2021, l’orgia dell’ideologia

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Mauro Casadio, Rete dei Comunisti

In questa fine d’anno abbiamo subito un bombardamento ideologico sistematico iniziato con l’incontro del G20 a Roma, dove non hanno partecipato né Cina né Russia, e continuato con la COP 26 sull’ambiente.

Questi vertici hanno riproposto discorsi e formule quasi del tutto uguali a se stesse che vanno ripetendo da anni, senza alcun effetto pratico e partorendo ancora una volta dall’elefante non il topo ma un topo ragno.

Vertici che si ammantano di una retorica noiosa e fastidiosa e che possono essere paragonati a quelli fatti dalle famiglie reali europee prima della Grande Guerra in cui si mostravano paternalisticamente i buoni legami tra parenti regnanti quale garanzia per i popoli Europei, e poi sappiamo come è andata a finire.

Una parodia di quei momenti è stata la ridicola farsa fatta a fontana di Trevi dove tutti i capi di Stato pateticamente buttavano assieme la monetina nella fontana.

L’amplificazione ideologica che viene fatta degli eventi è un prodotto direttamente proporzionale alle difficoltà ed alla incapacità che i gruppi dominanti dei paesi imperialisti hanno di risolvere i problemi da loro sollevati divenuti ingestibili e fuori dalla loro possibilità di risoluzione.

Questa interpretazione non è solo una nostra opinione faziosa ed estremista ma è la fotografia di una situazione che si è già palesata in Agosto con la fuga degli USA e della NATO dall’Afghanistan, dove più della sconfitta militare ha pesato e bruciato la sconfitta ideologica delle innumerevoli “guerre umanitarie” che ci hanno propinato in questi decenni.

Oggi, infatti, queste non sono più riproponibili tale è il discredito avuto dall’interventismo imperialista di inizio secolo paragonabile alle guerre coloniali dell’800.

Anche il cinico abbandono dei collaborazionisti Afghani al loro destino nelle mani dei Talebani è un ulteriore elemento di crisi egemonica in quanto gli alleati USA sanno dai fatti che possono essere scaricati in ogni momento dai loro “protettori”.

Ma perché quelle potenze che fino a poco fa pensavano di essere i padroni del mondo oggi possono solo tentare di nascondere la propria impotenza con la retorica della loro ideologia? Il motivo risiede nello stadio raggiunto dalle forze produttive e dalla mondializzazione dei rapporti capitalisti.

Nella storia i capitalismi egemoni delle diverse epoche nella competizione con i propri “simili” venivano sostituiti dalle nuove economie rampanti, è successo all’Olanda nel confronto con l’Inghilterra ed a questa con gli imperialismi europei a cavallo tra l’ottocento ed il novecento, competizione conclusasi infine a vantaggio degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale.

Questa evoluzione per competizione poteva riprodursi perché esistevano gli spazi materiali per una tale crescita e perché il carattere “rivoluzionario” della borghesia si esprimeva attraverso il cambiamento e lo sviluppo continuo della scienza e della tecnologia applicata alla produzione capitalista sia civile che militare.

E’ su questo piano che è stata vinta anche l’esperienza socialista dell’URSS attardatasi su una competizione militarista che le ha impedito di vedere che questo carattere rivoluzionario del capitale non era affatto sopito nonostante la crisi degli anni ‘70, ed è per questo che il mondo oggi è stato completamente capitalistizzato dal movimento ascendente del capitale.

L’effetto che emerge oggi da una tale dinamica è che questa dimensione dello sviluppo innesta una fase di crisi a cominciare da quella dei capitalismi storici. L’affermazione della Cina, l’emergere di potenze economiche intermedie quali l’India, la Russia, l’Iran, il Vietnam, il Brasile ed altri ancora produce una saturazione dello spazio economico e finanziario che non trova ora una soluzione ed incrementa l’ipercompetizione, di cui ci ha dato gentilmente notizia la presidente dell’UE Ursula Van Der Leyen.

Ma anche Biden ha tenuto a dire nel vertice con il presidente cinese Xi che i due paesi sono “competitori”, ma non “nemici”.

D’altra parte la “soluzione” classica della distruzione generalizzata di capitale, cioè le guerre mondiali, per rilanciare lo sviluppo e affermare una egemonia dominante sono difficilmente praticabili visto l’intreccio internazionale della dimensione finanziaria ed il livello distruttivo delle armi atomiche.

