Una riflessione a partire dalle recenti condanne agli ex disoccupati BROS
Le compagne e i compagni della Rete dei Comunisti della Campania.
Le recenti condanne emesse dalla Corte di Appello di Napoli contro un gruppo di ex disoccupati organizzati BROS (oggi lavoratori del comparto della Manutenzione Stradale in Campania) sono state – magari inconsapevolmente – rimosse dal dibattito politico degli attivisti e considerate, sostanzialmente, un altro tassello della lunga sequenza di processi e condanne contro i cicli di lotta e di mobilitazione degli anni passati a cui, purtroppo, siamo abituati a sopportare ed ingoiare da tempo.
Certo non sono mancati gli abituali comunicati di solidarietà verso questi compagni che hanno ricevuto una considerevole mole di condanne pecuniarie e penali, non sono mancati gli appelli alla necessità di mantenere viva l’attenzione sui percorsi della repressione di stato come – ovviamente – non sono mancate le interpretazioni criminalizzanti e tese a sminuire le ragioni sociali di quel periodo di conflitto sociale in città. (In tale opera di opacizzazione e distorsione dei contenuti politici e programmatici dei movimenti di lotta degli allora disoccupati si è distinto “il Corriere del Mezzogiorno” che, di fatto, ha fatto proprio, in maniera supina ed acritica, l’impianto accusatorio della Procura della Repubblica.)
A distanza di qualche settimana dalla pubblicazione del dispositivo di sentenza vogliamo evidenziare alcuni aspetti attinenti al processo ed indicare alcuni punti politici e programmatici su cui – da comunisti – intendiamo sollecitare, ulteriormente, la discussione e la possibile ripresa di una iniziativa di massa su questo importante aspetto della lotta di classe.
Una necessità che – come è noto – non riguarda solo gli ex disoccupati organizzati dell’area metropolitana di Napoli ma coinvolge l’intero mondo del lavoro colpito dai nuovi tentativi di limitare il Diritto di Sciopero, gli Immigrati che, con estrema difficoltà e mettendo in conto la loro incolumità personale, tentano di organizzarsi contro le moderne forme del Caporalato e l’universo delle giovani generazioni che, quotidianamente, misurano la loro disillusione, ideale e concreta, verso una società che frustra ogni possibilità di libera e consapevole affermazione ad una vita degna.
1 Il contenuto ideologico dei processi alle lotte e il ribadimento del dogma liberale dell’immodificabilità dello stato di cose presenti:
Chi ha avuto modo di leggere gli atti processuali di questo processo – ma analogo filo nero è rintracciabile in procedimenti giudiziari simili a Napoli come altrove – non può non cogliere che il vero propellente culturale e materiale dell’inchiesta (sorretto da un continuo lavoro di costruzione di cosiddette prove e contesti probatori da parte degli uffici Digos e di altri segmenti dell’apparato delle varie forze di polizia) è la dichiarata volontà di affermare il principio che la realtà sociale in cui siamo immersi, che i meccanismi che determinano la disoccupazione, la precarietà, il lavoro nero e lo sfruttamento sono condizioni immodificabili che vanno – direttamente e indirettamente – accettate e non vanno assolutamente messe in discussione o contestate. Anzi le stesse modalità – spesso accentuate e distorte dalla particolare forma della dinamica “sviluppo/sottosviluppo” a Napoli e nel Meridione d’Italia – con cui si configura il mercato del lavoro (clientelismo, affarismo, individualizzazione della forza/lavoro, assenza delle già limitate e vigenti forme di tutele legali e contrattuali) sono da sopportare, accettare e, se proprio si palesano in maniera particolarmente cruenta ed antisociale, al massimo è possibile renderle meno aspre e feroci.
Insomma la Procura – attraverso la filosofia d’indirizzo di questa inchiesta e i presupposti con cui ha conferito le linee guida ai vari soggetti investigativi – intende affermare il dogma liberale che non serve organizzarsi, non serve lottare e che va disincentivata qualsivoglia attività collettiva, sociale e sindacale che punta al protagonismo attivo dei soggetti popolari, alla loro presa di coscienza e, soprattutto, all’eventualità di una trasformazione di una ritrovata e/o ritrovabile “coscienza di classe in organizzazione”.
Tale volontà da parte della Magistratura è ancora di più accentuata quando, come nelle decine di esperienze dei movimenti dei disoccupati e degli altri movimenti che si sviluppano contro i variegati effetti del dominio capitalistico, questa dinamica di consapevolezza e di organizzazione conflittuale avviene fuori ed oltre gli istituti (concertativi e collaborazionisti) della “politica ufficiale” e delle forme istituzionali e compatibilizzate della Rappresentanza.
Insomma – per essere chiari – se esiste ancora qualche tolleranza e/o canale di comunicazione per chi si attarda nella simulazione del conflitto o concepisce la lotta in funzione del proprio riposizionamento nell’agorà del politicismo, per chi – invece – assume, anche tendenzialmente, una postura autonoma, indipendente e di rottura con le attuali forme di governance l’atteggiamento dello Stato e, consequenzialmente, dei vari apparati di comando e controllo non può che essere di censura e di aperta repressione.
