Un grande dibattito sulla transizione
Introduzione a “Il Socialismo possibile – a 40 anni dalla morte di Ernesto Che Guevara, Roma 6-7 ottobre 2007”. 2° Forum “Il bambino e l’acqua sporca” promosso dalla Rete dei Comunisti
Sergio Cararo – Rete dei Comunisti
Sono passati quaranta anni dalla morte di Ernesto Che Guevara, assassinio perpetrato su ordine degli Stati Uniti, eppure quella figura, divenuta mito, non solo non è stata dimenticata ma è ancora una minaccia per i mandanti di quell’omicidio e una speranza per i popoli oppressi, oggi molto più numerosi di quel periodo e con ancora meno speranze. Tanto forte è stata ed è quella figura da essersi dimostrata incancellabile. Naturalmente l’immagine che rimane impressa nella mente è quella dell’eroe guerrigliero che aveva vinto a Cuba con la rivoluzione e che con le sue scelte contribuiva a portare avanti il processo rivoluzionario mondiale. È l’immagine che viene stampata sulle bandiere rosse, che viene riprodotta anche da chi non si ritiene comunista e che troviamo ancora in tante battaglie internazionaliste e non solo. Questa mitizzazione rischia però di dare a un rivoluzionario, armato non solo di fucile ma anche di una solida ideologia materialista e marxista, un’aurea idealista e romantica che poco si confà alla concreta storia del Che e che nella nostra società e cultura rischia di farlo divenire un gadget tra gli altri, anzi è proprio questo il modo con cui si tenta di eliminare quei contenuti forti ai quali rimanda quell’immagine.
E allora nel ricordare quell’avanguardia rivoluzionaria non si può farlo solo narrando le sue gesta nella vittoriosa rivoluzione cubana, o in Africa oppure in America Latina, il campo di battaglia dove ha lasciato la vita, ma recuperando a tutto tondo la sua attività rivoluzionaria, che ha operato anche nel campo della costruzione materiale del socialismo, quando a Cuba ha ricoperto la carica di Ministro dell’Industria; quando ha dovuto misurarsi con i problemi della trasformazione di un’economia capitalistica subordinata; quando ha dovuto sostenere il confronto sulle scelte economiche anche diversificando la sua azione dall’esperienza dell’Unione Sovietica che era, ancora in quegli anni, l’unico esempio di economia funzionante considerata fuori dal mercato capitalista e dai suoi stringenti e “oggettivi” meccanismi.
All’inizio di questo XXI secolo siamo di nuovo immersi nella guerra classicamente intesa come lo si era all’inizio del secolo passato; parti ampie dell’umanità soffrono la fame come non era mai accaduto in precedenza, le ingiustizie sociali toccano profondamente anche i paesi più “avanzati”, si sono persi tutti i riferimenti morali ed etici, anche quelli che furono propri in epoche precedenti delle società capitalistiche. La democrazia borghese è un involucro sempre più vuoto agli occhi dei popoli; si pone una questione ambientale che non lascerà fuori nessuno dai suoi devastanti effetti. Siamo cioè in una condizione dove le necessità di cambiamento sono evidenti a tutti, anche ai rappresentanti dell’attuale imperialismo, e dove si riparla della necessità di costruire un Nuovo Mondo.
Bisogna però sapere, oggi più di ieri, che se “un altro mondo è possibile” lo è perché si è capaci non solo di fare la rivoluzione politica come lo è stato nel corso del ’900, nelle diverse forme possibili date dall’attuale contesto storico, ma anche di dare risposta a quegli interrogativi che si sono posti nel tentativo di creare una società alternativa e che sono divenuti ancora più pressanti e drammatici dopo il famigerato crollo del “muro di Berlino”. Dunque, parlare ora di Ernesto Che Guevara significa, soprattutto e oltre l’immaginario collettivo, parlare di come ha affrontato quei problemi di costruzione di un’altra economia e di un’altra società, di come può avere elaborato concetti e ipotesi di azione, giusti ma anche errati; in sostanza di come realmente, concretamente e fuori da ogni retorica ha operato misurandosi con il problema che il mondo va cambiato e non solo interpretato, come troppo spesso ora avviene.
Questo approccio estremamente laico e razionale è necessario, perché il Che era un comunista e perché i comunisti non hanno, soprattutto non possono avere, “Santi in Paradiso” da difendere a priori.
