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Si cantara el gallo rojo…Cina e nuovo sistema economico-monetario. Critica delle relazioni internazionali e progetti di democrazia nel mondo pluripolare.

IL nuovo testo di Luciano Vasapollo in collaborazione con Joaquin Arriola, Efrain Echevarria Rita Martufi.

Mi preme sottolineare un esempio in particolare, tra i tanti a cui questo volume rende giustizia, offrendone la dovuta profondità analitica. Un florilegio di titoli ha accompagnato, negli ultimi anni, lo sguardo occidentale sulla Cina: quasi tutti, utilizzando il paradigma del “totalitarismo”, si limitavano a esprimere i lai degli Stati imperialistici, sempre alla ricerca di cause esterne per spiegare la crisi dell’economia impostata secondo un rigido assetto neoliberista, al massimo “adornato”, dal 2008 in poi, con qualche capzioso orpello keynesiano. Il presente lavoro ci ricorda l’opportunità, nell’affrontare fenomeni considerati ormai propriamente globali, di stigmatizzare la perniciosa semplificazione insita in quelle rappresentazioni il cui unico obiettivo consiste nel demonizzare l’avversario politico, esorcizzando il rischio che possa esercitare un sorpasso – magari “definitivo” – nel Campionato Mondiale delle Nazioni. Perché questo è il capitalismo globalizzato, fuori dalle polemiche politiche e dagli endorsement personali: l’idea di una competizione continua e interminabile, giocata sulla pelle dei più deboli (intesi come Stati e come classi sociali subalterne, tanto da poter parlare di colonialismo “interno” e “esterno”) e volta a imporre supremazie, a condannare (presunte) inferiorità, a sfruttare risorse naturali, a legittimare élites in declino, a imporre una sorta di “darwinismo” nelle relazioni internazionali, in base al quale è giusto, inevitabile e addirittura auspicabile che il più forte (nella declinazione unica di forza militare ed economica, non certo di capitale culturale e di solidarietà sociale) prevalga sul più debole. Qui s’impone una scelta di campo, politica e insieme scientifica. Questo che il lettore si appresta ad affrontare è un vademecum che mette in guardia dall’offensiva che il capitalismo globalizzato inevitabilmente riserva a tutte quelle realtà (Stati, organizzazioni internazionali, comunità locali, strutture politiche, comitati di quartiere, sindacati conflittuali, collettivi studenteschi) che non riesce a “funzionalizzare”, a utilizzare a proprio vantaggio, a spolpare della loro umanità. In questo senso, Si cantara el gallo rojo… – coerente con la bibliografia ormai sterminata di Luciano Vasapollo – riannoda i fili del pensiero critico marxista e di quella che è stata definita «la Chiesa dei poveri, la Chiesa senza frontiere≫, riunendo idealmente in un abbraccio tutti coloro che, per concludere con un’altra iconica citazione, tra “uomini” e “caporali” hanno scelto di essere “uomini”. Dalla prefazione di Paolo De Nardis




La Cina della “nuova era”. Ideologia, tecnologia e “cittadini modello”

di Giovanni Di Fronzo

Il libro “Una Cina “perfetta”. La nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale” è un testo di analisi politica sulla Cina moderna che ha il pregio di essere  molto analitico e puntuale politicamente e, nel contempo, quasi privo di giudizi politico/ideologici espliciti, fattore, quest’ultimo molto positivo rispetto al livello di dibattito attuale sul tema. Ad esempio, nel testo non è affatto problematizzato il tema sul quanto di socialismo e quanto di capitalismo vi siano nell’attuale sistema cinese e non va assolutamente letto con questa chiave di lettura.

Come dice il titolo, il tema principale trattato è la “nuova era” del Partito Comunista Cinese, che, secondo l’autore, affonda le proprie radici nel Congresso del 2012, nel quale, nell’ambito della consueta rotazione del gruppo dirigente, vengono promossi a posizioni di potere l’attuale Segretario generale Xi Jinping e l’attuale Primo Ministro Li Keqiang, per affermarsi definitivamente al successivo Congresso del 2017, quando ne vengono sistematizzate le basi ideologiche e gli obiettivi di medio-lungo periodo, ovvero la “costruzione di una società moderatamente prospera in ogni ambito” entro il 2035, per poi affermare la Cina come grande potenza entro il 2049.

Viste così, queste sembrano essenzialmente frasi di altisonante linguaggio burocratico, ma nascondano una svolta tratteggiata come radicale, la quale ha investito il partito in primis e, poi, a cascata l’organizzazione dello stato e, come si sta cominciando a vedere da qualche tempo, anche il modello economico cinese.

La svolta accreditata dall’autore è talmente radicale rispetto ai 30-35 anni precedenti, da doverci indurre a modificare la periodizzazione che va per la maggiore rispetto alla Repubblica Popolare Cinese e al Partito Comunista Cinese: non più solo epoca pre-Mao e post-Mao (o post-riforme), ma anche pre-Xi e “nuova era”.

Per quanto riguarda l’affermazione del modo di produzione capitalistico in Cina, 3 sono le tappe  principali scandite nel libro, le quali coincidono grossomodo con i 3 eventi  intercorsi fra 1980 al 2012: 1-l’istituzione della prima Zona Economica Speciale di Shenzen, con conseguente apertura ai capitali stranieri; 2-lo sdoganamento definitivo del capitalismo dopo il famoso “viaggio al sud” di Deng Xiaoping nel 1992, dopo il quale la Cina decide di diventare la “fabbrica del mondo”; 3-L’ingresso della Cina nel WTO (2001), accompagnato “ideologicamente” dall’affermazione della “teoria delle tre rappresentanze”, con la quale il partito si apriva alla classe alto-borghese ; gli anni successivi sono quelli in cui la Cina cresce a due cifre e vede l’emersione di più miliardari che in tutto il mondo, con annessa crescita vertiginosa delle disuguaglianze sociali.

Questi 30 anni hanno lasciato in eredità un paese che era ormai diventato la seconda economia al mondo in termini di PIL ed aveva emancipato dalla povertà assoluta circa 800 milioni di persone, tuttavia, proprio per tali motivi, tale modello di sviluppo era giunto al capolinea e il modello di relazioni internazionali che lo avevano accompagnato: i livelli di reddito cominciavano ad essere non compatibili con le necessità di riduzione dei costi espresse dalle imprese occidentali che intendevano esternalizzare, con conseguente riduzione del tasso di crescita del PIL, e la potenza economica del paese cominciava ad essere incompatibile con la politica diplomatica di basso profilo del “nascondere la forza, aspettare il momento” inaugurata a inizio anni ‘80, dato che gli attacchi dell’imperialismo si moltiplicavano.

Secondo l’autore, nel 2012 il PCC si presentava di fronte a tale scenario in condizioni tali che, senza una svolta, sarebbe andato incontro al collasso, proprio come si sarebbero aspettati gli imperialisti: il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico (il massimo organismo), a parte Xi Jinping e Li Kequing, era composto da un’intellighenzia tecnica che aveva soltanto accompagnato il rapidissimo sviluppo economico, quindi privo di un’adeguata capacità di elaborazione teorica e di dirigere tale sviluppo; erano diffusi comportamenti di appropriazione indebita, aumentati a dismisura specialmente nelle maglie dei finanziamenti a pioggia derivati dalle politiche anticicliche di massicci investimenti pubblici, messe in atto dallo stato per reagire alla crisi del 2008; nelle altissime sfere erano diffusi comportamenti di lusso e privilegio.

Di fronte a ciò, a partire dal 2012, il neo-segretario generale Xi da luogo ad una svolta radicale che investe tutti i campi, da quello organizzativo, a quello ideologico, finanche a quello simbolico, decretando una centralizzazione di ogni aspetto della società nel partito e una nuova diplomazia “di attacco” in politica estera (sintetizzata dalle iniziative per diar vita alla cosiddetta “belt and road initiative”).

