Intervento RdC alla Fête de l’ANC

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Lo scorso 2-3 ottobre abbiamo partecipato alla Fête de l’Association Nationale des Communistes (ANC) de France, rispondendo all’invito delle compagne e dei compagni che hanno deciso di “assumersi le proprie responsabilità come comunisti” e impegnarsi “nella (ri)costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria” di cui le classi popolari hanno bisogno per affrontare le sfide del nostro tempo.

La Fête si è tenuta presso l’ex fabbrica Fraliberthé, produttrice del tè Elephant e parte del gruppo Unilever, che nel 2010 annunciò la chiusura e la delocalizzazione della produzione in Polonia. Dopo 1336 giorni di sciopero ed occupazione, gli operai sono riusciti a prendere il controllo della fabbrica, costringendo Unilever alla cessione al prezzo di 1€ di tutti i macchinari. Scop-Ti, la cooperativa partecipativa nata da questa incredibile e vittoriosa esperienza di lotta sindacale e sociale, ha ravviato la produzione in termini solidali e sostenibili, creando una “fabbrica senza padroni” e dimostrando il successo del controllo operaio.

Abbiamo avuto modo di conoscere da vicino e “da dentro” l’ANC e i suoi militanti politici e sindacali, di cui apprezziamo l’impegno, la formazione e il desiderio di lottare e costruire un’organizzazione impegnata nella lotta anticapitalista, antimperialista e di ricomposizione sociale sul terreno delle lotte politiche e sindacali.

In occasione del dibattito “NATO, un rischio per la pace”, siamo intervenuti portando il nostro punto di vista sull’Unione Europea come polo imperialista in fase di costruzione e sui suoi rapporti con la NATO, nel quadro generale caratterizzato da un’escalation militare che acutizza la competizione globale e lo scontro tra potenze imperialiste e nuovi competitor economici internazionali. Di seguito, il nostro intervento in forma scritta.

Ringraziamo i compagni e le compagne dell’ANC per averci invitato ad intervenire durante questo incontro, così come gli altri interventi per le loro relazioni estremamente interessanti e precise: Tamara Kunanayakam, rappresentante permanente dello Sri Lanka presso le Nazioni Unite a Ginevra ed ex ambasciatrice dello Sri Lanka a Cuba; il rappresentante del Partito della Democrazia Popolare della Corea del Sud; Yaneth Ramos, del gruppo Wiphala France; Jean-Pierre Page, saggista ed ex responsabile del dipartimento internazionale della CGT.

Siamo convinti che questo sia stato un confronto e uno scambio politico decisamente fruttuoso per le nostre rispettive organizzazioni, il primo di una lunga serie che ci permetterà sicuramente di approfondire la convergenza di interessi e di analisi sulle questioni dell’internazionalismo e dell’antimperialismo.

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Care compagne e cari compagni, vi ringraziamo per il vostro invito a questa Fête de l’ANC e, in particolare, a prendere parola durante questo dibattito internazionale su “NATO, un rischio per la pace”.

Innanzitutto, vogliamo salutare il vostro presidente onorario Georges Ibrahim Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza palestinese, detenuto in Francia dal 1984. Crediamo che, oggi più che mai, lottare contro l’imperialismo richieda di impegnarsi attivamente nella battaglia per la liberazione del nostro compagno Georges Abdallah e, per questo, saremo presenti ed invitiamo tutte e tutti a partecipare alla manifestazione del prossimo 23 ottobre sotto il carcere di Lannemezan.

Per discutere del ruolo internazionale dell’Alleanza transatlantica e dei rischi che questa comporta per la convivenza pacifica tra i popoli del mondo, non possiamo che partire da un dato oggettivo che ci riguarda direttamente: al giorno d’oggi in Italia, esistono oltre 120 basi militari USA e NATO sull’intero territorio nazionale. Queste numerose installazioni e basi militari – Camp Derby, Aviano, Sigonella, Niscemi, Camp Ederle, Capo Teulada, per citarne solo alcune – rappresentano una più che evidente servitù militare dell’Italia nei confronti degli USA, come suo sempreverde e fedele alleato all’interno della NATO.