L’analisi dei problemi emersi in quel momento, i problemi teorici che sorsero, le risposte, giuste o sbagliate, che sono state date vanno ripercorsi e affrontati evitando ogni opera di rimozione o con il pentitismo di chi rinnega, perché solo andando a fondo delle difficoltà riscontrate nella costruzione di una società diversa dal capitalismo è possibile far maturare un pensiero che sappia affrontare le sfide che si pongono oggi di fronte al riproporsi dei limiti dell’odierno sviluppo.
Sappiamo bene, infatti, che non basta l’espressione delle contraddizioni di un modello sociale a segnare il suo superamento, ma che è altrettanto importante una soggettività che sappia leggere le prospettive, che sappia ipotizzare un’alternativa, che sappia essere, in conclusione, rivoluzionaria.
Cercheremo qui di sintetizzare, nei limiti dati da una Prefazione, l’essenza delle problematiche sorte all’epoca, che però possono essere comprese solo se inquadrate nel contesto storico del tempo e della percezione che se ne aveva nel movimento comunista e rivoluzionario.
L’esperienza di costruzione della prima società socialista nell’emisfero occidentale avviene in una fase in cui sembrava che fosse impossibile bloccare la spinta rivoluzionaria nel mondo e il conflitto di classe fin dentro i paesi capitalistici. L’URSS era uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale e aveva rotto l’isolamento sofferto in precedenza; non c’era solo la vittoria militare e politica ma quello che emergeva era anche un modello complessivo di alternativa sociale.
Sul piano più direttamente economico ci fu in quegli anni una crescita con tassi che l’Occidente non conosceva più da tempo, sia nell’URSS sia nei paesi dell’Est dell’Europa, e una capacità attrattiva nei confronti dell’allora definito Terzo Mondo e dove il rapido sviluppo dell’Unione Sovietica creava egemonia anche in paesi non socialisti.
Il momento di maggiore affermazione fu dopo il lancio dello Sputnik, cioè del primo satellite artificiale, che creò un vero e proprio trauma negli Stati Uniti, dimostrando una capacità scientifica con un retroterra di conoscenza, che provava un inaspettato sviluppo sociale complessivo.
In contemporanea cresceva nel mondo il movimento rivoluzionario che conquistava la Cina, il Vietnam, si espandeva in Africa e nei paesi arabi con esperienze nazionaliste e antimperialiste e otteneva il risultato di mettere piede per la prima volta in America Latina con la vittoria a Cuba. La discussione sul modello economico-sociale da adottare nei paesi socialisti avveniva dunque in un contesto di grande espansione e di difficoltà dell’Occidente e degli Stati Uniti in particolare, che ne rappresentava il paese più avanzato.
Questo sviluppo del movimento rivoluzionario mondiale spiazzò e mise in seria crisi il mondo capitalista, ma avvenne in condizioni sostanzialmente diverse da quelle previste da Marx e auspicate da Lenin, avvenne, cioè, nella parte più arretrata del mondo, certamente facilitando la rivoluzione politica e militare ma complicando di molto quella che avrebbe dovuto essere la trasformazione economica e sociale. Ovviamente ogni paese che faceva la rivoluzione o che si avvicinava all’URSS sulla base di un nazionalismo antimperialista partiva dalle proprie condizioni materiali, economiche, sociali, culturali e storiche, estremamente diverse le une dalle altre e l’applicazione del modello sovietico, al di là dei suoi limiti intrinseci, emersi successivamente, poteva creare, come poi è successo, problemi e contraddizioni.
Le posizioni emerse a Cuba con il Che Ministro dell’Industria, la rottura politica con la Cina di Mao e sulla concezione dello sviluppo di un paese socialista e, ancora prima, la vicenda jugoslava sono stati i segni tangibili di questa diversificazione, che è stata materiale ma che poi è divenuta politica e infine ideologica. Non è facile dare giudizi netti su quelle vicende; quello che, però, si può dire con una sufficiente certezza è che in quelle dinamiche hanno agito due elementi di “ignoranza” forse all’epoca inevitabili.
Il primo elemento è che una trasformazione sociale non è un fatto solo razionale e politico (anche se questo è un elemento centrale nella costruzione di una società socialista basata sulla pianificazione), ma anche di esperienza pratica e storica. La trasformazione in quel periodo era, oggi lo sappiamo chiaramente, in una fase che potremmo definire sperimentale, in cui i modelli precostituiti non potevano funzionare a priori. I sovietici pensavano esattamente il contrario, per cui l’unica via da seguire, anche se poi formalmente si dichiaravano altre cose, era quella nata dall’esperienza di quel paese. Il secondo elemento è che, sebbene fosse vero che il capitalismo era in crisi, questo non avrebbe affatto significato che questa crisi fosse irreversibile; come poi i fatti hanno dimostrato. Il movimento comunista e rivoluzionario pensava esattamente il contrario sia in URSS, sia nei paesi capitalistici e in quelli del Terzo Mondo.