E non è certo un caso che oggi riprende quota la discussione sull’uso dell’energia atomica, uso sempre riconvertibile in strumenti di guerra.

Se è questo lo spessore della questione non è più sufficiente avere una lettura basata sui capitalismi e sulla loro competizione in quanto “epifenomeni” di un assetto strutturale. Quello che sta emergendo è un limite del Modo di Produzione Capitalista, a prescindere dalle specifiche forme storiche assunte, che tende alla valorizzazione del capitale all’infinito.

Il punto è che questa tendenza entra in contraddizione con un sistema naturale limitato, e sebbene sia ancora possibile rinviare nei tempi brevi i termini di una contraddizione così strutturale è evidente che in ballo oggi c’è la sostituzione del MPC con una alternativa di sistema, oppure, come è stato più volte detto, con la reciproca distruzione delle classi in lotta.

L’orgia di ideologia a cui siamo sottoposti quotidianamente dai mass media, dagli intellettuali organici alla borghesia e dagli apparati dello Stato ha esattamente questa finalità, non affrontare la contraddizione per impotenza ma cercare di anestetizzare le reazioni politiche delle classi subalterne e dei popoli della periferia.

E’ esattamente a questo punto che la questione ambientale non è più una tematica per “elite” intellettuali, nata addirittura dai nobili inglesi come ci racconta “La Repubblica”, ma deve divenire oggetto dell’azione politica per le forze di classe e comuniste.

In realtà una risposta già è in atto in termini che potremmo classicamente definire “democratica”, la stiamo vedendo nelle piazze che seguono Greta Thunberg che usufruisce di una copertura mediatica per certi versi sospetta anche se comunque sta mettendo in moto masse giovanili che dentro le contraddizioni di sistema non è detto che vadano laddove le televisioni le vogliono condurre.

L’accusa di Greta ai potenti di fare solo del bla bla bla è sintomo di una difficoltà e divaricazione che in quel movimento potrebbe prima o poi emergere.

Si stanno pronunciando anche ampi settori di intellettuali e di scienziati che denunciano l’inadeguatezza delle scelte fatte dai governi in vertici palesemente inutili e dannosi, ma tutti questi soggetti evitano accuratamente di pronunciare la parola “proibita” di Capitalismo.

Per cui la responsabilità è genericamente dell’uomo, persino dell’Homo Sapiens, come se comunque l’assetto sociale e produttivo non abbia contraddizioni strutturali ma la colpa è dei politici, degli industriali, dei governi etc. Insomma anche per loro la storia è finita e rimane solo un problema di coscienza dei diversi soggetti in campo.

E’ evidente che questo sommovimento giovanile e delle coscienze non è il prodotto politico diretto della lotta di classe ma è il segno che si apre una nuova condizione conflittuale in cui le forze di classe possono svolgere una funzione di coscienza e conoscenza sia sulle tematiche generali legate all’ambiente ed al clima sia su quelle più direttamente politiche come sta avvenendo per la questione del nucleare civile nel nostro paese.

Il governo Draghi con il suo ministro per la Transizione Ecologica (verso dove?) Cingolani stanno producendo un nuovo paradosso infatti propongono, assieme a tutta la UE in modo più o meno esplicito, la ripresa del nucleare civile con le centrali di quarta generazione che sarebbero una fonte energetica pulita a differenza del fossile, carbone e petrolio.

Tentativo che viene sostenuto da più forze politiche nel paese e con l’ex ministro di Berlusconi Lupi che ha presentato una mozione in parlamento a sostegno del “nucleare green e che Cingolani cerca di coprire con fasulle dichiarazioni sulla fusione nucleare ben sapendo che questa possibilità è ben lontana da venire.

Dunque il campo conflittuale che si sta aprendo sulla sostenibilità ambientale è vasto e sul quale si rende necessario un approccio politicamente antagonista sia sulle battaglie generali di denuncia e demistificazione delle scelte rappresentate nei grandi show come COP 26, che si riprodurrà il prossimo anno, sia su terreni molto più vicini a noi come quello del tentativo di reintrodurre il nucleare civile che nel nostro paese è stato bocciato da ben due referendum nel 1987 e nel 2011. E questo è un appuntamento di lotta da non perdere.

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