1

27/01, Parigi – Tutti al Tribunale amministrativo di Parigi per la liberazione di Georges Abdallah!

Dal 17 al 22 gennaio la Rete dei Comunisti, insieme a Cambiare Rotta e OSA, ha organizzato il tour di proiezione in Italia del docu-film “Fedayn, le combat de Georges Abdallah”, realizzato dal Collectif Vacarme(s), in un ciclo di iniziative e dibattiti sulla storia e l’attualità della resistenza palestinese, le complicità delle potenze occidentali con l’entità sionista di Israele e la necessità di una lotta antimperialista che unisca i popoli dell’area Euro-Afro-Mediterranea.

Georges Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza palestinese, rappresenta – oggi più che mai – un simbolo concreto ed attivo di questa lotta internazionalista contro l’imperialismo e la sua barbarie, lo sfruttamento e la repressione delle classi popolari, sempre al fianco dei popoli oppressi che lottano per la loro autodeterminazione, nella ferma consapevolezza che lui stesso non smette mai di esprimere: “un altro mondo non solo è possibile ma necessario”.

In un “gioco giudiziario” truccato e marcio, la decisione di non rilasciare George Abdallah – liberabile dal 1999 – è una decisione politica, portata avanti dal governo francese sotto le pressioni degli USA e di Israele, nonostante due sentenze di liberazione pronunciate dal Tribunale di esecuzione delle pene. In 38 anni di detenzione, Georges Abdallah ha sempre mantenuto saldi ed intatti i suoi ideali politici, contro chi vorrebbe subordinare la sua liberazione ad una dichiarazione di rinuncia o resa di “tutta una vita di lotta”.

Il prossimo 27 gennaio si terrà al Tribunale amministrativo di Parigi un’udienza di esame alla richiesta presentata dall’avvocato di Georges Abdallah circa l’ordine di espulsione che attualmente condiziona la sua liberazione. Infatti, è il ministro dell’Interno francese – quindi il governo francese – che “deve firmare”, ma questi si rifiuta categoricamente nonostante il Libano ha dichiarato più volte di essere pronto ad accogliere Georges Abdallah.

Come Rete dei Comunisti, saremo presenti giovedì 27 gennaio, insieme ai compagni e alle compagne della Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah (di seguito il comunicato in italiano), al Tribunale amministrativo per mostrare la nostra determinazione e per continuare ad esigere la liberazione immediata ed incondizionata del nostro compagno Georges Abdallah.

*****

Dallo scorso ottobre, Georges Abdallah ha iniziato il suo 38° anno di detenzione. Ricordiamo che questo prigioniero politico, incarcerato dal 1984, per complicità in atti di resistenza all’invasione sionista del suo paese – il Libano – e che potrebbe essere liberato dal 1999, è tenuto in prigione per ordine del governo degli Stati Uniti, nonostante due liberazioni pronunciate dal Tribunale di esecuzione delle sentenze.

Più che mai, la richiesta di liberazione del nostro compagno deve essere difesa e riaffermata, ma non, come dice lo stesso Georges Abdallah, elemosinando la sua libertà, ma con la lotta e lo sviluppo di un reale rapporto di forza attraverso azioni militanti ovunque e su tutti i fronti. È attraverso questo ampliamento delle nostre azioni che riusciremo a costringere lo Stato francese a liberare il nostro compagno.

Ma, in questo lungo processo politico-giudiziario, è arrivato anche il momento di interpellare nuovamente lo Stato francese! Questo è ciò che l’avvocato di Georges Abdallah ha fatto in due occasioni negli ultimi tempi: nel luglio 2020, chiedendo al Ministero dell’Interno di firmare la richiesta di espulsione che è condiziona il rilascio di Georges Abdallah; poi – non avendo ricevuto risposta dal ministro, che di solito è così desideroso di espellere gli stranieri condannati da questa giustizia di classe per atti assimilati al terrorismo – nel novembre 2020, al Tribunale amministrativo dove è stata presentata una richiesta affinché sia ordinata l’espulsione di Georges Abdallah dal territorio francese.