É opportuno ricordare che molte di queste basi sono state storicamente utilizzate come “luogo segreto” per operazioni speciali che facevano capo a “Gladio”, l’esercito organizzato da NATO e CIA in funzione anti-comunista che aveva scelto l’Italia come avamposto strategico durante la Guerra Fredda, e come deposito di armi, spesso nascoste e non dichiarate pubblicamente. Oggi, sono utilizzate principalmente per lo svolgimento di numerose esercitazioni militari congiunte della NATO, per la formazione di forze di combattimento terrestri altamente specializzate, centri militari di telecomunicazione, centri di ricerca per nuove strategie di guerra aerea, navale e sottomarina, nonché, ancora, come deposito di armi, persino nucleari (a Ghedi, in Lombardia).

Per questo motivo, abbiamo sempre ritenuto fondamentale un impegno concreto e militante per il disarmo e per l’uscita dal giogo della NATO, rivendicazioni da sempre centrali nel movimento comunista antimilitarista che ha tradizionalmente caratterizzato le lotte politiche e sociali portare avanti dagli anni ‘70 fino alle più recenti invasioni militari degli USA in Afghanistan e in Iraq.

La sottomissione alla logica guerrafondaia della NATO si è per lungo tempo accompagnata alla costruzione di un soggetto imperialista alle nostre latitudini, ovvero quello rappresentato dall’Unione Europea, sempre più polo imperialista in fase di consolidamento e rafforzamento non solo nel Mediterraneo, ma sulla scena internazionale mondiale.

Questa considerazione è il frutto di un lavoro di analisi che come Rete dei Comunisti abbiamo intrapreso da parecchi anni e che abbiamo approfondito ulteriormente con lo scoppio della crisi globale del 2008 e con la cosiddetta crisi dei debiti sovrani in Europa nel 2010-2011.

Per comprendere ciò di cui stiamo parlando, possiamo sintetizzare breve tre fattori sui quali si è costruito e si sta rafforzando il polo imperialista dell’Unione Europea:

  1. La centralizzazione produttiva e tecnologica in mano a pochi grandi gruppi industriali e finanziari, sempre più internazionali e connessi a livello globale, attraverso la quale si concretizzano dinamiche economiche e trasformazioni produttive che determinano una divisione interna all’Eurozona, con i paesi del core europeo specializzati nelle produzioni ad alto valore aggiunto e tecnologicamente avanzate mentre i paesi del Sud vengono relegati a sub-fornitori (in pochi agganciati a questa catena di produzione) in settori a basso valore aggiunto, a fornitori di servizi come turismo e, in generale, a bacini di manodopera altamente formata ma facilmente ricattabile e disponibile a lavorare a bassi salari e/o ad emigrare;
  2. L’accentramento dei luoghi decisionali, individuati a Bruxelles e in pochi centri del potere politico-finanziario dove, oltre ad essere stabilite e dettate le regole del gioco, vengono determinate preventivamente, attraverso i vincoli esterni rappresentati dal Patto di Stabilità e Crescita e i meccanismi automatici delle clausole di salvaguardia, le politiche economiche dei singoli paesi. Il Next Generation EU compie un ulteriore balzo in avanti, definendo un piano di ristrutturazione, adeguamento e rilancio dell’intero sistema produttivo, le sue trasformazioni digitali e il suo adattamento alle nuove sfide globali, dell’intera Eurozona;
  3. La definizione di una dimensione militare comune – o piuttosto unica – rappresentata dalle ambizioni relative ad un “esercito di difesa europeo”, ovvero di un apparato militare completo ed indipendente, integrabile ma non più completamente subordinato alla NATO.

