Il 14 ottobre 1963, sulle montagne del Radfan, nello Yemen meridionale occupato dalla Gran Bretagna, prendeva avvio una rivolta armata destinata a trasformare profondamente la storia della penisola arabica. Quella data segna l’inizio di un processo rivoluzionario che non si sarebbe esaurito con la conquista dell’indipendenza nel 1967, ma avrebbe aperto una nuova fase di scontro politico e di trasformazione sociale, fino alla nascita della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, primo Stato arabo a orientamento marxista.

Per comprendere la portata storica della rivoluzione del 14 ottobre è necessario collocarla nel contesto delle grandi lotte anticoloniali che attraversarono il secondo dopoguerra. La Conferenza di Bandung del 1955 aveva espresso l’emergere dei paesi afroasiatici sulla scena internazionale e la rivendicazione di un’autonomia politica rispetto alle potenze imperialiste. La guerra di liberazione algerina, conclusasi vittoriosamente nel 1962, aveva dimostrato la possibilità di sconfiggere militarmente una potenza coloniale. Nel mondo arabo, l’Egitto di Gamal Abdel Nasser rappresentava un riferimento centrale per il nazionalismo antimperialista, mentre la Guerra fredda intrecciava le lotte di liberazione nazionale alla contrapposizione internazionale fra capitalismo e socialismo.
In questo scenario, Aden costituiva un avamposto strategico del colonialismo britannico, occupato dal 1839. Il dominio inglese si articolava attraverso il controllo diretto della città portuale e un sistema di protettorati nell’entroterra, dove sultani, emiri e autorità tradizionali garantivano la continuità dell’ordine coloniale. La Federazione dell’Arabia Meridionale [1], costituita per consolidare questo sistema, rappresentava il tentativo britannico di preservare la propria influenza attraverso strutture politiche locali.
Ma la società sudyemenita era attraversata da trasformazioni profonde. L’espansione economica e portuale del secondo dopoguerra, insieme allo sviluppo della raffineria di Aden, aveva favorito la concentrazione di manodopera salariata e la crescita delle organizzazioni sindacali. La città era divenuta così non soltanto un centro strategico dell’economia coloniale, ma anche uno dei principali luoghi di formazione e mobilitazione del nazionalismo sudyemenita. Nelle campagne, l’emigrazione e la diffusione dei rapporti monetari contribuivano a indebolire le tradizionali strutture di potere. La progressiva politicizzazione dei lavoratori contribuì a dare alla lotta anticoloniale una dimensione sociale che avrebbe assunto crescente importanza negli anni successivi, e la lotta contro il colonialismo iniziava così a intrecciarsi con il rifiuto delle gerarchie politiche e sociali sulle quali esso si reggeva.

Dalla rivoluzione del 26 settembre alla lotta armata
Una svolta decisiva si verificò il 26 settembre 1962, quando nello Yemen settentrionale una rivoluzione rovesciò l’imamato e proclamò la Repubblica Araba dello Yemen[2]. La nuova repubblica, sostenuta dall’Egitto di Nasser, divenne un punto di riferimento politico e una retrovia per i nazionalisti del Sud. Numerosi militanti sudyemeniti parteciparono alla sua difesa, acquisendo esperienza militare e stabilendo legami con il movimento repubblicano.
La repubblica settentrionale costituì così un’importante retrovia per i combattenti sudyemeniti e nel corso del 1963, attraverso l’incontro fra il Movimento dei nazionalisti arabi (MNA)[3], militanti politici, ufficiali e altre componenti patriottiche, prese forma il Fronte nazionale per la liberazione dello Yemen meridionale occupato.
La sua costituzione segnò un passaggio importante: la necessità di superare la frammentazione delle iniziative anticoloniali attraverso un’organizzazione capace di coordinare la lotta armata, la mobilitazione politica e la prospettiva dell’unità nazionale yemenita. La prospettiva della lotta armata si affermava di fronte ai limiti delle strategie moderate e alla volontà britannica di mantenere il controllo politico del territorio.
Fu in questo contesto che, il 14 ottobre 1963, esplose la rivolta del Radfan, guidata dallo sceicco Rajih bin Ghalib Labuza. A provocare lo scontro fu il tentativo delle autorità coloniali e dei loro alleati locali di disarmare i combattenti rientrati dal Nord Yemen. Ma dietro questa causa immediata si accumulavano decenni di subordinazione coloniale e di resistenza delle popolazioni dell’entroterra.
La risposta britannica, attraverso operazioni militari e bombardamenti, non riuscì a spezzare la rivolta. La resistenza del Radfan divenne invece un simbolo della lotta di liberazione nazionale. Il Fronte nazionale contribuì progressivamente a collegare la guerriglia rurale con la mobilitazione politica e sociale delle città, trasformando diverse esperienze di opposizione al colonialismo in un progetto rivoluzionario più ampio.