La discussione sulla transizione avviene perciò in un momento in cui da una parte cresce un entusiasmo rivoluzionario basato sulla capacità e volontà politica che sembravano allora inarrestabili e dall’altra in una condizione di mancata esperienza storica di trasformazione non compresa nei suoi effetti pratici. Esperienza che invece si costruisce proprio attraverso le verifiche e quei momenti di confronto, e più spesso di scontro, tra le varie parti del movimento comunista.
Il riferimento della discussione e delle divaricazioni è quello inerente a un sistema di pianificazione, e più in generale di modello economico, che è stato definito come “Calcolo Economico”, cioè il metodo adottato in URSS dopo Stalin. La fase dei piani quinquennali iniziata nel 1928 dopo la fine della NEP segnò fino all’inizio degli anni ’50, dopo la ricostruzione seguente alla Seconda guerra mondiale, un periodo di forte industrializzazione, il cui obiettivo era quello del superamento dell’arretratezza. I piani avevano un carattere “imperativo”, indicando gli obiettivi da raggiungere tramite la mobilitazione generale per aumentare la produzione. Sostanzialmente, un’azione politica che interviene sul meccanismo economico dall’esterno. Superata la fase dell’emergenza, durata oltre venti anni, si sviluppa, con lo scritto di Stalin del ’52, il dibattito sui problemi economici del socialismo.
Negli anni ’50 e ’60 la discussione nell’URSS e nei paesi del COMECON avviene sulla legge del valore, sui rapporti mercantili e monetari nei sistemi socialisti, sulla pianificazione non più imperativa ma orientativa che caratterizza il metodo del Calcolo Economico. Questo sistema avrebbe dovuto garantire una maggiore efficienza produttiva dando alle imprese maggiore autonomia, lasciando a queste quote maggiori di profitto, ridando alle banche un ruolo finanziario, intervenendo sulle modalità di formazione dei prezzi e istituendo gli incentivi materiali, anche individuali, per i lavoratori. In sintesi, ridando all’attività economica dell’URSS dei riferimenti economici “oggettivi” che potessero superare la soggettività resa necessaria dalla fase di “accumulazione primitiva” avviata con i primi piani quinquennali.
Quando il Che a Cuba diviene Ministro dell’Industria si apre un confronto anche con quegli economisti cubani che sono invece orientati sul modello sovietico. Al Calcolo Economico, che Guevara definisce anche di autogestione finanziaria delle imprese, viene contrapposto il “Sistema Budgetario di finanziamento”, che viene ritenuto più vicino alle esigenze di costruzione di rapporti sociali confacenti al socialismo.
Le differenze che vengono individuate sono molteplici e verranno ampiamente discusse nel testo. La prima è relativa al concetto di impresa, che nel Calcolo Economico viene considerata un’unità di produzione con personalità giuridica propria, mentre per il Che e per i cubani “è un conglomerato di fabbriche o di unità produttive che hanno una base tecnologica simile, una comune destinazione della propria produzione”. Nel Calcolo Economico il denaro è considerato anche come “mezzo di pagamento”, mentre a Cuba è solo considerato come “denaro aritmetico”. Il Calcolo Economico concede alle imprese un decentramento spinto, mentre il Sistema Budgetario di finanziamento si basa su un controllo centralizzato dell’attività dell’impresa.
Infine, per quanto riguarda il lavoro, mentre da una parte si privilegia il lavoro a cottimo e gli incentivi materiali, per il Che hanno centralità il lavoro a tempo e gli incentivi morali e, se materiali, collettivi.
Si apre, dunque, un confronto anche teorico sulle caratteristiche della legge del valore in una fase di transizione e sulla natura dei mezzi di produzione statalizzati dalla rivoluzione socialista. Le differenze qui elencate in modo approssimativo (questa divaricazione peraltro non veniva vissuta e svolta in modo antagonista) danno vita a un dibattito vivace nel processo di costruzione del socialismo a Cuba.
Particolarmente interessante è il confronto, riportato sul secondo volume delle Opere di Ernesto Che Guevara, pubblicato nel 1968 da Feltrinelli, che Guevara tiene con Charles Bettelheim, comunista francese che all’epoca sosteneva le tesi dei sovietici e che più tardi cambierà posizioni affiancandosi alle posizioni del Mao della rivoluzione culturale e avanzando negli anni ’70 critiche radicali all’URSS.