All’interno del partito vengono condotte diverse “campagne di rettifica”, che portano ad un’epurazione fortissima riguardante non solo i quadri medi, spesso sorpresi ad arricchirsi con soldi pubblici, ad espropriare indebitamente i contadini nell’ambito dei tanti investimenti infrastrutturali o ad avere atteggiamenti proni rispetto alle multinazionali straniere, ma anche membri in procinto di entrare nel Comitato Permanente dell’Ufficio Politico o suoi ex-membri (cosa, quest’ultima, senza precedenti); vengono decretati rigide regole di morigeratezza per i quadri di alto rango, che vengono obbligati a “tornare alle masse”, visitando anche i villaggi più remoti;vengono istituiti diversi organismi di controllo su molti aspetti della società, i quali agiscono rispondono direttamente al vertice del partito ed agiscono in maniera extra-giudiziaria.

Altro aspetto di notevole profondità del testo è la trattazione dell’elemento ideologico della nuova era.

Dato che il grande sviluppo economico ha portato con sé la nascita di nuovi bisogni materiali e immateriali all’interno della popolazione, è necessario soddisfarli senza che le idee-forze del liberalismo occidentale divengano egemoniche e quindi, senza che progresso equivalga ad occidentalizzazione. A tale scopo, non basta più che “il gatto catturi i topi”, ovvero non basta più uno sviluppo economico quantitativo lineare; in tal senso, rimarca l’autore, il partito teorizza addirittura come la contraddizione principale della Cina del terzo Millennio sia cambiata: da una parte vi è uno “sviluppo squilibrato e inadeguato, dall’altro “il bisogno crescente di una vita migliore da parte della popolazione”.

Il cemento ideologico proposto dal partito per porsi come riferimento a tutto tondo nella società è costituito, da un lato, dall’aperta rivendicazione del carattere socialista, ovviamente dalle caratteristiche cinesi, del proprio sistema, superiore all’anarchia capitalistica occidentale, dall’altro dalla ripresa della millenaria storia nazionale e, in particolare, del confucianesimo, la cui cancellazione è stato il maggior fallimento ideologico della rivoluzione culturale e che fa da collante sociale di fronte alle enormi disuguaglianze persistenti.

I mezzi attraverso cui questa ideologia di stato è veicolato è costituito da un miscuglio di metodi vecchi e nuovi: dall’esaltazione del pensiero del leader, all’occupazione completa del cyberspazio, considerato terreno strategico.

Su quest’ultimo punto, sul quale, nel precedente decennio vi sono state notevoli falle in cui si sono inseriti singoli, entità politiche o sette religiose con lo scopo di minare la funzione di direzione del partito, è stata messa in piedi un’infrastruttura totalmente indipendente, che ha algoritmi di ricerca e filtraggio propri rispetto a quelli utilizzati nel resto del mondo (ovvero quelli decisi nella Silicon Valley) e in cui la fanno da padrone delle aziende private cinesi o joint venture, le quali agiscono sotto la guida della pianificazione centrale del governo (e con le quali, periodicamente, vi sono delle rese conti, vedasi il caso di Jack Ma degli ultimi giorni). Inoltre, il partito schiera sul web migliaia di moderne “guardie rosse” che quotidianamente vi riaffermano “il pensiero di Xi” e, talvolta, “invadono” anche i social e le piattaforme occidentali con commenti, meme, insulti di ogni genere nel momento in cui su di essi venga offesa o derisa la nazione cinese.

Ovviamente, il tentativo, da parte del PCC, di creare un proprio “soft power” basato sui pilastri ideologici sopra descritti, accompagna anche le trattative diplomatiche per la creazione della nuova via della seta. In questo caso, come viene puntualizzato in maniera chiara nel testo in maniera tale da sgomberare il campo da luoghi comuni esistenti in occidente, la Cina non intende in nessun modo creare una propria egemonia militare o esportare il modello del “socialismo dalle caratteristiche cinesi”, creando dei propri avamposti politici all’esterno: i capisaldi sono il principio di non interferenza e la “cooperazione win-win” e anche il passato millenario della civiltà cinese è utilizzato per sottolineare gli esempi di coesistenza pacifica fra civiltà contigue e culture e fedi religiose differenti che vi sono state in Asia nei secoli passati. Sulla “belt and road initiave”,  i principi su cui si fonda si rimanda e  l’idea di globalizzazione del partito si rimanda all’apposito capitolo del testo.

Un aspetto particolare che s’intende approfondire in questa recensione, è la trattazione della concezione dello tecnologico in Cina, sia dal punto di vista dell’aspetto ideologico, che dal pèunto di vista dei  progetti futuri concreti della dirigenza del PCC.

Sul versante ideologico sono in corso dei passaggi che forse sono i più lontani rispetto la nostra sensibilità: ovvero, il partito sembra voler utilizzare le nuove tecnologie relative all’industria 4.0 per creare quelli che nel libero vengono definiti “un miliardo di cittadini modello”, ovvero l’estensione del controllo sociale in maniera quanto più capillare è possibile.

Anche questa tesi viene corroborata da solidi argomenti. Ad esempio, basandosi sull’uso della teoria ingegneristica dei sistemi complessi anche sulla società e sull’utilizzo di intelligenza artificiale (riconoscimento facciale e videosorveglianza capillare in primis) e  analisi dei big data in maniera predittiva e valutativa anche nel campo comportamenti sociali, sono in corso progetti, al momento solo in alcune regioni più sviluppate, attraverso i quali ai singoli cittadini e alle singole imprese private vengono associati coefficienti di valutazione in base al comportamento e di conseguenza, scattano premialità e penalità (possibilità di ricevere prestiti, viaggiare, ecc). La raccolta centralizzata dell’immensa quantità di dati è, ovviamente, possibile, grazie alla sinergia fra pianificazione centrale e aziende private del settore.

A margine di questo argomento, è opportuno fare alcune considerazioni. Per quanto indubbiamente tale livello di controllo sociale sia lontano dalla nostra sensibilità e per noi socialmente non accettabile, un po’  meno lo è da parte dei cinesi da parte dei Cinesi, come ammette lo stesso autore. Resta, comunque, la problematica dell’utilizzo di queste nuove tecnologie 4.0 nel mondo moderno: nelle società occidentali esse sono un totale monopolio dei grandi colossi hi-tech, che esercito un controllo non meno pervasivo, anche se meno percettibile sulle nostre e utilizzano i dati raccolti per i loro profitti, mentre in Cina, a prescindere da eventuali eccessi, sono state usate estensivamente dallo stato per effettuare tracciamenti scientifici e capillari una volta usciti dalla fase acuta del covid; ciò ha determinato l’azzeramento quasi totale della trasmissione locale del virus nel giro di 2 o 3 mesi, con conseguente azzeramento dei decessi e abolizione delle restrizioni alla libertà di movimento. Ciò marca la differenza fra uso privato e uso sociale dello sviluppo delle forze produttive.

Venendo alle prospettive future in tema di sviluppo tecnologico, il testo delinea le due sfide di fronte alla quali si trova la Cina: la riconversione ambientalista ed un salto tecnologico sostanziale nell’utilizzo delle tecnologie 4.0. Al di là dei progetti di “controllo sociale” di cui si è parlato in precedenza, infatti, il paese, oltre ad avere un “ventre molle” di popolazione che ancora vive in condizione di relativa povertà, specie nelle campagne, e che quindi non è toccata dalle più moderne tecnologie presenti in città, consta di un apparato produttivo sostanzialmente vetusto per quelle che sono le sue ambizioni, eredità di quando era ancora “la fabbrica del mondo”.

Ad esempio, nel settore dell’elettronica digitale, se la maggior parte dei semilavorati in silicio si producono in Cina (da parte, per altro, della Foxconn taiwanese, quindi un’azienda che potenzialmente, sotto pressioni esterne, potrebbe diventare nemica), per quel che riguarda i microcontrollori programmabili, ovvero i pezzi a maggiore valore aggiunto, composti dai semilavorati assemblati, vi è ancora una sostanziale dipendenza dall’occidente. Ciò riguarda anche aziende private di primo piano come Huawei e Xiaomi, per intenderci.

Viste le politiche di isolamento e boicottaggio messe in atto dall’amministrazione Trump, destinate a permanere e ad estendersi in futuro, il testo rende al meglio la  dimensione delle sfide che il PCC ha di fronte in questo settore, utilizzando un riferimento al passato. Il paese è chiamato ad effettuare “un nuovo Grande Balzo in Avanti” nello sviluppo industriale, in quanto deve passare “dalla classica catena di montaggio simbolo dell’industria 2.0 a quella 4.0, avendo, però, saltato la fase intermedia, caratterizzata dall’impiego di automazione, computer, ed elettronica negli stabilimenti, quell’industria 3.0 sperimentata nei paesi avanzati a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso”. Si tratta di dover recuperare più di 30 anni gap tecnologico su larga scala in pochi anni, al fine di raggiungere gli obiettivi secolari previsti dalla pianificazione.

