Rete dei Comunisti – Bologna
A fronte della sollevazione popolare inedita dell’autunno, che ha attraversato città, scuole, università e luoghi di lavoro, il governo Meloni e la questura di Bologna dimostrano tutta la propria incapacità di gestire una mobilitazione ampia, determinata e radicata socialmente. La risposta scelta è quella della repressione: manganelli, lacrimogeni sparati anche ad altezza d’uomo, fermi a campione, violenze sistematiche e una gestione delle piazze sempre più autoritaria.
Oggi le denunce si moltiplicano e proprio a Bologna la questura sperimenta l’applicazione del cosiddetto pacchetto sicurezza, che inasprisce le pene per il blocco stradale e colpisce direttamente le pratiche di lotta. Una sperimentazione che anticipa l’ipotesi di un nuovo pacchetto sicurezza, che contiene elementi particolarmente pesanti proprio contro le manifestazioni e il diritto di dissenso.
Le circa cento denunce legate alle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina a Bologna rappresentano un salto di qualità gravissimo nella gestione repressiva del conflitto sociale. Un numero spaventoso, che esprime una scelta politica precisa. Va detto chiaramente: ad occupare la tangenziale e l’autostrada c’eravamo tutte e tutti.
Come Rete dei Comunisti eravamo in prima linea in quelle mobilitazioni indette dall’Unione Sindacale di Base e da Potere al Popolo in solidarietà con la Flotilla e con il popolo palestinese. Rivendichiamo senza ambiguità quella presenza e quelle scelte, parte di un percorso di lotta legittimo e necessario.
Questa ondata repressiva non è né locale né episodica. Si inserisce in un quadro più ampio che comprende l’accanimento del governo contro i palestinesi arrestati in Italia, trasferiti in carceri di massima sicurezza, isolati e sottoposti a misure eccezionali. Si inserisce inoltre in un clima politico sempre più reazionario, segnato anche dal DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo, rispetto al quale si registra un preoccupante allineamento della destra del Partito Democratico.
La criminalizzazione del dissenso nelle piazze e nei luoghi di lavoro – come dimostra anche la sospensione di un ricercatore dell’Università di Bologna per aver espresso solidarietà alla Palestina – e il trattamento punitivo riservato ai palestinesi rispondono alla stessa logica: colpire, intimidire, isolare chiunque metta in discussione la guerra e l’allineamento dell’Italia all’asse Israele-USA-UE.
La repressione ha la funzione di criminalizzare il dissenso e spezzare la solidarietà. Per questo la nostra risposta non può che essere l’opposto: rivendicare la natura collettiva delle mobilitazioni, restare uniti, non farci dividere e portare solidarietà concreta a tutte e tutti i repressi, alle e ai denunciati, ai palestinesi colpiti dalla violenza istituzionale.
La repressione è lo strumento a cui ricorre un esecutivo che ha visto incrinare il suo consenso proprio in quei mesi di mobilitazione permanente. Un governo che sa di dovere compiere scelte impopolari in prospettiva che ne minano potenzialmente la capacità di tenuta delle forze politiche che lo sostengono. Per questo far fioccare le denunce a Bologna ed in tutta Italia è sia uno strumento non solo di vendetta politica postuma ma il tentativo preventivo di impedire che il conflitto sociale torni ad essere una risposta politica di massa al comulo di contraddizioni sociali che questo Modo di Produzione Capitalista in crisi sistemica produce.