L’esame di questa richiesta avrà luogo giovedì 27 gennaio 2022, si terrà al Tribunale amministrativo un’udienza per decidere definitivamente su questa nuova domanda.

Cerchiamo di essere numerosi quel giorno davanti al Tribunale e nell’aula di questa seduta pubblica e facciamo sentire il più possibile questo grido per la libertà di Georges Abdallah. Ricordiamo quel giorno, ma anche ad ogni momento e ad ogni mossa dei rappresentanti dello Stato francese e in particolare dell’attuale ministro dell’Interno, l’imperativo: “deve firmare!”.

Attraverso questa pressione continua, nella diversità delle nostre espressioni, otterremo che la liberazione del nostro compagno sia tradotta in azione da questa firma.

“Deve firmare!”
Che mille iniziative fioriscano per la liberazione di Georges Abdallah!
È insieme e solo insieme che vinceremo!




28/01, Roma – Sudan. Un popolo in lotta

Venerdì 28 gennaio – Casa della Pace, via Monte Testaccio 22 – ore 18:00

Il colpo di Stato di lunedì 27 ottobre in Sudan è stata la più pesante battuta d’arresto del difficile processo di transizione politica dopo la caduta del regime islamico di Al-Bashir, che aveva guidato il paese per trent’anni, dal 1989 all’aprile del 2019.

Già il periodo successivo alla caduta Bashir era stato da subito pieno d’incognite, come aveva dimostrato il massacro del 3 giugno del 2019.

La crisi politica è stata accelerata dalle dimissioni di Abdallah Hamdok ad inizio di quest’anno, che era stato rinominato dalla giunta come Primo Ministro in novembre – sotto forti pressioni internazionali – dopo la sua defenestrazione di fine ottobre.

Da fine ottobre le manifestazioni contro il Putsch da parte di coloro che di fatto detenevano già il potere non si sono mai fermate, nonostante la violenza di parte statale e le vittime di piazza, più di una sessantina all’oggi.

Recentemente il movimento che si oppone al golpe, e che chiede la rimozione dei generali, ha rifiutato la mediazione offerta dall’inviato dell’ONU per intavolare un processo di dialogo che includa i militari, mentre una parte che era entrata nel processo di transizione consentirebbe a riprendere il dialogo.

Le mobilitazioni per defenestrare Bashir erano iniziate il 19 dicembre del 2018 ed avevano avuto come punto culminante il 6 aprile dell’anno successivo, l’inizio del sit-in di fronte al quartier generale dell’esercito il 6 aprile.

Il movimento di opposizione aveva avuto – ed ha – tra le sue punte di lancia la Sudan Professional Associations – una coalizione che raggruppa differenti organizzazioni professionali – ed i Comitati di Resistenza territoriali.

I militari, che hanno preso il potere nell’aprile del 2019 e che sono stati poi i vari arbitri del processo di transizione, sono stati parte integrante del sistema di dominio durante la dittatura.

Una parte importante della Comunità Internazionale e gli attori rilevanti a livello regionale, come l’Unione Africana e Lega Araba, avevano condannato il golpe di fine ottobre, insieme a gli Stati Uniti e la filiera di interessi a loro riconducibili, che hanno preso una posizione ferma e congelato gli aiuti sborsati per il paese: 700 milioni di dollari per ciò che concerne gli USA e 2 miliardi di dollari da parte della Banca Mondiale.

Una misura presa come prova di forza anche in ragione del fatto che i militari erano stati “sordi” alle pressioni statunitensi espressesi a ridosso del golpe.

L’Unione Africana ha sospeso la partecipazione del Sudan, mentre l’Unione Europea ha condannato la presa di potere dei militari.