Molto meno ostica si sta rivelando la graduale riconversione verde per quel che riguarda le fonti di energia, settore in cui, come noto, la Cina è già leader mondiale, in quanto sta già saltando alcuni passaggi intermedi che i trattati internazionali garantivano in quanto paese ancora in via di sviluppo, rispetto alle potenze occidentali. Anche su questo aspetto più noto si rimanda alla trattazione del libro.

In definitiva, il libro traccia un quadro della Cina che, per un verso, indica l’affermazione, nella nuova era, di un profilo politico più netto rispetto agli anni precedenti riguardo il ruolo dello stato e della pianificazione socialista; ciò è da intendersi, al momento, più da un punto di vista qualitativo  che quantitativo (cioè non di quanto, in termini di PIL, di stato e quanto mercato ci sia nell’economia cinese). Per un altro verso resta completamente aperta la questione dei rapporti di produzione.

In tal senso, è d’uopo produrre una riflessione: la gestione del salto tecnologico pianificato ci dirà molto. Se implementato lasciando spazio alle forze del mercato, infatti, tale salto è foriero di una disoccupazione di massa, quindi del venir di tutti gli equilibri sociali sui quali il socialismo dalle caratteristiche cinesi oggi si fonda. Viceversa, se implementato, come l’impostazione dell’attuale gruppo dirigente PCC autorizza a ben sperare, tenendo al primo posto le necessità del popolo, la Cina si porrebbe di nuovo come punto di riferimento più esaustivo per i comunisti di tutto il mondo nella lotta per il superamento del modo di produzione capitalistico e la transizione al socialismo.

Infine vi è un ulteriore aspetto cui fare cenno, non trattato in maniera approfondita  nel testo, ma lasciato sotto traccia, ovvero il grado reale di partecipazione popolare e democratica ai processi decisionali e di pianificazione che vengono presi in Cina attualmente.

Ebbene, in questo l’autore sembra avvalorare la tesi di un partito che, per un verso si limita a cercare il consenso passivo o, nel migliore dei casi, entusiastico da parte degli strati popolari, non valorizzandone, quindi, la partecipazione; per un altro verso reprime ogni barlume di dissenso non appena questo si manifesti, quale che sia la sua natura politica (indipendentisti, liberali o neo-maoisti).

Il primo aspetto (ma in parte anche il secondo), se vero, secondo quelle che sono le nostre categorie di analisi della realtà, dovrebbe costituire sul medio periodo una debolezza strutturale del sistema, tale da renderlo un gigante dai piedi di argilla.

Tuttavia, come detto, su tutto quanto riguarda strettamente la partecipazione popolare, le forme politiche dello stato, le sue istituzioni, i suoi corpi intermedi (parlamento, sindacato, multipartitismo, elezioni, rapporto fra istituzioni locali e nazionali ecc) non vi è alcuna trattazione specifica nel testo.




Il Partito dalle Pareti di Vetro “di Alvaro Cunhal”

Il Partito Comunista come strumento del processo rivoluzionario e “anticipazione” del socialismo

Prefazione di Álvaro Cunhal – Introduzione di Fosco Giannini.    Postfazione di Salvatore Tiné.

POST/FAZIONE di Salvatore Tinè

Nella storia del movimento comunista internazionale del ‘900, la questione del partito, del suo ruolo nel processo di trasformazione rivoluzionaria della società e quindi delle forme e della natura della sua organizzazione non ha avuto una importanza solo tecnica ma bensì profondamente politica. Si può dire che proprio intorno al nesso inscindibile tra politica e organizzazione, ovvero all’identità non statica ma storica e dialettica tra i due termini, si sia definita in una misura rilevantissima l’identità stessa dei partiti comunisti del ‘900 come la loro unità internazionalista nell’ambito del movimento comunista mondiale. Più di qualsiasi altra organizzazione politica di classe nazionale e internazionale dell’800 e del 900, il movimento comunista ha saputo sviluppare, sia pure in modi e forme del tutto originali quell’idea del “partito comunista” come parte più avanzata della classe operaia in grado di indicare il movimento complessivo della sua azione sociale e politica e così spingerla sempre in avanti, che Marx ed Engels avevano messo al centro del “Manifesto” del ’48, in stretta connessione con una concezione del comunismo inteso non come astratto ideale cui conformare la realtà storica e sociale ma come espressione teorica e consapevole di una “lotta di classe che già esiste”. Tuttavia il rapporto tra partito e classe, tra “comunisti” e “proletari” è un rapporto storico, tutt’altro che lineare e spontaneo. La coscienza di classe è essa stessa non un dato scontato ma il prodotto di una maturazione e di una esperienza storica che si svolge solo sull’aspro terreno materiale delle lotte e dell’organizzazione sul terreno della produzione immediata come su quello della riproduzione sociale complessiva, in un confronto continuo con la potenza non solo materiale ma anche ideologica e culturale del dominio capitalistico. In questo senso essa, secondo l’insegnamento fondamentale di Lenin, viene “dall’esterno”, non può prescindere dal ruolo del partito e dell’organizzazione.

Perciò proprio a partire proprio a partire da tale impostazione originaria, già le tesi sul partito approvate dal II Congresso del Komintern rivendicavano necessità di una salda configurazione organizzativa della “parte” più avanzata della classe operaia insistendo fortemente sulla necessità di una sua netta “separazione” dalla parte restante del movimento, come condizione fondamentale per condurre la lotta di classe e di massa su un terreno sempre più avanzato. E’ questo nesso di unità e distinzione tra partito e classe, tra avanguardie e masse che sta a fondamento della concezione comunista dell’organizzazione politica del proletariato. La riflessione di Cuhnal consegnata in questo aureo libro sul partito scritto e pubblicato nel 1985 si svolge tutta in una fortissima linea di continuità con questa concezione dell’organizzazione destinata a segnare non solo l’identità del movimento comunista mondiale del ‘900 ma ancor più la sua gigantesca esperienza storica. Ma è sulla natura insieme democratica e rivoluzionaria dell’organizzazione d’avanguardia che l’elaborazione del dirigente comunista portoghese si sofferma maggiormente. Il carattere separato, nettamente distinto dalla classe e dalle masse, dell’organizzazione comunista d’avanguardia si impone già nella fase costitutiva del Komintern come una necessità imposta dallo sviluppo della crisi generale del capitalismo e dai compiti politici immediatamente rivoluzionari che da quello sviluppo discendono. L’acutizzarsi delle contraddizioni di classe e quindi la necessità di spingere la lotta di classe sul terreno immediatamente decisivo della lotta per il potere richiedono un tipo nuovo di organizzazione, radicalmente diverso da quello che si era venuto consolidando nella fase dello sviluppo pacifico del movimento operaio e della II Internazionale: un tipo di organizzazione fortemente unita e disciplinata, in grado di tradurre sulla base di un rigido centralismo la strategia e la tattica, ovvero la visione complessiva del movimento sul terreno concreto dell’azione di massa e dell’iniziativa rivoluzionaria. La riflessione di Cunhal mostra come questo nuovo tipo di organizzazione necessiti insieme un massimo di unità e di capacità di direzione e insieme un massimo di democrazia. La separazione tra il terreno dell’azione immediata e quello dei fini, degli obiettivi storici del movimento proletario è caratteristico dell’organizzazione di tipo socialdemocratico, la cui azione politica finisce così per esplicarsi prevalentemente sul terreno legale e parlamentare: di qui la separazione tra gli organismi dirigenti del partito e il gruppo parlamentare e la conseguente divisione in correnti dello stesso partito.