All’origine di tale confronto e delle diverse posizioni si intravedono una serie di motivazioni. Sicuramente erano importanti le differenze materiali, socio-economiche tra Cuba e l’URSS, sia per quanto riguarda la dimensione dei due paesi, sia per le condizioni produttive e politiche esistenti a Cuba una volta conclusa la rivoluzione. Si percepiscono, però, anche questioni teoriche, come quelle relative alla necessità o meno della vigenza della legge del valore o dei tempi brevi o lunghi della transizione al socialismo, lasciate poi irrisolte.
Che ci fossero simili problemi è poi emerso negli sviluppi storici successivi che hanno sottoposto alla critica della realtà tutti i modelli e le ipotesi dell’epoca. La fine dell’URSS e del “campo socialista” dei paesi dell’Est; la trasformazione avuta in Cina nel dopo Mao, che ancora non ha manifestato i suoi esiti finali; la debolezza dei partiti e dei movimenti occidentali (che per lo più hanno assunto posizioni socialdemocratiche o hanno dimostrato un’evidente incapacità di adeguarsi alla nuova realtà imposta dall’imperialismo contemporaneo); sono tutti elementi che forniscono la prova che dopo la prima ondata del ’900, durata sostanzialmente fino ai primi anni ’70, il movimento comunista e rivoluzionario non ha saputo tenere testa non solo e non tanto al capitalismo quanto alle trasformazioni che esso stesso aveva prodotto a livello internazionale ma, soprattutto, dentro i paesi che avevano avviato la transizione.
Se pensiamo di essere nuovamente in una fase di manifestazione delle contraddizioni e dei processi di trasformazione, è proprio dalle difficoltà, emerse nell’assalto al cielo del ’900, che bisogna ricominciare a riflettere e misurarsi, perché se una verità è emersa in modo chiaro nel passato conflitto di classe è che non basta la sola politica e i soli rapporti di forza militari ad aprire una prospettiva diversa dal capitalismo. I quaranta anni trascorsi dalla morte del Che ci possono oggi aiutare a riprendere quell’importante confronto teorico che la sinistra italiana ed europea ha rapidamente gettato alle ortiche dopo la crisi degli anni ’90, avventurandosi su strade e ipotesi che non sembrano approdare a nulla se non all’annullamento di sé stessi e della propria storia.
Anche se è difficile e complesso individuare “a tavolino” i motivi della sconfitta e i limiti di quell’esperienza storica complessivamente intesa, in tutta la sua varietà di posizioni e di realtà, va però, quantomeno, individuata una via di ricerca e di analisi dei tentativi fatti che riesca a trovare risposte anche solo parziali. Certamente nella sconfitta ha pesato l’arretratezza dei paesi che hanno fatto la rivoluzione; anche la stessa capacità di uscire da quell’arretratezza è stata pagata con costi enormi e ha prodotto, accanto ai positivi risultati economici, effetti politici relativi alle relazioni interne ai partiti comunisti e nel rapporto con le società coinvolte, che si sono rivelati fortemente negativi negli sviluppi successivi. Va anche considerato che l’obiettivo che si era posto nella lotta per il superamento dell’arretratezza era quello di raggiungere i livelli di sviluppo delle forze produttive maturati nei paesi capitalisti più avanzati, rappresentato all’epoca dalla produzione di massa fordista; questa sembrava essere il livello di produttività più avanzato possibile e dunque di crescita sociale potenziale, se questa fosse stata liberata dalle finalità privatistiche imposte dal capitalismo.
Se ciò non si è realizzato va considerato che l’arretratezza delle forze produttive, non favorevoli al socialismo, non era essenzialmente quella dei paesi che avevano fatto la rivoluzione, ma quella degli stessi paesi imperialisti di quel periodo. Livello delle forze produttive che sembrava favorire la possibilità di modificare e di far avanzare i rapporti sociali di produzione, ma che in realtà era ancora un ostacolo o comunque una condizione non favorevole. Tanto è vero che l’ulteriore tappa di sviluppo non è stata segnata dai paesi socialisti ma dagli stessi centri imperialisti. La rivoluzione tecnologica e scientifica, la produzione informatizzata e la sua mondializzazione erano possibilità ancora alla portata del modo di produzione capitalista che, trovatosi alle “corde”, non ha fatto altro che seguire i suoi “spiriti animali” che lo hanno aiutato a superare quella stretta degli anni ’70, che per molti di noi era invece sembrata essere il preludio alla crisi finale.