L’ipotesi del golpe era da tempo nella gamma delle possibilità degli sbocchi all’impasse politico dovuto a contraddizioni strutturali del Paese, allo scontro tra i maggiori attori della transizione ed ai cambiamenti negli equilibri politici dell’area, che vedevano i maggiori sponsor dei militari al potere – come l’Egitto – dare probabilmente il nulla osta a una tale azione.

Vi è una competizione sempre più agguerrita tra i maggiori player in quello che gli Stati Uniti volevano – e vogliono – fare uno dei perni di contrasto all’influenza militare russa e a quella economica cinese, legando il Paese, tra l’altro, al suo maggiore alleato “Medio-Orientale”, cioè Israele.

È chiaro che i militari appaiono per gli Stati Uniti difficilmente gestibili e non possono incarnare quel ruolo di loro pedine nello scacchiere regionale. Questo, tenendo tra l’altro conto della maggiore autonomia che hanno assunto i maggiori attori politici regionali – in Etiopia ed in Somalia, per esempio – e la loro spregiudicatezza nello stabilire relazioni internazionali, segno che la catena della gerarchia imperialista a guida USA si è notevolmente incrinata, così come il modello di sviluppo da loro proposto.
Una tendenza che la sconfitta in Afghanistan ha certamente ulteriormente sviluppato.

Per l’Unione Europea già a metà del decennio scorso, quindi sotto Al Bashir, il Sudan era una pedina importante per il controllo dei flussi migratori affidati alle RSF, che da milizie contro-insurrezionali utilizzate in Darfur sono diventate la gendarmeria per conto di “Bruxelles” a guardia della spinta migratoria. Queste poi sono divenute gli ufficiali ed i reclutatori dei mercenari (14 mila) che svolgevano il ruolo di fanteria nella coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen: una delle peggiori catastrofi umanitarie, ma anche un lucroso affare per l’industria militare dei paesi europei che hanno venduto e continuano a vendere armi alle petromonarchie del Golfo.

USA e UE in primis comunque preferiscono fare sfoggio di Real Politik, sapendo che i militari sono il “male minore” rispetto all’avanzamento di un processo politico che si liberi della loro influenza nel Paese.

Dall’altra parte il Sudan è un Paese dalla mai sopita tradizione rivoluzionaria per la Liberazione Nazionale, dove i livelli di organizzazione popolare hanno sventato successivamente al raggiungimento dell’Indipendenza – con vere e proprie insurrezioni – i tentativi di svolte autoritarie che ne hanno caratterizzato la storia. È un Paese con un Partito Comunista dotato di radicate organizzazioni di massa che non ha voluto prendere parte alla gestione di un processo politico di transizione minato sin dalle sue origini da insanabili contraddizioni, ma che riversa ora nelle mobilitazioni tutto il suo potenziale.

“Nessuna negoziazione, nessun compromesso, nessuna condivisione di poteri” rimane lo slogan delle strade sudanesi in rivolta.

Una situazione complessa quindi, dov’è bandito qualsiasi approccio semplicistico alla sua lettura, ma che necessita di un ulteriore approfondimento insieme a chi si sta mobilitando qui e là contro il golpe, affinché le aspirazioni della Rivoluzione di dicembre non vengano annichilite.

Ne parliamo con:

  • Comunità sudanese di Roma
  • Abdal Monim Himmat, giornalista sudanese
  • Jacopo Resti, ricercatore
  • Giacomo Marchetti, Rete dei Comunisti

Modera:

  • Mila Pernice

A seguire, rinfresco preparato dalla comunità sudanese

Evento FB




22/01, Milano, Roma – Mobilitazione a sostegno del Mali

Milano Piazza duca d’Aosta ore 11

“Quello che le élites africane non fanno per il loro popolo, il popolo lo farà per sé stesso”




22/01, Roma – Un ossimoro si aggira per l’Europa
E’ l’ambientalismo capitalista

22 Gennaio 2022, dalle ore 10.00 – Sapienza, Facoltà di Fisica, Roma

Convegno sul ruolo dell’energia a fissione nucleare nella falsa transizione ecologica dell’Unione Europea e Cingolani.