Viceversa il partito di tipo nuovo nato col movimento comunista risponde sotto il profilo organizzativo alla necessità di riconnettere in modo permanentemente concreto e dialettico gli obiettivi immediati e la prospettiva della conquista del potere. Ma proprio per questo esso è chiamato alla definizione di una linea politica organica ed unitaria in grado di unire tutto il partito a partire dal suo nucleo dirigente centrale e quindi l’intero suo corpo collettivo. Una linea politica corretta non può che scaturire infatti da una discussione ed elaborazione collettiva, la sola in grado di produrre una sintesi reale, ovvero effettivamente in grado di spingere in avanti, su un terreno sempre più avanzato l’insieme all’azione del partito, la totalità del movimento proletario e di massa che esso è chiamato a dirigere. In questa fortissima sottolineatura dell’esigenza dell’unità ideologica e politica del partito come espressione del suo carattere di organismo unitario, la riflessione di Cunhal sembra convergere con la teoria gramsciana del partito come “intellettuale collettivo”. Il centralismo democratico è il principio fondamentale di una organizzazione la cui unità lungi dal fondarsi sul mero equilibrio “parlamentaristico” tra posizioni diverse sul piano politico come su quello ideologico trova la sua legittimazione sostanziale e il suo criterio pratico nella giustezza della sua linea politica. In questo senso l’organizzazione del partito non coincide con quella dei suoi apparati. L’apparato è solo il nucleo centrale della sua vita collettiva e della sua forza rivoluzionario. Dunque, il partito è strumento e tale deve continuare ad essere anche quanto si struttura nel suo ordine formale e nelle sue gerarchie inevitabili, funzionali alla forza e all’efficacia della sua organizzazione. L’esperienza della rivoluzione di Aprile ha costituito per il partito portoghese il più alto momento di sviluppo e maturazione di questa concezione del partito sul terreno della lotta politica e di massa per la rivoluzione democratica e socialista. Su questo terreno determinato, l’esperienza dei comunisti portoghesi si è posta in una linea di stretta continuità con l’esperienza leniniana e bolscevica del partito di quadri, differenziandosi da esperienze pure di straordinario rilievo nella storia del movimento comunista mondiale, come quella del “partito nuovo” di massa che caratterizzato la vicenda dei comunisti italiani particolarmente nel corso della Resistenza e della lotta per una “democrazia progressiva”.

Ma proprio sull’aspro terreno della lunga lotta contro la dittatura salazarista per la democrazia e per il socialismo l’esperienza del partito comunista portoghese ha saputo sviluppare e arricchire la concezione leninista del partito in una direzione profondamente legata alle specificità e alle particolarità nazionali del Portogallo. Di qui la sua capacità di adeguare continuamente in modo efficace e flessibile le forme di lotta e di organizzazione alle scadenze della lotta immediata sul terreno legale e illegale, coniugando sempre l’iniziativa, la capacità del gruppo dirigente di anticipare e prevedere gli sviluppi della situazione e dei rapporti di forza con la rapidità dell’azione di assalto, articolando ogni volta in modo diverso a seconda del mutare delle fasi o delle congiunture “guerra di movimento” e “guerra di posizione”, tattica e strategia. Così si è venuto forgiando un tipo di partito di quadri non separato, non burocratico, un organismo compatto che unisce in un tutto unico e solidale gli apparati di vertice ai quadri, i quadri ai militanti. Un partito di quadri ma profondamente popolare e “patriottico”, meno astrattamente volontaristico e “giacobino” del partito di quadri nella sua versione staliniana e forse anche leniniana. Un partito in cui il carattere di classe proletario è rafforzato piuttosto che indebolito dalla sua capacità di porsi alla testa delle masse e del popolo. Lo scioglimento del Komintern, ovvero del “partito mondiale” nel maggio del ’43 su iniziativa di Stalin assume in tal senso nella riflessione di Cunhal un significato fondamentale anche per le conseguenze che ne sono discese

nella concezione comunista del partito e dell’organizzazione. La riflessione di Cuhnal ruota tutta intorno a questo nesso inscindibile tra l’unità del movimento comunista internazionale da un lato e il suo radicamento di massa e nazionale dei partiti comunisti dall’altro. La perdurante vitalità e forza politica e organizzativa di cui il del partito comunista portoghese continua a godere ai nostri giorni in un quadro storico-mondiale completamente mutato possono essere valutate come un’ulteriore conferma del valore storico della concezione dell’organizzazione che ha ispirata l’elaborazione dei comunisti portoghesi e in particolare di Alvaro Cunhal. Ma essa contiene forse degli insegnamenti validi ancora per il presente e per il futuro.




Marx oltre i limiti del “marxismo bianco” e i confini dell’eurocentrismo.

di Riccardo Bravi (da MARXISMO OGGI – on line)

Il volume a cura di Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella, Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale (Alegre, 2020, pp. 332, 18 euro) tenta di ridefinire lo schema concettuale degli studi marxisti allargandone il portato a una serie di elementi che oltrepassano il dualismo borghesia/proletariato, nel tentativo di comprendere globalmente questa vasta dottrina di analisi sull’uomo e sulla società.

Rifuggendo da una visione prettamente “eurocentrica” del marxismo, gli studi presentati cercano di ricollocare il materialismo storico nello spettro di una rivalutazione mondiale del suo portato rivoluzionario, dove razzismo, colonialismo, femminismo, Cultural Subaltern Studies costituiscono la materia viva sulla quale distendere – scrive Mellino nell’introduzione, ampliando il campo semantico del termine impiegato a sua volta da Fanon nei Dannati della terra (1961) – il marxismo. “Il titolo scelto potrebbe rinviare a Marx at the Margins, di Kevin B. Anderson. Tuttavia, a differenza dell’importante lavoro di Anderson, il nostro testo propone un’operazione diversa: non tanto riprendere il lavoro di Marx sui margini quanto un confronto con i margini stessi del marxismo come costellazione teorico-politica genealogicamente europea”, insiste ancora Mellino.

Pertanto, attraverso l’analisi di voci dislocate in varie parti del globo (A. Cabral, J. C. Mariátegui, H. P. Newton, A. Césaire), talvolta poco affrontate nell’ambito di una rilettura globale del marxismo, ed altre europee di più ampia conoscenza (G. Spivak, L. Althusser, R. Williams) inserite a pieno nel tessuto del “marxismo bianco” occidentale, il volume intende porsi come una disamina a 360 gradi del modo di affrontare, non solo le implicazioni economiche che deriverebbero dall’analisi dei rapporti di classe (borghese/proletario-colonizzatore/colonizzato ecc.), ma anche quelle accezioni di razza, cultura e genere che ne sarebbero sottintese e che sembrerebbe siano state trascurate dalla visione eurocentrica dei partiti comunisti del Vecchio continente, troppo impegnati, a giudizio dell’autore, a promuovere l’avvento di una possibile rivoluzione socialista mondiale, senza preoccuparsi molto del carattere specifico ed eterogeneo delle diverse identità nazionali.

E questo proprio nel momento in cui lo scoppio delle rivoluzioni anticolonialiste sembrava dare una scossa allo status quo e ai rapporti di dominio che lo fondavano.

Recuperando categorie che formano già l’ossatura del primo marxismo – razzismo, colonialismo, imperialismo – insieme ad altre desunte dagli Studi di Genere e dagli Studi Culturali, lo scopo del volume è infine quello di allargare il campo di azione del movimento

Potenzialità spesso inibite da un quadro discorsivo incentrato in massima parte sull’“operaio bianco”. Si tratta di un quadro dai confini decisamente ristretti, che è giunto il momento di rimettere una volta per tutte in discussione, anche in considerazione dei “problemi che si trova ad affrontare l’Europa nella congiuntura politica attuale”.

Maggio 2020




Karl Marx ‒ Friedrich Engels, Opere complete. Vol. XXVI

Segnaliamo la pubblicazione del volume XXVI delle Opere Complete di Marx-Engels:

Scritti etno-antropologici, a cura di Ferdinando Vidoni e Stefano Bracaletti, Napoli, Edizioni La Città del Sole, 2020, 724 pagine




Antimperialismo e internazionalismo: riflessione teorica e iniziativa militante nel libro “Liberare i popoli”

di Luca Cangemi

Il
lettore giunto alle ultime pagine del volume dispone senza dubbio di
elementi sufficienti per apprezzare, negli scritti di Fosco Giannini
dedicati alle questioni internazionali, il valore di una riflessione
teorica e dell’iniziativa militante che vi è indissolubilmente connessa.

