarsi indefinitamente, possa progressivamente diventare realtà.
La malattia della sinistra: tattica senza strategia
La crisi contemporanea di molti partiti comunisti nasce da un errore fondamentale: aver trasformato la strategia in tattica. Si rincorrono le emergenze istituzionali, le alleanze elettorali, i compromessi parlamentari e perfino le mode culturali, dimenticando il problema essenziale dell’esercizio del potere.
All’estremo opposto prospera un massimalismo sterile, fatto di parole radicali e di totale impotenza politica. È lo pseudo-estremismo che sostituisce l’organizzazione con la testimonianza e la rivoluzione con la retorica.
Entrambe le derive conducono allo stesso risultato: l’abbandono della funzione dirigente della classe lavoratrice.
La politica con la P maiuscola non consiste nel commentare la crisi dei partiti; consiste nel costruire il partito capace di guidare democraticamente un blocco storico di trasformazione. Senza questa prospettiva, la protesta rimane spontaneità e il governo diventa amministrazione dell’esistente.
La via nazionale nell’internazionalismo
Parlare oggi di via nazionale al socialismo non significa chiudersi dentro i confini geografici. Significa comprendere che ogni processo rivoluzionario nasce da condizioni materiali specifiche, pur appartenendo a un medesimo orizzonte internazionalista.
Per l’Europa questo implica una riflessione nuova. La classe lavoratrice italiana, francese, spagnola o tedesca condivide ormai uno spazio economico e politico comune. La costruzione del partito rivoluzionario deve quindi saper coniugare radicamento territoriale e visione continentale, facendo dell’internazionalismo non una formula astratta, ma una pratica concreta di organizzazione.
È precisamente questa la lezione che unisce Lenin, Gramsci e Togliatti: il partito è avanguardia perché interpreta le contraddizioni reali della società e organizza le energie popolari in un progetto di emancipazione.
La necessità dell’oggi
La questione decisiva del nostro tempo non è se il capitalismo entrerà in crisi: vi è già entrato. La vera domanda è quale soggetto sarà capace di governare la transizione storica che si apre davanti a noi.
Di fronte alla barbarie della guerra mondiale permanente, al riarmo, alla finanziarizzazione dell’economia e alla distruzione dello Stato sociale, il partito rivoluzionario torna a essere una necessità storica, non una nostalgia del Novecento. Esso deve formare nuovi quadri, costruire democrazia di classe, elaborare cultura critica e trasformare la partecipazione popolare in potere politico.
L’imperialismo attacca Cuba perché teme ciò che Cuba rappresenta: la continuità di una soggettività socialista organizzata. Attacca il Vietnam e la Cina per la medesima ragione. E criminalizza chi, in Occidente, tenta di ricostruire una coscienza comunista.
La funzione storica del partito rivoluzionario consiste dunque nel tenere uniti ciò che il capitalismo vorrebbe separare: teoria e prassi, masse e direzione politica, democrazia e socialismo, memoria e futuro. Perché la storia non cambia spontaneamente. Cambia quando una classe diventa soggetto organizzato della propria liberazione.

