Rete dei Comunisti – Bologna
Con la campagna “La Rivoluzione è un fiore che non muore” vogliamo riallacciare quel filo rosso della storia comunista e di classe che ha caratterizzato la nostra città (Bologna) – e la nostra regione – con una serie di iniziative, anche ludiche e artistiche, che ne mettano al centro i temi, le esperienze, i vissuti, oltre ad aspetti di più ambio respiro non ascrivibili prettamente alla storia locale ma che sono stati fondamentali per la crescita e lo sviluppo di diverse generazioni di militanti, come la lotta internazionalista.
Vogliamo restituire, indagare, approfondire quelle che sono le nostre radici che il revisionismo storico imperante, anche a sinistra, cerca di recidere per dare una profondità storica adeguata alla nostra azione quotidiana nei vari ambiti in cui siamo impegnati politicamente.
Queste iniziative si svolgeranno, nel periodo estivo, all’interno del festival Isola Verde che si tiene al parco della Zucca da giugno a settembre a Bologna, e continueranno anche oltre in un lavoro che concepiamo come un “work in progress” attento e aperto agli stimoli e alle sollecitazione di tutti coloro e tutte coloro che ritengono sia indispensabile interrogare il passato alla luce delle sfide che si pone oggi chi vuole ricostruire un tessuto connettivo di classe per una ricomposizione politica finalizzata alla trasformazione dell’esistente.
Vogliamo contribuire ad animare il Festival Isola Verde sottraendo gli spazi pubblici della nostra città al degrado ed alla possibile speculazione commerciale, per farne luoghi di aggregazione popolare e di pedagogia politica.
Vogliamo sviluppare momenti che sappiano coniugare forme di incontro e di socialità aliene ai processi di mercificazione della cultura, propense alla trasmissione di valori antagonisti alle classi dominanti, quali la cooperazione, la solidarietà, il conflitto come “sale” della democrazia reale.
In questo contesto di crisi della civilizzazione capitalista, vogliamo approfondire la breccia che si è aperta nelle sue sovrastrutture ideologiche ormai incapaci di esercitare un’egemonia culturale su larghi strati di subalterni.
Siamo assolutamente convinti e convinte che un’alternativa di sistema debba anche sviluppare una cultura antagonista e propositiva che prospetti un mondo diverso e necessario rispetto alla barbarie del presente.
Questo deve passare anche dal ripercorre la storia dei comunisti e delle comuniste, attualizzandola, condividendola ed arricchendola.
Il movimento operaio e comunista hanno svolto un ruolo chiave nel Novecento specie nel nostro Paese, in particolare se confrontato con il resto del mondo occidentale.
In questo contesto, l’Emilia Romagna è una regione in cui già a fine Ottocento prende forma un movimento operaio organizzato altamente conflittuale all’interno del quale si sviluppano svariate correnti politiche che si collegano alle esperienze internazionali di quegli anni di tutte le varianti socialiste (riformiste, rivoluzionarie o libertarie).
La prima guerra mondiale ha un valore di spartiacque, da un lato gli “interventisti” – tra cui alcuni ex rivoluzionari come Mussolini ed una parte dei sindacalisti rivoluzionari – dall’altra chi si oppone a quella carneficina.
É interessante notare come una parte del movimento operaio e rivoluzionario, si fece cooptare dalla follia bellicista delle classi dirigenti, orientata a sostenere i poderosi interessi imperialistici italiani che si andavano formando e che troveranno una loro più compiuta maturazione durante il periodo fascista. Questi interessi padronali si coniugavano con le esigenze della monarchia, delle gerarchie militari e dall’alto clero.
La Rivoluzione d’Ottobre, così come, la guerra, fu un un’altro spartiacque, e mostrò dopo la breve esperienza della Comune di Parigi, la possibilità concreta della palingenesi politico-sociale.
