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Yo soy Fidel, todos somos Fidel

Con questo slogan il popolo cubano, 5 anni fa, ha salutato la “morte fisica” di Fidel Castro. I fatti ci stanno dimostrando che è uno slogan tutt’altro che retorico.

Nonostante continuino ancora oggi i subdoli attacchi degli Stati Uniti alla rivoluzione cubana, è sempre più chiaro che Fidel era ed è sostenuto da un popolo che conserva la stessa determinazione rivoluzionaria, gli stessi valori e la medesima volontà di proseguire sulla strada del socialismo. Chi s’illudeva che la morte di Fidel avrebbe significato la fine della rivoluzione cubana oggi non può fare altro che ricredersi.

Durante la pandemia le Brigate mediche Henry Reeve, fondate dallo stesso Fidel, hanno dimostrato al mondo intero uno dei pilastri della rivoluzione cubana: l’intimo rapporto che lega il popolo alla rivoluzione, lo sviluppo di “talenti” quando mancano le risorse a causa dell’infame Bloqueo.

I medici della brigate e gli scienziati che hanno sviluppato il vaccino Soberana sono la dimostrazione concreta del nesso che lega la rivoluzione e i bisogni reali dell’uomo, un legame stretto che passa attraverso un modello di sanità e d’istruzione completamente in rottura con quello capitalistico-occidentale.

Dopo due anni di pandemia globale ci ritroviamo in un mondo che sta mutando aspetto, le classi dominanti vedono scompaginato quel sistema ideologico che ha retto per anni.

Si parla di ripartenza e, insieme a questa, le classi dominanti cercano di ricostruire un sistema ideologico-valoriale che sia in grado di conservare lo stato di cose esistenti. Qui da noi, nel cuore del polo imperialista dell’Unione Europea, la retorica ambientalista serve proprio a questo. Perciò per ricordare Fidel Castro, senza formalismi, ma con lo spirito rivoluzionario che ci contraddistingue, per capire cosa è possibile fare oggi ed agire in rottura ad un modello sociale ormai non più in grado di assicurare la stessa sopravvivenza dell’uomo, riprendiamo le parole che il Comandante pronunciò nel discorso di Rio del ’92.

“Utilizziamo tutta la scienza necessaria per uno sviluppo sostenuto senza inquinamento. Paghiamo il debito ecologico e non il debito estero. Scompaia la fame e non l’uomo.

Quando le presunte minacce del comunismo sono sparite e non rimangono più pretesti per guerre fredde, corse agli armamenti e spese militari, cosa impedisce di dedicare immediatamente queste risorse a promuovere lo sviluppo del Terzo Mondo e combattere la minaccia di distruzione ecologica del pianeta? “

Rete dei comunisti
Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista
OSA




Le elezioni cilene ed il ballottaggio per le presidenziali

Domenica 21 novembre si sono svolte le elezioni in Cile.

I cittadini cileni si sono recati alle urne per eleggere il presidente, i 155 deputati della Camera Bassa, e 27 su 43 senatori della Camera Alta.

L’affluenza è stata inferiore alla metà dei circa 15 milioni di cittadini aventi diritto con solo il 47,3% che si è recato alle urne: una percentuale inferiore al 50,95 del plebiscito national constituyente dello scorso anno.

In generale è stata una percentuale inferiore alle aspettative, visto che la bassa partecipazione elettorale non traduce la volontà di cambiamento espressasi con forza dall’ottobre del 2019 sviluppando un movimento con netta opposizione al neo-liberalismo su molteplici fronti che ha aperto la strada al cambio costituzionale.

Numeri che denotano una certa disaffezione rispetto all’offerta politica in campo.

Il 19 dicembre si sfideranno al ballottaggio il candidato di Apruebo Dignidad – sostenuto anche dai comunisti usciti sconfitti dalle primarie dalla coalizione della “sinistra radicale” – Gabriel Boric, ed il candidato del Frente Social Cristiano – formazione della “destra radicale” – , José Antonio Kast, di fatto uno degli eredi politici di Pinochet.

Kast al primo turno delle scorse presidenziali nel 2017 aveva preso quasi l’8%, contro più del 36% del Presidente uscente Piñera, recentemente salvatosi dall’empeachment al Senato dopo che la Camera aveva dato il suo assenso.

Siamo di fronte a un chiaro “spostamento a destra” della base conservatrice che in Kast ha uno strenuo difensore degli apparati di sicurezza, un fervente neo-liberista, un reazionario cattolico ed un feroce anti-comunista affine a quella destra latino-americana filo-golpista presente in vari paesi del Continente.

