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“La speranza ha abbattuto la paura”: il significato delle elezioni cilene

Rete dei Comunisti

Con il ballottaggio di domenica scorsa in Cile si è concluso un importante ciclo elettorale in America Latina.

Un ciclo che ha visto recarsi alle urne negli ultimi due mesi, per differenti competizioni elettorali, i cittadini di Nicaragua, Argentina, Venezuela e Honduras oltre che – il 21 novembre ed il 19 dicembre – i differenti popoli del Cile.

Questi importanti appuntamenti elettorali erano stati preceduti da quelli in Bolivia, Ecuador e Perù nel mesi precedenti.

Anche i risultati quest’ultima elezione – che ha visto trionfare con quasi il 56% dei voti il candidato presidenziale Gabriel Boric di Apruebo Dignidad, sostenuto dal Partito Comunista del Cile e da altre formazioni di sinistra, – è un segnale importante nella volontà di lascarsi alle spalle il neo-liberalismo in un altro Paese latino-americano dopo la schiacciante vittoria della Castro in Honduras e di Castillo in Perù, oltre al precedente ritorno al governo del MAS in Bolivia, con la vittoria di Lucho Arce.

Una conferma della variegata ondata progressista, che nonostante la battuta d’arresto in Ecuador – in una situazione tutt’altro che di pace sociale – avanza e mantiene saldi punti di tenuta a Cuba, Nicaragua e Venezuela. Cuba, dopo l’11 luglio ha respinto i tentativi di destabilizzazione anche il 15 novembre, il Nicaragua sandinista è uscito vincitore dalle urne ad inizio novembre ed il Venezuela ha visto – alcune settimane fa – vittoriosi i candidati delle forze bolivariane in 20 regioni su 23.

Un evidente segnale delle difficoltà delle oligarchie tradizionali di esercitare una egemonia su ampi strati della società sempre più polarizzata, e poco incline a farsi intimidire – come in Cile – dalla strategia della paura attuata, in questo caso, da un ousider di estrema destra come Kast che si è richiamato espressamente al “pinochettismo”.

Anche quando hanno cercato di far salire il livello della tensione, come in Bolivia, le élite tradizionalmente filo-statunitensi hanno perso capacità d’incidere, o come in Venezuela, si sono ulteriormente frammentate dopo l’ennesima batosta elettorale.

In Brasile, poi la borghesia che aveva sostenuto Bolsonaro è spaccata al suo interno e non riesce ad esprimere un candidato forte da opporre a Lula, l’ex presidente che i sondaggi danno addirittura vincitore al primo turno.

Questo non vuol dire che l’ipotesi “golpista” sia stata espunta dalla gamma di possibilità che potrebbero essere usate da Washington, e dalle oligarchie a cui storicamente affidata, per cercare di non perdere il controllo di quello che ha sempre considerato il proprio “cortile di casa”, magari puntando – lì dove può – sulle forze armate come principale strumento per sbloccare la sua evidente impasse e rideterminare un piano politico.

Questo anche perché sia la Cina che la Russia hanno rapporti sempre più organici con alcuni Paesi latino-americani ed anche l’UE cerca di ritagliarsi un ruolo nell’area.

E l’anno che verrà avrà due fondamentali banchi di prova nelle elezioni colombiane di questa primavera e quelle brasiliane dell’autunno prossimo, oltre che nel confronto rispetto al pagamento (o meno) del debito al Fondo Monetario Internazionale contratto con l’ Argentina e alle mobilitazioni in vari Stati a cominciare da quelle del CONAI in Ecuador contro il governo Lasso.

Tornando al Cile.

Proprio il Cile, con il Colpo di Stato di Pinochet nel 1973, era stato il primo laboratorio, a livello mondiale, delle politiche neo-liberiste cristallizzate successivamente nella Costituzione del 1980 approvata in piena dittatura, anche se la tradizione “golpista” statunitense era stata inaugurata a fine Anni Cinquanta in Guatemala ed a metà Anni Sessanta in Brasile.

