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“La tempesta di sabbia”: dossier Sudan

Cambio di regime e processo di transizione nel mondo multipolare

(aprile 2019 – gennaio 2022)

Rete dei Comunisti

Introduzione

Il colpo di Stato di lunedì 25 ottobre in Sudan è stata la più pesante battuta d’arresto del difficile processo di transizione politica dopo la caduta del regime islamico di Al-Bashir che aveva guidato il paese per trent’anni dal 1989 all’aprile del 2019.

Già il periodo successivo alla caduta Bashir era stato da subito pieno di incognite, come aveva dimostrato il massacro del 3 giugno del 2019.

La crisi politica è stata accelerata dalle dimissioni di Abdallah Hamdok all’inizio di quest’anno, il quale era stato rinominato dalla giunta come Primo Ministro in novembre – sotto forti pressioni internazionali – dopo la sua defenestrazione di fine ottobre.

Da allora le manifestazioni contro il Putsch da parte di coloro che di fatto detenevano già il potere non si sono mai fermate, nonostante la violenza di parte statale e le vittime di piazza, più di una settanta all’oggi.

Recentemente il movimento che si oppone al golpe, e che chiede la rimozione dei generali, ha rifiutato la mediazione offerta dall’inviato dell’ONU di intavolare un processo di dialogo che includa i militari, mentre una parte che era entrata nel processo di transizione consentirebbe a riprendere il dialogo.

Le mobilitazioni per defenestrare Bashir erano iniziate il 19 dicembre del 2018 ed avevano avuto come punto culminante il 6 aprile dell’anno successivo, l’inizio del sit-in di fronte al quartier generale dell’esercito.

Il movimento di opposizione aveva avuto, ed ha, tra le sue punte di lancia la Sudan Professional Associations – una coalizione che raggruppa differenti organizzazioni professionali – ed i Comitati di Resistenza territoriali.

I militari che hanno preso il potere erano parte integrante del blocco di potere durante la dittatura, e la porzione più potente che guidava la transizione.

Una parte importante della Comunità Internazionale e gli attori rilevanti a livello regionale come l’Unione Africana e Lega Araba hanno condannato il golpe, con gli Stati Uniti e la filiera di interessi a loro riconducibili che hanno preso una posizione ferma e congelato gli aiuti sborsati per il paese: 700 milioni di dollari per ciò che concerne gli USA e 2 miliardi di dollari da parte della Banca Mondiale.

Una misura presa come prova di forza anche in ragione del fatto che i militari erano stati “sordi” alle pressioni statunitensi, espressesi a ridosso del golpe.

L’Unione Africana ha sospeso la partecipazione del Sudan, mentre l’Unione Europea ha condannato la presa di potere dei militari.

L’ipotesi del golpe era da tempo nella gamma delle possibilità degli sbocchi all’impasse politica dovuto a contraddizioni strutturale del Paese, allo scontro tra i maggiori attori della transizione ed ai cambiamenti negli equilibri politici dell’area, con i maggiori sponsor dei militari al potere – come l’Egitto – che hanno probabilmente dato il nulla osta a tale azione.

Vi è una competizione sempre più acuita tra i maggiori player in quello che gli Stati Uniti volevano – e vogliono – fare uno dei perni di contrasto all’influenza militare russa e a quella economica cinese, legando il Paese tra l’altro al suo maggiore alleato “Medio-Orientale”, cioè Israele.

È chiaro che i militari appaiono per gli Stati Uniti difficilmente gestibili e non possono incarnare quel ruolo di loro pedine nello scacchiere regionale, tenendo tra l’altro conto della maggiore autonomia che hanno assunto i maggiori attori politici regionali e la loro spregiudicatezza nello stabilire relazioni internazionali, segno che la catena della gerarchia imperialista a guida USA si è notevolmente incrinata, così come il modello di sviluppo da loro proposto.

Una tendenza che la sconfitta in Afghanistan ha certamente ulteriormente sviluppato.

Per l’Unione Europea già a metà del decennio scorso, quindi sotto Al-Bashir, il Sudan era una pedina importante per il controllo dei flussi migratori affidati alle RSF che da milizie contro-insurrezionali utilizzate in Darfur sono diventate la gendarmeria per conto di “Bruxelles” della spinta migratoria ,e poi gli ufficiali ed i reclutatori dei mercenari (14 mila) che svolgevano il ruolo di fanteria nella coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen. Una delle peggiori catastrofi umanitarie, ma anche un lucroso affare per l’industria militare dei paesi europei che hanno venduto armi alle peltro-monarchie del Golfo.

USA, UE in primis comunque preferisco fare sfoggio di Real Politik sapendo che i militari sono il “mare minore” rispetto all’avanzamento di un processo politico che si liberi della loro influenza nel Paese.

Dall’altra parte il Sudan è un Paese dalla mai sopita tradizione rivoluzionaria dalla lotta per la Liberazione Nazionale, dove i livelli di organizzazione popolare hanno sventato successivamente al raggiungimento dell’Indipendenza – con vere e proprie insurrezioni – i tentativi di svolte autoritarie che ne hanno caratterizzato la storia. È un Paese con un Partito Comunista dotato di radicate organizzazioni di massa che non ha voluto prendere parte alla gestione di un processo politico di transizione minato sin dalle sue origini da insanabili contraddizioni, ma che riversa ora nelle mobilitazioni tutto il suo potenziale.

Nessuna negoziazione, nessun compromesso, nessuna condivisione di poteri” rimane lo slogan delle strade sudanesi in rivolta.

Una situazione complessa quindi, dov’è bandito qualsiasi approccio semplicistico nella sua lettura, ma che necessita di un ulteriore approfondimento insieme a chi si sta mobilitando qui e là contro il Golpe, affinché le aspirazioni della Rivoluzione di Dicembre non vengano annichilite.

Per questo, abbiamo raccolto una buona parte dei contributi usciti su Contropiano.org sul Sudan dall’inizio del 2019 ad oggi, componendo un “dossier” che possa essere un utile strumento di comprensione.

Buona lettura

SOMMARIO




“Il futuro ha un cuore antico”: ricordando l’Unione sovietica a 100 anni dalla sua fondazione

Volokolàmskaja Chaussée, novembre 1941.
«Non possiamo più, – ci disse, – ritirarci.
Abbiamo Mosca alle spalle». Si chiamava
Klockov.

Rivolgo col bastone le foglie dei viali.
Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia.
Proteggete le nostre verità.

Franco Fortini, 1994

Rete dei Comunisti Roma

Nel 1955 l’autore di Cristo si è fermato ad Eboli, Carlo Levi, come molti altri intellettuali italiani ed europei del tempo, fece un viaggio in Unione Sovietica. Da quel viaggio venne fuori un reportage che intitolò Il futuro ha un cuore antico, libro che fu stampato a fine giugno del 1956, ossia tra il XX Congresso del PCUS (febbraio) e i fatti di Ungheria (novembre), ossia nel momento più difficile del movimento comunista internazionale.

In quel resoconto, che lo scrittore voleva fosse oggettivo e privo di pregiudizi, si trova un passaggio che possiamo prendere ad esempio per illustrare come veniva percepita e cosa rappresentasse storicamente, per larga parte dell’umanità, l’Unione Sovietica:

È come ritrovare un filo, il capo di un filo spezzato, e che qui pare non si sia mai interrotto, qui nel paese della grande frattura, della Rivoluzione di ottobre. Forse, pensavo, la grande frattura dell’Era delle guerre è avvenuta dappertutto, ma in un modo diverso e opposto, e quello che ha toccato e distrutto negli altri paesi, qui è rimasto intatto, e viceversa. Qui si sono rovesciati i rapporti politici e sociali, conservando il costume e i sentimenti: altrove, per conservare i rapporti politici e sociali, si sono rovesciali il costume e i sentimenti.

La grande rottura è venuta qui nel ’17, prima che la guerra avesse toccato la trama delicata dei rapporti che legano l’uomo a sé stesso e agli altri, e la scomparsa totale di una classe dirigente già decaduta ha lasciati integri i valori fondamentali che il mondo contadino e operaio portava in sé, e perfino i modi del gusto, che i nuovi sopravvenuti adottavano, senza modificarlo; e la rottura delle relazioni col resto del mondo aiutava a conservare immobili gusti e sentimenti.

Così come gli abitanti della Nuova Inghilterra hanno serbato i modi puritani della patria di origine, o come i canadesi hanno conservalo il francese del ’700, i sovietici sono rimasti i custodi dei sentimenti e dei costumi dell’Europa, di quando l’Europa era unita, e credeva, tutta intera, in alcune poche verità ideali, e aveva fiducia nella propria esistenza.

Sono le stesse strade che gli uomini della mia età hanno calpestato in un tempo che sembra lontanissimo, e che qui, a ogni diversa prospettiva, a ogni apparire di persona, pare si riaffaccino dal di dentro, dall’intima ombra del tempo: quella semplicità, quell’ingenuità, quell’onestà, quella pulizia morale, quella timidezza, quella volontà di bene: quell’insieme di ideali che raccolgono insieme i miti del progresso, l’ottimismo della ragione, il positivismo, la fede nella scienza, il gusto per l’arte verista e naturalistica e la decorazione eclettica e eteroclita, fiduciosa accostatrice di tutte le possibili tradizioni di tutte le epoche e di tutti i luoghi, la passione per le grandi idee internazionali, il senso del potere dell’uomo sulla natura e sul mondo, la tecnica, la scoperta, la bontà, la virtù.

In questi trent’anni che ci separano dalla fine dell’Unione Sovietica si è lavorato molto per demolire questa immagine che, bisogna dire, si iniziò a picconare sin da subito e con più forza proprio a partire da quel 1956. Da allora l’unità del movimento comunista internazionale si frantumò, e l’immagine della “Madre Patria” del Socialismo subì un costante processo di erosione che perdura ancora oggi, come se l’obiettivo da distruggere fosse più il “mito” che non la realtà stessa dell’Unione Sovietica.

Lo scorso dicembre si ricordavano i 30 anni dalla fine dell’Unione Sovietica: ai discorsi ufficiali di un tempo non è stata aggiunta nessuna parola nuova: è la solita ripetizione di uno stanco rituale, ma con ancora una funzione ideologica.

Tutt’oggi nella pubblicistica e nella ricerca storica permane quello spirito demolitore che non cessa di operare, probabilmente perché l’anticomunismo (di destra, di centro e di sinistra) continua ad essere un – e forse è l’ultimo – saldo baluardo dell’identità ideologica nell’attuale processo di disgregazione dei punti di riferimento tradizionali che da qualche tempo l’“Occidente” sta vivendo.

A trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica, l’“Ovest” non è mai uscito dallo spirito della guerra fredda e dalla ricerca del “male assoluto” contro cui scagliarsi e con cui giustificare la propria esistenza e la propria natura.