Il candidato del FSC, a differenza dei conservatori, si era infatti opposto frontalmente al processo costituente per rendere possibile il cambiamento della Costituzione varata durante la dittatura di Pinochet ed ha utilizzato lo spauracchio del movimento d’ottobre per il suo programma di “legge ed ordine” che gli ha assicurato quasi un terzo dei voti in un chiaro segno di continuità con il regime dittatoriale e le sue politiche che ha ancora uno “zoccolo duro” nel Paese.

I voti a Boric non sorpassano significativamente quelli ottenuti da Beatriz Sánchez alle scorse elezioni con il Frente Amplio, e di fatto sono una sommatoria delle varie preferenze ottenute la volta scorsa da tutte le componenti che l’hanno sostenuto in questa tornata elettorale.

Se Boric è stato abile a proporsi come “interlocutore credibile” verso le formazioni centriste ed il loro elettorato, ed a costruire una rendita di posizione all’interno della sinistra che gli spianasse la strada per conquistare le primarie, non ha attratto le simpatie di “nuovi elettori” e delle sensibilità politiche più vicine alle tematiche del movimento sociale.

Di fatto la “sinistra radicale” non ha sfondato ed è stata incapace di tradurre la proposta politica di rottura giunta in questi anni dalle piazze, anche per un atteggiamento moderato del suo candidato sulle questioni repressive, come la militarizzazione in corso dei territori Mapuche e la questione dei prigionieri politici, e più centrato sulle tematiche della ridistribuzione della ricchezza in chiave neo-socialdemocratica.

Quelli di Boric sono comunque temi importantissimi che segnerebbero una inversione di tendenza rispetto alla trentennale politica neo-liberista in Cile: diminuzione dell’orario di lavoro a 40 ore la settimana, aumento del salario minimo, una riforma fiscale progressiva, un migliore accesso al credito, la fine del famigerato sistema di pensioni private (AFP) e l’introduzione di una pensione minima, il condono universale del CAE, e rilevanti temi rispetto ai diritti civili come la legalizzazione personale o a tematiche generali come l’importanza della transizione ecologica.

Il sindaco comunista Daniel Jadue, uscito sconfitto nelle primarie della “sinistra radicale”, ha fatto recentemente autocritica rispetto all’ “eccessiva istituzionalizzazione” che avrebbe alienato alla sinistra “della propria base sociale e per tanto della costruzione del potere popolare”.

Ma anche la Lista del Pueblo, sorta come espressione collettiva di candidature indipendenti dal movimento, che aveva totalizzato quasi un milioni di voti nell’elezioni di maggio per la composizione della Costituente, e non incline a compromessi con gli attori tradizionali della sinistra, ha avuto un risultato deludente.

La differenza delle preferenze tra i due – Kast e Boric – è di poco più di tre punti percentuali, ma entrambe sono sotto il 30%, con gli altri tre maggiori sfidanti che hanno ottenuto tutti preferenze attorno al 12% circa ed un exploit del candidato “qualunquista” Franco Parisi, ulteriore segno dello sfarinamento delle compagni politiche che hanno egemonizzato, alternandosi, il corso post-dittatoriale e dell’importanza del mondo del marketing politico.

Diamo uno sguardo approfondito a Camera e Senato.

L’alleanza conservatrice Chile Podemos Más ha ottenuto 53 deputati. All’interno delle sue fila Renovación Nacional ne ha ottenuti 25 mentre Unión Demócrata Independiente (UDI) 23.

Apruebo Dignidad – la formazione il cui candidato alle presidenziali, sostenuto anche dal Partito Comunista – ottiene 37 deputati, così come la coalizione Nuevo Pacto Social, espressione del centrismo prevalentemente socialista e cristiano.

All’interno di Apruebo la maggioranza dei voti è stata ottenuta dai comunisti con 12 voti, mentre 9 sono andati a Corvergencia Social e 8 a Comunes come formazioni più votate.

In quanto al NPS, 13 voti sono andati ai “socialisti”, 8 ai democristiani e 7 al Partido por la Democracia.

I deputati entreranno in carica nel marzo del prossimo anno, ed il loro mandato si chiuderà nel 2026.

Il Senato che avrà dal marzo prossimo 50 membri.

In queste elezioni si sono eletti i senatori di nove regioni, in sette sono stati eletti tre senatori per ciascuna, mentre nelle restanti solo due.

Chile Podemos Más ha ottenuto 12 senatori, che sommati agli altri 12 già possedeva nelle sette regioni in cui non si è votato, gli permette di essere la prima forza nella Camera Alta seguita da Nuevo Pacto Social con 18 – ne ha ottenuti 8 – mentre Apruebo Dignidad da un solo rappresentante ne aggrega altri 4.

Complessivamente, il segno di un cambiamento radicale non è uscito dalle urne ed i numeri alla Camera e Senato lo confermano.