Ne parliamo con: Angelo Baracca (militante ambientalista e ex docente di fisica all’Università degli studi di Firenze, Giorgio Ferrari (esperto di centrali nucleari), Angelo Tartaglia (ingegnere nucleare e professore emerito del Politecnico di Torino), Sandro De Cecco (docente di fisica nucleare alla Sapienza di Roma), Florence Poznanski (Parti de Gauche impegnato nella lotta contro le centrali nucleari in Francia). Lista ancora in aggiornamento!

Documento di convocazione del convegno

Evento facebook




Fedayin: la lotta di Georges Abdallah

CICLO DI PROIEZIONI E DI INCONTRI CON MATTHIEU JEULAND, COLLECTIF VACARME(S) – FRANCE

Georges Ibrahim Abdallah è un comunista libanese, nato del Nord del Paese dei Cedri che ha dedicato la sua intera vita alla causa arabo-palestinese.

Insegnante, si installa nel campo profughi palestinese di Nahar El-Bared, nei pressi di Tripoli.

Aderisce al Fronte Popolare della Liberazione della Palestina – formazione della sinistra rivoluzionaria arabo-palestinese – e si reca poi al Sud del Libano dove nel 1978 sarà ferito nel corso della lotta contro il primo tentativo di occupazione sionista del Paese, a qualche anno dallo scoppio della Guerra Civile.

La sua vita si intreccia con la lotta per la liberazione del popolo arabo contro il sionismo e contro le complicità occidentali con Israele, una battaglia condotta sia nel suo Paese d’origine che in Occidente.

È stato condannato in Francia e sarebbe formalmente “scarcerabile” dal 27 ottobre del 1999. Oggi a settanta anni d’età da poco compiuti, è al suo trentasettesimo anno di detenzione, ed è attualmente rinchiuso nella prigione di Lannemezan nella regione Occitanie.

È uno dei prigionieri politici incarcerati in Unione Europea con più anni di galera scontati.

Potrebbe quindi essere fuori dalla prigione da più di vent’anni ma questo primato detentivo è dovuto alla pressione statunitense e sionista, nonché alla complicità del governo francese. Questi ne hanno fatto, di fatto, un ostaggio nelle mani di uno Stato che gli ha negato nel 2013 la libertà condizionale e il ritorno in Libano e, più recentemente, la scarcerazione all’interno di una ampia manovra “svuota carceri”, attuata per impedire la diffusione del Covid-19 nelle prigioni d’oltralpe.

Arrestato il 25 ottobre del 1984 per detenzione di “veri documenti falsi”, è stato successivamente accusato e condannato per complicità in omicidio volontario. Nel corso del processo ha negato le accuse per le quali è stato poi condannato, esprimendo il suo appoggio alle Frazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL), un gruppo comunista della Resistenza Libanese che ha ucciso nel 1982 Charles Ray, attaché miliare dell’ambasciata francese degli Stati Uniti, e, sempre a Parigi, Yacov Barsimentov, un funzionario israeliano membro del Mossad.