Con
eguale nettezza emerge la forte personalità dell’autore e la sua
passione politica. Personalità e passione che lo portarono, anni fa, a
levarsi in Parlamento, sfidando l’isolamento anche nelle file della
sinistra, per denunciare un mistificante servizio della televisione di
Stato sulla Rivoluzione d’Ottobre. E il grande spartiacque dell’assalto
bolscevico al cielo ritorna con forza, come stella polare, teorica e
politica in ogni scritto di Giannini. E giustamente.

La
centralità della dimensione internazionale, il carattere in qualche
modo sovradeterminante di essa nell’azione politica quotidiana, sono
caratteristiche specifiche del movimento comunista nato dalla rottura
rivoluzionaria in Russia. Giusto cent’anni fa (e l’anniversario avrebbe
meritato da parte degli storici ben altro impegno di quello finora
espresso) nasceva, con il Komintern, il primo esempio di movimento
politico, compiutamente e intenzionalmente, globale. In un periodo in
cui l’orizzonte di larga parte dell’umanità era ancora limitato
angustamente, l’Internazionale Comunista forgia migliaia di uomini e di
donne che hanno come campo d’intervento il mondo.

Ce
lo raccontano, meglio di complesse analisi storiche, le biografie di
questi militanti e queste militanti. Vite straordinarie come quella di
Ilio Barontini: tornitore da adolescente, consigliere comunale e
dirigente sindacale nella Livorno che dà i natali al PCI, ufficiale
dell’Armata Rossa, consigliere dei comunisti cinesi all’alba della
rivoluzione, combattente in Spagna, guerrigliero in Etiopia contro i
suoi connazionali colonialisti, partigiano in Francia, straordinaria
guida dei gappisti durante la resistenza italiana. O come quella di Olga
Benario organizzatrice dei gruppi studenteschi comunisti nella Germania
di Weimar (tra i ragazzi che la sua struttura recluta c’è un
diciassettenne, destinato a divenire lo storico del “secolo breve”, Eric
Hobsbawm). Fuggita in Urss dopo aver liberato a mano armata un compagno
arrestato, paracadutista sovietica, è inviata dall’Internazionale
Comunista in Brasile dove viene arrestata durante un tentativo
rivoluzionario e consegnata ai nazisti, che la uccideranno, anni dopo,
in una camera a gas. Il movimento comunista internazionale pensa,
dunque, il mondo come unico teatro possibile della politica
contemporanea.

Il contesto della teoria e della pratica politica non coincide con l’Europa o con quell’Europa allargata che verrà chiamata “Occidente”. E qui si registra una cesura nettissima con la tradizione della Seconda Internazionale, eurocentrica e non esente da complicità con il colonialismo. Questa centralità assoluta della dimensione internazionale si coniuga, dialetticamente e creativamente, con un investimento strategico sulle lotte di liberazione nazionale e, in generale, con una grande capacità di radicamento nella vita e negli interessi dei popoli.

I comunisti assumeranno così il ruolo storico di ricostruttori di
grandi nazioni in Asia e di forze politiche pienamente nazionali in
antichi paesi europei. E saranno in prima fila nelle lotte di
liberazione in America Latina e Africa. Sulla scena internazionale
Giannini ritrova anche elementi per analizzare la crisi dell’esperienza
comunista, in particolare in Italia e Europa. L’esperienza
dell’eurocomunismo viene, per esempio, criticata innanzitutto come
chiusura eurocentrica che colloca il PCI in una dimensione
“occidentalista” (a cui è connessa la stessa accettazione della Nato),
consumando una separazione non solo dal PCUS ma anche da forze decisive
del movimento antimperialista mondiale. Una separazione che pesa non in
termini di cultura politica ancor più che di linea e collocazione.

È
una prospettiva di ricerca interessante che va coniugata fortemente con
le ragioni interne ai quadri politici dell’Italia (e anche della
Francia e della Spagna) che contribuirono alla nascita
dell’eurocomunismo e, ben presto, della sua crisi. La riconsiderazione
del passato è premessa, negli scritti di Giannini, a un ragionamento sul
presente e sul futuro, che ispira il progetto della ricostruzione di
una forza comunista in Italia. Una forza che abbia come peculiare
caratteristica una rinnovata propensione internazionalista, teorica e
militante. Un intellettuale collettivo che si cimenti prioritariamente
nell’analisi delle grandi questioni del mondo, che sempre più
sovradeterminano le vicende politiche nazionali, e nel collegamento con
le grandi forze progressive in movimento sulla scena globale.

Quest’approccio
di riflessione e di proposta politica si articola in molteplici nuclei
problematici, in riflessioni puntuali sui più importanti avvenimenti
internazionali, in aspre polemiche con il pensiero dominante. Da questo
materiale assai esteso (Giannini è un poligrafo non ripetitivo!) vorrei
sottolineare al lettore, in particolare, tre temi particolarmente cari
all’autore e oggettivamente rilevanti: il ruolo e la natura dell’Unione
Europea, l’esperienza cinese; la solidarietà internazionalistica e la
lotta antimperialista.

Fosco
Giannini esprime una posizione assai netta di forte contestazione
dell’Unione Europea, del suo ruolo geopolitico, delle scelte economiche
strutturali che impone ai paesi membri (in particolare quelli più
deboli), della sua ideologia. In questa posizione politica viene assunto
e in qualche modo “popolarizzato” un lavoro di analisi critica da
sinistra della costruzione europea che in questi anni è andato avanti
nonostante il silenzio o la mistificazione di cui è stato fatto segno
dall’apparato mediatico e accademico.

Netta
è l’indicazione politica che ne consegue: l’Ue non è uno spazio agibile
e contendibile, è uno strumento delle classi dominanti europee e del
loro rapporto non privo di conflitti ma in definitiva strategicamente
solidale con l’imperialismo statunitense. Un quadro che viene confermato
dalla postura europea nelle vicende cruciali di questi anni: Ucraina,
Venezuela, Siria. Per forze comuniste e di classe che vogliano far
valere la propria autonomia tanto sulle vicende politiche quotidiane
quanto sul piano strategico e suscitare un nuovo ciclo di lotte sociali
nel vecchio continente, la rottura della gabbia europea appare obiettivo
discriminante.

Vi
è però da notare che da una posizione così netta non deriva, nelle
posizioni di Giannini, un atteggiamento ultimativo ma anzi un approccio
dialogante, tipico del dirigente politico consapevole delle difficoltà,
teoriche e politiche, di una discussione di questo tipo tra le stesse
forze comuniste, della necessaria processualità di un percorso di
posizionamento, della costante necessità, se non si vuole essere
declamatori, di costruire alleanze politiche e sociali, anche a partire
da piattaforme parziali.

Questo
quadro generale incrocia, negli scritti raccolti nel volume, vicende
specifiche assai rilevanti. Vorrei solo citare – perché a mio parere
costituisce merito particolare di Giannini – la polemica costante
riservata al progetto di esercito europeo, cogliendone la pericolosa
funzione politica e persino ideologica e contrastando l’illusione,
diffusa anche a sinistra, che esso possa divenire strumento di autonomia
dell’Europa dagli USA. L’enfasi posta in queste settimane dalla nuova
Commissione sulla forza militare europea, sulla sua complementarietà
alla struttura Nato e sugli interessi 432 del complesso militare
industriale, confermano la lungimiranza dell’analisi che il lettore
trova in queste pagine. Alla Cina l’autore ha dedicato una non episodica
attenzione come dimostra, tra l’altro, l’importante volume che ha
curato, insieme a Francesco Maringiò, dedicato ai più recenti sviluppi
dell’esperienza del grande paese asiatico.

Molti
sarebbero gli spunti da sottolineare. In questa sede vorremmo soltanto
indicare alla valutazione del lettore due elementi cruciali: il
ragionamento sul “compromesso” con il mercato operato da Deng Xiaoping e
approfondito nei decenni seguenti e la valorizzazione politica della
proposta della Via della Seta. Giannini colloca la svolta cinese in una
connessione storico-teorica con la fase della NEP, fortemente voluta da
Lenin negli ultimi anni della sua direzione del partito bolscevico.
Leninista è anche il concetto chiave di “alture strategiche” cioè quegli
elementi chiave dell’economia di cui lo stato (e il partito) mantengono
il controllo, conservando così una capacità di direzione reale, pur in
un quadro segnato profondamente da meccanismi di mercato.

