Afghanistan: dal ritiro dell’Armata Rossa alla fuga degli Stati Uniti

image_pdfimage_print

La dipartita delle truppe statunitensi e dei paesi della NATO presenti sul teatro afghano – iniziato a maggio e che si sarebbe dovuto concludere a fine agosto – certifica la sconfitta strategica occidentale in quella che è stata la più lunga e costosa operazione militare svoltasi globalmente con la fine del mondo bipolare.

La rapida avanzata talebana ed il liquefarsi dello Stato fantoccio “ricostruito” dopo l’invasione del 2001, dimostrano nonostante gli ingenti flussi di denaro ed il personale utilizzato dall’Occidente, la debolezza dei propri protegé sul campo.

Kabul è caduta sotto i colpi dell’offensiva degli “studenti di teologia” che presero il potere nel 1996 grazie al sostegno di USA, Pakistan e Arabia Saudita, vincendo la guerra civile e governando fino al 2001. “Abbiamo ottenuto una vittoria che non ci aspettavamo” ha dichiarato uno dei maggiori dirigenti Talebani domenica sera.

La mente non può che andare a 46 anni fa quando nella loro maggiore sconfitta politico-militare, dopo la Guerra di Corea (1950-53), gli USA si ritirarono dal Vietnam, fuggendo da Saigon.

Un fantasma, quello della fuga da Saigon, che sta rivivendo oggi nell’immaginario nord-americano sullo sfondo di una emergenza pandemica non superata e di una crisi che per certi versi ricorda quella del 1929, in una evidente impasse strategica e di sistema che la nuova amministrazione non è certo riuscita a risolvere.

Entrando a Kabul, quasi un quarto di secolo fa i Talebani trucidarono Mohammed Najibullah, leader comunista che con ogni mezzo, dopo la fine della presenza sovietica prima e dell’appoggio dell’URSS dopo, aveva promosso una soluzione politica alla guerra civile afghana che fosse condivisa da larghi strati della popolazione (in chiave di riconciliazione nazionale) e dalla comunità internazionale tutta, stendendo una dettagliata road map, boicottata in primis dagli USA.

Bisogna ricordare a chi non vuole ricordare che l’intervento sovietico era stato necessario a causa dei tentativi di sabotare gli ambiziosi progetti di emancipazione portati avanti con la “Rivoluzione Saur” (“La grande rivoluzione d’Aprile”) promossa il 28 aprile del 1978 da membri comunisti delle Forze Armate, che qualche anno prima avevano rovesciato la monarchia, e sostenuti dai militanti che avevano un notevole presenza nelle città tra le file di quei ceti urbani istruiti provenienti dalle campagne.

Una rivoluzione effettuata principalmente, ma non solo, contro la classe possidente agraria e la subordinazione femminile, non scalfita con il cambio di regime qualche anno prima. Venne così promossa la pianificazione economica, poste le basi per lo sviluppo industriale, la riforma agraria e l’abolizione della dote, l’istruzione femminile, ridimensionato il potere del clero.

Questo esperimento socialista si coniugava con una relazione più stretta con l’Unione Sovietica. A questo esperimento avanzato si opposero i mullah locali che di fatto al tempo dell’intervento sovietico, nel dicembre 1979, controllavano la maggior parte delle zone non urbane del Paese. Il sacrificio sovietico accanto alla leadership politica ufficiale durò nove anni, ed un elevato numero di morti tra le file dell’Armata Rossa, anche e soprattutto a causa del sostegno che USA, Gran Bretagna, Pakistan ed Arabia Saudita diedero ai “Mujaheddin”, espressione volenti o nolenti di chi voleva mantenere il Paese in uno stato semi-feudale.

Il ritiro dell’Unione Sovietica prima, poi la fine del suo sostegno a Najibullah, che resistette tre anni all’aggressione fondamentalista e imperialista, ed infine il suo collasso aprirono la strada ai fondamentalisti islamici e annichilirono la possibilità di una riconciliazione nazionale, che avrebbe risparmiato allo Stato asiatico 5 anni di governo oscurantista degli “studenti di teologia” e 20 anni di occupazione militare. Condizione che non ha minimamente fatto progredire il Paese, al di là di un sottile strato di collaborazionisti ora in fuga insieme ai loro padroni, mentre una parte consistente della popolazione vive sotto la soglia di povertà, o da anni profuga fuori dai propri confini, o ha dovuto lasciare le proprie case.

Ora si apre una fase di grande incertezza sia per la popolazione sia per i risvolti geo-politici che assume il Grande Gioco nel XXI Secolo, in cui Cina, Russia ed Iran giocano un ruolo importante.

L’Afghanistan si mostra la tomba dei maggiori imperi conosciuti in epoca contemporanea: quello britannico sconfitto due volte consecutivamente nell’Ottocento e ora quello Nord-Americano, con al seguito i paesi Europei della NATO.

Come Rete dei Comunisti vogliamo iniziare a fare un bilancio pubblico di questa storica sconfitta del nostro principale nemico, costituito da USA e NATO, per ribadire come l’emancipazione dei popoli e la loro pacifica convivenza possano darsi solo in una configurazione politica radicalmente differente, sganciata dagli interessi delle oligarchie statunitensi ed europee, e dalla loro politica intrinsecamente guerrafondaia.

Invitiamo le soggettività comuniste, le forze che si battono contro la guerra e le realtà antagoniste alla partecipazione dell’iniziativa politica che si terrà sabato pomeriggio alle 11 settembre: “Afghanistan: dal ritiro dell’Armata Rossa alla fuga degli Stati Uniti”. presso la Casa della Pace a Roma alle H 17:00

RETE DEI COMUNISTI

17 agosto 2021

Un pensiero su “Afghanistan: dal ritiro dell’Armata Rossa alla fuga degli Stati Uniti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *