Díaz-Canel rilancia l’asse antimperialista dopo l’attacco in Venezuela
Luciano Vasapollo
Il discorso pronunciato da Miguel Díaz-Canel alla Tribuna Antimperialista José Martí, in occasione dell’omaggio ai 32 combattenti cubani caduti in Venezuela il 3 gennaio, va ben oltre la commemorazione solenne dei morti. È un atto politico di grande portata, che intreccia lutto nazionale, denuncia dell’imperialismo statunitense e riaffermazione della continuità storica della Rivoluzione cubana nel XXI secolo.
Secondo il presidente cubano, l’attacco contro il Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una strategia imperiale che, ignorando il diritto internazionale, avrebbe inaugurato una nuova fase di barbarie globale. Il riferimento diretto all’amministrazione statunitense e a Donald Trump segna un cambio di tono netto: non più solo resistenza diplomatica, ma denuncia frontale di un’aggressione presentata come fascista, terroristica e destabilizzante per l’intera America Latina.
La figura dei 32 caduti diventa così centrale non solo come simbolo del sacrificio, ma come prova vivente – anzi, morente – dell’alleanza organica tra Cuba e Venezuela. Díaz-Canel respinge con forza la lettura utilitaristica dei rapporti tra i due Paesi, spesso ridotti dalla propaganda occidentale a un mero scambio di servizi e risorse. Al contrario, rivendica una fratellanza storica che affonda le sue radici in Bolívar e Martí, passa per Fidel e Chávez e si incarna oggi nel sangue versato dai combattenti cubani a difesa della sovranità venezuelana.
Il discorso costruisce una narrazione epica, in cui i caduti non sono “superuomini”, ma soldati formati a un’etica rivoluzionaria che mette al centro l’unità, l’antimperialismo e la lealtà alla missione. I riferimenti a Maceo, Almeida, Fidel e Martí non hanno solo una funzione retorica: servono a inscrivere l’evento dentro una lunga genealogia di resistenza, presentando l’attuale fase storica come continuità delle guerre d’indipendenza del XIX secolo, della Sierra Maestra e delle missioni internazionaliste del Novecento, fino all’Africa e oggi al Venezuela.
Particolarmente significativo è il modo in cui Díaz-Canel ribalta il rapporto di forza simbolico con gli Stati Uniti. Da un lato descrive la sproporzione tecnologica e militare degli aggressori – droni, elicotteri, visori notturni, blackout – dall’altro esalta la resistenza dei combattenti cubani, armati “solo” di armi convenzionali, morale e disciplina. In questa contrapposizione, la tecnologia imperiale appare come segno di codardia, mentre il sacrificio umano diventa misura della superiorità etica.
Costruire la pace ma non abbandonare i cubani ad un destino di servitù
Cuba è un Paese che sceglie la pace, che lavora instancabilmente per la pace, che rivendica la pace come principio fondativo della propria azione internazionale. Ma Cuba non è un Paese inerme. Sa difendersi, perché la difesa di Cuba coincide con la difesa di tutti i popoli oppressi.
Questa verità si è manifestata, nel corso della storia, nella straordinaria capacità di sacrificio del popolo cubano: nei medici, negli insegnanti, nei cooperanti internazionalisti, e fino all’estremo dono della vita. I 32 combattenti caduti in Venezuela ne sono la prova più alta: uomini che, nel difendere il presidente Nicolás Maduro e la sovranità venezuelana, hanno resistito per ore contro un apparato militare infinitamente superiore, mettendo consapevolmente a disposizione la propria esistenza.
Per questo la strada del socialismo non si interrompe. E per questo l’imperialismo statunitense – qualunque volto assuma, anche quello di Donald Trump – non troverà terreno facile. Di fronte a sé non ha una nazione piegata, ma una resistenza eroica, radicata nella storia e proiettata nel futuro.