In particolare, quest’ultima dimensione è rintracciabile nel “Strategic Foresight Report 2021”, in cui si evidenzia, nero su bianco, la decisione della “autonomia strategica” dell’Unione Europea con l’obiettivo dichiarato di competere a livello internazionale per le proprie ambizioni geopolitiche, in uno scenario e in una fase politica che da tempo abbiamo connotato come “stallo degli imperialismi”.

Dal nostro punto di vista, l’Unione Europea non ha mai rappresentato, non è e non potrà mai essere un luogo di promozione della pace né tantomeno di convivenza pacifica tra i popoli dell’Europa, quelli a suoi confini o del resto del mondo.

Dalla PESCO al Fondo europeo per la difesa, queste politiche di difesa e armamento tra i paesi dell’Unione Europea lasciavano intendere la volontà di “autonomia” dalla NATO a guida USA, quella in cui l’ex presidente Donald Trump pretendeva che tutti gli alleati raggiungessero l’obiettivo di spesa del 2% del PIL da dedicare alle spese militari.

D’altronde, la costruzione di un progetto di difesa europeo non ha seguito una traiettoria lineare, subendo ripetute accelerazioni, come quella rappresentata dalla lettera congiunta sottoscritta dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna appena un anno fa (alla fine della prima ondata della pandemia Covid-19) per rinforzare le capacità di difesa comune e favorire progetti di investimento tra industrie competitivi nel settore militare e della difesa, ritenuto un traino della ripresa economica.

Questa traiettoria non si annuncia lineare neanche nel prossimo futuro, poiché già nell’immediato la NATO è alle prese con un riassetto interno per nulla scontato, con la difficoltà – che potrebbe diventare presto o tardi impossibilità – di funzionare da camera di compensazione delle continue frizioni al suo interno, tra i suoi stessi alleati.

Basti vedere le crescenti tensioni diplomatiche e politiche tra la Francia e la Turchia, con i botta e risposta tra Macron e Erdogan, per le Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo orientale. Recentemente, la Francia ha concluso un contratto di vendita alla Grecia di navi militari per un valore di 5 miliardi di euro, un accordo battezzato dal presidente Macron come un “primo passo dell’autonomia strategica europea”. In sostanza, la Francia sta armando la Grecia contro un terzo alleato della NATO, ovvero la Turchia. Certamente non può trattarsi solo del desiderio da parte della Francia di riconsolarsi (magramente) per la perdita economica dell’affare sui sottomarini destinati all’Australia (56 miliardi di euro).

Proprio questo caso, ovvero quello della conclusione di un nuovo patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti e denominato AUKUS, evidenzia come vi sia una tendenza verso una serie di accordi di cooperazione militare bilaterali o multilaterali, sia tra singoli paesi membri della NATO che tra altri potenziali partener strategici al di fuori dell’Alleanza transatlantica. Questi non faranno altro che aumentare, accelerare ed acutizzare le tensioni geopolitiche esistenti, non solo contro quei competitor politici ed economici ormai consolidati ed etichettati come veri e propri nemici (ovvero Cina e Russia), ma anche tra gli stessi “alleati” NATO. Non possiamo di certo prevedere che forme prenderanno queste “alleanze”, né tantomeno è un nostro obiettivo quello di definire uno scacchiere statico in cui praticare dell’insensato “campismo”, soprattutto vista la rapidità delle mutazioni e delle geometrie di queste “alleanze”.

Infine – sicuramente non per importanza – c’è la difficoltà oggettiva da parte di Biden di ricompattare gli alleati atlantici intorno agli USA e al loro ruolo guida avuto finora nella NATO. La ritirata dall’Afghanistan lo scorso agosto ha rappresentato, senza ombra di dubbio, una sconfitta strategica dell’imperialismo occidentale in quella che è stata la più lunga e costosa operazione militare dalla fine del mondo bipolare. Ma non solo, perché la “fuga da Kabul” è la manifestazione più evidente del declino dell’egemonia degli Stati Uniti, preoccupati dalla competizione internazionale con la Cina e, al tempo stesso, ansiosi di mantenere una qualche forma di controllo nell’America Latina, dove una nuova ondata di movimenti e governi progressisti e popolari sta mettendo a dura prova la tenuta del sistema di dominazione targato USA.