Due anni prima, il 1982, è stato l’anno dell’Invasione israeliana del Libano con l’Operazione Pace in Galilea che era già stata tentata infruttuosamente nel 1978 con l’Operazione Litan. Un tentativo di aggressione che si ripeterà senza successo nel 2006, a pochi anni dal ritiro “definitivo” dal Sud del Libano avvenuto nel 2000. Ma il 1982 è stato anche l’anno in cui la destra falangista libanese, con l’appoggio israeliano, compì la strage nel campo profughi di Sabra e Chatila a Beirut, massacrando per tre giorni, a metà settembre, uomini, donne, anziani e bambini. Un massacro a lungo rimosso, simbolo di come l’Occidente volti lo sguardo altrove quando i propri alleati commettono i peggiori crimini di guerra, come è avvenuto recentemente con i bombardamenti a Gaza. L’occupazione sionista che, con il beneplacito degli Stati Uniti, fece 25 mila morti e quasi il doppio dei feriti tra il popolo libanese, era finalizzata all’annientamento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e alla cattura o l’uccisione di Yasser Arafat, allora leader della resistenza palestinese. Era una specie di “punizione collettiva” per un Paese in cui vivevano in differenti campi profughi i palestinesi – cacciati da Israele nel 1948 e nel 1967 – e dove una parte rilevante della popolazione e tutto il variegato fronte progressista aveva la colpa di solidarizzare con la Resistenza Palestinese.

Nel corso del suo processo nel febbraio del 1987, Abdallah aveva dichiarato, riferendosi alle azioni per cui era stato successivamente incolpato: «Se il popolo non mi ha concesso l’onore di partecipare a queste azioni anti-imperialiste che voi mi attribuite, almeno ho l’onore di essere accusato dalla vostra corte e di difenderne la legittimità di fronte alla legittimità criminale degli aguzzini».

Questo compagno comunista e il fratello sono stati i “capri espiatori” per una opinione pubblica francese ai tempi fortemente condizionata dall’effetto degli attentati della metà anni Ottanta, erroneamente attribuiti alle FARL.

L’establishment politico – l’allora ministro dell’Interno Charles Pasqua ed il suo delegato alla sicurezza – e l’apparato mediatico hanno accreditato senza alcuna prova – come hanno poi dichiarato anni dopo – la “pista Abdallah” desiderosi di additare un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica e riaffermare la ragion di Stato.

In realtà questi atti, come si è successivamente scoperto, rientravano principalmente nelle forme di pressione sulla Francia da parte della Repubblica Islamica dell’Iran per l’appoggio dato da Parigi all’Iraq di Saddam, nel sanguinoso conflitto tra i due Paesi (1980-1988).

Ad oggi, è in atto da anni una campagna per la sua liberazione in Francia e lo Stato libanese ha più volte posto la questione di Abdallah al presidente francese Macron. Abdallah rifiuta di rilasciare qualsiasi dichiarazione di “pentimento”, premessa posta dall’Esagono come concessione di una eventuale grazia da parte presidenziale. Durante tutti gli anni della sua carcerazione non ha mai rinnegato i suoi principi e il suo impegno contro l’imperialismo e al fianco dei popoli oppressi, in particolare verso il Popolo Palestinese, per il quale ha portato avanti diversi scioperi della fame in appoggio alle rivendicazioni dei prigionieri politici palestinesi (oggi circa 7000) detenuti nelle carceri israeliane.

La presentazione del documentario “Fedayin, le Combat de Georges Abdallah”, realizzato dal collettivo Vacarme(s), con la presenza degli autori è l’occasione per ripercorrere la storia della Resistenza del popolo palestinese e le complicità occidentali con il sionismo, in un momento in cui l’ennesima aggressione militare israeliana di fine maggio, a Gaza e nei Territori Occupati del 1948 e del 1967, ha mostrato al mondo interno (nonostante la censura mediatica) la perpetuazione del progetto di pulizia etnica della “Entità Sionista” e la sua natura colonialista e segregazionista.

Al fianco della Lotta Palestinese contro il Sionismo!
Libertà per Abdallah!
Amnistia per i reati politico e sociali!

La Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e Opposizione Studentesca di Alternativa promuovono un ciclo di iniziative e proiezioni / dibattito con la presenza di MATTHIEU JEULAND, COLLECTIF VACARME(S) – FRANCE nelle seguenti città:

17/01 Torino – 18/01 Milano – 19/01 Bologna – 20/01 Pisa – 21/01 Roma – 22/01 Napoli

Milano – 18 gennaio 2022 ore 19:00
CIQ, via Fabio Massimo 19, Milano
Evento Facebook

Bologna – 19 Gennaio 2022 ore 18:00
Via dello Scalo, 21, 40131 Bologna BO, Italia
Evento Facebook

Pisa20 gennaio 2022, ore 17:30
Via Sant’Andrea, 31, 56127 Pisa PI, Italia
Evento Facebook

LEGGI ANCHE:


Altre Lingue / Otros Idiomas /Autres Langues / Other Languages




17/12, online – Les scénarios après la défaite de l’Occident en Afghanistan

INITIATIVE BILINGUE FRANÇAIS ET ITALIEN

Vidéo-conférence en ligne diffusée sur les pages Facebook de @RetedeiComunisti et de @Contropiano.org et sur la chaîne Youtube “Contropianovideo“.

Cela fait maintenant plus de trois mois que les États-Unis ont abandonné le territoire de l’Afghanistan, le laissant aux mains du gouvernement fondamentaliste islamique des Talibans. Une situation qui, après l’attention médiatique de la première période, a été complètement oubliée. En Afghanistan, nous avons assisté à une véritable défaite pour l’ensemble du monde occidental. Certainement, avant tout, pour les États-Unis, qui ont échoué en Afghanistan dans leur tentative d’hégémonie dans ce quadrant asiatique, mais aussi pour tous les pays de l’OTAN impliqués dans cette agression sanglante et inutile. Commencée dans les années 1980, avec le financement antisoviétique du fondamentalisme islamique, l’agression s’est accélérée après l’attaque des tours jumelles, à la demande des États-Unis et, plus tard, des pays du Pacte atlantique. Dans ce contexte, l’Union européenne a progressivement assumé un rôle plus autonome, en raison de la consolidation de ses objectifs impérialistes. Les récentes discussions sur la nécessité d’une armée européenne doivent être lues dans ce sens.

Une défaite à contextualiser dans le cadre d’une aggravation de la concurrence internationale, due également au puissant développement de la Chine. La situation actuelle nous montre clairement les contradictions auxquelles le système capitaliste est parvenu, notamment en raison de la gestion catastrophique de la pandémie. Nous assistons à un net déclin des institutions et de l’hégémonie occidentales. Tous les acteurs sur le terrain tentent d’exploiter cette situation : l’Union européenne tente de renforcer son interventionnisme par la construction d’une armée indépendante de l’OTAN, les États-Unis augmentent chaque jour la pression économique, politique et militaire contre la Chine, la Russie, l’Iran et les pays d’Amérique du Sud, notamment par l’utilisation de sanctions et de blocus criminels. Une génération entière a vu les objectifs des États-Unis dans le monde comme une perspective inévitable et inéluctable. Aujourd’hui, cette perspective est en net recul. Quels scénarios s’ouvrent à partir de cette défaite ? Quelle géométrie vont prendre les forces sur le terrain et quelles tendances peut-on dégager de la débâcle idéologique, politique et militaire en Afghanistan ?

Nous devons nous demander comment les événements vont évoluer à l’avenir, en gardant notre attention concentrée sur le déclin de l’Occident capitaliste, qui ouvre de nouveaux espaces politiques pour ceux qui veulent changer le monde dans lequel nous vivons à la racine. Afin d’explorer ces questions et de nous confronter au niveau international à certaines forces politiques qui s’organisent et luttent en France pour briser la cage d’une Union européenne qui se relance comme un super-État impérialiste, à travers une analyse matérialiste et anti-impérialiste de cette phase de compétition internationale et de tension militaire croissante.

Introduction de Lorenzo Trapani (Rete dei Comunisti)

Avec les interventions de : Bruno Drweski (ANC de France, historien) et Saïd Bouamama (Cercle Henri Barbusse, sociologue).