Del resto, il “nuovo ordine mondiale”, annunciato all’indomani della dissoluzione sovietica dall’allora presidente americano George Bush senior, è stato da subito caratterizzato da continue guerre e dalla ricerca di nuovi “imperi del male” (come il suo predecessore Ronald Reagan indicò nel 1983 l’Union Sovietica): Iraq, Libia, Afghanistan, Al Qaeda, la Cina, la Russia, la Corea del Nord ecc.

L’URSS fu il primo esperimento nella storia dell’umanità di costruzione di una società socialista, di una società di transizione verso il comunismo, dunque il primo esperimento della pianificazione dell’economia in senso socialista, superando la catastrofica bulimia di profitto del capitale e il suo carattere anarchico, che ha prodotto crisi, impoverimento, sfruttamento coloniale e due guerre mondiali.

Un aspetto che spesso si tende a “dimenticare” è il fatto che l’Unione Sovietica fu uno dei due attori principali della storia mondiale, almeno della seconda metà del Novecento, intorno al quale si riunì un insieme di paesi da essa guidati. Questo costitutiva il blocco dei paesi socialisti, col quale parlavano, in una posizione non prevenuta, i paesi non allineati del Terzo Mondo, che guidavano il processo di decolonizzazione e di sviluppo alternativo a quello del capitalismo.

La storia dell’URSS non può essere letta al di fuori del suo continuo confronto con l’altra da sé, che il “mondo occidentale” guidato dagli USA. La dinamica del “secolo breve”, soprattutto nella seconda parte, non può essere letta al di fuori di questo confronto-scontro tra due opzioni di sviluppo dell’umanità (basta rievocare la vicenda afghana dell’ultimo mezzo secolo per capirlo).

L’Unione Sovietica fu collettivizzazione e pianificazione, ma fu anche decolonizzazione; fu uguaglianza razziale e avanzamento nell’uguaglianza di genere; fu avanzamento della laicità; fu avanzamento dello sviluppo scientifico in senso sociale (di cui, ancora oggi, Cuba è un esempio); fu avanzamento nell’istruzione, nello sport e anche nelle arti (in particolare quella cinematografica, nel balletto e nella musica); fu avanzamento dello sviluppo della persona e delle sue potenzialità; fu avanzamento di uno spirito di servizio pubblico al di là di ogni ritorno personale; fu avanzamento di uno spirito di convivenza comunitario e solidaristico. Fu anche tutto questo. Ma è proprio “tutto questo” che si cerca di demolire.

Finita la commemorazione reazionaria della fine dell’URSS, Accademia Rebelde rilancia e intende ricordare l’Unione Sovietica a 100 anni dalla sua fondazione, non solo per proteggere “le nostre verità”, ma anche per restituire un pezzo di storia (e gloria) del movimento comunista a quelle giovani generazioni che subiscono il continuo furto della storia, oltre che della memoria.

Se il perpetuarsi della memoria è un’opera di partigianeria e serve a costituire un’identità, la conoscenza storica invece è un’operazione di demistificazione e di critica del presente, che continua ad essere presentato come “il migliore dei mondi possibili”, nonostante tutti i suoi disastri sociali, ambientali e umanitari.

Cosa fu l’Unione Sovietica nella concreta costruzione del socialismo? Come modificò la storia mondiale del Novecento? In che modo contribuì a quello che una volta si chiamava progresso dell’umanità? Quale fu il contributo dato allo sviluppo culturale e scientifico? Quali furono le tappe della sua complessa e tutt’altro che lineare storia?

Proveremo a fornire elementi di risposte a queste domande con un ciclo di quattro incontri dedicati ai 70 anni della storia sovietica (che è anche storia mondiale), e con un cineforum che ci introduce in maniera differente dalla la vulgata corrente al mondo al tempo dell’Unione sovietica.

Gli incontri previsti avranno la seguente scansione temporale:

4 febbraio: Dalla vittoria della guerra civile alla NEP;

4 marzo: Dal socialismo in un solo paese alla vittoria contro il nazifascismo;

1 aprile: Il XX Congresso del PCUS, la coesistenza pacifica e la conquista dello spazio;

6 maggio: Dalla competizione con il sistema capitalista alla dissoluzione.

I film che proietteremo sono:

18 febbraio: I dieci giorni che sconvolsero il mondo (1982) del regista sovietico Sergej Bondarčuk, tratto dall’omonimo libro del giornalista statunitense John Reed (nel film interpretato da Franco Nero) e che ci racconta i primi e concitati momenti della prima rivoluzione comunista nella storia;

18 marzo: Va’ e vedi (1985), del regista sovietico Ėlem Germanovič Klimov, che racconta con crudo realismo la Seconda guerra mondiale vista dagli occhi di un bambino bielorusso;

8 aprile: Amlet (1964) del regista sovietico Grigori Kozintsev, con il quale intendiamo offrire uno dei momenti più alti della cinematografia sovietica, che andrebbe rivalutata, se non continuassimo ad avere un’immaginario colonizzato dai prodotti di marca statunitense;

13 maggio: Goodbye Lenin, del regista tedesco Wolfgang Becker, pur nella sua ambivalente visione del mondo della DDR, restituisce in frammenti un’immagine di una socialità differente.

Gli incontri e le proiezioni si terranno alla Casa della Pace, in via di Monte Testaccio 22, Roma. L’ingresso è riservato ai soci 2022.




Passato e presente del Partito Comunista Cinese
Commento e traduzione del Comunicato del Comitato Centrale del PCC

Introduzione a cura di Giacomo Marchetti e Paolo Rizzi (Rete dei Comunisti)

Abbiamo tradotto e pubblichiamo in calce il Comunicato della Sesta Sessione Plenaria del Comitato Centrale, che ha avviato i lavori per il ventesimo congresso del Partito Comunista Cinese del 2022.

È necessario però a nostro avviso inquadrare adeguatamente la funzione complessiva di questo documento, nonché la sua collocazione temporale. Inoltre merita un approfondimento una valutazione sulla Terza Risoluzione sulla Storia del Partito Comunista Cinese [1], che è stata adottata per la Sesta Sessione Plenaria e che viene riassunta nel Comunicato che abbiamo tradotto, e su questo ci soffermeremo nella parte finale di questa introduzione.

Funzione e rappresentazione ideologica

Innanzitutto è un documento di cerniera del lavoro del Partito Comunista Cinese tra la Sesta Sessione Plenaria del Comitato Centrale del PCC ed il futuro Congresso, che si terrà l’anno prossimo come deciso appunto in questa sessione dell’11 novembre. Allo stesso tempo è un documento di cerniera tra gli obiettivi raggiunti dal Partito dalla sua fondazione– avvenuta nel 1921 – ad oggi, di cui svolge nel documento un sintetico bilancio, e quelli che si dà per i cento anni a venire.

Il 2021 ha rappresentato quindi uno spartiacque simbolico, ma non possiamo parlare di una cesura storica tra ciò che è stato e ciò che sarà, ma piuttosto di un ponte.

Come si legge sul finale del documento l’azione del Partito è già proiettata verso gli obiettivi del Secondo Centenario e la preparazione del Congresso: “Il Comitato Centrale ha deciso alla sessione che il Partito Comunista di Cina organizzerà il 20esimo Congresso Nazionale a Pechino nella seconda metà del 2022 e ha detto che questo congresso, che arriverà in un importante momento in cui il Partito avrà cominciato il proprio viaggio per costruire un moderno paese socialista in tutti gli ambiti per realizzare il Secondo Obiettivo Centenario, sarà un incontro veramente importante e un evento politico di grande importanza sia per il Partito che per il paese. L’intero Partito unisce e guida il popolo cinese nel sormontare le difficoltà ed avanzare per ottenere nuovi e grandi contributi nella costruzione verso una moderna società socialista in tutti gli ambiti, assicurare i grandi successi del Socialismo con Caratteristiche Cinesi nella nuova era, e realizzare il Sogno Cinese di ringiovanimento nazionale, ed assicurarsi che risultati eccellenti siano ottenuti entro il 20esimo Congresso Nazionale.”

In secondo luogo, l’importanza che riveste il documento sta nella rappresentazione ideologica che viene data allo sviluppo storico del marxismo cinese – che in realtà è tutt’altro che lineare – ed in generale nella rielaborazione del suo passato nel tentativo di giungere ad una sintesi che funga da tessuto connettivo per il Partito.

Dal documento emerge come Partito – in particolare la lungimiranza della sua leadership e la tenacia dei suoi membri – e Popolo sono i principali motori dello sviluppo storico in grado produrre cambiamenti in grado di andare oltre i confini della Cina. Partito e Popolo – guidato dal PCC – sono concepiti come gli agenti della trasformazione e assi politici centrali di un marxismo-leninismo che viene plasmato dalle condizioni specifiche della realtà cinese, attraverso i suoi interpreti e decisori politici da Mao in poi, e che di fatto – nell’attuale rappresentazione ideologica ufficiale – non comprende la contraddizione di classe.

Un marxismo che nel suo sviluppo ideologico – nella rappresentazione che ne dà il Partito – viene presentato come un sostanziale continuum dalla sua fondazione alla leadership di XI, senza significative rotture, e che costituisce una stratificazione che incorpora le scelte strategiche nei vari passaggi storici e una risorsa per l’orientamento complessivo delle sfide future.

Viene rappresentato quindi un corpo di idee forza che sono il collante ideologico per il lavoro a venire, e che insieme ad un preciso stile di lavoro guidano i membri del Partito, che devono sempre interrogarsi sulla coscienza generale della propria azione: “Ogni membro del Partito dovrebbe tenere a mente cos’è il Partito e qual è la sua missione – questi sono problemi di fondamentale importanza che non dovremmo mai dimenticare. Dobbiamo avere a mente precisamente le tendenze storiche, rimanere fermi nei nostri ideali e nelle nostre convinzioni, e rimanere autentici alla missione fondativa del Partito. Dobbiamo rimanere modesti e prudenti, guardinghi nei confronti dell’arroganza e dell’asprezza, e lavorare sodo. Non dobbiamo essere intimiditi da alcun rischio o farci distrarre, ed essere certi di non fare alcun errore catastrofico su problemi fondamentali. Con la determinazione di non lasciar perdere finché non si ottiene l’obiettivo e con l’attitudine che l’ultima parte del viaggio rappresenta solo il punto a metà, dobbiamo fare sforzi ragguardevoli per far avanzare il ringiovanimento della nazione cinese. “

Crisi sistemica e competizione globale

Un bilancio quello che emerge dal Comunicato da cui vengono espunte in maniera significativa le contraddizioni sviluppatesi in conseguenza della scelta di abbracciare il Modo di Produzione Capitalista e le conseguenti complesse tendenze e controtendenze (o meglio forze e contro/forze) – presenti nell’attuale corso politico cinese nel mondo multipolare.

