Rete dei Comunisti
Lo scontro in corso sull’Iran ha necessità di essere compreso in tutti i suoi aspetti. In esso agisce sia una contraddizione dall’esterno – l’interesse israeliano e statunitense a fare fuori il principale competitore regionale sugli assetti imperialisti in Medio Oriente – e una contraddizione interna che attiene al contrasto sempre più evidente tra le esigenze materiali e politiche della società iraniana contro la struttura e sovrastruttura espressa dalla leadership della Repubblica Islamica.
Queste contraddizioni hanno un loro ordine di priorità che condiziona gli obiettivi e le forme delle mobilitazioni sullo scontro esterno ed interno in corso in Iran. Queste si intrecciano tra loro ma devono convergere su una consapevolezza comune a tutti gli internazionalisti: il ripudio di qualsiasi aggressione israeliana e Usa all’Iran e la fine delle sanzioni occidentali contro quel paese.
Nessuno può o deve dimenticare che con motivazioni del tutto analoghe a quelle diffuse in questi giorni sulle proteste popolari in Iran, le potenze imperialiste occidentali negli ultimi venticinque anni hanno aggredito militarmente, invaso, destabilizzato paesi come Somalia, Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria ed oggi il Venezuela e magari domani i paesi africani che si sono emancipati dal controllo coloniale francese.
Le sanzioni sono state uno strumento della guerra e dell’ingerenza imperialista occidentale contro questi paesi, ma le stesse USA ed Unione Europea si sono rifiutate di adottare sanzioni contro Israele nonostante il genocidio contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
Contestualmente, oggi in Iran come ieri in alcuni di questi paesi, esistono forti contraddizioni sociali e aspettative politiche interne che entrano spesso in conflitto con i blocchi politico/sociali che gestiscono il potere. Che su questo conflitto agiscano poi anche agenti esterni interessati alla destabilizzazione dei regimi o dei governi non è affatto sorprendente ma conclamato.
La continua pressione che l’imperialismo statunitense e Israele hanno esercitato sulle forze dell’Asse della Resistenza, fino ai colpi inferti negli ultimi due anni, hanno indubbiamente costretto Teheran a dirottare risorse ed energie al comparto militare, contribuendo a logorare dall’interno la tenuta del regime e il sostegno popolare alle sue scelte.
Le proteste popolari in Iran sono nate da esigenze reali vere e dal peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori della popolazione, inclusi settori di quelle classi medie – i bazari – che furono decisive nel rovesciamento del regime dello Sciah nel 1979 e blocco sociale di consenso alla Repubblica Islamica negli anni successivi.
Su questa condizione economica-sociale peggiorata pesantemente, pesano sicuramente le sanzioni ma pesano anche le scelte economiche liberiste e antipopolari realizzate proprio da quei settori “riformisti” della Repubblica Islamica (spesso arbitrariamente coccolati dall’Occidente) in contrasto con i settori “ortodossi”.
I primi hanno vinto alcune elezioni (anche le ultime) e hanno la loro base tra i ceti sociali urbani, i secondi rappresentano la popolazioni rurali e i settori più poveri.
Accomunati da una comune sovrastruttura religiosa – islamica sciita – questi segmenti del blocco di potere spesso confliggono tra loro e talvolta ispirano, strumentalizzano, accolgono o reprimono le proteste popolari a seconda dei rapporti di forza interni ma anche delle ingerenze esterne.
E’ evidente che la sovrastruttura di potere di stampo religioso sia oggi del tutto inadeguata a rappresentare le esigenze di una società moderna e culturalmente avanzata come quella espressa dalla popolazione iraniana nelle città. Potremmo parlare senza tema di smentite di “contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione”.
In Iran, come in tutti i paesi, c’è una lotta di classe che agisce dentro le condizioni specifiche di quel paese, ma c’è anche una fortissima polarizzazione politica tra chi riconosce i propri interessi e aspettative nel modello religioso al comando e chi invece ritiene che questo non corrisponda più alle proprie esigenze materiali, politiche, civili, ideologiche. Quando parliamo di popolo iraniano va riconosciuto che esistono tutte questi componenti, in relazione e in conflitto tra loro.
Dunque auspichiamo che questa lotta si esprima in Iran come in ogni altra società e agiamo affinchè a prevalere le forze più avanzate (non certo i volenterosi restauratori dell’erede dello Sciah di Persia), ma lasciare che a condizionarne gli esiti siano le ingerenze imperialiste di Usa, Israele e Unione Europea è una opzione che va ritenuta come inaccettabile e come tale respinta.
E’ questo il motivo per cui non ci troverete mai nelle piazze insieme a chi vuole apertamente solo rovesciare un regime in un paese indipendente, destabilizzarlo come avvenuto in tutta la storia recente, riconsegnarlo nelle mani delle multinazionali e della longa manu israeliana in Medio Oriente. Al contrario saremo in piazza senza esitazioni contro ogni aggressione militare imperialista.