Questa ipotesi di lettura della realtà non avalla però, a posteriori, le posizioni della socialdemocrazia della seconda internazionale, che pensava che, per realizzare il socialismo, fosse necessario far sviluppare al capitalismo tutte le sue potenzialità, come aveva preconizzato Marx. Se è stato, infatti, possibile un salto nelle capacità delle forze produttive ciò è stato dovuto alla forma di acuta accentuazione della lotta di classe, che ha riguardato la classe operaia nei paesi sviluppati, i popoli del Terzo Mondo, ma anche le forme statuali nate dalle rivoluzioni fatte, come disse Gramsci, contro “il Capitale”, incluso il loro potenziale militare. Questo scontro che rischiava di essere mortale per le borghesie ha spinto in avanti verso una nuova tappa dello sviluppo capitalista, ma anche delle sue contraddizioni, confermando che la lotta di classe è uno dei motori della storia, anche se poi nella competizione che ne è conseguita il Capitale, quello materiale, è riuscito a riconfermare la sua egemonia.
Capire l’importanza di questo rapporto dialettico tra conflitto di classe e crescita delle forze produttive significa anche rifiutare l’ideologia del fallimento e della subordinazione che prevale tra i comunisti anche nel nostro paese e ridà pieno valore ai movimenti rivoluzionari del ’900, collocandoli dentro un processo storico di reale e generale trasformazione. Questa stessa valutazione, che non butta il “bambino con l’acqua sporca”, allo stesso tempo ridimensiona il ruolo del movimento operaio e delle esperienze socialiste del secolo passato, in quanto fa emergere con evidenza il limite registrato in quel periodo storico. Mentre le rivoluzioni del ’900 hanno, infatti, dimostrato la loro capacità di superare la barriera del sottosviluppo prodotta dall’imperialismo, inteso nella sua piena accezione leninista, non sono state in grado di vincere la battaglia per una società più avanzata, rimanendo, di fatto, dentro l’ambito determinato dai paesi capitalistici, rivelandosi così incapaci di confermare quell’egemonia dimostrata solo per un lasso di tempo non lungo, lasciando di nuovo il «testimone» dello sviluppo dell’umanità al capitalismo.
Questa chiave di lettura della dinamica storica e di ricerca teorica pone una serie di problemi di non poco conto e apre una serie di domande alle quali è giocoforza rispondere. Questa relazione diretta, necessaria, tra sviluppo delle forze produttive e possibilità di costruzione di una società socialista «stabile», quanto è ineludibile?
Quanto, invece, è importante la capacità soggettiva di un movimento rivoluzionario nel trasformare le relazioni sociali, evitando così quel determinismo che ha contribuito a causare la precedente crisi? L’attuale livello delle forze produttive che vede l’uso diretto della scienza, della conoscenza e della comunicazione nella produzione, l’internazionalizzazione dei processi produttivi, un livello più qualificato della forza lavoro, rendono più «facile e naturale» la costruzione di un’alternativa sociale al capitalismo? Questa nuova condizione non ha modificato la sostanza di subordinazione del rapporto tra centro e periferia riproducendo la separazione che esisteva anche all’inizio del secolo passato? Quanto potrà pesare questo dato materiale che si riconferma, pur in un contesto diverso, nei processi di trasformazione sociale? Quale può essere il ruolo della classe lavoratrice nei paesi più sviluppati?
Le questioni che ci troviamo a dover affrontare sia sui motivi della sconfitta subita sia sulle condizioni attuali per rendere possibile un altro mondo sono molto complesse, eppure va fatto uno sforzo per capire e tentare di trovare le risposte per non essere travolti dall’irrazionalità del capitale che ripropone l’affermazione del moderno imperialismo. Tutto ciò non è possibile se non si ritrova quel livello teorico che ha accompagnato il conflitto di classe internazionale nel corso del secolo passato.
Questo libro vuole presentare in chiave ragionata il grande dibattito sui temi della transizione che si era sviluppato con una reale e sentita discussione fatta nei primi anni ’60 a Cuba sulla costruzione di un’economia socialista nel pieno della crescita del movimento rivoluzionario; ciò a noi sembra un buon punto di partenza.
CREDITS
Immagine in evidenza: Che Guevara
Autore: René Burri (1933-2014)
Licenza: Pubblico dominio
Immagine originale ridimensionata e ritagliata