Nel dopoguerra il “Biennio Rosso” che trova ispirazione dell’esperienza sovietica, ha caratteri particolarmente marcati in tutta la regione e vede la genuina spinta rivoluzionaria delle masse – soprattutto dei salariati agricoli e delle salariate agricole – svilita dalla dirigenza sindacale riformista e dall’inadeguatezza della leadership politica socialista. I generosi tentativi di resistere alla montata dello squadrismo con lo sviluppo dell’azione anche degli arditi dei Popolo non riescono a trovare un coerente programma d’azione che individui il fascismo come principale strumento della reazione, affiancato dagli apparati repressivi della monarchia sabauda, in mano alle impacciate classi dominanti.
La tardiva nascita del Partito Comunista d’Italia, animata prevalentemente dalla gioventù socialista, non riuscirà – anche a causa della sua direzione fino al 1926 – a svolgere una funzione in grado di determinare un’azione politica in grado di mettere in crisi i piani delle classi dominanti ed a tradurre coerentemente l’orientamento dalla Terza Internazionale.
Il Partito Comunista d’Italia, si trovò ben presto ad operare in condizione prima di “sostanziale” e poi di “formale” clandestinità mentre le istituzioni del movimento operaio come sindacati e cooperative e circoli di fatto soccomberono dopo una aspra lotta al fascismo. Il resto dei partiti politici d’opposizione si trasformarono col tempo in organizzazioni di “fuoriusciti” senza riuscire ad avere un ancoraggio nel nostro Paese e senza tentare di avere un rapporto con le classi subalterne che preparasse il terreno alla lotta antifascista.
I comunisti e le comuniste pagarono con il carcere, il confino, la repressione sistematica, talvolta con la vita, la loro lotta organizzata e clandestina contro il fascismo ed il loro tentativo di dare continuità al movimento operaio. Il fascismo, sconfisse politicamente, ma non annientò il movimento comunista a Bologna né riuscì ad avere il consenso che desiderava tra gli strati popolari in specie in quei settori dove l’ideologia comunista aveva attecchito in profondità e che saranno indispensabili strumenti di trasmissione alle nuove generazioni.
In questo contesto di estrema debolezza e mentre la peste bruna si prendeva – specie dopo l’ascesa del nazismo in Germania – il continente, l’Internazionale Comunista che nel ’35 aveva operato una necessario adeguamento tattico, riuscì ad organizzare le Brigate Internazionali per dar mano ai repubblicani iberici che si opponevano al colpo di Stato del generalissimo Franco, sostenuto anche militarmente dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco.
I volontari delle Brigate Internazionali al cui vertice fu posto Luigi Longo (Gallo) vantavano tra le loro fila, gli italiani e le italiane come la seconda nazionalità di provenienza dopo i francesi, mentre Palmiro Togliatti (Ercoli) fu inviato in Spagna come incaricato dell’IC. Anche nel momento più buio in cui il totalitarismo fascista era diventato un regime reazionario di massa e la sua tendenza alla guerra era sempre più manifesta, come dimostrò l’aggressione all’Etiopia, l’antifascismo italiano egemonizzato dalla componente comunista dimostrò un notevole slancio e capacità organizzativa.
L’Emilia Romagna e Bologna, diedero molti volontari e martiri alla causa repubblicana nelle fila dei volontari delle Brigate Internazionali, e bisogna ricordare che il primo gruppo accorso a difesa della lotta contro il golpe militare venne chiamato “centuria Gastone Sozzi” in onore del dirigente comunista romagnolo trucidato da Mussolini.
L’ esperienza politico-militare maturata dentro le Brigate Internazionali sarà fondamentale quando ci saranno le condizioni, e si avrà la necessità, di lanciare la lotta armata contro il nazi-fascismo.
Si pensi solo che il futuro sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza, ed Ilio Barontini, che facevano parte del “triunvirato insurrezionale” per la nostra regione, erano rivoluzionari professionali che avevano combattuto con i garibaldini in Spagna.