Al ballottaggio verrà deciso se il Cile intraprenderà la strada di una parziale e limitata inversione di tendenza rispetto al neo-liberismo od ad una sua riproposizione rafforzata in chiave autoritaria, xenofoba e reazionaria.

Rete dei Comunisti – 23 novembre 2021




Cuba non è un “arcipelago” è un continente

Rete Dei Comunisti

Il tentativo di promuovere una marcha per il 15 novembre a Cuba da parte di sedicenti esponenti della società civile è stato un fiasco clamoroso.

Il popolo cubano, seppur strozzato da un blocco criminale che dura da più di 60 anni, ha potuto riassaporare quella normalità che la condizione pandemica gli aveva sottratto.

Gli studenti hanno completato il ritorno in presenza, gli aerei con i turisti internazionali sono atterrati sull’Isola dando un po’ di ossigeno all’economia ed è iniziata una importantissima manifestazione culturale come la Biennale dell’Arte a l’Avana, nonostante il velleitario tentativo di boicottaggio promosso dai “dissidenti”.

Le creazione delle condizioni per un ritorno alla normalità è un prodotto dell’incessante sforzo cubano dedicato al contenimento dalla pandemia di cui l’ultimo successo è la vaccinazione completa di più del 78% della popolazione, con un calo dei contagi del 98% rispetto a tre mesi fa, e che non ha avuto questo venerdì – per la prima volta da Aprile – alcun decesso per Covid-19. Questa “Immunizzazione” è stata raggiunta attraverso l’uso di 3 vaccini prodotti in proprio, mentre altri due sono in via di sperimentazione.

Come ha dichiarato il segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano e Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, rispetto alla pandemia in un suo intervento del 12 novembre: “abbiamo detto che questa sarebbe stata una corsa di fondo. In quei momenti abbiamo descritto nel dettaglio una serie di situazioni che abbiamo previsto si sarebbero verificate. Era anche una gara di resistenza. Se fossimo stati un popolo debole, ci saremmo arresi. Ma a Cuba non c’è spazio per la resa. Con un popolo come questo non c’è resa possibile”.

Certamente la stampa internazionale si è ben guardata di riportare questo successo che stride apertamente con la situazione che anche molto vicino a noi sta emergendo e che lascia suppore il fatto che in Occidente la situazione sia tutto meno che sotto controllo rispetto alla pandemia.

Mentre il 15 novembre si svolgevano manifestazioni di solidarietà a Cuba in tutto il mondo, le mobilitazioni in appoggio ai gusanos sono state un flop anche nel nostro ridotto nazionale. Poche persone e discorsi insulsi hanno caratterizzato i presidi dei “fascisti cubani” in Italia che non hanno guadagnato gli onori della cronaca, considerato che ha Cuba non stava succedendo alcunché.

L’esito della prevista marcha, tra il farsesco e tragicomico, è stata la partenza per la Spagna di uno dei suoi più celebri organizzatori, Yunior García Aguilera, dopo che le reti informative dei “dissidenti” lo davano per scomparso alimentando l’ipotesi di una sua tragico destino con macabri scenari: ottenuto un visto turistico si è recato nella penisola iberica.

L’ipotesi di una sua “scomparsa” è stata presto smentita dai fatti, ma ha suscitato una certa ilarità. Una battuta a Cuba suggerisce al gruppo di Facebook “Archipelago”, organizzatore della protesta, di rinominarsi “Penisola Iberica”.

Miami e Spagna infatti sono i veri bastioni di questa dissidenza creata artificialmente dalla dittatura dell’algoritmo e dal flusso di dollari che alimenta questa bolla virtuale.

Lo smascheramento definitivo di Yunior García era avvenuto la settimana precedente della prevista marcha quando una trasmissione televisiva, “les razones de Cuba”, aveva rilevato la vera identità di un cittadino cubano che per 25 anni si era infiltrato nelle reti di coloro che anelavano alla destabilizzazione del Paese.

Ma i collegamenti tra l’opposizione e Washington ed i flussi monetari erano già stati messi in evidenza dal certosino lavoro di decostruzione a tutto campo messo in piedi a vari livelli dalla società cubana a cominciare dalla sua dirigenza comunista.

Un lavoro che è andato di pari passo con il tentativo di legare le dure condizioni di esistenza (tagli dell’energia elettrica, assenza di alcuni alimenti e mancanza di medicine) alla loro causa: il blocco economico.

Per questo, come Rete dei Comunisti, abbiamo deciso di tradurre e sottolineare il 5° ed ultimo nel tempo episodio di una serie di documentari co-prodotti da Oliver Stone e da Danny Glover “The War on Cuba” frutto del lavoro investigativo della giornalista cubana Liz Oliva Fernández e del progetto basato a Cuba “The Belly of the Beast”.

