Luciano Vasapollo
La storia del movimento operaio italiano è attraversata da un confronto che conserva una straordinaria attualità: quello tra Palmiro Togliatti e Giuseppe Di Vittorio. Non si tratta di una disputa personale né di una semplice divergenza nata dopo i fatti d’Ungheria del 1956. È, piuttosto, il punto più alto di una riflessione collettiva sul rapporto tra il partito rivoluzionario, il sindacato e la democrazia di massa.
Oggi, mentre il capitalismo attraversa una crisi strutturale e le destre nazionaliste avanzano in tutta Europa, tornare a quel dialogo significa interrogarsi su come ricostruire una soggettività politica capace di rappresentare il mondo del lavoro senza rinunciare alla prospettiva della trasformazione socialista.
Una militanza comune al servizio della classe
Tra Togliatti e Di Vittorio esisteva anzitutto una profonda comunanza di destino politico. Il segretario del PCI e il grande dirigente della CGIL condividevano la convinzione che la liberazione del lavoro dovesse essere il fondamento della democrazia italiana. Provenivano da esperienze diverse, ma entrambe radicate nella lotta antifascista e nella costruzione della Repubblica.
Di Vittorio rappresentava la forza organizzata dei lavoratori, delle campagne e delle fabbriche; Togliatti elaborava la strategia politica necessaria affinché quella forza diventasse progetto di governo e di trasformazione sociale. La loro relazione dimostra che partito e sindacato non sono realtà concorrenti, bensì strumenti differenti di una medesima emancipazione.
Il sindacato non può limitarsi alla contrattazione salariale, così come il partito non può ridursi a macchina elettorale. Entrambi vivono soltanto se mantengono un rapporto organico con le masse popolari.
Il 1956 e la forza del dissenso comunista
I fatti d’Ungheria aprirono una delle pagine più difficili della sinistra internazionale. Di Vittorio manifestò apertamente il disagio di una parte del movimento operaio rispetto alla repressione sovietica, rivendicando il valore della democrazia e dell’autonomia delle organizzazioni dei lavoratori. Togliatti difese l’unità del movimento comunista, ma non liquidò mai le posizioni del dirigente sindacale come un semplice errore.
È proprio questo l’insegnamento politico più prezioso: il conflitto di idee non distrusse la loro comune appartenenza di classe. Al contrario, rese evidente che una forza rivoluzionaria matura deve saper affrontare le contraddizioni della storia senza cedere né al dogmatismo né all’opportunismo.
Quel dibattito continua a interrogarci perché ogni fase di crisi obbliga il movimento dei lavoratori a ridefinire il rapporto tra principi, tattica e strategia.
Il partito tra estremismo e tatticismo
Togliatti, rileggendo i trent’anni di vita del PCI, individuava due deviazioni speculari. Da una parte l’estremismo infantile e settario, già denunciato da Lenin, incapace di parlare al popolo reale; dall’altra il tatticismo esasperato, cioè la rinuncia alla strategia rivoluzionaria in nome dell’adattamento permanente alle istituzioni esistenti.
Di Vittorio costituiva la verifica concreta di questa analisi. Nelle lotte sindacali emergeva continuamente la necessità di unire le rivendicazioni immediate con un orizzonte più generale di emancipazione. Senza salario, diritti e dignità non esiste coscienza politica; ma senza una direzione strategica le conquiste del lavoro rimangono sempre esposte alla restaurazione del capitale.
Per questo il rapporto tra PCI e CGIL non fu mai quello di una subordinazione burocratica. Era il tentativo, complesso e spesso contraddittorio, di costruire un’unità fondata sulla partecipazione della classe lavoratrice.
Gramsci, l’egemonia e il blocco storico
Il terreno comune di Togliatti e Di Vittorio è Antonio Gramsci. L’idea del blocco storico insegna che la rivoluzione non nasce da un atto volontaristico, ma dalla costruzione di un’egemonia culturale, sociale e politica. Il partito deve diventare intellettuale collettivo; il sindacato deve organizzare la vita quotidiana del lavoro; le associazioni popolari, la scuola e la cultura devono concorrere alla formazione di una nuova coscienza democratica.
Questo significa che la democrazia non è soltanto una forma istituzionale. Esiste una democrazia sostanziale che si realizza nei luoghi di produzione, nei quartieri, nelle università, nelle organizzazioni territoriali e nella partecipazione popolare.