INIZIATIVA BILINGUE FRANCESE E ITALIANO

Video-conferenza online trasmessa sulle pagine Facebook di @RetedeiComunisti e di @Contropiano.org e sul canale Youtube “Contropianovideo”.

Da ormai più di tre mesi gli Stati Uniti hanno abbandonato il territorio dell’Afghanistan, lasciandolo in mano al governo dell’integralismo islamico dei talebani. Una situazione che, dopo l’attenzione mediatica del primo periodo, è stata completamente dimenticata. In Afghanistan abbiamo assistito ad una vera e propria sconfitta per tutto il mondo occidentale. Sicuramente in primis per gli Stati Uniti, che nell’Afghanistan hanno fallito nel tentativo di egemonia in quel quadrante asiatico, ma anche per tutti i paesi della NATO coinvolti in quella sanguinosa e inutile aggressione. Iniziata negli anni ’80 del secolo scorso, con il finanziamento in funzione anti-sovietica del fondamentalismo islamico, l’aggressione subì un’accelerazione dopo l’attentato delle Torri gemelle, su volontà degli Stati Uniti e successivamente dei paesi aderenti al Patto Atlantico. In quel contesto, l’Unione Europea ha assunto progressivamente un ruolo più autonomo, a causa del consolidarsi delle sue mire imperialiste. Le recenti discussioni sulla necessità di un esercito europeo vanno lette in questo senso.

Una sconfitta da contestualizzare all’interno di un inacerbarsi della competizione internazionale, anche a causa del potente sviluppo della Cina. La situazione attuale ci mostra chiaramente le contraddizioni che il sistema capitalistico ha raggiunto, anche a causa della catastrofica gestione della pandemia. Stiamo assistendo ad un chiaro declino delle istituzioni e dell’egemonia occidentale. Ogni attore in campo cerca di sfruttare questa situazione: l’Unione Europea tenta di rafforzare il proprio interventismo attraverso la costruzione di un esercito indipendente dalla NATO, gli Stati Uniti accentuano ogni giorno di più la pressione economica, politica e militare contro Cina, Russia, Iran e i paesi del Sud America, anche attraverso l’uso di sanzioni e blocchi criminali. Un’intera generazione ha visto le mire statunitensi nel mondo come prospettiva scontata ed inevitabile. Oggi questa prospettiva è in chiaro declino. Quali scenari si aprono a partire da questa sconfitta? Che geometrie assumeranno le forze in campo e quali tendenze possiamo individuare a partire dalla débâcle ideologica, politica e militare in Afghanistan?

Occorre interrogarci sull’evoluzione futura degli avvenimenti, tenendo viva l’attenzione sul declino dell’Occidente capitalistico, che apre nuovi spazi politici per chi intende cambiare alla radice il mondo nel quale viviamo. Per approfondire queste tematiche e confrontarci a livello internazionale con alcune forze politiche che in Francia si organizzano e lottano per rompere la gabbia di un’Unione Europea, che si sta rilanciando come super-Stato imperialista, attraverso un’analisi materialista ed antimperialista di questa fase di competizione internazionale e di crescente tensione militare.

Introduzione di Lorenzo Trapani (Rete dei Comunisti)

Intervengono: Bruno Drweski (ANC de France, storico) e Saïd Bouamama (Cercle Henri Barbusse, sociologo).




10/12, Pisa – Una storia anomala

venerdì 10 dicembre ore 17.30, Via Sant’Andrea 31 Pisa

Presentazione del quaderno “Una storia anomala. Dall’Organizzazione Proletaria Romana alla Rete dei Comunisti”Primo volume: “Il conflitto di classe negli anni ‘70”
Relatore: Mauro Casadio

Il testo è una ricostruzione oggettiva e soggettiva degli anni ’70 attraverso l’esperienza di uno dei gruppi politici nato in quegli anni: l’Organizzazione Proletaria Romana (Opr).