Un contesto globale caratterizzato da una crisi sistemica del modo di produzione capitalistica, che hanno significative conseguenze sia sulla tenuta interna del “miracolo economico” cinese (sui fondamenti economici tanto della crescita quanto delle crisi economiche che la Cina ha attraversato vedi qui) che nell’evolversi della relazione fra questa e gli altri macro-poli.

Come abbiamo avuto modo di documentare a più riprese è chiaro, tanto ad osservatori esterni quanto interni, che il modello di sviluppo cinese deve ancora affrontare in maniera esaustiva una serie di contraddizioni significative: la polarizzazione sociale; il ruolo ancora rilevante dei monopoli privati e di un settore finanziario in espansione; la transizione ecologica sicuramente. Ma a livello ancora più strutturale: la partecipazione al Modo di Produzione Capitalista espone un paese, anche se guidato da una pianificazione attenta, alle necessarie crisi legate alla fase di sviluppo del capitalismo nel suo complesso. Una crisi sistemica, che si declina in varie forme particolari (crisi sanitaria, finanziaria, delle catene del valore internazionale..) ma che ha avuto e sta avendo conseguenze dirette sulla popolazione, mostrando inequivocabilmente le storture di un modello di sviluppo mutuato dall’Occidente. Questioni a cui l’attuale leadership cerca di porre rimedio, in quel perenne bivio proprio di tutta la storia della Repubblica Popolare tra il proseguimento di un cammino originale verso il socialismo e il ritorno all’ovile capitalista (vedi Samir Amin ).

La crisi sistemica di valorizzazione ha inoltre come conseguenza un inasprirsi della competizione inter-imperialista globale, e la Repubblica Popolare, partecipe del sistema, si trova sempre di più in un contrasto aperto con gli interessi dell’imperialismo statunitense, così come del nascente super-Stato europeo in differenti campi (sulla proiezione internazionale della repubblica popolare vedi qui ). USA e UE non sono disposti a farsi scippare la leadership mondiale sul piano militare, politico ed economico. Questo scontro azzera in tendenza una qualche ipotesi di “coesistenza pacifica” tra questi attori, come si vede chiaramente dai tentativi occidentali di mettere in campo una Nuova Guerra Fredda nei confronti della Repubblica Popolare.

Rispetto a questo inasprirsi delle tensioni internazionali vale la pena a nostro parere sottolineare un passaggio del Comunicato riguardo alla principale faglia di scontro geo-politico con l’Occidente, il controllo dell’Indo-Pacifico, sulla quale Pechino ribadisce una precisa linea guida: “Riguardo al sostegno della politica di Un Paese, Due Sistemi e alla promozione della riunificazione nazionale, ha adottato una serie di misure che vadano a mirare sia i sintomi che la causa alla radice di problemi rilevanti e implementato risolutivamente il principio secondo cui Hong Kong e Macao debbano essere governati da patrioti. Queste mosse hanno aiutato a restaurare l’ordine ad Hong Kong e ad assicurare un ritorno a condizioni normali nella regione. Tutto questo non ha fatto altro che far avanzare l’amministrazione basata sulle leggi ad Hong Kong e Macao e per avanzare con successi continui la politica di Un Paese, Due Sistemi. Dobbiamo sostenere il principio della Cina unica e dell’accordo del 1992. Ci opponiamo fermamente alle attività separatiste che vogliono ottenere un'”indipendenza alla Taiwan”. Ci opponiamo fermamente alle ingerenze straniere. Abbiamo mantenuto l’iniziativa e l’abilità di governare le relazioni tra lo Stretto.”

In questa cornice, vediamo come si inserisce la Terza Risoluzione sulla Storia del Partito Comunista Cinese, ovvero il terzo documento con cui il PCC nella sua storia centenaria trae un bilancio sul proprio operato storico.

Le prime due risoluzioni

La prima risoluzione preparata tra il 1943 e il 1944 durante il “movimento di rettificazione di Yan’an”, la campagna politica di massa iniziata nel 1942 nella base rossa di Yan’an, provincia dello Shaanxi, ultima tappa della Grande Marcia. La campagna di Yan’an riallineò con le buone e con le cattive il gruppo dirigente del PCC al “pensiero di Mao Zedong” che venne inserito nella Costituzione del Partito. La “Resolution on Certain Questions in the History of our Party” emerse come rilettura del decennio precedente attraverso la lente dello scontro tra le due linee di Mao Zedong e di Wang Ming, che possiamo schematizzare rispettivamente con il primo tentativo di sinizzazione del marxismo-leninismo e con la fedeltà all’ortodossia della Terza Internazionale. Il testo venne preparato da Ren Bishi, insieme a Liu Shaoqi, ed ad altri dirigenti già vicini a Wang Ming come gli ex segretari Bo Gu e Zhang Wentian, e come Zhou Enlai. Il testo finale fu rivisto da Mao stesso e condannò definitivamente la “linea di Wang Ming” addossandogli la responsabilità delle sconfitte tra il 1931 e il 1934 [2].

La seconda risoluzione [3] porta il nome di “Resolution on certain questions in the history of our party since the founding of the People’s Republic of China”, venne adottata nel giugno 1981 e notoriamente segna il controllo pieno di Deng Xiaoping sull’organizzazione del PCC. Nonostante il titolo, la risoluzione copre anche il periodo precedente al 1948, confermando le linee della prima risoluzione: “A causa della guida avventurista “di sinistra” di Wang Ming, la lotta contro la quinta campagna di “accerchiamento e soppressione” del Kuomintang finì in fallimento. […] Come risultato della sconfitta causata dagli errori “di sinistra” di Wang Ming, le basi rivoluzionari e le forze rivoluzionare nelle aree controllate dal Kuomintang sostennero pesanti perdite. L’Armata Rossa di 300mila uomini fu ridotta a circa 30mila, il Partito Comunista di 300mila membri a circa 40mila”.

Ovviamente, il capitolo più importante della seconda risoluzione è quello sul decennio della Rivoluzione Culturale, in cui viene elaborata la condanna come un “errore sotto ogni aspetto, lungo e grave”. La risoluzione distingue la “teoria della rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” dal pensiero di Mao Zedong definito come “l’integrazione dei principi universali del marxismo-leninismo con la pratica concreta della rivoluzione cinese”. Secondo la risoluzione, Mao sbagliò ad avviare perché la sua analisi basata sulla teoria della rivoluzione continua portava a una lettura della realtà sbagliata che non corrispondeva né ai principi universali del marxismo-leninismo né alla pratica concreta della rivoluzione cinese. In pratica, la risoluzione di Deng rigettava completamente la lettura per cui il Partito, lo Stato e l’Esercito fossero stati infiltrati da elementi e gruppi disposti a prendere la via capitalista. Accusa che, d’altra parte, era rivolta in particolare a Deng Xiaoping. Sia come sia, la seconda risoluzione incassò Mao Zedong nel ruolo di padre della patria, che porta i grandi pregi della sconfitta dei residui feudali e dell’imperialismo, i meriti della costruzione della Repubblica Popolare e dello sviluppo. Ma anche le colpe di aver sbagliato gli ultimi dieci anni.

La terza risoluzione

L’annuncio di una terza risoluzione sulla storia del Partito ha creato una grande eccitazione che è andata però svanendo subito dopo la pubblicazione. Viene da dire, perché c’è poca polemica di tipo storico da fare. La nuova risoluzione infatti conferma i giudizi storici già emessi: Wang Ming e il suo avventurismo di sinistra continuano a essere responsabili per le sconfitte degli anni ’30, la conferenza di Yan’an continua a riportare il PCC sulla retta via, la Rivoluzione Culturale continua ad aver causato “le più serie perdite e più seri passi indietro dalla fondazione della Repubblica Popolare”. Forse un cambiamento di giudizio storico può essere individuato sul Grande Balzo, in senso negativo. Mentre la seconda risoluzione discuteva un bilancio prevalentemente negativo, ma anche con aspetti positivi, la terza risoluzione si limita a considerare errori il Grande Balzo e le comuni popolari.

Rimangono quindi delusi quegli ambienti giornalistici che preconizzavano una riabilitazione della Rivoluzione Culturale – come per esempio The Diplomat [4], ma qualcosa del genere è discusa anche nel nuovo libro, purtroppo vendutissimo, di Federico Rampini – nonostante sia chiarissimo il giudizio del gruppo dirigente del PCC e soprattutto del suo core leader Xi Jinping. Vale la pena ricordare alcuni fatti biografici: figlio di un alto dirigente purgato durante la RC e riabilitato da Deng, fratello di una donna spinta al suicidio, egli stesso inviato a “imparate dai contadini” nello Shaanxi. Per quanto abbia pubblicamente lodato il periodo tra i contadini come formativo nello smettere di essere “un po’ nerd” e aver imparato l’importanza della pratica, il giudizio sul decennio ’66-’76 non è mai stato messo in dubbio [5]. È interessante notare che su questo il giudizio sui grandi snodi storici del trentennio “maoista” è in effetti abbastanza coincidente con quello della storiografia diffusa in occidente.

Sgomberato il campo da possibili rivoluzioni nella lettura storica, quello che emerge dalla terza risoluzione appare in effetti il contrario: il tentativo di costruire un percorso unitario dei cento anni di storia del PCC che si proietta verso il futuro: quel percorso che i documenti ufficiali dell’era Xi hanno cominciato a chiamare “grande ringiovanimento della nazione cinese”. In questo percorso c’è stata prima la necessaria lotta per la presa del potere, poi una prima fase di costruzione socialista, poi una fase di riforme economiche necessarie per sviluppare ulteriormente le forze produttive mentre ora andrebbe ad aprirsi, una volta raggiunto la status di società socialista moderatamente prospera, la “Nuova Era” di cui cominciamo a vedere le novità. Come nota anche il sinologo Kerry Brown – ad oggi una delle voci più autorevoli degli studi d’area, e anche uno dei più autorevoli ad esprimersi contro l’isteria sinofoba pur essendo tutt’altro che filo PCC – al centro di questo processo resta sempre e comunque il Partito. I suoi leader sono sicuramente importanti, ma quando sono stati raggiunti risultati e vittorie è stato perché il Partito ha lavorato correttamente, quando sono stati fatti errori e commessi crimini è perché si è deviato dai giusti compiti del Partito (per la verità, si tende abbastanza ad imputare queste deviazioni ai singoli, da Wang Ming negli anni ’30 a Zhou Yongkang, Bo Xilai, Sun Zhengcai, e Ling Jihua indicati come bersagli esemplari della campagna anti corruzione che ha marcato l’ascesa di Xi).

