Rete dei comunisti in «La Rete dei Comunisti n.1»
Ancora una volta la Palestina è in fiamme. Centinaia di morti e feriti in una terra storicamente umiliata. Come nel 1948, nel 1956, nel ’67, nel ’73, nell’82, nell’87, nel ’91, nel ’94… Repressione e morte per centinaia di migliaia di uomini e donne palestinesi che soffrono l’occupazione israeliana da cinque generazioni.
È possibile immaginare uno scenario di pace in un contesto simile? No di certo. No finché il sionismo (che ancora troppo, per ignoranza o per dolo, anche a sinistra, continuano a confondere con l’ebraismo, propagandando l’equazione antisionismo = antiebraismo) seguiterà ad essere il principale elemento di coesione all’interno di una comunità; quella israeliana, che basa la sua artificiale esistenza su una struttura militarista e teocratica (altro che integralismo islamico!).
Assunto come vero segno identitario dall’immensa maggioranza dei cittadini israeliani, il sogno di una “Grande Israele” dai confini biblici continua ad essere la base programmatica di questa paradossale realtà statale nella quale vive solo il 25% della comunità ebraica mondiale.
A poco servono gli “sforzi disperati internazionali” per la pace o gli “angustiati” appelli del Papa. Neanche le lacrime di coccodrillo dei nostrani pacifisti dell’ultima ora sembrano centrare l’obiettivo quando chiedono alle cosiddette parti – cioè ai coloni e ai militari israeliani armati fino ai denti e ai ragazzini palestinesi che rispondono alle pallottole coi sassi – di cessare le ostilità per mettersi attorno ad un tavolo e riportare il confronto ad un civile scambio di opinioni. Chi mette sullo stesso piano l’occupazione e la resistenza, l’attacco e la difesa, i lanci di sassi coi bombardamenti, dimentica, o finge di farlo, cinquant’anni di repressione permanente, di infamia, di sofferenza.
L’esplosione di violenza nei Territori Occupati, che rimangono tali anche sotto l’etichetta di Territori sottoposti all’Autorità Nazionale Palestinese, tali e tanti sono le limitazioni di carattere economico, politico e militare cui sono sottoposti da parte di Tel Aviv, è da addebitarsi alla “provocazione elettorale” del falco Sharon sulla spianata delle moschee. Ed è così che i commentatori, all’unanimità, gridano al fanatismo islamico crescente nella società palestinese, con le minacce di attentati suicidi da parte dei kamikaze di Hamas e di Hezbollah, cui si contrapporrebbe una società israeliana laica e democratica, avamposto in Medio Oriente della civiltà Europea e dello Stato di diritto, come non si stanca di ripetere il Pannella che sicuramente non esprime una opinione personale.
UNA NUOVA INTIFADA
Ma è evidente che l’esplosione della rabbia palestinese deriva dalla frustrazione, dalla presa d’atto del fallimento di un processo di pace condotto, da parte palestinese, con la pistola puntata alla tempia, che nulla ha mosso sul piano del riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi e ancora meno ha fatto nel senso del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni arabe ammassate nei campi profughi in Libano, in Siria e in Giordania o nei quartieri arabi di città prese d’assalto da coloni pistoleros e angariate dalle autorità militari israeliane. Se è vero che il tasso di integralismo islamico cresce nella martoriata società palestinese, è pur vero che la crescente forza delle organizzazioni islamiche viene costruita su una capillare rete sociale che oltre a diffondere la “Guerra santa” costruisce anche scuole ed ospedali, case e posti di lavoro per i palestinesi abbandonati sempre più da una borghesia che negli accordi di Oslo ha visto la possibilità di gestire importanti risorse economiche, a qualunque condizione, infischiandosene delle indecenti condizioni di vita dei propri concittadini.
La rabbia dei giovani “shebab” sembra sempre più indirizzarsi non solo verso l’occupante israeliano, ma anche contro una nascente classe dirigente rappresentata dalle caste tribali legate al partito di Arafat, nelle cui stesse fila cresce il dissenso rispetto ad un accordo “a tutti i costi e a qualsiasi condizione”. Tutto sembra dirci che la resistenza all’occupazione sta entrando in una fase nuova, diversa rispetto alla precedente: sono molti gli uomini e le donne non più disposti a una nuova marcia indietro. Non c’è pace che tenga in una situazione come quella attuale di crescente umiliazione. L’indipendenza adesso o il soggiogamento di una nuova generazione di sconfitti dall’occupazione sionista. Un svalutato e debilitato Arafat non potrà impedirlo, nonostante la sua volontà, pena la detronizzazione. Chissà che non scelga, per rimanere in sella, di guidare lui stesso la sollevazione di una intera società manifestamente disillusa da un processo di pace lungo quanto inconcludente.
Anche lo scenario internazionale appare alquanto problematico. Fino a quando il nascente polo imperialista europeo lascerà mano libera all’asse Israelo-Staunitense?
Fino a quando l’Unione Europea, che ha acquisito un protagonismo crescente a partire dall’imminente rottura dell’embargo all’Iraq, dalla violazione delle sanzioni alla Libia e dall’abbassamento della tensione con l’Iran, potrà permettersi di pagare l’alto prezzo politico dell’esclusione dei suoi interessi dall’area? Fino ad oggi la Comunità Europea è rimasta totalmente fuori dal gioco mostrando una manifesta incapacità ad imporsi su uno scenario che la geopolitica ha finora assegnato all’egemonia USA, e del resto anche la rinuncia a svolgere un qualsiasi ruolo nella questione curda confermando di non voler – o poter – disturbare l’altro principale alleato USA nella regione.
Ma la situazione sembra in movimento: quanto potranno durare i regimi arabi che hanno scelto la non belligeranza o addirittura la collaborazione con il “Grande protettore dell’espansionismo israeliano”, sotto l’urto delle masse arabe che da settimane riempiono le strade del Cairo, di Damasco, di Beirut, di Rabat?
LO STATO PALESTINESE NON È PIÙ RINVIABILE
È evidente che l’unica iniziativa che possa risultare risolutiva è quella della creazione, oggi, di uno Stato palestinese che possegga tutti i requisiti che oggi mancano ai “Bantustan” governati da Arafat: la piena sovranità economica, politica e amministrativa su un territorio internazionalmente riconosciuto e dotato di continuità territoriale.
L’Unione Europea potrebbe trovare un suo ruolo all’interno di questo processo di edificazione di un nuovo Stato palestinese che imporrebbe ad israeliani e statunitensi una controparte dotata di soggettività statale, mentre oggi appare chiaro che nessun processo di pace potrà andare a buon fine finché i palestinesi avranno come avversari al tavolo della trattativa non uno ma due entità. In questo senso la diplomazia europea potrebbe rappresentare la quarta gamba di un tavolo che oggi ne possiede solo tre.
Incalzare l’iniziativa europea e denunciarne il disimpegno nell’area non sarebbe una contraddizione per noi, che tra i primi abbiamo denunciato il ruolo imperialista dell’Unione Europea in contrapposizione con quello del polo statunitense, bensì per una compagine di interessi che ha fatto di tutto per smembrare gli Stati dell’Est Europeo per poterli più agevolmente sottomettere e colonizzare – non ultima la Jugoslavia – mentre sul versante mediorientale non ha il “coraggio” di appoggiare la sacrosanta nascita di uno Stato Palestinese con a capitale una Gerusalemme “città aperta”.
CREDITS
Immagine in evidenza: Intifada in Gaza Strip
Autore: Dan Hadani collection, 21 December 1987
Licenza: This work is free and may be used by anyone for any purpos
Immagine originale ridimensionata e ritagliata

