Rivoluzione d’ottone

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Il jazz americano si riappropria della sua anima politica

Il jazz è la musica dell’improvvisazione. Questa caratteristica si sedimentò, alle origini del genere, a partire dall’esigenza della comunità nera americana dell’epoca di portare alla luce la propria interiorità attraverso l’espressione sonora e di farla arrivare alle orecchie dell’altro pura, densa e senza compromessi. Sin dalle origini, e soprattutto dagli anni ’40 in poi, la creatività frenetica di musicisti come Charlie Parker, Thelonious Monk e John Coltrane permise loro di spingere in avanti i limiti della musica incorporando in essa le inquietudini e la violenza del mondo in cui vivevano. È proprio questa la caratteristica che contribuì maggiormente alla crescita rutilante del jazz: la predisposizione ad assorbire la storia di cui faceva parte e a farsi portavoce del vissuto di un’intera comunità, facendo da risonanza a temi come le discriminazioni e la segregazione razziale e dando propulsione a movimenti come quello per i diritti civili e del Black Power.

Nell’immagine comune del sofisticato jazz odierno è difficile trovare i segni della potenza e della vitalità con le quali questa musica è stata in grado di raccontare le contraddizioni e le ingiustizie della società contemporanea. Tuttavia alcuni recenti sviluppi della scena jazz americana suggeriscono che il genere possa aver finalmente ritrovato la strada di casa. Alcuni giovani artisti, in particolare, sembrano descrivere molto bene il sottosuolo di sentimenti del quale le recenti proteste del movimento Black Lives Matter, seguite all’omicidio di George Floyd, sono solo l’ultimo frutto.

Fra questi artisti Christian Scott aTunde Adjuah è sicuramente uno dei profili più interessanti. Cresciuto a New Orleans, il giovane trombettista si è distinto per lavori come Stretch Music (2015), The Centennial Trilogy (2017) ed Ancestral Recall (2019).

La sua opera artistica, che è profondamente intrisa del legame personale con la città di New Orleans, assume sfaccettature politiche e sociali sincere ed orgogliose che affrontano il razzismo sistemico insito nella società americana. Sin dai tempi della scuola elementare, che frequenta presso la William Frantz Elementary School – prima scuola americana ad essere desegregata –, a guidare la sua ricerca sonora è un obiettivo sociale preciso: proporre il jazz come musica che guarisce, che si prende cura della comunità. Nel suo jazz ibrido, definito “stretch music”, confluiscono contaminazioni sonore provenienti soprattutto da Africa Occidentale e Caraibi, in modo analogo a come, nel corso dei secoli, New Orleans è diventata punto di convergenza della diaspora di queste culture.

È il 2015 quando NPR, nel suo ormai iconico formato Tiny Desk Concerts, pubblica il live di Christian Scott aTunde Adjuah. Questo format non prevede, di solito, lunghi discorsi da parte degli artisti durante le esibizioni, ma il concerto di Adjuah rappresenta un’eccezione. Dopo aver suonato due brani dell’album Stretch Music appena uscito, il trombettista decide di raccontare un episodio. Di ritorno da un concerto, lui e la sua band furono fermati dalla polizia non avendo altra colpa se non quella di essere afroamericani. Gli agenti puntarono loro la pistola alla testa facendoli scendere dal veicolo, intimando loro di togliersi i vestiti e di sdraiarsi sul marciapiede e rimarcando più volte la propria autorità fino a minacciare esplicitamente Scott, che chiedeva spiegazioni:  se non avesse eseguito gli ordini, sua madre l’avrebbe recuperato all’obitorio.

Il brano che chiude il live è il frutto dell’elaborazione razionale ed emotiva da parte dell’artista di quest’episodio, e affronta e descrive il complesso spettro emozionale (che non è composto solo di rabbia e dolore) scaturito da un evento del genere.

Il titolo del brano è K.K.P.D., KU KLUX POLICE DEPARTMENT.

K.K.P.D. fu composto nel 2008, prima che il movimento BLM e le idee che lo compongono prendessero consistenza, ma non prima che i soprusi della polizia nei confronti della comunità nera fossero all’ordine del giorno. All’epoca il brano fu tacciato di sensazionalismo, un’accusa che è risuonata spesso nei confronti dei primi tentativi di presa di coscienza della violenza razzista della polizia. L’obiettivo del trombettista con questo brano – come lui stesso spiega – è quello «di raggiungere un consenso riguardo la discriminazione razzista, di cominciare a lavorare mano nella mano per risolvere questi problemi e fare in modo che non vengano ereditati dalle prossime generazioni». La tromba di Scott racconta in modo illuminante una realtà spesso negata, e lo fa – in modo particolarmente incisivo – proprio nel 2015, anno in cui i manifestanti inondano capillarmente le strade delle capitali statunitensi per denunciare questa realtà.

Il 2015 è un anno di svolta per le proteste del movimento BLM e il panorama musicale riflette la vitalità politica delle strade. È proprio durante quest’anno che esce l’album di denuncia ad alto impatto To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, tra i cui collaboratori spunta il sassofonista Kamasi Washington. Qualche mese più tardi, Washington irrompe nella scena jazz con un triplo album d’esordio di facile fruizione ma impegnativo da assimilare: The Epic.

Il suono di Kamasi Washington è ricco e coinvolgente, è una cattedrale fatta di contaminazioni funk e RnB, potenti linee di basso e cori dello spiritual africano, la cui chiave di volta rimane il suono fiammeggiante del sassofono.