Un ultimo punto che è possibile notare è che la terza risoluzione avviene in un momento molto diverso della storia del PCC. La prima e la seconda risoluzione sono state il risultato di lunghe lotte interne al gruppo dirigente del PCC e sono servite a liquidare parti importanti del gruppo dirigente stesso. Per quanto ne sappiamo, questa risoluzione invece arriva in un momento in cui Xi Jinping è già da tempo in controllo della situazione. Sono cadute sì teste eccellenti (Zhou membro del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico, Bo segretario della megalopoli di Chongqing, Sun ministro) e migliaia di ufficiali sono stati purgati. Ma nulla di paragonabile a quello che è successo durante la Rettificazione di Yan’an o nello scontro feroce dopo la fine della Rivoluzione Culturale.

Forse i toni bassi che hanno seguito la pubblicazione della terza risoluzione sono più saggi dei toni alti che l’hanno preceduta. La lettura attenta di questo documento sarà sicuramente necessaria per continuare ad avere una pietra di paragone di quello che il PCC vuole ottenere.

NOTE

[1] “Resolution of the CPC Central Committee on the Major Achievements and Historical Experience of the Party over the Past Century”, disponibile in lingua inglese all’indirizzo: http://www.news.cn/english/2021-11/16/c_1310314611.htm

[2] John W. Garver – Chinese Soviet relation 1937-1945. The Diplomacy of Chinese Nationalism – pp. 242-247

[3] https://www.marxists.org/subject/china/documents/cpc/history/01.htm

[4] https://thediplomat.com/2021/09/is-the-ccp-about-to-rehabilitate-the-cultural-revolution/

[5] Joseph Torrigian – Historical Legacies and Leaders’ Worldviews: Communist Party History and Xi’s Learned (and Unlearned) Lessons – China Perspectives Issues 1-2 2018


Comunicato della Sesta Sessione Plenaria del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista di Cina

Adottato alla Sesta Sessione Plenaria del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista di Cina l’11 novembre 2021

Il 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista di Cina ha tenuto la sua sesta sessione plenaria a Pechino dall’8 all’11 novembre 2021.

Un totale di 197 membri e 151 membri alternati del Comitato Centrale sono stati presenti alla sessione. Membri del Comitato Permanente della Commissione Centrale per l’Ispezione disciplinare ed ufficiali principali di altri dipartimenti rilevanti erano presenti all’incontro senza la possibilità di votare. Anche alcuni colleghi che lavorano ad un livello primario che erano delegati al 19esimo Congresso Nazionale del Partito, assieme ad un numero di esperti ed accademici, hanno partecipato senza la possibilità di votare.

L’Ufficio Politico del Comitato Centrale ha diretto l’incontro. Il Segretario Generale del Comitato Centrale Xi Jinping ha tenuto un discorso importante.

Alla sessione, il Comitato Centrale ha ascoltare e discusso il report sul lavoro dell’Ufficio Politico, presentato da Xi Jinping a nome dell’Ufficio Politico, e considerato e adottato la Risoluzione sugli Importanti Successi ed Esperienza Storica del Partito nel Secolo Scorso e la Risoluzione sulla Convocazione del 20esimo Congresso Nazionale del Partito Comunista di Cina. Xi Jinping ha tenuto chiarimenti esplicativi sulla bozza Risoluzione sugli Importanti Successi ed Esperienza Storica del Partito nel Secolo Scorso.

Alla sessione, il Comitato Centrale ha confermato pienamente il lavoro che il suo Ufficio Politico ha svolto dalla quinta sessione plenaria del 19esimo Comitato Centrale. Si è concordato all’unanimità che l’ambiente esterno sta diventando sempre più complesso e grave nell’ultimo anno sotto l’impatto combinato di cambiamenti mondiali di una scala mai visti in un secolo e la pandemia mondiale di coronavirus, mentre la Cina ha affrontato durissimi compiti nella prevenzione e nel controllo del Covid-19 così come nello sviluppo economico e sociale al proprio interno. L’Ufficio Politico ha tenuto alta la bandiera del Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle Tre Rappresentanze, Lo Sguardo Scientifico allo Sviluppo, e il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo a Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era; e ha pienamente implementato i principi guida del 19esimo Congresso Nazionale del Partito e la seconda, terza, quarta e quinta sessione del 19esimo Comitato Centrale.

L’ufficio Politico ha dato piena considerazione ad imperativi sia domestici che internazionali, coordinando la reazione al Covid-19 con uno sviluppo economico e sociale, e ponendo eguale enfasi su sviluppo e sicurezza. Ha continuato a seguire come principio generale la ricerca del progresso garantendo allo stesso tempo la stabilità, e ha applicato pienamente la filosofia del nuovo sviluppo, e accelerato gli sforzi per stimolare un nuovo schema di sviluppo. L’economia ha mantenuto un buon impulso, avanzamenti positivi sono stati fatti per costruire l’auto-sufficienza tecnologica e scientifica della Cina, ed ulteriori progressi sono stati fatti nelle riforme e nell’apertura. Una vittoria completa è stata raggiunta nella lotta alla povertà secondo le tempistiche previste, il benessere del popolo è ulteriormente avanzato, la stabilità sociale è stata mantenuta, un progresso costante è stato realizzato nella modernizzazione della difesa nazionale e le forme armate, e la diplomazia della Cina con i paesi più importanti è migliorata su tutti i fronti. La campagna per lo studio della Storia del Partito ha prodotto risultati importanti, e gravi disastri naturali di multiple categorie sono state affrontate prontamente. Attraverso questi sforzi, progressi significativi sono stati fatti in tutti gli ambiti di intervento del paese e del Partito.

Una serie di celebrazioni sono state tenute per celebrare il centenario del Partito. Nel suo discorso del primo luglio, il Segretario Generale Xi Jinping ha annunciato che la Cina aveva raggiunto il Primo Obiettivo Centenario di costruire una società moderatamente prospera in tutti gli ambiti, e ha incoraggiato tutti i membri del Partito e l’intero popolo cinese di tutti i gruppi etnici a raggiungere il Secondo Obiettivo Centenario a passi sicuri.

Alla sessione, il Comitato Centrale ha spiegato che una revisione dei principali successi del Partito e l’esperienza storica del secolo scorso è stata necessaria per le seguenti ragioni:

-iniziare un viaggio nella costruzione di un moderno paese socialista in tutti gli ambiti nel contesto storico del Centenario del Partito;

-sostenere e sviluppare il Socialismo con Caratteristiche Cinesi nell’era nuova;

-rafforzare la nostra coscienza dei bisogni per mantenere integrità politica, pensare in termini di ampio respiro, seguire il gruppo dirigente, e seguire la linea della guida centrale del Partito;

-aumentare la nostra confidenza nella strada, teoria, sistema e cultura del socialismo con Caratteristiche Cinesi;

-sostenere risolutamente la posizione centrale del Compagno Xi Jinping nel Comitato Centrale e nel Partito e sostenere l’autorità del Comitato Centrale e il suo gruppo dirigente centralizzato e unificato per assicurarsi che tutti i membri del Partito agiscano all’unisono;

-avanzare nell’auto-riforma del Partito, costruire la nostra forza combattiva, rafforzare la nostra capacità di affrontare rischi e sfide, e mantenere il vigore e la vitalità; e

-unire e seguire il popolo negli sforzi per realizzare il Sogno Cinese di ringiovanimento nazionale.

Tutti i membri del Partito devono sostenere il materialismo storico e adottare uno sguardo razionale sulla storia del Partito. Guardando indietro ai tentativi del Partito nell’ultimo secolo, possiamo vedere perché abbiamo raggiunto successi in passato e come possiamo continuare a vincere in futuro. Questo garantirà che agiremo con grande risolutezza e con un più forte senso di scopo nel rimanere ligi alla missione fondativa del Partito e che sosterremo e svilupperemo più efficacemente il socialismo con Caratteristiche Cinesi.

Alla sessione è stato sottolineato che il Partito ha compiuto un viaggio glorioso negli ultimi cento anni. Dalla sua fondazione nel 1921, il Partito ha fatto della ricerca della felicità per il popolo cinese e del ringiovanimento della nazione cinese la propria missione. Restando fermo sugli ideali comunisti e sulle convinzioni socialisti, il Partito ha unito e guidato il popolo cinese nel lavorare sodo per raggiungere l’indipendenza nazionale e la liberazione popolare e per rendere prospero e forte il nostro paese e portare felicità alle persone.

I tentativi del Partito e del popolo negli ultimi cento anni rappresentano il più magnifico capitolo nella millenaria storia della nazione cinese.

Alla sessione è stato detto che i principali obiettivi del Partito nel periodo della rivoluzione neo-democratica erano di contrastare l’imperialismo, il feudalesimo, il capitalismo burocratico, raggiungere l’indipendenza nazionale e la liberazione popolare, e creare le condizioni sociali fondamentali per realizzare il ringiovanimento nazionale. Nel corso della lotta rivoluzionaria, i comunisti cinesi, con Mao Zedong alla testa, hanno adattato i principi di base del Marxismo-Leninismo alle realtà specifiche della Cina e sviluppato la sintesi teoretica dell’esperienza singolare della Cina, che veniva da prove dolorose e grandi sacrifici. Hanno intrapreso la giusta via rivoluzionaria dell’accerchiare le città dalla campagna e raggiungere il potere statale tramite l’uso della forza militare. Hanno posto le fondamenta del Pensiero di Mao Zedong, che ha stabilito il corso corretto per assicurarsi la vittoria nella rivoluzione neo-democratica. Il Partito ha guidato il popolo nel combattere battaglie sanguinarie con determinazione inscalfibile, riuscendo nella rivoluzione neo-democratica, fondando la Repubblica Popolare di Cina, e raggiungendo l’indipendenza nazionale e la liberazione popolare. Questo pose fine alla storia della Cina come una società semi-coloniale e semi-feudale sotto il comando di un pugno di sfruttatori dell’intera classe lavoratrice, allo stato di totale disunità che esisteva nella vecchia Cina, ai trattati iniqui imposti al nostro paese da potenze straniere, e a tutti i privilegi di cui i paesi imperialisti godevano sulla nostra terra, stabilendo la grande trasformazione del paese da un’autocrazia feudale millenaria a una democrazia popolare.

Questo ha inoltre ridisegnato lo scenario politico globale e ha creato enormi aspirazioni tra le nazioni e i popoli oppressi che combattevano per la liberazione nazionale nel mondo. Lottando tenacemente, il Partito e il popolo hanno mostrato al mondo che il popolo cinese aveva alzato la testa e il tempo in cui la nazione cinese poteva essere bullizzata ed abusata da altri era finito per sempre. Questo ha segnato l’inizio di una nuova epoca di sviluppo in Cina.

Alla sessione è stato detto che i principali compiti del Partito durante il periodo di trasformazione e rivoluzione socialista erano quelle di realizzare la trasformazione da nuova democrazia al socialismo, costruire la rivoluzione socialista, promuovere la costruzione socialista, e gettare le basi per le condizioni politiche fondamentali e le fondazioni istituzionali necessarie per il ringiovanimento nazionale. In questo periodo, i comunisti cinesi, con Mao Zedong alla testa, hanno messo nero su bianco una serie di importanti teorie per la costruzione del socialismo. Il Pensiero di Mao Zedong rappresenta un’applicazione creativa e un avanzamento del Marxismo-Leninismo in Cina. È una somma di teorie, principi ed esperienze sulla rivoluzione e la costruzione in Cina che è stato verificato nella realtà con la pratica e la sua fondazione è stato il primo storico passo nell’adattare il Marxismo al contesto cinese.