Dall’indipendenza alla questione del potere
La guerra di liberazione si sviluppò fra il 1963 e il 1967, accompagnata dalla crescente crisi del sistema federale sostenuto da Londra e dalla competizione fra le organizzazioni nazionaliste. Nel 1965 il Fronte nazionale adottò una Carta che già prevedeva trasformazioni economiche e sociali, fra cui la riforma agraria e la nazionalizzazione di settori dell’economia controllati da capitali stranieri.
Il 30 novembre 1967, dopo quattro anni di lotta armata, terminò il dominio britannico e nacque la Repubblica Popolare dello Yemen del Sud, guidata da Qahtan al-Sha’bi.

La vittoria del Fronte nazionale rappresentò un risultato straordinario: il progetto britannico di trasferire il potere alle élite della Federazione era fallito e il nuovo Stato nasceva dalla vittoria di un movimento di liberazione. La ritirata britannica non fu soltanto il risultato della pressione militare esercitata dalla guerriglia: si inseriva nella più ampia ridefinizione della presenza inglese nella regione. Fu però la vittoria politica e militare del Fronte nazionale, che nel 1967 riuscì a prevalere sulle forze rivali e sui governanti della Federazione, a impedire che l’indipendenza avvenisse attraverso la semplice conservazione degli equilibri coloniali, e Londra si trovò costretta a riconoscere come interlocutore il movimento che aveva combattuto fino a pochi mesi prima.
Tuttavia, l’indipendenza politica non aveva risolto le contraddizioni economiche e sociali ereditate dal colonialismo. Il paese rimaneva caratterizzato da una debole struttura produttiva, da una forte dipendenza economica dall’esterno e dalla persistenza di profonde disuguaglianze sociali.
All’interno del Fronte nazionale si aprì così uno scontro fondamentale sulla direzione della rivoluzione. Per la componente moderata, la priorità era consolidare il nuovo Stato e stabilizzarne le istituzioni. Per la sinistra rivoluzionaria, la liberazione nazionale non poteva dirsi compiuta senza la trasformazione dei rapporti di proprietà, la riforma agraria e una ridefinizione del potere politico a favore delle classi popolari.
Il problema non era più soltanto liberare il territorio dalla presenza coloniale, ma stabilire quale società costruire dopo l’indipendenza.
La radicalizzazione socialista e il Movimento correttivo
Questa contraddizione esplose nel marzo 1968, durante il IV Congresso del Fronte nazionale. Il programma sostenuto dalla componente di sinistra, nel quale ebbe un ruolo centrale Abd al-Fattah Isma’il, proponeva una rivoluzione nazionale-democratica[4] fondata sulla partecipazione di operai, contadini, soldati e intellettuali rivoluzionari. Fra gli obiettivi figuravano la formazione di consigli popolari, la costruzione di una milizia rivoluzionaria, la riforma agraria e la nazionalizzazione delle banche e del commercio estero.

Il programma del IV Congresso esprimeva una concezione della rivoluzione che andava oltre la sostituzione delle autorità coloniali con una nuova classe dirigente nazionale. La proposta di costruire consigli popolari e milizie rivoluzionarie poneva direttamente la questione di una trasformazione degli strumenti di esercizio del potere. Allo stesso tempo, le nazionalizzazioni e la riforma agraria venivano considerate indispensabili per impedire che l’indipendenza politica lasciasse intatti i meccanismi di dipendenza economica. La rivoluzione nazionale-democratica si configurava così come un processo ancora aperto, nel quale la conquista della sovranità doveva accompagnarsi all’organizzazione politica delle classi popolari.
Tuttavia, le risoluzioni del IV Congresso non si tradussero immediatamente nell’affermazione dell’ala sinistra, e lo scontro politico si acuì rapidamente. Il presidente Qahtan al-Sha’bi e la componente moderata del Fronte si opposero alle proposte di trasformazione più radicali, in particolare alla riorganizzazione delle forze armate e alla riforma agraria. Il 20 marzo 1968, dopo l’arresto di alcuni dirigenti della sinistra da parte dell’esercito, gran parte dei suoi esponenti venne estromessa dalla direzione politica. Seguirono ulteriori scontri e tentativi di insurrezione nelle regioni interne.
La ricomposizione delle alleanze all’interno del Fronte e degli apparati militari avrebbe infine reso possibile la svolta del 22 giugno 1969, quando, con il cosiddetto Movimento correttivo, la componente di sinistra, alleatasi con altri oppositori del presidente Qahtan al-Sha’bi, riuscì a rovesciarne la leadership. Salim Rubayyi Ali assunse la presidenza e Abd al-Fattah Isma’il entrò nella nuova direzione collettiva.
La svolta del 1969 aprì una nuova fase: vennero avviate nazionalizzazioni, rafforzate le relazioni con i paesi socialisti e promossa una trasformazione più radicale delle strutture economiche, politiche e militari. Nel novembre 1970, con l’adozione di una nuova Costituzione, lo Stato assunse il nome di Repubblica Democratica Popolare dello Yemen.