Il messaggio politico di cui è intriso l’album è lo stesso che risuona per le strade e si esplicita in The Epic con il brano Malcolm’s Theme, un’elegia a El-Hajj Malik El-Shabazz alias Malcolm X, che canta le sue idee di amore, celebrazione e orgoglio di se stessi e della propria cultura.

Con il pugno in alto la cantante Patrice Quinn canta: «I say again, AFRO-AMERICAN!»

Con questo brano e con gli altri suoi lavori Kamasi Washington si dimostra in grado di raccontare quei sentimenti che scorrono sotterraneamente alla contraddittoria società americana, esprimendo quel “sentire comune” la cui voce viene troppo spesso soffocata dal gracchiante rumore della politica e dei media statunitensi.

Quando poi, nel 2017, la campagna politica anti-immigrazione del neopresidente Donald Trump si intensifica in un vero e proprio attacco alla diversità Kamasi Washington pubblica il suo secondo album. L’artista adopera la tecnica del contrappunto: linee melodiche indipendenti vengono sovrapposte in modo che dalla loro interazione emerga un risultato che è più della somma delle parti. Il risultato è un’opera di celebrazione della diversità: Harmony of the Difference, che culmina nel brano Truth.

Le esibizioni dal vivo di Washington e della sua band The Next Step, che hanno fatto sold out nei loro tour in rock clubs e festival come il Primavera Sound e il Coachella, sono pervase da un entusiasmo palpabile in cui il pubblico, mai seduto, è trascinato dentro agli spasmi lirici della loro musica. Si può affermare a buon diritto che la musica di Kamasi Washington non sia un mero riecheggiare delle proteste, essa va oltre: si fa carico di tutto il complesso universo di emozioni e idee che scaturiscono dal vivere l’ingiustizia e che guidano la protesta e, ruminandole attraverso la propria interiorità, le celebra e restituisce al mondo in un fulgore rinnovato.

Se Malcolm’s Theme riguarda l’accettazione e la celebrazione di se stessi e della propria cultura e Harmony of the Difference canta il valore dell’empatia celebrando la bellezza che emerge dalla diversità, il terzo album studio del sassofonista Heaven and Earth (2018) è tutto dedicato all’assertività.

L’album si apre con Fists of Fury, un remake della colonna sonora dall’omonimo film con Bruce Lee. Proprio come le arti marziali non sono frutto della furia cieca ma di una ricerca dell’uso deliberato del corpo, questo brano non canta la rabbia fatta di mancanza di controllo, ma l’assertività e l’infinito potenziale delle persone nell’usare il proprio potere e agire per il giusto.

Nessun commento potrebbe rendere l’idea più incisivamente del testo stesso del brano.

I use hands
To help my fellow man
I use hands
To do just what I can
And when I face with unjust injury
Than I change my hand
To fist of fury

Our time as victims is over
We will no longer ask for justice
Instead we will take our retribution

Our time as victims is over
We will no longer ask for justice
Instead we will take our retribution

I use hands
To show my friendliness
I use hands
To give a kind caress
I’ve fought the strong
I did right for wrong
When I changed my hands
To fist of fury

Fists of Fury apre “Earth”, la prima parte dell’album, mentre a chiudere la seconda parte, “Heaven”, è il brano Will You Sing. Testa e coda dell’opera raccontano facce simmetriche dello stesso pensiero: il potere dei singoli individui di innescare il cambiamento. In Will You Sing i cori dalla forte connotazione spirituale (quasi religiosa) si stagliano per intensità sopra l’energica linea di basso e invocano direttamente le singole persone:

« If your voice is all we really need 
Will you sing?
If your sound can set those captured free
Will you sing?
With our song one day we’ll change the world
If you sing »

Da questi versi si dischiude un pensiero di speranza che si posa sul cuore dell’ascoltatore candido come la neve. L’immaginario di ciascuno su come il mondo è e su come il mondo potrebbe essere, rispettivamente Earth e Heaven, collimano. Il cambiamento vero può avvenire, «if you sing».

L’album viene presentato con un concerto a sorpresa sul palco del World Stage, il fulcro culturale del quartiere di Leimert Park, il quartiere a prevalenza afroamericana di Los Angeles dove Washington è cresciuto. Centinaia di persone affollano il teatro e nel parcheggio vengono allestite proiezioni per tutti coloro che non riescono ad entrarci. Il concerto è una festa che ha per pubblico l’intero quartiere, l’intera comunità.

Nel 2020, la morte di George Floyd scatena un impeto di protesta che fermentava da lungo tempo appena sotto la superficie: milioni di persone inondano le strade unendosi al grido «Black Lives Matter!». 

I media e il dibattito pubblico hanno raccontato questi eventi facendo trasparire spesso un senso di scandalo, quasi di paura riguardo al rovesciamento dello status quo. Ma per capire questi eventi non c’è che da guardarsi indietro, e ascoltare. Tutto il substrato affettivo da cui scaturiscono è descritto dal jazz in modo cristallino e non è certo di inspiegabile rabbia distruttrice.

Questa musica esprime il ritmo delle proteste attuali e, destatasi dall’opacità formale, si riconferma come immortale baluardo contro l’oppressione.

Il respiro che Christian Scott aTunde Adjuah e Kamasi Washington soffiano nei loro strumenti è il respiro di un’intera comunità. Oggi come cento anni fa questo respiro non può essere soffocato.

da: https://www.seizethetime.it/rivoluzione-dottone/

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