Si
tratta, a ben vedere, esattamente di quegli elementi, sia in termini di
proprietà statale di grandi comparti produttivi, sia in termini di
indirizzo politico di un’economia gigantesca e globale, che spesso
finiscono nel mirino delle polemiche occidentali.

A
conferma indiretta ma significativa delle forti basi del ragionamento
proposto. L’ambiziosa proposta economica, commerciale, finanziaria e
infrastrutturale di Xi Jinping che occupa la scena globale, la “Via
della Seta”, viene considerata in particolare nel suo aspetto
geopolitico. Essa viene vista, intanto, come una proposta capace di
accelerare il riequilibrio epocale – già in corso – tra il capitalismo
USA e i suoi più stretti alleati (a partire da UE e Giappone) e la Cina e
un fronte di paesi emergenti che, sia pure con caratteristiche assai
diverse l’uno dall’altro, aspirano ad un assetto multipolare del mondo.
Se oggi l’acronimo BRICS (Brasile, Russia, Cina, India, Sud Africa) non è
più adatto a indicare questo fronte (in particolare dopo il colpo di
stato contro Dilma e Lula in Brasile e l’affermarsi di un orientamento,
sia pure con notevoli contraddizioni, filo-USA in India), rimane diffusa
in molti paesi di Africa, Asia, America Latina una volontà di
rinnovamento del quadro politico internazionale che trova nella Cina un
interlocutore attento.

La
Via della Seta è, però, anche un possibile terreno di lotta più
avanzato per le forze antimperialiste e per lo stesso movimento operaio
europeo, laddove volesse superare le sue inerzie e i suoi limiti. Mentre
infatti aumenta visibilmente la propensione dell’imperialismo
statunitense alla guerra, la proposta cinese pone il confronto sul
terreno di una proposta aperta di pace e cooperazione. 

La
sottolineatura della rilevanza storica e strategica dei successi e dei
progetti della Repubblica Popolare Cinese certo non mette in secondo
piano i grandi problemi ancora presenti (e di cui sono consapevoli per
primi i dirigenti del PCC) nell’immenso paese e le stesse contraddizioni
generate dal modello di sviluppo scelto. Anzi, proprio la rilevanza
dell’esperienza cinese dovrebbe spingere i comunisti ad uno studio di
essa, fuori da ogni modellistica e nello spirito critico proprio del
marxismo. Il terzo ed ultimo (ma solo in ordine di esposizione non certo
in ordine d’importanza!) aspetto degli scritti di Giannini che voglio
sottolineare al lettore attento è il forte investimento politico che
viene indicato in direzione della solidarietà internazionalista e nella
lotta contro la Nato. Una tensione internazionalista che incrocia i
punti caldi delle crisi provocate dalle manovre imperialiste
(dall’Ucraina al Venezuela), storiche lotte di liberazione un tempo
oggetto nel nostro paese d’appassionata partecipazione poi venuta meno
nella crisi politico-culturale della sinistra italiana (come la vicenda
Palestinese), la persecuzione anticomunista che si diffonde nell’Europa
centro-orientale (dalla Polonia ai paesi baltici).

Nel
volume si trovano tante e documentatissime pagine che hanno un valore
forte d’informazione e denuncia e l’intento, nobilmente pedagogico, di
recuperare la solidarietà internazionalista, come elemento necessario e
quotidiano di ogni impegno di trasformazione. Questo intento si salda
alla lotta contro la Nato, struttura imperialista fondamentale, che
lungi dall’essere archiviata, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia
giunge a portare le sue minacce fino ai confini della Federazione Russa
e amplia le sue attività su scala globale.

Giannini
ha promosso, come responsabile Esteri del PCI in questi anni, una lunga
campagna per l’uscita dell’Italia dall’Alleanza Atlantica, articolata
in decine di iniziative soprattutto nei tanti territori che ospitano
basi Usa e Nato. Una campagna di Partito ma caratterizzata da grande
apertura al mondo dei movimenti che in questi anni, in una situazione
assai complessa, hanno continuato a porre le questioni della
militarizzazione del territorio, dell’aumento delle spese militari,
delle missioni di guerra all’estero.

Un
libro, quello di Giannini, dunque, da leggere per chi pensa che i
comunisti abbiano molto da dire sul mondo del presente e del futuro. Un
testo anche da conservare bene in vista, a cui tornare spesso, per
trarre spunti, materiali, contributi per iniziative, assemblee,
mobilitazioni. Un volume che aiuta la militanza. È dall’ampiezza con cui
questo avverrà praticamente che, crediamo, l’autore misurerà il
successo di questa sua fatica




Ricerca, riflessione e pensiero critico nell’elaborazione del centro studi CESTES

di Italo Nobile

Più passa il tempo e più la riflessione di Luciano Vasapollo e di Rita Martufi diventa vivace e appassionata. Interpreti consapevoli di un metodo materialista essi in primo luogo aggiornano i temi più rilevanti su cui si sono concentrati nel passato al fine di verificare le ipotesi fatte ma anche di registrare quei cambiamenti che ci costringono almeno in parte a mutare rotta. 

Vogliamo dare uno sguardo a tre testi editi in questo periodo dalla casa editrice Efesto.

Il primo è l’aggiornamento e l’ulteriore elaborazione a partire da un testo del 2000 “Comunicazione deviante
allora edito da Media Print con la prefazione del compianto Alessandro
Mazzone. In questo studio informazione e comunicazione assumono un
ruolo dominante sia sul terreno della produzione e dell’accumulazione
che su quello del consumo trasformando l’impresa in fabbrica sociale
generalizzata. Alessandro Mazzone, nella prefazione al testo afferma “Questo
libro descrive un’invasione … una invasione che non ha bisogno di
varcare i confini di uno Stato … che non agisce sugli individui, ma
essenzialmente dentro di essi
”. Vasapollo esaminava gli effetti
della comunicazione deviata e deviante sul corpo sociale e intravedeva
una sorta di totalitarismo della comunicazione strategica che vanificava
i tentativi di democratizzare i processi di decisione politica. 

A
distanza di 18 anni il tema viene ripreso: la fase attuale di
mondializzazione dello sviluppo capitalistico vede l’uso sempre più
intensivo di scienza e tecnologia nella produzione e un ruolo sempre più
importante della conoscenza e della comunicazione all’interno del
processo produttivo. All’interno di quest’ultimo si sperimentano nuove
modalità per ammaestrare il gorilla ovvero il lavoratore
(riprendendo la terminologia gramsciana a sua volta mutuata da Taylor)
rendendolo ideologicamente subalterno alla fabbrica sociale
generalizzata, convincendolo ad esempio a non percepire salario al fine
però di rendere più affidabile il curriculum. Vasapollo nel testo
rielabora il magistero gramsciano, ma in questo volume aggiornato
inserisce un prologo dove il confronto è con la teoria del lavoro mentale elaborata recentemente da Mino Carchedi.

Da questo confronto emerge la necessità di non appiattirsi sulla cosiddetta “rivoluzione tecnico-scientifica” e Vasapollo dice “… da
un punto di vista marxista prodondi cambiamenti sociali non possono
prendere il via solo a partire dalle rivoluzioni tecnologiche; si
rendono necessarie trasformazioni nell’odine delle relazioni di
proprietà perché si produca un cambiamento sociale che modifichi la
qualità del sistema di relazioni di produzione oggi dominante
”. Nelle conclusioni, non a caso intitolate “Attenti ai gorilla !!!”, Luciano Vasapollo conclude “La
comunicazione deviante come invasione della cultura di impresa nel
sociale … si comprende solo come parte organica di un tutto sociale
corrispondente alla nuova configurazione del modo di produzione
capitalistico nei paesi imperialisti
”. 

Il secondo testo a cui si voleva accennare è (sempre delle edizioni Efesto) “Piano, mercato e problemi della transizione” che si potrebbe considerare per certti versi l’ideale continuazione de “Il torocoro e l’uragano. La pianificazione socio-economica come risposta alla crisi globale,
pubblicato da Zambon. In quest’ultimo libro Vasapollo tenta di
evidenziare come l’adesione eccessiva al modello di pianificazione
sovietico abbia causato una perdita della capacità di creazione,
sviluppo e messa a fuoco critica del pensiero marxista. La natura
sistemica della crisi del 2007 ci riporta invece a considerare la
possibilità della pianificazione. Questa possibilità però è condizionata
dalla capacità eventuale della tradizione (o del programma di ricerca)
comunista di considerarsi un movimento reale che non può prescindere
dal corso degli eventi storici.