Togliatti fece propria questa intuizione gramsciana quando pose il problema della via italiana al socialismo: una trasformazione rivoluzionaria radicata nelle condizioni concrete di un Paese a capitalismo avanzato, capace di coniugare legalità costituzionale e lotta di classe.
Dalla crisi della borghesia alla rinascita delle destre
La lezione di quei due dirigenti appare ancora più attuale davanti alla crisi del capitalismo contemporaneo. Oggi non assistiamo semplicemente a una recessione economica: viviamo una crisi finanziaria, ambientale, commerciale e geopolitica che spinge l’imperialismo a utilizzare la guerra come forma ordinaria di sopravvivenza.
In questo vuoto avanzano le destre estreme. I risultati elettorali dell’AfD in Germania, la crescita di formazioni neofasciste e il consolidamento di un liberismo autoritario mostrano come la borghesia, incapace di offrire progresso sociale, alimenti nuove forme di reazione politica.
Il vero pericolo non è soltanto il fascismo dichiarato. È anche quella sinistra liberista che ha abbandonato il conflitto sociale, sostituendo la strategia della trasformazione con una gestione tecnocratica dell’esistente. Quando il lavoro perde rappresentanza, il consenso popolare viene inevitabilmente catturato dalle forze reazionarie.
Di Vittorio e la democrazia partecipativa
L’eredità di Di Vittorio va oltre il sindacalismo tradizionale. La sua idea di CGIL era quella di una grande scuola di cittadinanza e di autogoverno popolare. Il lavoratore non era soltanto un soggetto economico, ma un protagonista della vita democratica.
È questa intuizione che oggi dovrebbe guidare la ricostruzione di un nuovo movimento di classe. La precarietà, il lavoro cognitivo, il lavoro migrante, quello femminile e il lavoro negato dalla disoccupazione rappresentano la nuova composizione del proletariato. Senza organizzazione collettiva queste figure rimangono isolate e ricattabili.
La democrazia partecipativa diventa allora il ponte tra la difesa dei diritti immediati e la prospettiva socialista. Non esiste trasformazione radicale senza il protagonismo quotidiano dei lavoratori.
Un internazionalismo nuovo contro l’imperialismo
Togliatti aveva compreso che la questione nazionale doveva sempre confrontarsi con quella internazionale. Oggi questo principio assume un significato ancora più profondo. L’Unione Europea, i grandi blocchi economici e le guerre permanenti impongono la ricostruzione di un internazionalismo fondato sulla cooperazione tra i popoli e sull’unità della classe del lavoro.
Non basta evocare la pace come valore morale. La pace è inseparabile dall’antimperialismo, perché le guerre contemporanee sono il prodotto della crisi del capitale e della competizione per il controllo delle risorse, dell’energia e dei mercati. Difendere il lavoro significa anche opporsi alla militarizzazione dell’economia e alla trasformazione dell’industria bellica in motore dello sviluppo capitalistico.
La necessità di un partito nuovo
L’insegnamento congiunto di Togliatti e Di Vittorio conduce a una conclusione precisa: serve un partito comunista nuovo, radicato nel mondo del lavoro e capace di esercitare una funzione di avanguardia senza separarsi dalle masse. Non un’organizzazione chiusa e identitaria, ma una forza politica che unisca operai, precari, studenti, tecnici, lavoratori della conoscenza e tutti coloro che subiscono le contraddizioni del capitalismo maturo.
L’unità non nasce dalle formule organizzative né dalle alleanze di vertice. Nasce dall’unità di classe, dall’azione comune, dalla costruzione di organismi democratici nei territori e nei luoghi di lavoro. È qui che il partito ritrova la propria legittimazione storica: non come amministratore dell’esistente, ma come guida di un processo di emancipazione collettiva.
Togliatti parlava della maturità storica dello sviluppo verso il socialismo; Di Vittorio ricordava che senza il protagonismo dei lavoratori ogni progetto politico è destinato a svuotarsi. Oggi, nell’epoca della guerra e della crisi sistemica del capitale, quella lezione torna ad essere una bussola per ricostruire una democrazia popolare fondata sui tre grandi principi del movimento operaio: pace, pane e lavoro.

