La Francia tra Macron e Mélenchon la sfida di France Insoumise

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Prefazione

Il 17 novembre 2018 resterà un profondo spartiacque per la storia contemporanea francese.
Quel sabato è stato l’ Atto Primo – volendo usare la definizione dei suoi protagonisti – di una protesta sociale che nel mentre terminiamo il libro è giunta alla tredicesima settimana consecutiva e non mostra alcun segno di riflusso.
Questo movimento ha accelerato la crisi non solo del macronismo ma dell’assetto politico della Quinta Repubblica, ha dato legittimità e visibilità ad un ampio arco di forze politiche che l’ha sostenuto sin dai primordi – tra cui La France Insoumise – ha stimolato l’emersione di un nuovo movimento studentesco e conferito rinnovato protagonismo alle organizzazioni sindacali.
Quest’ultime – come la CGT e Solidaires – seppur in un primo tempo scettiche di fronte alla “marea gialla”, hanno prima deciso di interloquire – su spinta fortissima della loro base in parte organica alla protesta – e poi di rilanciare un piano di iniziative che hanno avuto nello sciopero generale svoltosi il 5 febbraio una tappa importante, facendo entrare in una nuova fase il conflitto di classe nell’Esagono.
Questo movimento che ha avuto come proprio “innesco” l’opposizione agli aumenti previsti – prima dilazionati e poi congelati – di Diesel e benzina, si è trasformato in una mobilitazione permanente che coniuga precise richieste sociali sul potere d’acquisto a rivendicazioni politiche tout court, chiedendo a gran voce innanzitutto una cosa: le dimissioni di Macron.
Giunto ormai al terzo mese, il movimento giallo flou ha pagato un prezzo molto elevato in termini repressivi: 1.800 persone sono state condannate, nei primi due mesi della protesta sono state ferite da “armi non letali” più persone che negli ultimi vent’anni, una persona è morta a causa dell’azione delle forze dell’ordine, altre sono entrate in coma, alcuni sono stati feriti gravemente.
Lo stato francese è entrato in uno “stato d’eccezione permanente” che non è cessato con la fine della promulgazione dell’ “Etat d’Urgence”, ed ha accentuato la sua torsione autoritaria riesumando le pagine più nere del suo passato.
Durante il dibattito all’Assemblea Nazionale su un pacchetto legislativo che limita fortemente il diritto di manifestazione un deputato dell’opposizione ha dichiarato espressamente: È una deriva completa. Si è tornati al regime di Vichy.

Forse il leader di En Marche! non avrebbe mai immaginato la natura involontariamente profetica delle sue affermazioni quando – intervistato da Carrère – aveva dichiarato verso fine del 2017: penso che il nostro paese stia camminando su uno strapiombo e penso che potrebbe anche cadere giù.
Questa caduta gravosa più che il paese, riguarda non solo la sua brillante e precoce – quanto probabilmente breve – carriera, ma il prodotto politico che era stato capace di vendere agli elettori ed ad una buona parte del ceto politico continentale in grave crisi di legittimità.
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, non erano pochi coloro avevano visto il lui l’astro nascente di una nuova leadership in grado di rilanciare il progetto dell’Unione Europea a tutti i livelli.

La sua probabile uscita di scena apre orizzonti piuttosto interessanti e il test dell’elezioni europee sarà un importante giro di boa, considerato che già nel suo meeting marsigliese nell’estate dello scorso anno Jean-Luc Mélenchon aveva dichiarato che voleva trasformare l’appuntamento elettorale del maggio del 2019 in un “referendum su Macron”.