Il Partito Comunista anche in condizioni estremamente avverse, non rinunciò mai a radicarsi e lottare tra le masse popolari in Italia, preparando il terreno per la rottura con la legalità fascista.
Durante la Resistenza fu il PCI il primo ad iniziare la lotta armata al nazifascismo attraverso la costituzione delle GAP – come la VII GAP – , esercitò un ruolo di direzione sia per ciò che concerne l’azione militare vera e propria che per l’organizzazione delle lotte popolari, a cominciare da quelle del sistema manifatturiero felsineo totalmente votato alla produzione bellica in cui sorsero le SAP, come in molte fabbriche della Bolognina. Lo stesso fece nelle campagne piegate anch’esse alle esigenze degli occupanti nazisti e dei collaborazionisti repubblichini dove si svilupperà l’azione del partigiano anche in Pianura, fenomeno unico nella Resistenza antifascista europea.
Fondamentale fu l’apporto dei Comitati di Difesa della Donna, organizzazione resistenziale femminile che insieme all’altissimo numero di combattenti partigiane, caratterizzò la nostra città ed i dintorni e spianerà la strada ad un protagonismo femminile nel dopoguerra. Le comuniste saranno le punte di lancia che avranno un ruolo fondamentale nelle lotte politico-sociali e negli stabilimenti industriali, con manodopera prevalentemente femminile, in cui saranno alla testa della lotta contro la ristrutturazione che li caratterizzò nella prima metà degli anni Cinquanta.
Il ruolo di indiscussa egemonia che si seppe conquistare il Partito durante la Resistenza e fino all’insurrezione, anche grazie al l’altissimo numero di martiri alla causa antifascista, ebbe dei precisi riflessi nel dopoguerra e caratterizzerà lungamente la storia politico-sociale della nostra città, condizionandone in positivo una serie di aspetti che in parte ancora oggi, nonostante la mostruosa metamorfosi subita nelle sue varie fasi dal PCI-PDS-DS che ha costantemente cercato di annichilirli: dalla gestione urbana un tempo “virtuosa” alla qualità dei servizi sociali, dal forte tessuto associativo all’impegno civile anche su grandi temi come la pace, l’ambiente e l’emancipazione femminile ed i diritti civili in genere.
Già dalla seconda metà degli Anni Sessanta era visibile nel PCI – anche a livello locale – un continuo ripiegamento tattico che divenne una vera e propria virata strategica con la segreteria berlingueriana. Il PCI perdeva progressivamente e poi bruscamente quella funzione propulsiva avuta nel corso degli anni, anche annichilendo le spinte che venivano dalle nuove generazioni di comunisti cresciute, negli anni Sessanta, tra le fila delle sue organizzazioni giovanili e che furono la palestra per quella che è stata definita la “generazione Vietnam”. Contestualmente prendevano forma ipotesi politiche rivoluzionarie che rompevano con un Partito “revisionista” – usando un termine del tempo – ormai avviato irreversibilmente verso la sua involuzione socialdemocratica e la sua stagnazione burocratica. La “nuova linfa” per il riemergere di un’ipotesi rivoluzionaria arrivava anche grazie alle spinte provenienti dalle lotte di liberazione nel mondo dei popoli del Tricontinente dai ghetti afro-americani negli Stati Uniti alla giungla indocinese, passando per l’Ottobre cubano.
Il ’68 studentesco, di cui Bologna fu uno degli epicentri ed il ’69 operaio comunque importante in particolare in alcuni stabilimenti metalmeccanici felsinei, furono l’innesco di un lungo movimento di classe e rivoluzionario che caratterizzerà per un decennio la storia del nostro Paese.
Un movimento che avrà come “punto di rottura” tra le istanze della nuova composizione di classe e le vecchie istituzioni del movimento operaio proprio il “movimento del 77”, a Bologna soprattutto dopo l’omicidio dello studente di medicina e militante di Lotta Continua per il Comunismo, Francesco Lorusso, una frattura che si protrarrà fino al Convegno nazionale contro la Repressione che proprio a Bologna si tenne.