Sotto la guida del Partito, il popolo ha lavorato diligentemente per costruire una Cina più forte, con spirito di auto-sufficienza, raggiungendo grandi successi nella costruzione e nella rivoluzione socialista. Questo ha portato il più esteso e profondo cambiamento sociale nella storia della nazione cinese e una grande trasformazione da un paese povero e retrogrado d’Oriente ad un paese socialista. In più, furono stabiliti un sistema industriale completo e indipendente e un modello economico nazionale, le condizioni della produzione agricola furono significativamente migliorate, e progressi impressionanti furono fatti in campi quali l’educazione, le scienze, la cultura, la salute e lo sport. L’Esercito di Liberazione Popolare ha continuato a rafforzarsi, e l’umiliante diplomazia della vecchia Cina ha avuto termine. Lottando tenacemente, il Partito e il popolo hanno dimostrato al mondo non solo di saper distruggere il vecchio mondo, ma anche di saperne costruire uno nuovo, che solo il socialismo può salvare la Cina, che solo il socialismo può far sviluppare la Cina.

Alla sessione è stato detto che i principali compiti del Partito durante il periodo di riforma, aperture e modernizzazione socialista erano di continuare ad esplorare la via giusta per costruire il socialismo in Cina, scatenare e sviluppare le forze produttive, tirar fuori le persone dalla povertà e farle arricchire nel più breve tempo possibile. e spingere di più per il ringiovanimento nazionale fornendo garanzie istituzionali nuove e dinamiche, così come le condizioni materiali per un rapido sviluppo.

Dopo la terza sessione plenaria dell’11esimo Comitato Centrale, i comunisti cinesi, con il compagno Deng Xiaoping alla testa, hanno unito e guidato il Partito e l’intera nazione in una intensa rivisitazione delle esperienze acquisite e delle lezioni imparate sin dalla fondazione della Repubblica Popolare. Su queste basi, e focalizzandosi sulla questione fondamentale di cosa sia il socialismo e su come costruirlo, e seguendo le lezioni della storia del socialismo mondiale, hanno fondato la Teoria di Deng Xiaoping, e si sono impegnati ad aprire le proprie menti e a cercare la verità tramite i fatti. La decisione storica fu fatta per spostare l’attenzione del Partito e del paese sullo sviluppo economico e per lanciare le riforme e le aperture. I comunisti cinesi hanno portato l’essenza del socialismo alla luce, hanno posto le fondamenta per il primo passo verso il socialismo, e hanno reso chiaro che la Cina avrebbe costruito il proprio socialismo e seguito il socialismo con Caratteristiche Cinesi. Hanno risposto concretamente alle domande sul socialismo con Caratteristiche Cinesi e formulato una strategia di sviluppo per raggiungere in primo luogo la modernizzazione socialista nella metà del 21esimo secolo seguendo un programma in tre fasei. Sono quindi riusciti a fondare il socialismo con Caratteristiche Cinesi.

Alla sessione è stato detto che dopo la quarta sessione plenaria del 13esimo Comitato Centrale, i comunisti cinesi, con il compagno Jiang Zemin alla testa, hanno unito e guidato il Partito e la nazione intera nel sostenere la linea e la teoria di base del Partito, approfondendo la capacità di capire cosa sia il socialismo e come costruirlo, e che tipo di Partito costruire e come costruirlo. Su queste basi, hanno fondato la Teoria delle Tre Rappresentanze. Affrontando complesse situazioni domestiche e internazionali e seri passi indietro nel confronto col socialismo globale, hanno messo in salvaguarda il socialismo con Caratteristiche Cinesi, definito la costruzione di un’economia socialista di mercato come obiettivo di riforma e stabilito un metodo di lavoro al riguardo, e stabilito un sistema economico per il primo passo verso il socialismo in cui la proprietà pubblica è il perno della società ed altri tipi di proprietà si sviluppano assieme, così come un sistema di distribuzione della ricchezza dove la distribuzione basata sul lavoro è il perno mentre altre forme di distribuzione esistono accanto ad essa. Hanno aperto nuovi orizzonti per le riforme e le aperture in tutti i fronti e avanzato il nuovo grande progetto per la costruzione del Partito. Tutti questi sforzi hanno aiutato a costruire il socialismo con Caratteristiche Cinesi nel 21esimo secolo.

Alla sessione è stato detto che dopo il 16esimo Congresso Nazionale del Partito, i comunisti cinesi, con il compagno Hu Jintao alla testa, hanno unito e guidato il Partito e la nazione intera nell’innovazione pratica, teorica e istituzionale durante il processo di costruzione di una società moderatamente prospera in tutti gli ambiti. Hanno acquisito una conoscenza approfondita di varie questioni, come che tipo di sviluppo occorre proseguire e come farlo proseguire sotto nuove circostanze, e hanno fornito nuove risposte a queste domande, fondando così lo Sguardo Scientifico allo Sviluppo. Sfruttando un periodo importante di opportunità strategica, hanno focalizzato le proprie energie sullo sviluppo, con l’enfasi di proseguire uno sviluppo bilanciato, sostenibile e comprensivo che metta al primo posto le persone. Hanno lavorato sodo per assicurare e migliorare il benessere delle persone, promuovere la giustizia sociale, rafforzare la capacità governativa del Partito, mantenere la sua natura di avanguardia. Nel fare ciò, sono riusciti a sviluppare e sostenere il socialismo con Caratteristiche Cinesi in nuove circostanze.

Alla sessione è stato sottolineato che il Partito ha sostenuto e sviluppo il Marxismo alla luce di nuove pratiche e caratteristiche dei tempi, e ha risposto efficacemente ad una serie di questioni concernenti il socialismo con Caratteristiche Cinesi, tra cui la via allo sviluppo, lo stadio dello sviluppo, i compiti fondamentali, gli stimoli allo sviluppo, le strategie di sviluppo, le garanzie politiche, la riunificazione nazionale, la diplomazia e la strategia internazionale, la classe dirigente e le forze su cui basarsi, quindi formando la teoria del socialismo con Caratteristiche Cinesi, e raggiungendo nuovi traguardi nell’adattamento del Marxismo al contesto cinese. Il Partito ha guidato il popolo nel liberare le proprie menti e andare avanti, raggiungendo grandi successi nelle riforme, nell’apertura e nella modernizzazione socialista. La Cina ha raggiunto storiche trasformazioni da una rigida economia pianificata ad una vibrante economia socialista di mercato, e da un paese che era ampiamente isolato ad uno aperto al mondo esterno; ha raggiunto lo storico balzo da paese con forze produttive sostanzialmente arretrate alla seconda economia globale; ed è arrivata agli storici obiettivi di alzare gli standard di vita del proprio popolo dalla minima sussistenza ad un livello moderato di prosperità ed infine alla prosperità moderata sotto ogni aspetto. Tutti questi successi hanno segnato il magnifico avanzamento della nazione cinese da quando ha alzato la testa finché è diventata prospera. Lottando tenacemente, il Partito e il popolo hanno mostrato al mondo che le riforme e le aperture sono state cruciali nel rendere la Cina ciò che è ora, che il socialismo con Caratteristiche Cinesi è la giusta strada che ha portato il paese alla prosperità e allo Sviluppo e che la Cina è rimasta al passo coi tempi a grandi passi avanti.

Alla sessione è stato detto che a seguito del 18esimo Congresso Nazionale del Partito, il socialismo con Caratteristiche Cinesi è entrato in una nuova era. I principali compiti che deve affrontare il Partito in questo periodo sono quelli di portare a compimento il Primo Obiettivo Centenario, imbarcarsi sul secondo viaggio per raggiungere il Secondo Obiettivo Centenario, e continuare a tendere verso l’obiettivo principale di ringiovanimento nazionale. Il Partito ha guidato il popolo nell’aumento di confidenza in sé stesso ed auto-sufficienza, e nell’innovare sulle basi di ciò che ha funzionato in passato, il che ha portato a grandi successi per il socialismo con Caratteristiche nella nuova era.

Alla sessione è stato sottolineato che i comunisti cinesi, con Xi Jinping alla testa, hanno posto le basi per il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era basandosi sull’adattamento del Marxismo alle specifiche realtà cinesi e la sua cultura tradizionale, sostenendo il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle Tre Rappresentanze e lo Sguardo Scientifico allo Sviluppo, rivisitando approfonditamente e adattando pienamente le esperienze storiche acquisite sin dalla fondazione del Partito, e procedendo da nuove situazioni. Il Compagno Xi Jinping, tramite una valutazione meticolosa e una riflessione profonda riguardo una serie di importanti questioni teoriche e pratiche sulla causa del Partito e sul paese nella nuova era, ha stabilito una serie di idee, pensieri e strategie originali sull’abilità di governare il paese attorno ad importanti questioni del nostro tempo: che tipo di nuovo socialismo con Caratteristiche Cinesi dovremmo sostenere in questa nuova epoca, che tipo di grande paese socialista moderno dovremmo costruire, e che tipo di partito marxista che esercita una funzione governativa di lungo periodo dovremmo sviluppare, così come in che modo dovremmo muoverci per assolvere a questi compiti. Egli è quindi il principale fondatore del Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era. Questo è il Marxismo della Cina Contemporanea e del 21esimo secolo. Al suo interno si trovano il meglio della cultura e dell’etica cinesi dei nostri tempi e rappresenta un nuovo modo di adattare il Marxismo al contesto cinese. Il Partito ha stabilito la posizione centrale di Xi Jinping all’interno del Comitato Centrale del Partito e del Partito nella sua totalità e definito il ruolo guida del Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era. Questo rappresenta la volontà comune del Partito, delle forze armate e del popolo cinese di tutti i gruppi etnici ed è di decisivo significato per far avanzare la causa del Partito e il paese nella nuova era e per portare avanti il processo storico di ringiovanimento nazionale.

Alla sessione è stato detto che il Comitato Centrale, con Xi Jinping come fulcro, ha dimostrato grande iniziativa storica, un coraggio politico tremendo, ed un potente senso di missione. Tenendo a mente imperativi sia domestici che internazionali, il Comitato Centrale ha implementato la teoria, la linea e la politica di base del Partito e fornito una guida dirigenziale unificato per proseguire la nostra lotta, il grande progetto, la grande causa, il grande sogno. Agendo sul principio generale di far avanzare il progresso mantenendo la stabilità, ha introdotto una serie di principi e legislazioni, lanciato un insieme di iniziative importanti, spinto in avanti con tanti compiti principali, e superato tanti rischi e sfide. Ha risolto tanti duri problemi che erano all’ordine del giorno ma non ha raggiunto tanti obiettivi che ci si era sempre posti ma a cui non si è mai arrivati. Con questo, ha richiesto sempre maggiori successi e cambiamenti storici nella causa del Partito e del paese.

