Rita Martufi e Salvatore Izzo
Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano. Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano.
Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.
“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.
“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.
Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?
Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari. Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano.
Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale. Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.
Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.
“Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato. Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti”.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.
Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.
Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni.
Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande. Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo. Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato.
Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.
Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?
Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.
Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.
Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo.
Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia. Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.
Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?
Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.
E sul rapporto con Cuba?
Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi.
Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.
Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.
Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano. Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.
Perché considera questo aspetto così grave?
Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha inviato decine di migliaia di medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alla costruzione delle missioni sociali. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica. Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.
Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?
Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.
Qual è il messaggio alla sinistra internazionale?
Di non confondere la solidarietà con il silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e a sostenere tutti coloro che in Venezuela vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa scelta non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni sarebbe stato più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare perché crediamo che la coerenza rivoluzionaria significhi anche avere il coraggio della critica quando si ritiene che un processo storico sia in pericolo.
Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?
Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso. Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.
Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?
Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez. Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee. Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.
La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?
È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington. Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria. L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.
Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?
Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi. Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato. Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele Il chavismo aveva costruito una propria identità internazionalista fondata sulla solidarietà con tutti i popoli oppressi. Il sostegno alla causa palestinese non era una posizione occasionale, ma uno degli elementi identitari della politica internazionale di Chávez. Quando oggi assistiamo a incontri politici tra dirigenti del PSUV e rappresentanti israeliani, non leggiamo semplicemente un episodio diplomatico. Lo interpretiamo come il segnale di un mutamento politico molto più profondo. Ed è proprio questo mutamento che ci preoccupa.
Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?
Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità. Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.
Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?
È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto. Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione. Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale? Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo. Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze. La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

