Riscoprire lo spirito della Costituente e il ruolo del Partito Comunista
Luciano Vasapollo
C’è un filo rosso che lega le lotte di ieri a quelle di oggi. Non è soltanto la difesa di una procedura elettorale o di un principio giuridico: è la difesa della democrazia come potere reale delle classi popolari contro la sua progressiva riduzione a semplice meccanismo di gestione del consenso.
Le recenti modifiche alle norme sulla raccolta delle firme e gli ostacoli posti alla presentazione delle liste elettorali – che sembrano mirate ad escludere Potere al Popolo dalla prossima competizione – rappresentano un passaggio politico di grande rilievo. Non riguardano esclusivamente le forze che rischiano di essere escluse dalla competizione, ma investono il significato stesso della rappresentanza. Quando le regole vengono modellate in modo da restringere l’accesso alla partecipazione politica, non siamo di fronte a un dettaglio tecnico: siamo davanti a una compressione della democrazia costituzionale.
Ma proprio da qui nasce una domanda ancora più profonda: quale democrazia?
La democrazia non è una parola neutra
Nel dibattito pubblico il termine “democrazia” viene utilizzato come se avesse un significato universale e indiscutibile. Eppure la storia insegna che non esiste una democrazia astratta: esistono forme storicamente determinate di organizzazione del potere.
La cosiddetta democrazia rappresentativa dei paesi capitalistici viene spesso presentata come l’unico modello possibile. Tuttavia essa mostra ogni giorno i propri limiti: milioni di lavoratori, precari, disoccupati, migranti e giovani non trovano una reale rappresentanza dei propri interessi materiali. L’alternanza tra schieramenti finisce frequentemente per svolgersi all’interno di un medesimo paradigma economico e politico, quello del pensiero unico neoliberale, mentre le esigenze delle classi subalterne restano ai margini.
Per questo parlare di democrazia significa distinguere tra democrazia parlamentare, democrazia costituzionale, democrazia partecipativa e democrazia socialista. Confondere queste categorie serve soltanto a rendere invisibile il conflitto sociale.
Togliatti e la dittatura di classe
Palmiro Togliatti affrontò questo nodo con straordinaria lucidità. Nel suo celebre saggio A proposito di socialismo e democrazia, pubblicato su Rinascita nell’aprile 1961, spiegava come la democrazia borghese non potesse essere compresa separandola dalla struttura di classe della società.
Più che di democrazia borghese, Togliatti parlava di dittatura di classe: un sistema nel quale le istituzioni democratiche continuano formalmente a esistere, ma operano entro rapporti di forza determinati dal predominio del grande capitale monopolistico. Non si tratta di negare l’esistenza delle libertà politiche conquistate con immense lotte popolari; al contrario, significa comprendere come tali libertà vengano continuamente limitate, estese o sospese secondo gli interessi delle classi dominanti.
Oggi quella riflessione appare sorprendentemente attuale. La riduzione degli spazi di partecipazione, la personalizzazione della politica, l’impoverimento del Parlamento e l’uso delle leggi elettorali come strumenti di selezione preventiva della rappresentanza mostrano quanto sia fragile una democrazia quando perde il proprio fondamento sociale.
Gramsci, il fascismo e la lezione della Resistenza
Antonio Gramsci aveva intuito con anticipo che la borghesia avrebbe reagito con ogni mezzo alla possibilità di una trasformazione socialista della società. Già negli anni dell’Ordine Nuovo avvertiva il proletariato industriale e agricolo che nessuna forma di violenza sarebbe stata risparmiata contro le organizzazioni della classe operaia.
La nascita del fascismo non fu un accidente della storia, ma la risposta delle classi dominanti a una fase di intensa mobilitazione popolare. Questa lettura venne poi sviluppata dalla Terza Internazionale, che nel 1933 definì il fascismo come dittatura terroristica aperta della parte più reazionaria del capitale finanziario.
Da quella tragedia nacque però anche la più alta esperienza unitaria del movimento popolare italiano: il Fronte antifascista, i Comitati di Liberazione Nazionale e infine la Costituzione repubblicana. La Carta del 1948 non fu semplicemente un compromesso istituzionale, ma il prodotto della convergenza tra comunisti, socialisti, cattolici democratici e tutte le forze della Resistenza.
Difendere oggi la Costituzione significa allora difendere quel patrimonio di partecipazione e di conflitto democratico che la generò.
Democrazia socialista e potere popolare
Il problema non consiste nel sostituire una formula con un’altra. La questione è comprendere come la trasformazione sociale possa produrre una qualità superiore della democrazia.