Alla sessione è stato sottolineato che sin dal 18esimo Congresso Nazionale del Partito, il sostegno all’intera classe dirigente del Partito, l’autorità del Comitato Centrale e della sua dirigenza centralizzata e unificata è rimasta forte, i sistemi di dirigenza del Partito sono migliorati, e il modo in cui il Partito esercita la propria guida dirigente si è maggiormente ridefinita. C’è maggiore unità tra tutti i membri del Partito riguardo il pensiero, la risoluzione politica e l’azione, e il Partito ha significativamente ampliato la propria capacità di provvedere una dirigenza politica, dare una guida tramite la teoria, organizzare il popolo ed essere da ispirazione per la società.

Riguardo un pieno e rigoroso auto-controllo, l’abilità del Partito di migliorare e riformare sé stesso e mantenere la sua integrità è significativamente migliorata ed è stato sottolineato il problema di una dirigenza troppo debole e lasciva sulle organizzazioni di Partito a livello fondamentale. È stata raggiunta una vittoria incredibile nella lotta contro la corruzione e questo è stato consolidato in tutti gli ambiti. Grazie al temperamento rivoluzionario, il nostro Partito si è rafforzato notevolmente.

Riguardo la nostra economia, lo sviluppo economico è diventato più bilanciato, coordinato e sostenibile. La forza economica della Cina, il potere scientifico e tecnologico, e la composita forza nazionale hanno raggiunto nuove vette. La nostra economia è su una nuova via di sviluppo ad alta qualità, che è più efficiente, equo, sostenibile e sicuro.

Riguardo le riforme e le aperture, il Partito ha consistentemente promosso riforme più ampie in tutti gli ambiti. Il sistema del socialismo con Caratteristiche Cinesi è ora più maturo e meglio definito, e la modernizzazione del sistema della Cina e la capacità di governare hanno raggiunto livelli più alti. La causa del Partito e del paese irradiano ora di fresca vitalità.

Riguardo il lavoro politico, abbiamo attivamente sviluppato la democrazia popolare con processi completi, fatto sforzi comprensivi per migliorare le istituzioni, gli standard e le procedure della democrazia socialista della Cina, e dato maggior ruolo alle forze del sistema politico socialista cinese in uno sforzo per consolidare e sviluppare la stabilità politica, l’unità e il dinamismo.

Riguardo l’avanzamento di un’amministrazione basata sulle leggi, il sistema di leggi socialista con Caratteristiche Cinesi è stato costantemente migliorato, un progresso solido è stato fatto per rendere la Cina un paese basato sulle leggi ed è notevolmente avanzata l’abilità del Partito di guidare il paese tramite metodi legislativi.

Riguardo gli avanzamenti culturali, abbiamo visto un cambiamento fondamentale nel dominio ideologico, un notevole aumento di confidenza nella propria cultura tra i membri del Partito e il popolo cinese, e un maggiore aumento di coesione nella società. Tutto questo ha fornito solide garanzie ideologiche e potenti ispirazioni per aprire nuovi orizzonti per la causa del Partito e il paese nella nuova era.

Riguardo lo sviluppo sociale, le vite delle persone sono migliorate sotto ogni aspetto. La partecipazione pubblica nell’amministrazione sociale sta crescendo; l’amministrazione sociale è più veloce, più basata sulle leggi e più specializzata. Abbiamo continuato a sviluppare un’atmosfera sana, dove le persone sono capaci di vivere e lavorare in pace, e la contentezza e la stabilità sociale e l’ordine prevalgono. Come risultato, sta continuando il miracolo di stabilità sociale a lungo termine della Cina.

Riguardo l’avanzamento eco-ambientale, il Comitato Centrale ha fatto più sforzi che mai per la conservazione ecologica e ha fatto significativi progressi per costruire una Cina Bella. I nostri tentativi di protezione ambientale hanno prodotto dei cambiamenti trasformativi storici.

Riguardo la difesa nazionale e le forze armate, l’esercito del popolo è passato attraverso un processo di ristrutturazione rivoluzionario in preparazione al prossimo passo in avanti, mentre le nostre capacità difensive sono cresciute di pari passo con la nostra forza economica. I nostri militari del popolo, portando fermamente avanti le missioni della nuova era, hanno intrapreso azioni concrete per salvaguardare la nostra sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo con uno spirito di combattimento indomito.

Riguardo la sicurezza nazionale, abbiamo ampliato la sicurezza su tutti i fronti e affrontato i tanti rischi, le sfide e i turbamenti politici, economici, ideologici e naturali. Questo ha assicurato che il Partito e il paese godano di una lunga stabilità.

Riguardo al sostegno della politica di Un Paese, Due Sistemi e alla promozione della riunificazione nazionale, ha adottato una serie di misure che vadano a mirare sia i sintomi che la causa alla radice di problemi rilevanti e implementato risolutivamente il principio secondo cui Hong Kong e Macao debbano essere governati da patrioti. Queste mosse hanno aiutato a restaurare l’ordine ad Hong Kong e ad assicurare un ritorno a condizioni normali nella regione. Tutto questo non ha fatto altro che far avanzare l’amministrazione basata sulle leggi ad Hong Kong e Macao e per avanzare con successi continui la politica di Un Paese, Due Sistemi. Dobbiamo sostenere il principio della Cina unica e dell’accordo del 1992. Ci opponiamo fermamente alle attività separatiste che vogliono ottenere un'”indipendenza alla Taiwan”. Ci opponiamo fermamente alle ingerenze straniere. Abbiamo mantenuto l’iniziativa e l’abilità di governare le relazioni tra lo Stretto.

Riguardo la politica estera, abbiamo avanzato una diplomazia con Caratteristiche Cinesi con i paesi più importanti su tutti i fronti. Il concetto di comunità umana con un futuro comune è diventato un simbolo che guida i nostri tempi e il progresso umano. La Cina ha fatto passi in avanti con i suoi sforzi diplomatici nel mezzo di cambiamenti globali profondi e ha convertito crisi in opportunità nel mezzo di situazioni complesse sul fronte internazionale. Questi sforzi hanno prodotto un aumento consistente della presenza, dell’influenza e del potere internazionale della Cina che si verrà a formare. Lottando tenacemente, il Partito Comunista di Cina e il popolo cinese hanno mostrato al mondo che la nazione cinese ha raggiunto la trasformazione fondamentale dall’altare la testa al diventare prosperi fino al diventare forti.

Alla sessione, il significato storico del lavoro del Partito nel secolo scorso è stato sottolineato in questo modo:

Ha fondamentalmente trasformato il futuro del popolo cinese, che è stato liberato dalle prepotenze, dall’oppressione e dalla soggiogazione, è diventato padrone del proprio paese, della società e del proprio destino, e sta vedendo ora le aspettative per una vita migliore diventare realtà.

Ha aperto la strada giusta per raggiungere il ringiovanimento della nazione cinese, potendo permettere alla Cina di completare un ciclo industriale in pochi decenni che invece nei paesi sviluppati è durato centinaia di anni e portando ai due miracoli della crescita economica e di una perdurante stabilità sociale.

Ha dimostrato la forte vitalità del marxismo. In Cina, il Marxismo è stato provato come verità scientifica, la sua natura pratica e che mette al centro le persone è stata pienamente implementata e la sua natura flessibile e la sua rilevanza contemporanea sono state ampiamente dimostrate.

Ha prodotto una profonda influenza sul corso della storia mondiale. Il Partito ha guidato il popolo nel cementificare una singolare via cinese alla modernizzazione, creando un nuovo modello per l’avanzamento umano ed espandendo i canali dei paesi in via di sviluppo per raggiungere la modernizzazione.

Ha reso il Partito un precursore dei nostri tempi. Il Partito ha sviluppato una lunga linea di principi ispiratori originati dal suo grande spirito fondatore, preservato la sua avanzata natura e integrità, e continuato a migliorare le proprie capacità amministrative e le capacità di guida. Il Partito ha dimostrato di essere un partito grande, glorioso e corretto.

Alla sessione è stato detto che il Partito ha guidato il popolo in grandi tentativi e accumulato una ricca esperienza storica nel secolo appena trascorso. Questo copre i dieci aspetti seguenti: sostenere la guida del Partito, mettere al centro le persone, avanzare innovazione teorica, rimanere indipendenti, seguire la strada cinese, mantenere una visione globale, fare passi avanti, non farsi mettere i piedi in testa, promuovere il fronte unito, e rimanere ligi all’auto-riforma. Questi dieci punti rappresentano una ricca esperienza pratica accumulata grazie a tesori intellettuali di lungo termine creati grazie agli sforzi comuni tra il Partito e il popolo. Ognuno di noi ne dovrebbe essere contento, sostenerli nel lungo termine, continuare ad arricchirlo e svilupparli nella pratica della nuova era

Alla sessione è stato detto che per raggiungere la missione del Partito, non dovremmo mai dimenticarci perché abbiamo cominciato. Il Partito Comunista di Cina rimane concentrato nel far raggiungere una grandezza durevole per la nazione cinese, e a cento anni dalla sua fondazione, il Partito è ancora al suo inizio. Nel secolo appena trascorso, il Partito ha assicurato straordinari successi a nome del popolo. Oggi guida il popolo nel raggiungimento del Secondo Obiettivo Centenario.

Ogni membro del Partito dovrebbe tenere a mente cos’è il Partito e qual è la sua missione – questi sono problemi di fondamentale importanza che non dovremmo mai dimenticare. Dobbiamo avere a mente precisamente le tendenze storiche, rimanere fermi nei nostri ideali e nelle nostre convinzioni, e rimanere autentici alla missione fondativa del Partito. Dobbiamo rimanere modesti e prudenti, guardinghi nei confronti dell’arroganza e dell’asprezza, e lavorare sodo. Non dobbiamo essere intimiditi da alcun rischio o farci distrarre, ed essere certi di non fare alcun errore catastrofico su problemi fondamentali. Con la determinazione di non lasciar perdere finché non si ottiene l’obiettivo e con l’attitudine che l’ultima parte del viaggio rappresenta solo il punto a metà, dobbiamo fare sforzi ragguardevoli per far avanzare il ringiovanimento della nazione cinese.

Alla sessione è stato sottolineato che tutto il Partito deve sostenere il Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle Tre Rappresentanze, lo Sguardo Scientifico allo Sviluppo ed implementare pienamente il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era. Dobbiamo usare metodi marxisti per osservare, capire e governare le tendenze dei nostri giorni, ed approfondire costantemente la comprensione delle leggi che considerano l’amministrazione di un partito comunista, la costruzione del socialismo e lo sviluppo della società umana.