La radicalizzazione del Fronte nazionale si inseriva inoltre in un più ampio processo di rottura con il nazionalismo arabo nasseriano. La sconfitta dell’Egitto nella guerra del giugno 1967 contro Israele aveva accelerato una crisi politica e ideologica che attraversava già il Movimento dei nazionalisti arabi. Per la sua componente di sinistra, quell’esperienza aveva mostrato i limiti di un progetto di liberazione nazionale guidato dall’alto, incapace di mobilitare autonomamente le classi popolari e di trasformare radicalmente i rapporti sociali. La vittoria della guerriglia sudyemenita, al contrario, sembrava dimostrare le possibilità di una strategia rivoluzionaria fondata sull’organizzazione delle masse e sulla lotta armata. Il progressivo avvicinamento al marxismo maturò anche attraverso questa critica al nasserismo: non più soltanto indipendenza nazionale e unità araba, ma trasformazione dei rapporti di classe e prosecuzione della rivoluzione oltre la conquista della sovranità politica.
La rivoluzione oltre la liberazione nazionale
L’esperienza sudyemenita assunse così un carattere eccezionale nel contesto della penisola arabica. In una regione segnata dalla presenza delle monarchie e dagli interessi strategici delle potenze occidentali, si affermava uno Stato che rivendicava una prospettiva socialista e una collocazione internazionalista, sostenendo anche i movimenti di liberazione della regione, dalla Palestina all’Oman.
Questo percorso non fu lineare né privo di contraddizioni. La radicalizzazione socialista fu il risultato di conflitti interni, rotture politiche e differenti concezioni della rivoluzione. Non costituiva un esito inevitabile della lotta del 1963, ma una possibilità aperta dalla vittoria anticoloniale e affermatasi negli anni successivi.
La conquista dell’indipendenza non venne considerata, dalla componente rivoluzionaria del Fronte, come il punto conclusivo della lotta, ma come la condizione per affrontare le strutture di dipendenza e di sfruttamento ereditate dal colonialismo.
Ricordare il 14 ottobre significa dunque ripercorrere non soltanto l’inizio della lotta che pose fine all’occupazione britannica, ma anche l’apertura di un processo rivoluzionario che andò oltre l’indipendenza politica, ponendo concretamente la questione della trasformazione socialista della società, e conducendo alla formazione del primo ed unico Stato del mondo arabo ad aver adottato un «socialismo scientifico» di orientamento marxista-leninista.
NOTE
[1] ↑ La Federazione dell’Arabia Meridionale nacque nel 1962 dall’ampliamento della precedente Federazione degli Emirati Arabi del Sud, costituita nel 1959. Essa riuniva diversi sultanati ed emirati sottoposti all’influenza britannica e, dal 1963, comprendeva anche Aden. Attraverso la Federazione, Londra cercò di organizzare il passaggio verso un’indipendenza formale preservando l’influenza britannica e il potere delle autorità tradizionali alleate.
[2] ↑ A capo della rivoluzione un gruppo di ufficiali dell’esercito yemenita, organizzati nel movimento degli Ufficiali Liberi (al-Ḍubbāṭ al-Aḥrār), influenzati dal nazionalismo arabo e dall’esperienza della rivoluzione egiziana del 1952
[3] ↑ Il Movimento dei nazionalisti arabi (MNA, Harakat al-Qawmiyyin al-Arab) fu un’organizzazione panaraba sviluppatasi negli anni Cinquanta, fra i cui principali esponenti figuravano George Habash e Nayef Hawatmeh. Nato nel contesto delle mobilitazioni per la liberazione della Palestina e per l’unità araba, fu inizialmente influenzato dal nazionalismo nasseriano. Negli anni Sessanta, parte delle sue componenti si orientò progressivamente verso il marxismo, dando origine a diverse organizzazioni della sinistra rivoluzionaria araba. La componente sudyemenita ebbe un ruolo centrale nella formazione e nella direzione del Fronte nazionale di liberazione.
[4] ↑ Nell’elaborazione della sinistra del Fronte nazionale, la rivoluzione nazionale-democratica indicava una fase di trasformazione successiva alla conquista dell’indipendenza: superamento delle strutture politiche e agrarie tradizionali, riduzione della dipendenza economica dall’estero, nazionalizzazione dei principali settori economici e costruzione di organismi di potere popolare. Tale prospettiva veniva considerata una condizione per l’avanzamento verso il socialismo e per impedire che la decolonizzazione si risolvesse nella riproduzione di rapporti di dipendenza neocoloniale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Halliday, Fred, Revolution and Foreign Policy: The Case of South Yemen, 1967–1987, Cambridge University Press, Cambridge, 1990.
Ismael, Tareq Y. e Jacqueline S. Ismael, The People’s Democratic Republic of Yemen: Politics, Economics and Society. The Politics of Socialist Transformation, Frances Pinter, London, 1986.
Naumkin, Vitaly V., Red Wolves of Yemen: The Struggle for Independence, The Oleander Press, Cambridge, 2004.
Stookey, Robert W., South Yemen: A Marxist Republic in Arabia, Westview Press, Boulder (Colorado), 1982.

