Eravamo stati facili profeti quando, qualche mese fa – commentando una esorbitante condanna giudiziaria ad un gruppo di ex disoccupati organizzati “Bros” – evidenziavamo il duplice carattere (punitivo e preventivamente intimidatorio) del corso politico della Questura, della Procura della Repubblica e dell’insieme della Magistratura.
Ancora una volta – a fronte di risibili episodi di una lunga stagione di conflittualità urbana che ha attraversato l’area metropolitana napoletana – si dispensavano condanne pesanti sostenute da un teorema accusatorio fantasioso e totalmente decontestualizzato dalla complessa condizione sociale in cui tali episodi avvenivano.
Tale linea di condotta – autoritaria e dispotica – non pare attenuarsi.
Anzi in questo scorcio di inizio autunno – a Napoli come altrove – i dispositivi repressivi si stanno rimettendo in moto confermando la loro malsana ispirazione tesa ad impedire che gli irrisolti problemi sociali possano riconoscersi collettivamente ed unificarsi come parte di un unico movimento di lotta. Una articolata e sofisticata modalità repressiva che punta ad opacizzare e normalizzare – possibilmente in maniera preventiva ed anticipatoria – lo sviluppo della lotta di classe e l’allusione a qualsivoglia ipotesi di possibile, quanto necessaria, trasformazione sociale.
Come interpretare, altrimenti, le denunce, arrivate in questi giorni, agli attivisti della zona flegrea che contestavano l’inutile e rituale passerella istituzionale, alla Prefettura di Napoli, tra il Ministro degli Interni, Piantedosi, il Presidente della Regione, il Sindaco di Napoli e tutta la pletora di amministratori e tecnici che, non solo a distanza di mesi dalla scossa del 31 luglio scorso non hanno prodotto un qualsivoglia provvedimento concreto per la popolazione puteolana, ma, ancora oggi, non avanzano nessuna seria misura di carattere strutturale per evitare che la fenomenologia del Bradisismo sia, unicamente, scaricata sui settori popolari di Pozzuoli e dei Campi Flegrei?
Come interpretare la progressiva blindatura del centro cittadino, della zona del Lungomare e delle piazze più importanti se non come il tentativo di anestetizzare ogni possibile contestazione mentre – i poteri forti di questa città – progettano e realizzano “grandi eventi” (dalle varie serie di regate dell’America’s Cup ai mega concerti e fiere commerciali a Piazza Plebiscito, Municipio ed in altri luoghi centrali) ed accelerano i variegati progetti di turistificazione selvaggia, di privatizzazione/esternalizzazione dei servizi pubblici, del patrimonio immobiliare delineando, nella loro concreta azione amministrativa ed operativa, il complesso degli “assi di sviluppo” antisociali dell’insieme dello spazio cittadino e metropolitano?
Come interpretare, infine, l’uso disinvolto (a puro scopo volgarmente propagandistico) del continuo varo delle Zone Rosse, le minacce a gruppi di studenti che indicono assemblee persino in luoghi privati, le retate spettacolari con annesse telecamere televisive in alcuni quartieri della città e la crescente insofferenza istituzionale verso gli immigrati e gli altri soggetti della cosiddetta “marginalità sociale”?
Del resto anche nella recente manifestazione popolare a Roma dei cittadini e degli sfollati di Pozzuoli abbiamo potuto verificare concretamente l’ irrigidimento di tutte le modalità della “contrattazione sociale” nonostante la drammatica condizione che quel corteo segnalava. I cittadini che chiedevano di raggiungere le sedi governative sono stati circondati da uno spropositato dispositivo repressivo e “parcheggiati” in una piazza. Il tutto con buona pace dei deputati della “opposizione” e dei Sindaci con la fascia tricolore.
Una ulteriore dimostrazione di come la criminalizzazione del dissenso è del conflitto sta diventando una prassi ordinaria di governo ed apparati penali e giudiziari.
Da tempo sosteniamo che il continuo e progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di crescenti fasce sociali, l’esaurirsi degli strumenti di mediazione (economica e politica) con cui il ceto politico di comando esercitava gli strumenti della governance amministrativa e il palesarsi dello scarto concreto tra le legittime aspettative di affermazione sociale e la dura realtà del vivere e sopravvivere quotidiano avrebbero prodotto una crescente insoddisfazione sociale che può – deve – trasformarsi da mugugno, spesso individuale, in protagonismo e mobilitazione collettiva.
Per impedire questo processo umano, materiale e politico gli apparati repressivi dello Stato mettono in atto l’intera strumentazione di cui dispongono e di cui è ricco il Codice Penale. Non solo la “terapia del manganello” ma – particolarmente nei periodi che potrebbero precedere cicli di lotta e di mobilitazione – i vari governi, succedutesi negli ultimi anni, hanno costruito una infinità di modalità (le sanzioni amministrative, i Daspo, l’estensione di reati utilizzati per la “criminalità organizzata” alle forme del conflitto sociale, le prescrizioni poliziesche….) che le Questure e le Procure articolano ed applicano nei vari contesti sociali.
Infatti a Napoli non c’è giorno che non arrivano, ad attivisti politici, sociali e sindacali ma anche a gruppi di tifosi, di immigrati e, persino, a qualche associazione indipendente, denunce, diffide, multe e quant’altro attiene all’asfissiante controllo penale e giudiziario.
La lotta alla repressione, alla blindatura autoritaria delle istituzioni e delle forme della Rappresentanza (vedi l’approvazione della Legge Elettorale/Bavaglio), la difesa intransigente di ogni spazio di agibilità politica e sociale nei posti di lavoro, nei territori e nell’insieme della società, il contrasto a qualsivoglia forma di arbitrio e/o abuso da parte delle “forze dell’ordine” e tutti gli obiettivi necessari alla piena salvaguardia del diritto di lotta e di organizzazione devono ritornare al centro dell’attenzione politica dei movimenti sociali, delle organizzazioni di classe, del sindacalismo conflittuale e di quanti – anche nel mondo degli operatori della giustizia e dell’informazione – non intendono abdicare alla salvaguardia di ciò che residua degli istituti della “democrazia” nel nostro paese.
Occorre rilanciare una battaglia culturale, politica, sociale contro qualsivoglia tendenza alla blindatura sociale, alla militarizzazione della società sconfiggendo i tentativi – formali ed informali – del Governo attuale e di qualsiasi altro Esecutivo di cancellare l’opposizione sociale dalle nostre città e dal paese. Ed è con tale presupposto che solidarizziamo con gli attivisti colpiti dalla repressione e con quanti, quotidianamente, mantengono aperta la strada per affermare diritti sociali ed esigenza di libertà e di avanzamento politico.
CREDITS
Immagine in evidenza: Nessuna repressione può fermare la sfida del futuro
Autore: Hedrok
Licenza: Attribuzione – Non commerciale 2.0 Generico
Immagine originale ridimensionata e ritagliata