Washington defenestrò dopo appena tre anni di governo Salvador Allende che, sulla spinta della pressione popolare e delle variegate forze comuniste – dal PC cileno al MIR –, aveva accelerato il processo di riforme radicali del Paese.

Dall’ottobre del 2019 i cardini del neo-liberalismo sono stati però messi in discussione da un movimento sociale inedito – l’estallido social – per ampiezza e radicalità, nel Cile “post-dittatoriale”, che era iniziato con una mobilitazione studentesca contro il rincaro delle tariffe della metropolitana nella capitale, protesta che l’establishment non era riuscito a isolare come aveva fatto con quelle sviluppatesi negli anni precedenti.

Poco tempo prima il presidente Piñera aveva definito il Cile come un’oasi non toccata dalle “turbolenze” che stavano caratterizzando alcuni Stati latino-americani, ma le contraddizioni sociali sviluppatesi negli ultimi trent’anni sono esplose travolgendo la quasi totalità della rappresentanza politica che si era alternata alla guida del Paese e che non aveva voluto modificare alla radice le politiche imposte da Pinochet: la svendita delle risorse naturali del paese ai privati e la distruzione dello Stato Sociale, con la privatizzazione della salute, dell’istruzione, del sistema pensionistico e del mercato del lavoro, oltre ad una regressione evidente in tema di diritti civili.

La forza d’urto di quel movimento, nonostante una ferocissima repressione, è riuscita a costringere il quadro politico alla votazione referendaria per il cambio costituzionale e all’elezione di una assemblea costituente votata integralmente, i cui risultati verranno sottoposti ad un referendum durante la presidenza di Boric, che entrerà formalmente in carica il marzo dell’anno prossimo.

Un processo costituente iniziato il 25 ottobre del 2020 ed ancora in corso.

Un cammino comunque in salita, quello del nuovo Presidente alla Moneda, visti i numeri della destra in Parlamento, ed il forte consenso che è comunque riuscito ad agglutinare Kast, il sesto candidato presidente più votato in tutti tempi.

Oltre a questo vi è la tradizionale “moderazione” dei partiti della cosiddetta concertazione (Partito Socialista e Democrazia Cristiana) che al ballottaggio hanno comunque appoggiato l’ex leader studentesco.

Boric stesso non ha certo brillato per coraggio politico in passato, come tutto il Frente Amplio, ed ha fatto assai fatica ad abbracciare alcuni temi nell’agenda politica del movimento sociale che si espresso in questi anni, come il contrasto alla militarizzazione dei luoghi in cui vivono i Mapuche, che chiedono le terre ancestrali a loro sottratte dai latifondisti, o la liberazione dei prigionieri politici arrestati durante le mobilitazioni.

Vi sono alcuni aspetti del successo di Boric che vanno comunque evidenziati.

Il primo è che è il risultato di una affluenza inedita alle urne, rispetto al primo turno, facendo sì che si sia trattato delle elezioni con più votanti da quando il voto non è più obbligatorio.

Il secondo è la base sociale del consenso maturato anche grazie ad una campagna elettorale “porta a porta” ed “itinerante”, che ha coinvolto in prima persona alcune figure di spicco della coalizione elettorale anche del Partito Comunista. L’elettorato metropolitano, giovane e femminile e tendenzialmente popolare è stato determinante nel suo successo.

Il terzo è l’incapacità del suo sfidante, nonostante l’aver depennato alcuni temi particolarmente intransigenti e l’appoggio di tutta la destra, anche più moderata, di capitalizzare il vantaggio conseguito al primo turno e di attivare a sé il voto “qualunquista”.

L’ultimo è la reazione più che positiva e trasversale dei leader progressisti del continente – dai più moderati ai più radicali -, e la volontà di consolidare un rapporto tra gli Stati che governano ed il Cile.

Come Rete dei Comunisti non possiamo che rallegrarci dello storico risultato politico delle elezioni cilene e ribadire la necessità di fare della solidarietà all’America Latina uno degli assi centrali dell’agenda politica dei comunisti nel nostro Paese, perché ciò che sta esprimendo quel continente – come abbiamo più volte ribadito – è una speranza per l’umanità.


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