Un progetto che mette assieme cubani e stranieri, quasi unico e praticamente ignorato dai media nostrani nonostante la fama dei produttori e le “visualizzazioni” che questi short videos.

Un lavoro che esplora le condizioni di vita a Cuba e mette in luce gli effetti del blocco.

Si può leggere nella presentazione al quinto episodio: “Ora è il momento di essere informati sugli impatti del Blocco statunitense contro il popolo cubano. Il Blocco ha continuato ad intensificarsi da presidente a presidente, includendo Trump e Biden




La crisi al confine europeo mostra il vero volto della UE

La crisi apertasi al confine tra Bielorussia, Polonia e Lituania deve essere compresa all’interno delle dinamiche di accelerazione delle frizioni tra i diversi attori di differente taglia che ne sono coinvolti.

È un tassello di un quadro di più ampio respiro in cui si intrecciano differenti aspetti: la volontà della Russia di rispondere al suo accerchiamento da parte della NATO spalleggiando un proprio alleato, una risposta della Bielorussia ai tentativi dell’Unione Europea di delegittimarne il corso politico – a suon di sanzioni – dopo le elezioni dello scorso anno, la spinta di parte anglo-americana di forzare l’UE ad un atteggiamento più risoluto nei confronti della Federazione Russa e non da ultimo i vari contenziosi che riguardano la Polonia e l’Unione Europea su un’ampia gamma di questioni su cui Varsavia e Bruxelles non sembrano giungere ad un accordo.

Giova ricordare infatti che la Polonia, insieme agli Stati Baltici, sono i più ostili a Mosca e quelli su cui gli anglo-americani puntano di più per minare la coesione all’interno della UE.

In questo rebus, la competizione rispetto alle risorse energetiche che transitano dalla Bielorussia non è affatto secondaria, ma quello che va colto in sé non è il casus belli particolare ma il contesto di accesa competizione che lo genera, le dinamiche che sviluppa e le conseguenze nei rapporti di forza in un sistema di relazioni in cui è sempre più difficile, per gli attori in campo, governare le contraddizioni scatenate dalla crisi del modo di produzione capitalista.

In generale possiamo affermare che vi è una linea di faglia sempre più marcata che va dal Mar Baltico al Mar Nero che sarà sempre più teatro di sommovimenti, provocazioni, forzature e crisi diplomatiche per mutare gli equilibri dati, ma che per ora non sembrano cambiare radicalmente, anche se non sono da escludere precipitazioni belliche localizzate. L’ipotesi di un conflitto armato in questa linea di faglia che si prolunga in un arco di instabilità che arriva fino all’Asia Centrale e che comprende altri attori, in primis la Turchia, è sempre latente come ci dimostrano la guerra civile ucraina e la più recente escalation bellica tra Armenia ed Azerbaijan.

Naturalmente, come in altre occasioni, in questo caso tale contesa si gioca sulla pelle di una parte di quelle popolazioni che hanno subito la guerra guerreggiata o quella economica portata avanti dall’Occidente e dal suo modello di sviluppo: Iraq, Siria, Libano in primis.

L’unica colpa di queste persone “intrappolate” nei boschi che costituiscono i confini naturali tra i tre paesi coinvolti hanno è quella di avere perseguito un progetto di fuga da quei contesti resi sempre più invivibili anche da quegli Stati occidentali che hanno partecipato all’invasione militare, o alla destabilizzazione, dei paesi di provenienza degli immigrati. L’Occidente non si vuole accollare alcuna responsabilità rispetto alla gestione delle sue fallimentari campagne militari, in primis riguardo ai flussi di profughi che vengono ospitati per la maggior parte dai paesi confinanti: si tratti dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Siria…

Naturalmente questo “effetto boomerang” li tange in maniera molto minore, ma ha comunque fornito una arma diplomatica importante a coloro che la usano come unstrumento di pressione in più sulle cancellerie europee.

Vogliamo concentrare l’attenzione su un aspetto che riguarda l’ulteriore sconfitta “ideologica” dell’edificio politico dell’Unione che non può più nascondere la sua propensione bellicista ed il suo processo di militarizzazione.

Innanzitutto i media nostrani faticano a relativizzare il cortocircuito, innescato dalla spregiudicata tattica bielorussa, tra la narrazione che l’UE da di sé e la realtà fattuale.

L’editoriale dell’ “Avvenire” di questo martedì, a firma di Nello Scavo, coglie in pieno il profilo della fortezza Europa dove si pianta filo spinato e si alzano muri.

L’UE ha costruito un quarto dei muri eretti negli ultimi anni a livello mondiale per ciò che concerne il contenimento delle migrazioni forzate, e negli ultimi 30 anni si è dotata di oltre mille km di recinzioni in via di ampliamento. A questi si devono aggiungere i circa 500 chilometri che la Lituania ha deciso di puntellare con pali d’acciaio e filo spinato, mentre la Polonia ha preso la decisione di erigere un muro al confine bielorusso.