Assume – quindi – una importanza politica centrale l’affermazione del sacrosanto diritto alla piena libertà di lotta e di organizzazione come azione centrale e controcorrente per impedire che – di fatto – le forme indipendenti del conflitto vengano dispoticamente espunte dalla pratica sociale e dall’insieme della società.
2 L’utilizzo del paradigma criminale applicato alle lotte sociali e la loro omologazione alla narrazione deviante della città camorristica e delinquenziale:
Frequentemente – con risultati processuali diversi tra loro – svariate volte numerosi sostituti Procuratori della Repubblica che operano a Napoli hanno utilizzato, nel corso delle loro inchieste, una chiave di lettura ed un armamentario processuale attingendo, disinvoltamente, dagli articoli del Codice Penale afferenti la grande criminalità organizzata (il reato di Associazione a Delinquere nelle sue varie declinazioni, quello di Estorsione…) e, puntualmente, l’intera vicenda organizzativa delle lotte e delle vertenze è stata sapientemente vivisezionata con modalità, stili investigativi ed approcci come se un Comitato di Disoccupati fosse equiparabile ad un “gruppo di fuoco” di qualche clan e come se un incontro pubblico tra una delegazione di un movimento con un assessore o un sindaco fosse assimilabile ad una “richiesta di tangenti o una estorsione economica più o meno esplicita”.
È evidente – in tali situazioni – che la Magistratura mette in atto una operazione di delegittimazione culturale e sociale del conflitto, una sconsiderata riduzione della lotta organizzata alla stregua di una disdicevole prassi da “gruppo di pressione/condizionamento” ed una pianificata volontà di non riconoscere dignità formale e valore politico ad una rivendicazione collettiva di avanzamento e di miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro.
Una perniciosa e mistificante volontà per suggellare negativamente la categoria della lotta di classe, ritenuta desueta e fuori dalla Storia e per accreditare – verso una “pubblica opinione e/o società civile” sempre più distratta e disorientata – sentimenti e pulsioni razziste, differenzialiste e di vero e proprio odio sociale verso chi si organizza e scende nelle strade della città.
3 L’utilizzo delle sanzioni economiche come strumento di disarticolazione dei processi di organizzazione, di generalizzazione del conflitto e di molecolarizzazione della pena:
Da alcuni anni – a fronte dell’insostenibilità di rendere alcuni cosiddetti reati estinguibili attraverso impossibili periodi di effettiva carcerazione – la Magistratura (legittimata anche dai vari provvedimenti approvati dai governi di ieri e di oggi) ha, sempre più, implementato l’applicazione e l’utilizzo delle “sanzioni economiche” verso compagni, attivisti sociali e sindacali.
Tale modalità, di somministrazione della pena, si configura come una vera e propria azione di divisione, frantumazione e disarticolazione di ogni anelito di organizzazione unitaria e collettiva di una mobilitazione, di una vertenza e di qualsivoglia elemento di tenuta politica ed organizzativa del conflitto. Se un lavoratore o un gruppo di essi – magari a discrezione della telecamera di un operatore Digos o dei desiderata di un padroncino che individua il “rompicoglione di turno” – viene colpito da una sanzione economica è palese che il primo effetto che si determinerà sarà l’individualizzazione del soggetto da colpire con tutte le conseguenze sulle sue relazioni lavorative, familiari e sociali.
Del resto in presenza di tali sanzioni anche le pur apprezzabili, e sempre da sostenere “Casse di Resistenza e di Solidarietà”, alla lunga e di fronte ad un crescente numero di inquisiti che oramai conta diverse migliaia di compagni coinvolti, risultano poco efficienti e non sono un elemento decisivo in una necessaria campagna politica e sociale per imporre un deciso Stop alla Repressione.
La stringente necessità di costruire un argine politico all’attuale corso di repressione e criminalizzazione delle lotte e delle mobilitazioni, l’opposizione netta all’ulteriore restringimento degli spazi (materiali ed immateriali) e degli strumenti del conflitto sociale, la mobilitazione contro i processi di concentrazione e centralizzazione autoritaria delle Istituzioni e l’apertura di una stagione culturale e politica di ristabilimento delle verità storiche e processuali sui principali passaggi sociali e fenomenologici che le dinamiche della lotta di classe hanno squadernato nel corso dei decenni è un impegno – un punto fermo di organizzazione – che occorre assumere da parte di chi è impegnato nelle iniziative sociali per il cambiamento sostanziale e l’emancipazione degli strati popolari della società.
Separare il complesso delle mobilitazioni sociali, politiche e sindacali dalla costante e puntuale denuncia pubblica di tali processi autoritari, criminalizzanti e di azzeramento del conflitto sarebbe un enorme errore politico che i movimenti di lotta e le organizzazioni Indipendenti non possono consentirsi. Anzi il procedere della crisi e il tracciato – di oggi e di domani – del Modo di Produzione Capitalistico ci ricordano, spesso drammaticamente, che tale intreccio politico e dialettico è un esercizio ed un compito prioritario dei comunisti che intendono svolgere una moderna “funzione di massa” adeguata alle caratteristiche della nostra contemporaneità.
Le compagne e i compagni della Rete dei Comunisti della Campania.
Luglio 2026