Il PCI divenne, in senso negativo, il “partito dell’ordine” propenso a cogestire organicamente – con notevole dose di subordinazione politica – la crisi capitalista insieme alle forze che, come la Democrazia Cristiana, avevano governato il Paese: alcune sue componenti divennero particolarmente propense a collaborare attivamente con gli apparati dello Stato per annichilire tutto ciò che vi era alla sua sinistra, stimolando la “delazione di massa” e la repressione nei confronti di giudicava essere fascisti rossi, usando per anni l’aristocrazia operaia di cui era il riferimento politico contro le istanze più avanzate delle classi subalterne.
E proprio con quell’assassinio, che non fu un’eccezione nell’Italia del marzo 1977, che Bologna iniziò ad essere al centro di una strategia della tensione che passando per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 si è protratta fino a metà degli anni Novanta, ed ha conosciuto come sua “ultima fase” la cosiddetta Banda dell’Uno Bianca su cui, forse, solo oggi si potrà fare piena luce.
Con la repressione del movimento rivoluzionario, la ristrutturazione produttiva, il prevalere degli interessi economici del sistema “rosso ravanello” (rosso fuori, bianco dentro) del governo emiliano-romagnolo a discapito dei bisogni popolari in vari ambiti che l’amministrazione locale a trazione comunista aveva sostanzialmente promosso e tutelato, la cooptazione di alcune figure di spicco del movimento nel governo della città, ed il flagello dell’eroina, la spinta propulsiva del movimento di classe veniva meno, nel contesto di una società italiana in profonda trasformazione anche culturale.
Non venivano meno però le contraddizioni di un sistema che troveranno forme di opposizione di antagonismo che non cessarono nonostante il radicale mutamento della fase.
Nonostante questo gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta furono caratterizzati dalle lotte contro il nucleare e la presenza militare sul territorio, dal recupero degli spazi lasciati in disuso per farne centri di aggregazione, si svilupparono le occupazioni abitative che avevano una lunga storia in città contro le nuove ondate di speculazione che prendevano forma contro la scelta di lasciare sfitte importanti porzioni del patrimonio edilizio nei quartieri popolari e la volontà di espellere le classi popolari dal centro cittadino. Non ultime si svilupparono importanti lotte contro i processi di precarizzazione lavorativa che incominciavano ad interessare, nonostante la quasi “piena occupazione”, parti consistenti della società, e le riforme del comparto formazione che ebbero nel movimento della Pantera a Bologna uno dei suoi epicentri.
Per finire, gli anni Novanta, da un lato furono a Bologna un grande laboratorio di “depoliticizzazione di massa” e di combatibilizzazione in cui la dimensione di un’alternativa politica complessiva ancorata socialmente sembrava essere scomparsa dai radar anche di buona parte del cosiddetto movimento antagonista, e dall’altro un terreno ostico – e talvolta infame – ma praticabile per cercare di leggere le trasformazioni dell’area metropolitana, iniziare a radicare un’ipotesi politico-sociale realmente antagonista alla nutrita filiera di interessi che ruotavano attorno, od erano subordinati, al PdS, e ultimo e non meno importante, mantenere viva una prospettiva che non liquidasse il movimento comunista rivoluzionario e ciò che aveva espresso compreso quel lungo Assalto al cielo della politica che aveva caratterizzato più di un decennio di storia italiana e bolognese, pagato a caro prezzo dalla generazione rivoluzionaria degli Anni Settanta.
Siamo figli e figlie di quella stessa rabbia che per noi ha radici profonde e che non possono essere recise.
Foto in evidenza: “La ragazza con il fiore”
di Marc Riboud
foto scattata nel1967 durante una manifestazione contro la guerra del Vietnam di fonte al Pentagono