L’agenzia della UE Frontex, che però la Polonia ha deciso di non far intervenire con i suoi effettivi ai propri confini orientali, vedrà incrementati i suoi uomini dai 1.500 attuali a 10mila nel 2027, di cui 7mila distaccati dalle forze dell’ordine nazionali, e avrà nel bilancio un budget superiore alla maggior parte delle agenzie dell’Unione Europea: circa 5,6 miliardi di euro fino al 2027.

Tra i principali beneficiari saranno proprio le aziende dell’apparato militare industriale europeo e consociate, che diverranno organicamente la realizzazione di quegli auspicati campioni europei nella produzioni di beni e servizi.

Che la denuncia venga dalla prima pagina di un quotidiano cattolico, è un segnale di come oramai la pistola fumante dell’imperialismo della UE abbia sempre più difficoltà a nascondersi dietro alla retorica della pace e dell’accoglienza, e della supposta superiorità valoriale.

Ma i progetti di sicurezza ai propri confini e la proiezione della propria potenza all’esterno sembrano viaggiare a braccetto.

Infatti nel 2023 la UE darà vita alle sue prime manovre militari, come è stato rivelato dal quotidiano spagnolo “El Pais” questo lunedì, acquisendo in via confidenziale il documento che è servito da base di discussione per il confronto tra i Ministri della Difesa e dell’Estero della UE per l’orientamento geostrategico dell’Unione nel prossimo decennio.

Nel documento di 28 pagine si può leggere espressamente che: “a partire dal 2023 organizzeremo in maniera regolare manovre, comprese manovre navali”. Questo è uno dei tanti obiettivi che – se il prossimo marzo verrà adottato questo documento dal Consiglio Europeo – guiderà la politica estera e la difesa della UE.

Sempre secondo questo testo, nel 2025 l’UE potrà contare su una forza d’intervento realmente operativa di 5000 militari, che potrà svolgere missioni di combattimento, e non solo di addestramento, e dal prossimo anno svolgerà manovre anche nel campo cibernetico.

In sintesi sono state messe “nero su bianco” le indicazioni emerse con forza dopo la sconfitta in Afghanistan accelerando il processo della difesa europea e di un ruolo più marcato della sua politica estera nella competizioni globale.

Come Rete dei Comunisti ciò che sta avvenendo ed un ulteriore conferma della necessità di una battaglia a tutto campo contro il polo imperialista europeo e la NATO, e la necessità di prefigurare l’uscita del nostro Paese dalla gabbia dell’Unione e dall’Alleanza Atlantica.

RETE DEI COMUNISTI, 16 novembre 2021




Gli scenari politici in Argentina dopo il voto

Domenica 14 novembre si sono svolte in Argentina le elezioni per il rinnovo della metà dei deputati (127 dei 254 totali) su tutto il territorio nazionale, e di un terzo dei senatori (24 dei 72 complessivi) in otto provincie. Si è trattato di un test importante sia per l’attuale governo guidato dal presidente Alberto Fernández, a due anni dal suo insediamento alla Casa Rosada, che per il quadro generale dell’America Latina, attraversata in questo mese di novembre da numerosi appuntamenti elettorali.

Dopo le elezioni in Nicaragua della scorsa settimana e in vista delle elezioni presidenziali e legislative in Cile, di quelle municipali e regionali in Venezuela e delle elezioni generali in Honduras a fine mese, l’Argentina è tornata alle urne dopo le elezioni primarie (PASO) dello scorso settembre.

Con lo scrutinio arrivato al 98,94%, la coalizione di centro-destra Juntos por el Cambio dell’ex presidente Mauricio Macri ha ottenuto il 41,89% dei voti alla Camera dei Deputati, contro il 33,03% dei voti ottenuti dal Frente de Todos (FdT). Al Senato, con lo scrutinio del 99,14% delle schede elettorali, Juntos por el Cambio (JxC) stacca nettamente il partito di Alberto Fernández e Cristina Kirchner con il 46,85% delle preferenze contro il 27,54%. Un vantaggio ancor più marcato viene registrato, in particolare, nella capitale federale dove la candidata del JxC, María Eugenia Vidal, ha raggiunto il 47% con oltre 20 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario politico Leandro Santoro.

Anche se a livello nazionale Juntos por el Cambio celebra la propria vittoria sul FdT con una differenza di più di due milioni di voti, la realtà è che il partito di governo mantiene ancora il maggior numero di membri tra le due camere (119 deputati e 35 senatori). Tuttavia, si è assottigliato il margine nei confronti di JxC che, a partire dal 10 dicembre, conterà 116 deputati e 31 senatori.