Per questo, riteniamo che sia fondamentale continuare a sostenere politicamente, attraverso tutte le forme della solidarietà attiva internazionalista, le esperienze socialiste e progressiste dell’America Latina – a partire da Cuba socialista e dal Venezuela bolivariano – le quali hanno dimostrato di essere all’avanguardia nella lotta per la propria autodeterminazione nel solco del Socialismo del 21esimo secolo, in un continente che si configura sempre più come “l’anello debole dell’imperialismo”.

Gli attacchi mediatici, le provocazioni militari, le ingerenze politiche, le sanzioni economiche, i tentativi di destabilizzazione e i meccanismi di “soft power” attuati da USA e UE per interrompere il loro cammino rivoluzionario dimostrano con quale brutalità e violenza l’imperialismo occidentale è pronto ad inibire e soffocare qualsiasi processo alternativo che osi contrastare la sua brama di dominazione globale.

La corsa agli armamenti, l’ideologia del militarismo e le diverse forme di guerra imperialista evidenziano la tendenza oggettiva della crisi sistemica del Modo di Produzione Capitalista. Per questo motivo, è doveroso riaffermare che, dal nostro punto di vista, il cosiddetto “keynesismo militare” è parte del problema, in quanto strumento politico ed economico di rilancio non solo della profittabilità delle industrie militari, ma dell’intero sistema capitalistico e delle forze imperialiste.

In un contesto internazionale, in cui si afferma una tendenza verso un mondo multipolare, crediamo che si creino spazi e condizioni per un avanzamento e un’offensiva comunista di rottura, capace di costruire e sviluppare un’alternativa sociale, politica, economica e culturale alla barbarie del capitalismo e alla dominazione imperialista, al loro sistema di sfruttamento, di repressione e di guerra. In questo senso, l’emancipazione e l’autodeterminazione delle classi oppresse e sfruttate, così come la loro convivenza pacifica basata su nuovi paradigmi di solidarietà e complementarietà, non possono realizzarsi se non in una configurazione radicalmente diversa da quella attuale, sganciata – per riprendere il concetto di “delinking” elaborato da Samir Amin – dagli interessi politici e finanziari delle oligarchie USA e UE e dalla loro intrinseca logica guerrafondaia.

Pertanto, si rende sempre più necessaria e strategicamente rilevante la proposta programmatica che abbiamo avanzato ed articolato nel corso degli anni, attraverso riflessioni teoriche e lotte sociali, ovvero quella dell’ALBA Euro-Afro-Mediterranea, capace di sostanziare credibilmente una exit strategy dalla gabbia dell’Unione Europea per paesi dell’area mediterranea e sviluppare un piano di transizione economico e sociale. Si tratta di una rottura indispensabile per costruire un’alternativa di sistema non più basata sull’individualismo di massa, sulla competizione sfrenata e sulla dittatura del mercato, ma sulla solidarietà internazionale, sul non-interventismo militare, sulla complementarietà e sulla pianificazione economica e dunque, in ultima istanza, sui bisogni delle classi popolari e non più sullo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sulla Natura.

Per noi, l’ALBA Euro-Afro-Mediterranea rappresenta una proposta tutta politica su cui ragionare, confrontarsi e lavorare per costruire un’alternativa fuori e contro questa Unione Europea e gli accordi bellicisti della NATO, attraverso l’impegno delle forze progressiste, comuniste e rivoluzionarie, nella prospettiva del Socialismo del 21esimo secolo.

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