Luciano Vasapollo
L’idea che il Venezuela possa diventare il “51esimo Stato” degli Stati Uniti non è una provocazione innocua. È il sintomo di una deriva culturale e politica profondamente inquietante, che riduce la storia dei popoli a una questione di potenza, petrolio e bandiere da piantare sulle mappe. Donald Trump ha dichiarato di stare “seriamente considerando” questa ipotesi, collegandola apertamente alle immense riserve energetiche venezuelane.
Parole del genere sono offensive non soltanto per il Venezuela, ma per l’intera America Latina. Parlano il linguaggio dell’annessione, dell’arroganza imperiale, di una mentalità che considera le nazioni come proprietà negoziabili. È lo stesso riflesso storico che per secoli ha alimentato interventi, golpe e umiliazioni nel continente latinoamericano.
Il Venezuela non è un territorio da incorporare nel delirio geopolitico di un miliardario americano. È una nazione che ha dato al mondo figure immense e decisive per la storia del Sud globale: Simón Bolívar, simbolo dell’indipendenza latinoamericana, l’uomo che sognava un continente libero dalle dominazioni straniere; e Hugo Chávez, che ha incarnato la rivendicazione della sovranità nazionale contro il dominio economico statunitense.
Trasformare il Venezuela in un oggetto di conquista simbolica significa insultare la dignità storica di milioni di persone e cancellare il peso culturale e politico di una nazione che ha inciso profondamente nella storia moderna dell’America Latina.
Le reazioni venezuelane sono state durissime. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha respinto con fermezza ogni ipotesi di annessione, ribadendo la sovranità del Paese e definendo inaccettabili le dichiarazioni di Trump. Ma il punto non è soltanto diplomatico. Il punto è morale.
Perché dietro queste frasi si nasconde una concezione tossica delle relazioni internazionali: il diritto del più forte. Una visione in cui le nazioni ricche di petrolio diventano “predestinazioni” geopolitiche, e i popoli vengono trattati come pedine. È inquietante che nel XXI secolo un presidente degli Stati Uniti possa parlare apertamente di annettere un altro Stato sovrano senza che ciò provochi uno scandalo globale immediato.
Ancora più grave è il tono quasi farsesco con cui certe uscite vengono normalizzate nel dibattito pubblico. Come se fosse folklore politico. Come se evocare l’espansionismo statunitense fosse una battuta da talk show. Ma dietro le parole esistono conseguenze reali: tensioni internazionali, delegittimazione del diritto internazionale, alimentazione di conflitti e propaganda nazionalista.
Non saranno l’arroganza e la prepotenza imperialista a piegare la dignità del popolo venezuelano. I popoli non si annettono, non si comprano, non si cancellano con una dichiarazione televisiva o con il delirio geopolitico di un presidente statunitense. Di fronte alle minacce e alle provocazioni di Trump, non rispondiamo con la paura ma con la forza della solidarietà internazionalista, con la memoria delle lotte antimperialiste dell’America Latina e con la determinazione di chi non intende inginocchiarsi davanti a Washington.
Non chiediamo il permesso all’impero. Non imploriamo clemenza a Trump. Rivendichiamo invece il diritto dei popoli all’autodeterminazione, alla sovranità, alla propria storia. Il Venezuela di Bolívar non sarà mai una colonia americana né il bottino energetico di una potenza straniera. Ed è proprio questa coscienza storica che rende ridicole e insieme pericolose le fantasie annessioniste della Casa Bianca.
Nicolás Maduro (nella foto con i coniugi Vasapollo Martufi al centro e la prima combattente Cilia Flores, ndr) è diventato il simbolo della resistenza contro l’aggressione statunitense e contro il tentativo di trasformare il Venezuela in un protettorato controllato dal petrolio e dalla finanza internazionale. Colpire Maduro significa colpire l’idea stessa di indipendenza latinoamericana. Per questo la campagna di demonizzazione orchestrata contro Caracas appare sempre più come il volto brutale di un imperialismo incapace di accettare governi non subordinati agli interessi di Washington.
E mentre Trump parla di “51esimo Stato”, restano il sangue, le vittime, le devastazioni provocate dalle operazioni militari e dalle politiche di aggressione contro il Venezuela, culminate con i bombardamenti e il rapimento del 3 gennaio. Morti venezuelani, vittime cubane, famiglie distrutte: il prezzo umano di questa escalation viene troppo spesso nascosto dietro la propaganda occidentale. Ma nessuna retorica potrà cancellare la responsabilità politica e morale di chi alimenta tensioni, destabilizzazioni e interventi nel continente latinoamericano.
Chi conosce la storia dell’America Latina sa bene cosa significhino le “attenzioni” di Washington verso i governi scomodi. Dal Cile al Nicaragua, da Cuba a Panama, il continente porta ancora le cicatrici delle interferenze statunitensi. Per questo le parole di Trump non possono essere archiviate come una semplice provocazione elettorale.
Esse rappresentano una visione pericolosa del mondo: quella in cui la forza economica e militare autorizza tutto.
E davanti a questo spettacolo grottesco, il minimo che si possa dire è che parlare del Venezuela come di un futuro Stato americano non è solo assurdo. È vergognoso.