Con questo risultato, la vicepresidente Cristina Kirchner sarà a capo del Senato in una situazione senza precedenti dal ritorno della democrazia nel 1983: il peronismo non avrà la sua maggioranza nella Camera Alta e sarà costretto a cercare dei ponti di negoziazione con i partiti provinciali che siedono al Congresso o “mediazioni” con l’opposizione per portare avanti i suoi progetti di legge.

Il possibile impasse legislativo per FdT con una risicata maggioranza al Congreso e i numeri mancanti per avere una maggioranza propria al Senado potrebbe avvantaggiare quindi la destra neo-liberalista in vista delle future elezioni presidenziali del 2023, soprattutto se l’attuale esecutivo ai con numeri più risicati in Parlamento – non riuscirà a rispondere ad i bisogni di una popolazione impoverita (4 su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà) e di una economia in grave difficoltà, tra calo del PIL, impoverimento del Peso e inflazione galoppante.

Il presidente Alberto Fernández, in un discorso in cui ha fatto un breve bilancio della sua amministrazione, ha rilanciato il suo piano di governo per il paese che “si sta rimettendo in piedi e sta andando avanti” sul percorso della ripresa economica. Inoltre, ha fatto appello alla responsabilità dell’opposizione, nel quadro delle difficoltà della fase post-pandemica, perché “questa elezione segna la fine di un periodo molto difficile nel nostro paese, un periodo che è stato segnato da due crisi: quella economica ereditata dal governo precedente, e di cui ci sono ancora enormi sfide da risolvere; l’altra, la crisi sanitaria, causata da una crudele pandemia che stiamo gradualmente superando”.

Il presidente ha ricordato che il debito con il FMI “il più grande danno” lasciato dal governo dell’ex presidente Macri, un “ostacolo” da affrontare per continuare il suo progetto progressista. Nella prima settimana di dicembre, il presidente invierà al Congresso Nazionale un disegno di legge che rende esplicito il “Programma economico pluriennale per lo sviluppo sostenibile”, nel quale saranno esplicitate “le migliori intese che il nostro governo ha raggiunto con il FMI senza rinunciare ai principi di crescita economica e inclusione sociale”. Infine, ha garantito che il prossimo futuro sarà incentrato su “la ripresa economica, il rafforzamento del reddito, la riduzione dell’inflazione e la creazione di posti di lavoro, il tutto nel quadro di un dialogo costruttivo”.

Si apre, quindi, per il governo di Alberto Fernández una situazione delicata in cui, da una parte, la destra liberista potrebbe far leva sull’indebolimento del FdT al Congresso per screditare l’azione di governo o fare ostruzionismo sui progetti più progressisti in vista delle elezioni presidenziali del 2023; dall’altra, le pressioni esterne da parte dei creditori e delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI su tutte) rischierebbero di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo del popolo argentino.

E non è affatto detto che i toni conciliatori fatti propri dal Presidente siano fatti propri da tutta la compagine del FdT, in particolare tra coloro che intendono riprendere l’eredità politica “Kirchneriana” – come l’attuale vice-presidente – o inducano la destra ad un atteggiamento più collaborativo. In questo quadro pensiamo possa ridiventare centrale il ruolo di pressione delle forze popolari e progressiste nei confronti della possibile moderazione dell’esecutivo.

Le forze imperialiste, coordinate a e da Washington, hanno tutto l’interesse a rimettere le mani sull’Argentina e restaurare l’ordine neoliberista di distruzione e regressione sociale di cui l’ex presidente Mauricio Macri è stato un fedele ed umile servitore.

Il ritorno al governo delle forze progressiste con la coalizione del Frente de Todos aveva marcato una rottura profonda nell’agenda politica, economica e sociale di un paese martoriato dal ricatto del debito esterno e dall’attacco ai settori popolari sui quali ricadono le conseguenze negative dell’inflazione galoppante, della disoccupazione crescente e dell’impoverimento dilagante.

Ma è chiaro che le aspettative suscitate dal cambio presidenziale non si sono tradotte nella percezione di ampie fasce di subalterni in risultati reali nelle proprie condizioni di vita.

La tenuta del governo Fernández si inserisce in quel cammino tortuoso e per niente lineare che accomuna le esperienze progressiste e socialiste in America Latina, un percorso di emancipazione sociale che la destra neoliberista vuole interrompere, annichilendo le rivendicazioni e gli interessi dei settori di classe in favore dei profitti di una borghesia compradora subordinata al capitale finanziario internazionale.

Come ha affermato il presidente Fernández: “il popolo argentino ha bisogno di un orizzonte; abbiamo il diritto di sperare”.