La tradizione marxista non identifica la democrazia con il semplice atto del voto, ma con la possibilità concreta delle masse popolari di determinare le scelte economiche, sociali e politiche. Democrazia del lavoro, democrazia economica, controllo sociale delle grandi scelte produttive, partecipazione dal basso: questi sono gli elementi di una democrazia che non si limita a distribuire diritti formali, ma costruisce uguaglianza sostanziale.
In questa prospettiva il partito di classe non rappresenta un fine in sé, bensì lo strumento attraverso cui l’avanguardia organizzata traduce gli interessi generali del mondo del lavoro in un progetto di trasformazione socialista. Il rapporto tra avanguardia e masse, tra organizzazione e partecipazione, rimane il terreno decisivo di ogni autentico processo democratico.
Il dialogo con i cattolici e una nuova unità popolare
Una delle intuizioni più feconde di Togliatti fu il dialogo con il mondo cattolico. Non un’operazione tattica, ma la ricerca di un blocco storico capace di unire lavoratori, contadini, intellettuali e credenti nella difesa della pace, della giustizia sociale e della Costituzione.
Oggi, in un’Europa attraversata dalla crisi sistemica del capitalismo, dalla militarizzazione e dall’economia di guerra, quella lezione torna ad avere valore. L’unità non può costruirsi attorno alla semplice categoria dei “cittadini” intesi in modo indifferenziato; deve partire dai bisogni concreti della classe che vive del proprio lavoro, di chi è escluso, di chi subisce precarietà, povertà e sfruttamento.
La difesa delle libertà democratiche, il rifiuto della guerra, il diritto al lavoro, alla casa, alla salute e a un ambiente sano non sono rivendicazioni separate: costituiscono il contenuto reale di una democrazia partecipativa.
Dalla via italiana alla prospettiva europea
Dopo il XX Congresso del PCUS e il difficile dibattito del 1956, Togliatti elaborò la teoria della via italiana al socialismo, fondata sulla centralità della Costituzione e sulla conquista democratica dell’egemonia.
Oggi il contesto è profondamente mutato. Viviamo dentro un’Europa integrata economicamente ma attraversata da enormi disuguaglianze sociali e da una crescente concentrazione del potere finanziario. Per questo la questione non può più essere soltanto nazionale: occorre pensare a una via europea al socialismo, costruita dall’iniziativa delle classi subalterne del continente, dalla cooperazione internazionalista e dalla lotta comune contro la guerra e l’imperialismo.
La domanda iniziale ritorna così con tutta la sua forza: quale democrazia vogliamo difendere? Quella ridotta a rituale elettorale compatibile con il dominio del capitale, oppure una democrazia progressiva capace di realizzare fino in fondo le promesse della Costituzione nata dalla Resistenza?
È su questa scelta storica che si misurerà il futuro del movimento dei lavoratori e della sinistra di classe. Perché senza partecipazione reale non esiste democrazia; e senza giustizia sociale la democrazia rischia di diventare soltanto una parola svuotata del suo significato più profondo.
Il partito rivoluzionario e la democrazia socialista
È proprio qui che si misura, oggi come ieri, la funzione storica del Partito dei Comunisti: non quella di amministrare l’esistente, ma di interpretare le contraddizioni della società e organizzare il loro superamento. La democrazia borghese proclama l’uguaglianza formale dei cittadini, ma lascia intatta la disuguaglianza sostanziale tra chi possiede i mezzi di produzione e chi vive esclusivamente del proprio lavoro. La democrazia socialista, invece, nasce dal protagonismo delle classi subalterne e dalla loro capacità di esercitare realmente il potere economico, politico e culturale attraverso forme di partecipazione popolare, di controllo sociale e di pianificazione democratica.
Per questo il partito rivoluzionario non è un’élite separata dal popolo, bensì lo strumento collettivo con cui lavoratori, precari, disoccupati, giovani, migranti e tutti gli sfruttati costruiscono coscienza di classe e trasformano i bisogni materiali in progetto politico. La sua funzione è unire ciò che il capitalismo divide, organizzare ciò che il sistema frammenta, dare direzione strategica alle lotte affinché la protesta diventi potere popolare.
Contro i boia della democrazia, contro coloro che svuotano la Costituzione, restringono gli spazi di rappresentanza e subordinano la politica agli interessi del capitale e dell’economia di guerra, la risposta non può essere la rassegnazione. Deve essere la costruzione di una nuova democrazia, fondata sul lavoro, sulla pace, sulla giustizia sociale e sulla sovranità delle masse popolari. È questa la prospettiva della democrazia socialista: un governo dei subalterni organizzati, capace di sostituire il dominio di classe con il potere democratico dei lavoratori e di aprire la strada a una società liberata dallo sfruttamento, dalla guerra e dall’oppressione.

