e il silenzio assordante del mondo dominato dai governi imperialisti delle guerre
Luciano Vasapollo
Cuba vive oggi una delle fasi più pericolose e drammatiche dalla fine della Guerra Fredda. Mentre i media internazionali celebrano il riavvicinamento tattico tra Donald Trump e Xi Jinping come possibile fattore di stabilizzazione globale, sull’isola caraibica si addensano invece nuove minacce economiche, politiche e mediatiche. Il dialogo tra le grandi potenze non ha ridotto l’aggressività di Washington verso L’Avana; al contrario, sembra aver liberato ulteriori margini di pressione contro un paese che continua a rappresentare, nel bene e nel male, una irriducibile eccezione al dominio unipolare statunitense.
Le recenti dichiarazioni dell’amministrazione Trump, accompagnate da nuove misure restrittive sul petrolio e sulle relazioni commerciali con Cuba, hanno aggravato una crisi energetica già devastante.
La strategia è evidente: strangolare economicamente il paese per provocare esasperazione sociale, isolamento diplomatico e infine capitolazione politica. Non si tratta di “sanzioni” nel senso tecnico del diritto internazionale, bensì di un blocco economico permanente, extraterritoriale e apertamente coercitivo che colpisce il popolo cubano nella vita quotidiana: elettricità, carburante, trasporti, medicinali, alimenti.
Eppure il dato più inquietante non è soltanto l’intensità dell’offensiva statunitense, ma il silenzio quasi assoluto della comunità internazionale. Da decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna a larghissima maggioranza il bloqueo contro Cuba, riconoscendone il carattere illegittimo e contrario ai principi del diritto internazionale. Ma quelle risoluzioni restano carta senza forza. Nessun governo occidentale ha avuto il coraggio di trasformare la solidarietà diplomatica in atti concreti di opposizione politica ed economica contro Washington.
Eppure gli strumenti esisterebbero. Se davvero la legalità internazionale avesse ancora un significato universale, si potrebbero adottare contromisure commerciali, ricorsi multilaterali, sanzioni reciproche verso chi viola sistematicamente la sovranità di un paese membro dell’ONU. Ma il diritto internazionale, ormai, viene applicato selettivamente: duro contro i paesi deboli, inesistente contro le grandi potenze occidentali.
Il precedente venezuelano ha avuto un effetto devastante sulle cancellerie mondiali. Il sequestro di Nicolás Maduro e di Cilia Flores da parte degli Stati Uniti, dopo l’operazione militare condotta a Caracas, ha segnato uno spartiacque storico. Non importa qui discutere il giudizio politico sul governo venezuelano: ciò che conta è il precedente giuridico e geopolitico. Per la prima volta nel XXI secolo una potenza ha rivendicato apertamente il diritto di catturare il capo di Stato di un altro paese sovrano e imporre successivamente nuovi assetti economici e petroliferi sotto tutela statunitense.
Quel messaggio è stato recepito da tutti: nessuno è davvero al sicuro se entra in collisione strategica con Washington. Da allora molte capitali latinoamericane, europee e persino asiatiche hanno scelto prudenza, silenzio o ambiguità. Cuba oggi paga anche questa paura globale.
L’offensiva mediatica accompagna quella economica. Da mesi i grandi network occidentali descrivono Cuba esclusivamente come un “regime al collasso”, oscurando deliberatamente l’impatto devastante del bloqueo e ignorando le responsabilità dirette della guerra economica statunitense. La narrazione dominante tenta di trasformare le conseguenze dell’assedio nella prova del fallimento del sistema cubano. È una tecnica antica: creare la crisi e poi attribuirne la colpa alla vittima.
Eppure Cuba continua a rappresentare qualcosa che va oltre la sua dimensione geografica ed economica. Rappresenta l’idea che un paese del Sud globale possa ancora difendere la propria sovranità, la propria indipendenza e un modello sociale non subordinato completamente alle logiche del mercato finanziario internazionale. È proprio questa ostinazione che viene punita.
Aiuti internazionali che vorrebbero condizionare
Un altro elemento che merita attenzione riguarda il tema degli “aiuti” internazionali. Cuba, pur nella difficoltà estrema determinata dall’assedio economico, continua a rivendicare con dignità il proprio diritto alla sovranità e all’autodeterminazione. Per questo guarda con estrema prudenza a certe offerte di sostegno umanitario o finanziario provenienti da organismi, fondazioni e governi che troppo spesso hanno utilizzato la cooperazione come strumento di penetrazione politica e condizionamento strategico.
L’Avana sa bene che dietro molte “elemosine” si nascondono obiettivi che nulla hanno a che vedere con la solidarietà tra i popoli. In numerosi casi gli aiuti vengono subordinati a riforme economiche, aperture forzate al capitale straniero, modifiche istituzionali o concessioni geopolitiche. È il modello classico dell’assistenza interessata: prima si strangola un paese con il bloqueo, poi gli si offre ossigeno in cambio della rinuncia alla propria autonomia politica.
Cuba non rifiuta la cooperazione internazionale; rifiuta però la logica della subordinazione. Esiste una differenza profonda tra solidarietà e carità geopolitica. La prima nasce dal rispetto reciproco e dal riconoscimento della sovranità di un popolo; la seconda punta invece a trasformare il bisogno in dipendenza e la crisi in occasione di controllo politico.
È anche questa coerenza che continua a rendere Cuba un bersaglio scomodo. Perché l’isola, pur colpita duramente, continua a difendere un principio ormai quasi scomparso nelle relazioni internazionali contemporanee: la dignità non è negoziabile. Ed è proprio questa scelta di non inginocchiarsi, neppure davanti alla fame e alle difficoltà, che spiega il rispetto che Cuba continua a suscitare in molti popoli del Sud del mondo.
Molti popoli e milioni di persone nel mondo sono solidali con Cuba. I movimenti sociali, i sindacati di classe, le organizzazioni antimperialiste, milioni di cittadini denunciano l’ingiustizia storica del bloqueo. Ma la solidarietà dei popoli non basta se i governi continuano a piegarsi alla paura e ai rapporti di forza.
La verità è che il mondo sta entrando in una fase nuova, nella quale la forza tende sempre più a sostituire il diritto, e la coercizione economica viene normalizzata come strumento ordinario di dominio geopolitico. Cuba è oggi uno dei laboratori più avanzati di questa strategia.
Difendere Cuba, dunque, non significa soltanto difendere un’isola caraibica. Significa difendere il principio stesso della sovranità dei popoli contro la legge del più forte. Significa opporsi all’idea che un impero possa decidere unilateralmente chi può commerciare, governare, svilupparsi o semplicemente esistere.
Ed è proprio per questo che Cuba, oggi più che mai, fa paura.