Per noi, questa speranza non può che venire da quell’anello debole dell’imperialismo e dal nostro impegno politico per trasformare la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del nostro agire, perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

Rete Dei Comunisti – 15 novembre 2021




Torna l’Accademia Rebelde!

Rete dei Comunisti Roma

“A tutto Marx!” Riprendono i cicli di formazione politica di base di Accademia Rebelde, ripartendo, appunto, da Marx con due appuntamenti e un intermezzo cinematografico (la proiezione de Il giovane Marx di Raoul Peck).

Con questo ciclo proveremo a dare un quadro del Marx materialista storico, ossia del Marx che cala il conflitto (in particolare, il conflitto di classe) nel processo storico, facendolo diventare addirittura il motore della stessa Storia e non solo uno dei tanti fattori umani che si intrecciano tra loro e con l’“esterno” (la natura), determinandone il corso; e proveremo anche a mostrare come Marx cali anche l’economia dentro il processo storico (dunque dentro il conflitto), privandola della sua presunta dimensione “naturale” e “sovrastorica”, della sua autoproclamata neutralità e obiettività.

I testi che proponiamo sono i testi classici della formazione del militante marxista e, ancor prima che il marxismo diventasse un movimento di pensiero strutturato, degli stessi lavoratori e delle lavoratrici del tempo di Marx (come mostra splendidamente anche il film Il giovane Marx). Sono testi “popolari”, nel duplice senso di famosi e di rivolti al popolo dei lavoratori (almeno di quelli che hanno acquisito una coscienza di classe e sono assurti a protagonisti della lotta politica).

Il manifesto, Lavoro salariato e capitale, Salario, prezzo e profitto, sono opuscoli che al tempo giravano di mano in mano tra gli operai, dai tempi di Marx fino almeno alle ultime generazioni di operai e militanti combattivi di questo paese e del mondo.

Accompagneranno queste letture anche testi forse meno divulgativi ma altrettanto celebri, come Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, La Guerra Civile in Francia e l’Introduzione a Per la Critica dell’Economia Politica.

Come Accademia Rebelde vogliamo riproporre dunque la lettura di queste opere affinché tornino ad essere patrimonio comune di nuove generazioni di militanti e ribelli!




Con il Nicaragua sandinista, contro le ingerenze di USA ed Unione Europea

di Rete dei Comunisti

Il 7 novembre, in Nicaragua sono tenute le elezioni presidenziali, dove si sono rinnovati anche 92 deputati dell’Assemblea Nazionale e 20 posti al Parlamento Centroamericano.

Tra alcune settimane, il 21 novembre, si terranno anche le elezioni regionali e municipali.

Il primo bollettino di voto rilasciato dalla presidente del Consejo Supremo Electoral (CSE) basato sul 49,25% dei voti scrutinati, ha dato il 74,99% delle preferenze a Daniel Ortega, e solo un 14,40% ad uno degli altri candidati, Walter Espinosa del PLC.

Si sono recati alle urne il 65,34% dei 4 milioni e ottocento elettori aventi diritto di voto su una popolazione composta da 6 milioni e seicentomila abitanti.

Se come sembra il dato definitivo confermerà quello parziale, Daniel Ortega governerà il paese centro-americano per il suo quinto mandato, il terzo consecutivo, fino al 2027.

I governi di Cuba, Venezuela e Bolivia si sono congratulati con il loro omologo nicaraguense, insieme all’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nustra América (ALBA-TCP) attraverso un comunicato della propria Segreteria Esecutiva.

Una prova democratica che conferma l’indipendenza e la sovranità del Paese di fronte a minacce ed ingerenze è sostanzialmente il giudizio comune di questi tre governi e dell’Alianza.

Mentre le esperienze progressiste più avanzate del continente a livello governativo si sono felicitate, Stati Uniti ed Unione Europea hanno incrementato le proprie pressioni imperialiste sul Paese, con la stampa occidentale allineata completamente con i desiderata di Washington e Bruxelles.

In una dichiarazione ufficiale questa domenica 7 novembre, Joseph R.Biden ha definito le elezioni “una pantomima”, definendo Ortega “da tempo impopolare e ora senza un mandato democratico”, paragonandolo insieme alla vice-presidente e compagna Rosario Murillo alla famiglia del Somoza!

Chiede a Ortega di “ripristinare la democrazia” e liberare coloro che sono stati imprigionati, esponenti dell’oligarchia filo-statunitense coinvolti a vario titolo in inchieste giudiziarie.

Fino a quel momento “Gli Stati Uniti, in stretto coordinamento con altri membri della comunità internazionale, useranno tutti gli strumenti diplomatici ed economici a loro disposizione per sostenere il popolo del Nicaragiua e ritenere responsabile il governo Ortega-Murillo e coloro che favoriscono i loro abusi”.