Questo testo, quando è stato concepito all’inizio dell’estate scorsa, doveva fornire degli elementi di comprensione per il pubblico italiano sulla natura del macronismo, al di là della sua auto-rappresentazione.
Volevamo analizzare le ragioni per cui anche i più generosi tentativi di coagulare una opposizione politico-sociale efficace alla macronie non erano stati in grado di impattare le scelte di fondo realizzate con modalità da “rullo compressore” da parte dell’Esecutivo.
Certo l’Affare Benalla, primo scandalo vero dell’era Macron scoppiato da lì a poco ed una serie di defezioni successive nel suo entourage avevano mostrato le vistose crepe di un consenso che i sondaggi impietosamente riportavano.
Allo stesso tempo, questo libro doveva mostrare la parabola ascendente della France Insoumise e della sua emersione come una delle principali forze politiche continentali in grado di vincere la sfida della rappresentanza politica raccogliendo il consenso, ed in dose minore, la disponibilità alla militanza di una parte importante delle classi subalterne d’Oltralpe.
L’exploit al primo turno dell’elezioni presidenziali del 2017 con un 19,6% l’avevano posta come un soggetto politico “centrale” della nuova fase che si sarebbe aperta in Francia, nonostante pochi commentatori in Italia se ne fossero accorti.
La FI stava e sta esercitato il ruolo di pivot per la composizione di un arco di forze europee in grado di sfidare il duopolio composto da “liberisti autoritari” e “populisti di destra” sullo sfondo delle elezioni europee previste per il maggio del 2019, scuotendo la “vecchia sinistra radicale” e dando nuovi impulsi a differenti esperienze che come questa formazione si pongono come punti prioritari della propria agenda politica la rottura dei trattati dell’Unione Europea – e l’articolazione di un piano B per una eventuale uscita dalla gabbia dell’Unione – e la fuoriuscita dall’Alleanza Atlantica come condizioni indispensabili per la riacquisizione della sovranità popolare, la realizzazione di un programma sociale adeguato, ed una transizione ecologica effettiva e non ultimo lo sviluppo una politica di cooperazione con i popoli del Tricontinente svincolati da una prassi neo-coloniale.

L’irruzione del movimento dei Gilets jaunes ha “scompaginato le carte” e cambiato in parte il fine di questa pubblicazione. Il monitoraggio costante e il tentativo di far conoscere e di rendere intellegibile la cronaca politica francese e l’antagonismo di fondo tra due leader carismatici che polarizzavano la Francia: Macron e En Marche! da un lato e Mélenchon e la FI dall’altro, attraverso cronache, dispacci, traduzioni e riflessioni sui passaggi politici rilevanti dal settembre del 2017 all’autunno del 2018 ha dovuto tramutarsi in altro.

L’importanza di ciò che stava succedendo dal 17 novembre in poi era proporzionale all’incapacità degli organi di informazione e degli apparati culturali in Italia di dare elementi di comprensione di quello che travestito da “oggetto politico non identificato” era la più possente manifestazione continentale della lotta di classe del XXI secolo e il maggior punto di caduta del consenso per le élites dei nostri giorni nella UE.
Questo “punto di rottura” appariva da subito come l’emergere delle fratture prodottesi – e mai ricompostesi – nella società francese da almeno da 15 anni circa, in un contesto in cui già a metà del decennio precedente erano emerse con prepotenza con la bocciatura del progetto di Costituzione Europea con il referendum nel 2005, le violente ribellioni delle periferie durante lo stesso anno e il movimento contro il CPE l’anno successivo.
A questa generale incapacità di inchiesta dei media e del ceto intellettuale del nostro paese – a metà tra la volontaria congiura del silenzio e la narrazione tossica vera e propria – si univa la totale mancanza di capacità di collocare ciò che stesse succedendo in una prospettiva storica di breve e di lungo periodo, rimuovendo i più elementari aspetti peculiari della storia politica francese e la profonda influenza culturale a livello universale che ha esercitato per secoli.

L’accelerazione degli eventi e la loro continua evoluzione ci ha costretti ad una costante e quotidiana attenzione che dovevamo tradurre in puntuali resoconti di ciò che stava accadendo, talvolta quasi quotidiani, senza tralasciare il lavoro di un maggiore approfondimento fatto con traduzioni, interviste e materiali di approfondimento pensati appositamente per questo volume.

Abbiamo volutamente lasciato lo stile in presa diretta degli avvenimenti analizzati e le riflessioni “a caldo” su ciò che stava accadendo, per linee interne ad un movimento che talvolta ci ha visto come “osservatori partecipanti”, tal altra “protagonisti”, con un punto di vista probabilmente parziale e “di parte” che rivendichiamo con forza.

Abbiamo dato una scansione cronologica alla struttura del volume, che si compone per la stragrande maggioranza del materiale (a parte gli inediti) del lavoro pubblicato da noi sul giornale comunista online Contropiano, un “work in progress” che abbiamo rivisto ed in parte rielaborato.

Alla redazione di Contropiano che svolge con spirito di abnegazione un ruolo informativo fondamentale – non solo sulle recenti vicende francesi – va il nostro più sincero ringraziamento, sapendo come sia difficile combattere una guerra asimmetrica contro la manipolazione sistematica della realtà operata dai media mainstream.

Questo compito comune pensiamo sia quello descritto dalle parole di Bertold Brecht:

Amici, vorrei che voi sapeste la verità e la diceste!
Non come stanchi Cesari in fuga: «Domani arriva la farina!»
Ma come Lenin: «Domani sera
Siamo perduti se non…»

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