In
questo senso l’approfondimento circa lo sviluppo del modello cubano ma
anche quello relativo alla rivoluzione bolivariana può essere d’aiuto a
chi voglia riprendere il testimone di questa tradizione. Dice
Vasapollo nell’introduzione “Bisogna inquadrare gli attuali processi
in corso non in maniera ideologica o con un acritico assenso, ma
riconducendoli alla realtà delle cose, che non sono purtroppo un
costante e progressivo cammino verso l’ideale comunista ma implicano a
volte anche scelte sofferte e sul piano teorico momentanei passi
indietro pur mantenendo l’orizzonte strategico della transizione
socialista verso il comunismo
”. 

In “Piano, mercato e problemi della transizione” 
si parte ancora dalla crisi sistemica per sottoporre a critica la
scienza economica borghese e la teoria delle transazioni economiche (e
del denaro) che la caratterizza. All’interno di questa critica si
analizza il ruolo delle banche e si elabora una teoria dell’emissione
che, grazie all’evoluzione dei sistemi monetari verso schemi
immateriali, si mostra come più adatta della teoria di tipo neoclassico
dell’interscambio relativo a descrivere i processi in corso ed a
proporre soluzioni razionali ai problemi che si stanno presentando. In
quest’ambito s’introduce il tentativo all’interno dell’Alba
latino-americana del nuovo sistema bolivariano dei pagamenti
internazionali al fine di proteggere le economie nazionali (e dei
sistemi regionali) dal disordine monetario internazionale. Vasapollo poi
approfondisce il tema della pianificazione ed in particolar modo le
sue modalità storico attuative a Cuba, in Venezuela, in Bolivia e in
Ecuador. Nell’ultima parte si introduce il ruolo della comunicazione
deviante nella fabbrica sociale capitalistica per giungere poi ad una
riflessione sul rapporto tra conoscenza ed economia concludendo che “ …solo
una formazione politico-culturale complessiva può costituire uno
strumento valido per le nuove sfide che il sempre più aspro conflitto
capitale-lavoro richiede in Europa
”. Vasapollo poi analizza il caso
italiano per giungere poi a due ultimi capitoli sulla pianificazione e
sulla transizione al socialismo : “Oggi la questione del rapporto
tra politica ed economia, e tra piano e mercato, va posta al centro di
ogni progetto politico che si propone di porsi sul terreno del
superamento del modo di produzione capitalistico
”. E ancora “subordinare l’economia alla politica sarebbe una alternativa alla mondializzazione capitalistica esistente”.

Veniamo
al terzo testo, quello più pregno di conseguenze politiche immediate e
scritto con le integrazioni di molti compagni della Piattaforma Sociale Eurostop.  Si tratta di “Pigs la vendetta dei maiali” (sempre Edizioni Efesto)  ovvero della continuazione de “Il risveglio dei maiali
(Jaca book edizioni, 2011). In quest’ultimo testo si analizza la crisi
attuale dell’economia capitalistica mettendola in relazione con la
crisi Usa degli anni Settanta e con la presunta crisi europea del
debito pubblico. Viene fatta una critica forte dell’Unione Europea e
dell’Euro e anche alle strategie dell’austerity (anche in versioni
keynesiane che ancora aleggiano nella sinistra europea).

Si
propone, apertamente, la rottura della gabbia dell’Unione Europea,
l’uscita dall’Euro e si prospetta la necessità dell’organizzazione di
una nuova area monetaria euro-mediterranea ispirata dall’Alba
sudamericana. Si tratta di una delle premesse teoriche più consapevoli e
sistematiche di cui la costituzione della Piattaforma Sociale Eurostop è
– anche se non direttamente – una risultante. Vasapollo afferma verso
la fine del testo in coerenza con il percorso sin qui fatto: “La
nostra analisi non ha a che fare con una visione immediata di fine del
capitalismo per autodistruzione ed una teoria del crollismo. In assenza
di un confronto di classe radicale da parte di una forza soggettiva
organizzata capace concretamente di una ricerca di soluzioni, il sistema
troverà ancora altre modalità attuative per far sopravvivere il modo
di produzione capitalistico
”. 

Nel
testo da poco pubblicato e presentato al convegno di Eurostop a Roma,
lo scorso 16 settembre, (un commento a questa presentazione lo troviamo
in http://contropiano.org/news/cultura-news/2018/09/19/si-passa-dai-no-alla-proposta-la-vendetta-dei-pigs-0107663) si parte dall’analisi della crisi sistemica e dalla teoria delle emissioni meglio elaborata in “Piano, mercato e problemi della transizione
per elaborare una politica finanziaria che sia alternativa a quella
del capitale. Vasapollo dichiara che i paesi della periferia europea
hanno bisogno di un sistema monetario e finanziario che sia alternativo
all’Euro e alla globalizzazione, essendo poco praticabili e ugualmente
classiste le proposte di rigenerazione del capitalismo per mezzo di un
nuovo contratto sociale. L’Europa è riformabile, ma l’UE e l’Euro no
dal momento che sono il fulcro di una politica imperialista contro la
quale bisogna lottare. Per farlo bisogna subordinare l’economia alla
politica, perseguire una società che vada oltre il capitale ma dare
anche risposte immediate alla barbarie attuale. Si delinea dunque un
programma di alternativa di classe guidato da una pianificazione
socio-economica che tuteli le economie da una sorta di strozzinaggio
monetario.

Questo
programma prevede una nuova moneta dell’area Euromediterranea (perché
l’Europa si riforma solo se si apre ai popoli al di là del
Mediterraneo), una ridenominazione del debito dei cosiddetti Pigs in
questa nuova moneta, il rifiuto di una parte del debito, la
nazionalizzazione delle banche e il controllo dei capitali. Non esiste
una via regia (riformista o angustamente nazionalista) per l’uscita
dall’Euro e bene fa Vasapollo a sottolineare che “ … la questione
dell’uscita dall’Euro non è da noi concepita in chiave di generica,
impropria, strategicamente inadeguata sovranità nazionale anche se sono
possibili passaggi tattici di fase, ma ha una dimensione immediatamente
di classe …
” ed inoltre “se i paesi della periferia europea
vogliono prendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno
fare solo strategicamente in modo congiunto …
”.

Il
testo poi affronta la questione del blocco sociale (che
dialetticamente si rapporta a quella dell’uscita) e quella di un nuovo
sistema di alleanze globali prima di un appendice che riporta dati
statistici utili a comprendere la possibilità (in termini di peso
economico) di una Area euro-mediterranea in cui un esito simile a
quello dell’attuale UE può essere scongiurato dalla natura di classe
della rottura e dalla complementarità produttiva dei paesi che si
affacciano sul Mediterraneo.

Dalla lettura di questi testi possiamo comprendere come la riflessione di Vasapollo/Martufi (e anche della Rete dei Comunisti e di Eurostop
come si sta tentando di evidenziare nel progetto formativo che si sta
iniziando a sperimentare tra i compagni e su cui torneremo, con più
organicità, nei prossimi mesi) si confermi come una continua revisione e
una continua messa alla prova delle teorie elaborate in precedenza nel
tentativo di applicare la dialettica di continuità e discontinuità
(attinta da Engels e Lenin anche dalle scienze della natura) nel campo
dell’indagine conoscitiva e della prassi.