Una minaccia che il Presidente nord-americano ha allargato ad altri Stati del Continente, non specificando quali, ma che lascia presagire quale sia la determinazione con la quale cercherà di reimporre la propria egemonia su tutto continente.

La “Dottrina Monroe” infatti è stata applicata non solo contro le forze apertamente socialiste, ma anche contro le esperienze timidamente social-democratiche, come dimostrano storicamente il colpo di Stato in Guatemala nel 1954 o quello più recente in Honduras nel 2009.

Già prima del 7 novembre gli USA intendevano ampliare le sanzioni che potrebbero riguardare non solo personalità nicaraguensi ma anche Unità delle Forze di Sicurezza del Paese e aziende governative, e rivedere la partecipazione del Nicaragua al Central America Free Trade Agreement procedendo verso quel “blocco” con cui già cercano di strangolare Cuba ed il Venezuela.

È dal 2018 che gli USA impongono sanzioni contro dirigenti e istituzioni del Paese attraverso il “Nina Act”, ed il 6 agosto di quest’anno il Senato statunitense ha approvato il “Renacer Act” che è ancora in discussione al Congresso.

Questa legge che mira a “rinforzare l’adesione del Nicaragua alle condizioni della Riforma Elettorale” propone esplicitamente delle “nuove iniziative per monitorare, documentare e rispondere alla corruzione del governo e della famiglia del presidente nicaraguense Daniel Ortega, così come le violazioni dei diritti umani perpetrati per le forza di sicurezza del Paese”.

Il martedì della scorsa settimana il capo della diplomazia europea Josep Borrell aveva dichiarato che il processo elettorale è una “farsa”, aggiungendo che anelava solo a “mantenere il dittatore al Potere”.

Borrell ha fatto queste pesantissime dichiarazioni mentre si trovava a Lima per un tour in America Latina che è alla vigilia di importanti elezioni anche in Argentina, il 14 novembre, e in Cile, il 21 dello stesso mese.

Il funzionario europeo ha aggiunto che: “la situazione in Nicaragua è una delle più preoccupanti nelle Americhe al momento”.

In una dichiarazione di questo lunedì l’Alto Rappresentante presso la UE ha dichiarato che le “elezioni si sono svolte senza garanzie democratiche ed i suoi risultati mancano di legittimità”.

Una presa di posizione simile è stata presa congiuntamente da due esponenti di spicco del Parlamento Europeo, come il Capo del Comitato degli Affari Esteri il tedesco David McAllister membro dei popolari europei (EPP) e il Capo-Delegazione per le relazioni con i paesi del Centro America, la luxemburghese Tilly Metz, dei verdi (The Greens/EFA).

È chiaro che oltre al modello sociale portato avanti dal sandinismo, che ha conseguito risultati straordinari soprattutto se paragonato agli altri Stati Centroamericani, ed i profondi legami con Cuba e Venezuela, USA e UE temono l’infittirsi delle relazioni del paese centro-americano con la Russia e con la Cina e si apprestano ad aumentare la pressione sul Nicaragua convergendo nel volere di fatto destabilizzare il paese.

In questo clima anche la stampa italiana non completamente allineata alle visioni del governo USA e dell’establishment europeo – come “Il Fatto Quotidiano” e “Il Manifesto” – ne hanno di fatto sposato in pieno il punto di vista.

Come Rete dei Comunisti pensiamo che il Nicaragua sandinista sia un tassello fondamentale di un continente che è la “speranza per l’umanità” e non possiamo che rallegrarci per l’esito, anche se parziale, del voto che permette al paese di continuare ad affermare la propria indipendenza, la propria sovranità e proseguire nel cammino fino ad ora intrapreso.




Quando Agorà vince è una vittoria di tutti

La Rete dei Comunisti di Pisa si unisce al coro di gioia e di soddisfazione che sta accompagnando la notizia dell’esito positivo della vertenza che ha contrapposto il circolo agorà ad una proprietà che ha tentato, invano, di imporre le nuove regole di un mercato immobiliare sempre più feroce contro inquilini ed associazioni.

La fideiussione come ulteriore balzello per tenere inchiodati i soggetti già costretti a sottostare ad affitti da rapina questa volta è stata respinta, dando un esempio di come si può contrastare e sconfiggere la protervia di chi detiene immensi patrimoni edilizi a fronte della sofferenza di milioni di persone e migliaia di associazioni senza casa e senza spazi pubblici a disposizione.

Agorà ci ha indicato l’unica strada per cambiare rapporti di forza tra la nostra classe e i padroni, siano essi grandi proprietari edili, industriali o speculatori di ogni genere: la Lotta e l’Organizzazione.

Agorà siamo tutti noi

Rete dei Comunisti – Pisa, Via Sant’Andrea 31

rdcpisa@gmail.com