Sono passati quaranta anni da un movimento che aveva colto e contestato con largo anticipo le misure che hanno via via destrutturato e massacrato socialmente il nostro paese: dalla deindustrializzazione alla precarietà strutturale del lavoro, dalla liquidazione della scolarizzazione di massa alla regressione dell’ascensore sociale. Ciò spiega la rimozione e la demonizzazione di quel movimento da parte degli apparati ideologici dello Stato e della borghesia.

L’ Opr è stata una esperienza politica dentro quel movimento, nella quale hanno militato molti dei compagni che curano Contropiano e che hanno dato vita alla Rete dei Comunisti.

Una esperienza “locale” dentro una Roma proletaria e che vide proprio nella “proletarizzazione” dei militanti una scelta consapevole, in controtendenza rispetto al movimentismo, pure maggioritario, e in alternativa ai gruppi della allora sinistra extraparlamentare. Una esperienza anomala, dunque, che però ha retto nel tempo, pur passando dentro le vicissitudini di quegli anni.

In questo primo volume de “Una storia anomala”, vengono ricostruiti i primi periodi degli anni Settanta e della nascita dell’Opr, quindi dai primi nuclei di militanti fino alla prima esperienza della Lista di Lotta nel 1980.

Le presentazioni del libro, anche se in larga parte dedicato ad una esperienza specifica della sinistra rivoluzionaria, saranno una occasione di confronto dinamico e non di nostalgia, quella condizione che in una pubblicazione edita da Contropiano del 1994 collocava le ragioni dei comunisti proprio tra passato e futuro, continuamente.

Iniziativa promossa da
Rete dei Comunisti – Toscana
Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista




10/12, Roma – Formazione con l’Accademia Rebelde: “A tutto Marx: lavoro e capitale”

Terzo incontro del ciclo A tutto Marx! La seconda lezione di Accademia Rebelde propone un primo e basilare approccio alle categorie economiche capitalistiche, lette con lo sguardo critico di Marx: partiamo dai concetti di lavoro e capitale per arrivare alle specificazioni di salario del lavoratore, prezzo delle merci e profitto del capitalista.

Appuntamento: venerdì 10, dalle ore 17:00, alla Casa della Pace di Roma – via Monte Testaccio 22.

Qui l’evento Facebook

Questo incontro ci permette di avere i primi strumenti concettuali fondamentali per potere poi accedere alla lettura del Il capitale e della sua “critica dell’economia politica”.

I testi proposti nascono da forme di comunicazione di massa, articoli su giornali e conferenze a circoli di lavoratori.

Sono testi chiari, “semplici”, ma non banali, perché mai Marx ha immaginato che accedere alle categorie del pensiero critico potesse passare da una loro banalizzazione.

Occorrerà familiarizzare con la sua “dialettica”, ossia con la sua capacità di restituire a livello del pensiero, cioè dei concetti, le connessioni esistenti nella realtà e che normalmente non vengono mostrate o, peggio ancora, vengono falsificate.

Marx si pone come pensatore critico perché vuole mostrare le “connessioni” che l’economia (o meglio, l’economia politica) non vuole o non sa mostrare.

Per questo ancora, Marx si pone come critico dell’economia politica, perché vuole mostrare che dietro quella che viene chiamata “scienza” – che dovrebbe essere oggettiva, diciamo “neutrale” – c’è una visione parziale, di parte, politica, che appunto privilegia una parte, il capitale (e i capitalisti, che lo incarnano), a danno della forza-lavoro (e dei lavoratori, che ne se sono i portatori).

Un testo meno “popolare”, ma comunque celebre dopo la sua scoperta nel 1902, è la Introduzione a Per la critica dell’economia politica, scritta nel 1857, e costituente dei suoi manoscritti preparatori de Il capitale. In questa introduzione Marx affronta le categoria di produzione, di denaro, consumo, e scambio, per finire sul “metodo dell’economia politica”.