Dobbiamo aderire alla teoria, alla linea e alla politica di base del Partito; rafforzare la nostra coscienza del bisogno di mantenere integrità politica, ragionare ad ampio respiro, seguire la guida politica, rimanere allineati alla dirigenza centrale del Partito; confidare nella strada, nella teoria, nel sistema e nella cultura del Socialismo con Caratteristiche Cinesi; e sostenere la posizione focale del Compagno Xi Jinping nel Comitato Centrale e nel Partito in generale, e sostenere l’autorità del Comitato Centrale e la sua classe dirigente unificata e centralizzata.

Dobbiamo continuare ad applicare il pensiero attraverso sistemi ed assicurarsi l’implementazione del Piano di Integrazione delle Cinque Sfere e la Strategia Comprensiva a Quattro Punte. Dobbiamo creare un metodo di lavoro per questa nuova era di sviluppo, applicare la filosofia del nuovo sviluppo, stimolare un nuovo schema di sviluppo, e promuovere uno sviluppo di alta qualità. Dobbiamo approfondire le riforme e le aperture in ogni ambito, promuovere una prosperità comune per tutti, e costruire la forza del nostro paese nella scienza e nella tecnologia. Dobbiamo sviluppare una democrazia popolare ad ampi processi ed assicurarsi che sia il popolo a guidare il paese. Dobbiamo continuare a fare avanzare un’amministrazione basata sul ruolo della legge in tutti i campi, sostenere i valori socialisti di base, assicurarsi ed ampliare il benessere popolare nel corso dello sviluppo, e promuovere armonia tra l’umanità e la natura. Abbiamo bisogno di bilanciare lo sviluppo e gli imperativi di sicurezza, sbrigarci a modernizzare la difesa nazionale e le forze armate, e fare passi ben coordinati nel rendere il nostro popolo prospero, la nazione forte, il paese splendido.

Alla sessione è stato detto che l’intero Partito deve mantenere sempre rapporti stretti col popolo ed agire in linea con una filosofia dello sviluppo che metta al centro le persone, così da realizzare meglio, salvaguardare e far avanzare gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione ed unire e guidare il popolo cinese nel lavorare incessantemente per costruirsi una vita migliore. Tutti i membri del Partito devono tenere a mente che si cresce nelle avversità e si muore nella lascività, vedere le cose in una prospettiva strategica e a lungo respiro, e restare attenti a potenziali pericoli. Continueremo ad avanzare il grande progetto della costruzione del Partito nella nuova era, esercitare un pieno e rigoroso auto-controllo, e restare concentrati sul migliorare la condotta di Partito, sostenere l’integrità e combattere la corruzione. Dobbiamo essere capaci di affrontare tutte le difficoltà ed evitare tutte le pressioni ed indirizzare la grande nave del Socialismo con Caratteristiche Cinesi a navigare le onde con irrefrenabile impulso.

Il Comitato Centrale ha deciso alla sessione che il Partito Comunista di Cina organizzerà il 20esimo Congresso Nazionale a Pechino nella seconda metà del 2022 e ha detto che questo congresso, che arriverà in un importante momento in cui il Partito avrà cominciato il proprio viaggio per costruire un moderno paese socialista in tutti gli ambiti per realizzare il Secondo Obiettivo Centenario, sarà un incontro veramente importante e un evento politico di grande importanza sia per il Partito che per il paese. L’intero Partito unisce e guida il popolo cinese nel sormontare le difficoltà ed avanzare per ottenere nuovi e grandi contributi nella costruzione verso una moderna società socialista in tutti gli ambiti, assicurare i grandi successi del Socialismo con Caratteristiche Cinesi nella nuova era, e realizzare il Sogno Cinese di ringiovanimento nazionale, ed assicurarsi che risultati eccellenti siano ottenuti entro il 20esimo Congresso Nazionale.

Il Comitato Centrale chiama l’intero Partito, le forze armate e il popolo cinese a sostenere sempre più il Comitato Centrale che ha in Xi Jinping il suo fulcro, ad implementare il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era e a far avanzare il grande spirito fondatore del Partito. Ricorderemo sempre le glorie e le fatiche di ieri, l’arrivo alla missione di oggi ed essere all’altezza del grande sogno di domani. Impareremo dalla storia, lavoreremo sodo, avanzeremo per un futuro migliore, e faremo sforzi immensi per realizzare il Secondo Obiettivo Centenario e il Sogno Cinese di ringiovanimento nazionale.

Siamo convinti che il Partito Comunista di Cina e il popolo cinese costruiranno sulle grandi glorie e vittorie del secolo appena passato ulteriori grandi glorie e vittorie nel nuovo grande viaggio che ci aspetta nella nuova era.




Transizione ecologica, fissione nucleare e falsa ideologia

Organizzazione giovanile comunista Cambiare Rotta

Riordiniamo le dichiarazioni e le nostre posizioni in merito all’installazione delle centrali a fissione nucleare in Italia che, nelle ultime settimane, hanno rinfocolato e poi alimentato la polemica.

Cingolani, ministro della transizione ecologica del Governo Draghi, in occasione di un evento di Italia Viva ha affermato che gli ambientalisti radical chic sono peggio della catastrofe climatica perché non capiscono che oggi esistono nuove tecnologie per produrre energia pulita attraverso la fissione nucleare e senza chissà quali rifiuti radioattivi.

Le prime reazioni sono provenute dai partiti: mentre il PD si limita a definirla una polemica sbagliata e il M5S manifesta timidamente la propria contrarietà chiedendo un incontro con Cingolani (d’altra parte, dopo l’abbandono di tante cause come quella No Tav, risulta molto poco credibile sul fronte della lotta ambientale), la Lega dal canto suo appoggia il progetto e propone addirittura la costruzione di una centrale in Lombardia.

Come organizzazione che considera l’ambientalismo anticapitalista un piano strategico di lotta e di indagine, non potevamo non inserire queste aperture all’interno di un quadro sicuramente più ampio che abbiamo da tempo iniziato ad analizzare e che riguarda l’intera manovra di transizione ecologica sponsorizzata dall’Unione Europea e riportata dal Governo su scala nazionale.

Delle critiche alla riproposizione del nucleare che abbiamo pubblicato e rappresentato in piazza in queste settimane sottolineiamo allora quella all’atteggiamento di un ministro che posto (come dice lui stesso) di fronte ad una catastrofe verso cui “andiamo sparati” non può proporre un piano credibile di azione e quindi alimenta la propria retorica con visioni che non hanno ancora nulla di concreto.

Per sua stessa ammissione (in seguito alle critiche) ha precisato infatti che “Oggi noi non potremmo fare nulla di nucleare, perché abbiamo un referendum che dice no alle vecchie tecnologie e quelle nuove al momento non ci sono ancora”. Allora a che scopo sollevare la questione? Ci limitiamo a prendere atto del fatto che non si tratta di dichiarazioni spurie, ma che precedono una serie di eventi in preparazione alla conferenza sul clima PreCop26 di cui due sono dedicati interamente alla pubblicizzazione del nucleare come alternativa al fossile.

Fatto sta che queste precisazioni non chiudono la questione dal momento che:

non si ferma la propaganda di greenwashing di molti attori della transizione (governativi e non) all’interno della comunità scientifica e tra i giovani;

non abbiamo ancora chiuso i conti con il nostro passato nucleare: le scorie prodotte trent’anni fa aspettano ancora di essere allocate definitivamente (e questo non è solo un nostro problema)

Insomma, si tratta di un ambito in cui abbiamo tutto l’interesse a mantenere l’attenzione alta non nell’ottica di coltivare la tradizione della “Sinistra dei No”, ma piuttosto perché è un argomento che ci costringe a porci delle domande politiche, che comprendono ma vanno oltre il calcolo sul taglio delle emissioni e riguardano invece direttamente il modello di sviluppo che abbiamo intenzione di sostenere se vogliamo che l’umanità non soccomba.

Per noi guardare la scienza da comunisti vuol dire innanzi tutto chiederci quali sono le priorità che guidano il progresso, chi ne beneficia e a quale prezzo. Significa riconoscere che la scienza non è neutrale: cioè che mentre i suoi risultati sono universalmente validi, l’indirizzo della ricerca è indicato da interessi stabiliti dai rapporti di forza all’interno della società (che, in questo momento, sono tutti a nostro sfavore). è per questo che i momenti di approfondimento sulle ragioni scientifiche dei no alla fissione nucleare non avrebbero senso senza una critica più ampia alla “truffa ecologica” che è la riproposizione in salsa verde del modo di produzione capitalistico, che si è dimostrato incompatibile con i limiti fisici di questo pianeta; ed è per questo che per quanta curiosità scientifica possano suscitare in noi i progressi nell’ambito della fusione nucleare dobbiamo riconoscere che (nonostante i titoli clickbait sul nuovo magnete di ENI) si tratta di una prospettiva lontana dal concretizzarsi e la rotta va invertita ora, non tra 20 o 30 anni.

Le piazze a cui parteciperemo e abbiamo partecipato (dal FFF il 24/09 alla contestazione alla PreCop26 il 2/10) insieme con l’iniziativa che abbiamo organizzato a Bologna e il prossimo dibattito che si terrà al Politecnico di Milano saranno momenti in cui costruire una contro narrazione e pratiche di lotta concrete avverse alla transizione proposta dal Governo, fatta da un lato di proposte fumose e dall’altro di azioni molto concrete volte a reprimere lotte ambientaliste storiche (come NoTav e NoTap) per perseguire il rafforzamento del polo europeo ed assecondare gli interessi delle multinazionali dell’energia.

Pubblicato in: Bollettino internazionale Ottobre 2021

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Afghanistan: Rivoluzione, controrivoluzione e gli scenari dopo la sconfitta dell’Occidente

Il 7 ottobre del 2001 ebbe inizio l’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan con intensi bombardamenti aerei nord-americani e britannici a sostegno della cosiddetta “Alleanza del Nord”.

Questa data costituì per la storia mondiale l’inizio di una serie di eventi che hanno portato alla sconfitta dell’imperialismo occidentale di poche settimane fa, con il ritiro delle truppe statunitensi e il ritorno dei combattenti talebani al potere in Afghanistan.

La “fine” di una vicenda che ha caratterizzato il panorama internazionale negli ultimi 20 anni e ha accompagnato la crescita delle giovani generazioni: una “guerra infinita” data per scontata ed incontestabile, mai realmente compresa e contestualizzata, che ha portato l’Afghanistan ad essere percepito come un mero un mero campo di battaglia.

Insomma, un tornante storico che avrà pesanti conseguenze nel nostro presente, in quanto da un lato ha reso palese al mondo il fallimento dell’Occidente e della sua retorica della “guerra per la pace e la democrazia”, ma dall’altro è già motivo di rilancio per le forze imperialiste pronte a ripartire all’attacco ideologico, militare ed economico dopo essersi brevemente leccate le ferite.