28 settembre 2018




La Francia tra Macron e Mélenchon la sfida di France Insoumise

Prefazione

Il 17 novembre 2018 resterà un profondo spartiacque per la storia contemporanea francese.
Quel sabato è stato l’ Atto Primo – volendo usare la definizione dei suoi protagonisti – di una protesta sociale che nel mentre terminiamo il libro è giunta alla tredicesima settimana consecutiva e non mostra alcun segno di riflusso.
Questo movimento ha accelerato la crisi non solo del macronismo ma dell’assetto politico della Quinta Repubblica, ha dato legittimità e visibilità ad un ampio arco di forze politiche che l’ha sostenuto sin dai primordi – tra cui La France Insoumise – ha stimolato l’emersione di un nuovo movimento studentesco e conferito rinnovato protagonismo alle organizzazioni sindacali.
Quest’ultime – come la CGT e Solidaires – seppur in un primo tempo scettiche di fronte alla “marea gialla”, hanno prima deciso di interloquire – su spinta fortissima della loro base in parte organica alla protesta – e poi di rilanciare un piano di iniziative che hanno avuto nello sciopero generale svoltosi il 5 febbraio una tappa importante, facendo entrare in una nuova fase il conflitto di classe nell’Esagono.
Questo movimento che ha avuto come proprio “innesco” l’opposizione agli aumenti previsti – prima dilazionati e poi congelati – di Diesel e benzina, si è trasformato in una mobilitazione permanente che coniuga precise richieste sociali sul potere d’acquisto a rivendicazioni politiche tout court, chiedendo a gran voce innanzitutto una cosa: le dimissioni di Macron.
Giunto ormai al terzo mese, il movimento giallo flou ha pagato un prezzo molto elevato in termini repressivi: 1.800 persone sono state condannate, nei primi due mesi della protesta sono state ferite da “armi non letali” più persone che negli ultimi vent’anni, una persona è morta a causa dell’azione delle forze dell’ordine, altre sono entrate in coma, alcuni sono stati feriti gravemente.
Lo stato francese è entrato in uno “stato d’eccezione permanente” che non è cessato con la fine della promulgazione dell’ “Etat d’Urgence”, ed ha accentuato la sua torsione autoritaria riesumando le pagine più nere del suo passato.
Durante il dibattito all’Assemblea Nazionale su un pacchetto legislativo che limita fortemente il diritto di manifestazione un deputato dell’opposizione ha dichiarato espressamente: È una deriva completa. Si è tornati al regime di Vichy.

Forse il leader di En Marche! non avrebbe mai immaginato la natura involontariamente profetica delle sue affermazioni quando – intervistato da Carrère – aveva dichiarato verso fine del 2017: penso che il nostro paese stia camminando su uno strapiombo e penso che potrebbe anche cadere giù.
Questa caduta gravosa più che il paese, riguarda non solo la sua brillante e precoce – quanto probabilmente breve – carriera, ma il prodotto politico che era stato capace di vendere agli elettori ed ad una buona parte del ceto politico continentale in grave crisi di legittimità.
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, non erano pochi coloro avevano visto il lui l’astro nascente di una nuova leadership in grado di rilanciare il progetto dell’Unione Europea a tutti i livelli.

La sua probabile uscita di scena apre orizzonti piuttosto interessanti e il test dell’elezioni europee sarà un importante giro di boa, considerato che già nel suo meeting marsigliese nell’estate dello scorso anno Jean-Luc Mélenchon aveva dichiarato che voleva trasformare l’appuntamento elettorale del maggio del 2019 in un “referendum su Macron”.


Questo testo, quando è stato concepito all’inizio dell’estate scorsa, doveva fornire degli elementi di comprensione per il pubblico italiano sulla natura del macronismo, al di là della sua auto-rappresentazione.
Volevamo analizzare le ragioni per cui anche i più generosi tentativi di coagulare una opposizione politico-sociale efficace alla macronie non erano stati in grado di impattare le scelte di fondo realizzate con modalità da “rullo compressore” da parte dell’Esecutivo.
Certo l’Affare Benalla, primo scandalo vero dell’era Macron scoppiato da lì a poco ed una serie di defezioni successive nel suo entourage avevano mostrato le vistose crepe di un consenso che i sondaggi impietosamente riportavano.
Allo stesso tempo, questo libro doveva mostrare la parabola ascendente della France Insoumise e della sua emersione come una delle principali forze politiche continentali in grado di vincere la sfida della rappresentanza politica raccogliendo il consenso, ed in dose minore, la disponibilità alla militanza di una parte importante delle classi subalterne d’Oltralpe.
L’exploit al primo turno dell’elezioni presidenziali del 2017 con un 19,6% l’avevano posta come un soggetto politico “centrale” della nuova fase che si sarebbe aperta in Francia, nonostante pochi commentatori in Italia se ne fossero accorti.
La FI stava e sta esercitato il ruolo di pivot per la composizione di un arco di forze europee in grado di sfidare il duopolio composto da “liberisti autoritari” e “populisti di destra” sullo sfondo delle elezioni europee previste per il maggio del 2019, scuotendo la “vecchia sinistra radicale” e dando nuovi impulsi a differenti esperienze che come questa formazione si pongono come punti prioritari della propria agenda politica la rottura dei trattati dell’Unione Europea – e l’articolazione di un piano B per una eventuale uscita dalla gabbia dell’Unione – e la fuoriuscita dall’Alleanza Atlantica come condizioni indispensabili per la riacquisizione della sovranità popolare, la realizzazione di un programma sociale adeguato, ed una transizione ecologica effettiva e non ultimo lo sviluppo una politica di cooperazione con i popoli del Tricontinente svincolati da una prassi neo-coloniale.

L’irruzione del movimento dei Gilets jaunes ha “scompaginato le carte” e cambiato in parte il fine di questa pubblicazione. Il monitoraggio costante e il tentativo di far conoscere e di rendere intellegibile la cronaca politica francese e l’antagonismo di fondo tra due leader carismatici che polarizzavano la Francia: Macron e En Marche! da un lato e Mélenchon e la FI dall’altro, attraverso cronache, dispacci, traduzioni e riflessioni sui passaggi politici rilevanti dal settembre del 2017 all’autunno del 2018 ha dovuto tramutarsi in altro.

L’importanza di ciò che stava succedendo dal 17 novembre in poi era proporzionale all’incapacità degli organi di informazione e degli apparati culturali in Italia di dare elementi di comprensione di quello che travestito da “oggetto politico non identificato” era la più possente manifestazione continentale della lotta di classe del XXI secolo e il maggior punto di caduta del consenso per le élites dei nostri giorni nella UE.
Questo “punto di rottura” appariva da subito come l’emergere delle fratture prodottesi – e mai ricompostesi – nella società francese da almeno da 15 anni circa, in un contesto in cui già a metà del decennio precedente erano emerse con prepotenza con la bocciatura del progetto di Costituzione Europea con il referendum nel 2005, le violente ribellioni delle periferie durante lo stesso anno e il movimento contro il CPE l’anno successivo.
A questa generale incapacità di inchiesta dei media e del ceto intellettuale del nostro paese – a metà tra la volontaria congiura del silenzio e la narrazione tossica vera e propria – si univa la totale mancanza di capacità di collocare ciò che stesse succedendo in una prospettiva storica di breve e di lungo periodo, rimuovendo i più elementari aspetti peculiari della storia politica francese e la profonda influenza culturale a livello universale che ha esercitato per secoli.

L’accelerazione degli eventi e la loro continua evoluzione ci ha costretti ad una costante e quotidiana attenzione che dovevamo tradurre in puntuali resoconti di ciò che stava accadendo, talvolta quasi quotidiani, senza tralasciare il lavoro di un maggiore approfondimento fatto con traduzioni, interviste e materiali di approfondimento pensati appositamente per questo volume.

Abbiamo volutamente lasciato lo stile in presa diretta degli avvenimenti analizzati e le riflessioni “a caldo” su ciò che stava accadendo, per linee interne ad un movimento che talvolta ci ha visto come “osservatori partecipanti”, tal altra “protagonisti”, con un punto di vista probabilmente parziale e “di parte” che rivendichiamo con forza.

Abbiamo dato una scansione cronologica alla struttura del volume, che si compone per la stragrande maggioranza del materiale (a parte gli inediti) del lavoro pubblicato da noi sul giornale comunista online Contropiano, un “work in progress” che abbiamo rivisto ed in parte rielaborato.

Alla redazione di Contropiano che svolge con spirito di abnegazione un ruolo informativo fondamentale – non solo sulle recenti vicende francesi – va il nostro più sincero ringraziamento, sapendo come sia difficile combattere una guerra asimmetrica contro la manipolazione sistematica della realtà operata dai media mainstream.

Questo compito comune pensiamo sia quello descritto dalle parole di Bertold Brecht:

Amici, vorrei che voi sapeste la verità e la diceste!
Non come stanchi Cesari in fuga: «Domani arriva la farina!»
Ma come Lenin: «Domani sera
Siamo perduti se non…»