Contro la crisi di civiltà alla quale il capitalismo ci sta portando, dovremo essere politicamente pronti a rinnovare impegno ed iniziative antimperialiste contro la tendenza alla guerra che la dipartita delle truppe occidentali in Afghanistan non ha certo fatto cessare.

UN QUADRO STORICO

L’Operazione Libertà Duratura, iniziata il 7 ottobre di 20 anni fa, era supportata da tre Risoluzioni dell’ONU (nr. 1368,1373 e 1386 del 2001) approvate dopo gli attentati alle Torre Gemelle ed al Pentagono, e di fatto fu il primo atto di quella che venne chiamata ufficialmente Guerra Globale Contro il Terrorismo, cui seguirono operazioni omonime in altri contesti. All’Operazione contribuivano più 70 Paesi, 27 dei quali avevano offerto – tra cui l’Italia – “pacchetti di forze” da impiegare per l’azione bellica.

A questa si è affiancata una forza di sicurezza internazionale, l’ISAF, istituita dalle Nazioni Unite, passata sotto il comando NATO nel 2003 e che nel 2006 assunse ufficialmente il controllo di tutto il territorio.

Il 7 ottobre, però non fu l’inizio ma la continuazione di una guerra, durata circa 40 anni ed iniziata a fine anni settanta, in cui le forze reazionarie del Paese e tutto l’Occidente su cui si è appoggiato hanno le principali responsabilità.

Gli “studenti coranici”, cioè i talebani, erano una milizia tra le altre, emersa nel 1994 a Khandar, ben presto sostenuta dai servizi segreti pakistani, l’ISS, e dall’allora presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan Burhanuddin Rabbani. Si sono affermati poi come forza principale nel composito schieramento che era riuscito a destabilizzare l’Afghanistan repubblicano conquistando Kabul nel 1996, e ora tornano al governo dopo essere stati defenestrati nel 2001, ma senza mai essere veramente usciti di scena.

La guerra civile iniziata nel 1992, durata circa 4 anni, in sostanza aveva visto contrapposte le differenti componenti che avevano lottato contro le autorità legittime afghane dalla Rivoluzione Saur del 1978 e contro le forze dell’Armata Rossa accorse in soccorso del Paese nel dicembre del 1979, ritiratesi nel 1989 in seguito agli Accordi di Ginevra.

Nonostante la partenza dei sovietici, le autorità afghane sotto la leadership di Mohammed Najibullah resistettero per più di tre anni ai mujaheddin che erano stati supportati, addestrati ed armati contro il governo socialista asiatico (e l’alleato sovietico) e da parte soprattutto – ma non esclusivamente – degli USA, della Gran Bretagna, dell’Arabia Saudita e dal Pakistan.

Queste forze furono le principali responsabili del boicottaggio dei generosi sforzi di Najibullah, iniziati già a metà anni Ottanta (supportate dai sovietici), di promuovere una politica di riconciliazione nazionale ed una soluzione politica e non militare al conflitto: una exit strategy che l’ultimo leader comunista concepiva dentro una cornice regionale ed internazionale condivisa. Questi tentativi furono annichiliti dalla volontà di imporre un Nuovo Ordine Mondiale in cui dovevano essere eliminati tutti coloro che non si piegavano ai desiderata di Washington e alleati, nonché dalla sete di potere dei vecchi e nuovi signori della guerra afghani bramosi di conquistare il potere.

Il naufragio di tale ipotesi, aggravato dal collasso dell’Unione Sovietica, fece sprofondare nel caos il Paese.

Gli USA, usciti con le ossa rotte dal Vietnam a metà Anni Settanta ed in piena crisi egemonica – ben prima dell’intervento sovietico – con l’amministrazione Carter avevano iniziato a supportare la destabilizzazione del Paese che aveva intrapreso una transizione socialista. Quest’intervento nel corso degli Anni Ottanta con l’amministrazione Reagan si fece sempre più pesante, coinvolgendo tutto l’arco delle forze politiche, ed impiegando massicciamente la CIA prima e l’USAID poi. Insieme al foraggiamento dei Contras contro la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua, la guerra per procura in Afghanistan divenne uno delle principali strumenti di una contro-offensiva globale contro il campo socialista e di rilancio della Guerra Fredda.

Gli statunitensi, come i britannici a cavallo tra le due guerre mondiali, non si erano posti alcun problema nel supportare gli elementi più retrivi della società in funzione anti-riformatrice ed anti-sovietica. Basti pensare che l’uomo di punta in Afghanistan dei nord-americani tra le file dei mujaheddin è stato Gulbuddin Hekmatyar, un promotore della pratica di gettare l’acido sul viso delle donne non velate e dello scuoiare gli infedeli sovietici!

Ma anche una folta schiera di intellettuali europei si prestarono alla legittimazione dei fondamentalisti islamici dipinti come “combattenti per la libertà”, concependo la contro-rivoluzione come “Resistenza”, e definendo l’Armata Rossa come una forza d’occupazione.

Per le “teste d’uovo” d’Occidente il ruolo retrogrado svolto dal fondamentalismo religioso non era un problema se serviva ad abbattere il comunismo, che si trattasse di una versione oscurantista dell’Islam in Afghanistan o del cattolicesimo in Polonia.

Con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 ed ancora di più con la rovinosa sconfitta nord-americana ed occidentale in Afghanistan si è realizzato il contenuto delle parole profetiche di Najibullah secondo le quali se gli USA non avessero smesso di supportare i fondamentalisti islamici si sarebbero trovati di fronte ad un secondo Vietnam.

LA SITUAZIONE ODIERNA

E così è stato, in un contesto di crisi sistemica e con un Occidente che non ha ancora archiviato la pandemia da Covid-19, e che si trova in affanno rispetto all’affermarsi di attori globali che ne minacciano l’egemonia, in particolare la Cina e la Russia. Un Occidente che sta perdendo la capacità di tenuta nelle sue tradizionali sfere di influenza e con un deficit di credibilità evidente.

La sconfitta sul teatro afghano, sta portando ad una ridefinizione degli equilibri tra gli attori geo-politici in un contesto di feroce competizione globale che mette in crisi i rapporti all’interno dell’Alleanza Atlantica, ridimensiona la capacità di governance delle istituzioni sovranazionali – come il G20 – e costringe l’Unione Europea a fare un balzo in avanti per divenire un polo imperialista vero e proprio, dotato di un proprio strumento militare offensivo e di un complesso militare-industriale sviluppato, con una adeguata gerarchia di comando ed un assetto decisionale efficace in materia bellica.

In questo quadro la tendenza alla guerra e lo svuotamento della residua sovranità decisionale del nostro Paese viaggiano a braccetto, e rafforzano ancora maggiormente l’ipotesi di modello di sviluppo funzionale ai progetti bellicisti delle oligarchie europee.

I COMPITI DEI COMUNISTI

In questo contesto in continua evoluzione i comunisti anche nel nostro Paese devono essere in grado di esprimere una profondità di analisi adeguata in grado di decifrare i cambiamenti in corso come risultato di un processo storico che ha nelle vicende afghane degli ultimi quarant’anni due tornanti storici di eguale importanza ma di segno opposto: la vittoria della contro-rivoluzione patrocinata dall’Occidente prima e poi la sua sconfitta da parte di coloro che l’Occidente stesso ha contribuito a creare.

La barbarie di fronte a cui ci troviamo non potrà far altro che peggiorare, e potranno ampliarsi spazi per un attacco politico che miri a prefigurare un’alternativa di sistema. In questo senso sarà necessario attrezzarsi per riproporre un rinnovato impegno che sappia contestualizzare gli avvenimenti storici, individuare i nemici ed affrontarli.

Una delle prime occasioni nelle quali, probabilmente, si potranno osservare le conseguenze del riassetto internazionale e in cui noi potremo indicare la necessità di un’uscita e di un’alternativa a questa crisi sistemica, sarà il vertice finale del G20 che si terrà a Roma alla fine di ottobre.

Come Rete dei Comunisti e Organizzazione Comunista Giovanile “Cambiare Rotta” lanciamo congiuntamente una serie di iniziative di approfondimento in differenti città che si svolgeranno dalla seconda metà di ottobre sui temi che abbiamo qui sinteticamente espresso.

Contro NATO e l’Imperialismo UE, non un passo indietro!




Elezioni amministrative, la costruzione di una rappresentanza politica

Ci avviciniamo alla scadenza elettorale amministrativa del prossimo 3-4 Ottobre.
Nelle principali aree metropolitane del paese e in una importante regione del Sud Italia, la Calabria, è in corso una campagna elettorale la quale – al di là degli abituali riti e liturgie che accompagnano questo momento – riflette oggettivamente la particolare situazione politica e sociale del paese.
Abbiamo alle spalle i duri mesi della Crisi Pandemica dove – drammaticamente – si sono palesati tutti i limiti e la brutalità dei vigenti rapporti sociali capitalistici i quali, sul piano globale ma, di riflesso, anche sul versante locale hanno rimodellato i livelli di sfruttamento nella società, di crescente aggressione alla natura, di impoverimento generale e di ulteriore distruzione di ciò che ancora residua del vecchio compromesso sociale tra Capitale e Lavoro.
Una complessa dinamica antisociale in corso nel nostro paese, come nell’intera Unione Europea, la quale avrà conseguenze pesanti nel governo dei territori e nei dispositivi delle prossime soglie di governance metropolitana.
Non a caso la questione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è al centro degli appetiti, delle promesse e delle strategie di Confindustria, Associazioni Datoriali, Banche e delle loro dirette controfigure elettorali interessate a questi possibili canali di finanziamento che, seppur a vario titolo, arriveranno nelle città e nei territori.
E’ utile precisare – a fronte delle devianti mistificazioni che ascoltiamo in questa campagna elettorale – che non siamo in presenza di un ritorno al ruolo centrale dello Stato o del Pubblico ma, in realtà, assisteremo e subiremo l’uso privatistico dello Stato e delle risorse collettive a beneficio esclusivamente delle grandi imprese e delle banche.
Per cui non è azzardato prevedere, nel prossimo periodo, il configurarsi materiale di una nuova polarizzazione sociale attraverso un aumento delle diseguaglianze, delle differenze Nord/Sud e l’approfondimento di tutte le fratture salariali e sociali.
Altro – quindi – che Rinascita del paese o nuovo e virtuoso ciclo di benessere collettivo!

Gli interessi dei settori popolari e la Rappresentanza Politica

E’ oramai evidente – nel passaggio elettorale e nella concreta realtà sociale che stiamo attraversando – l’esaurimento di quell’elemento di novità politica che, da versanti diversi, aveva caratterizzato, in questi anni, l’emergere e l’azione dei 5 Stelle e della Lega.
Queste forze politiche – particolarmente all’indomani della catastrofe politica e culturale della Sinistra – avevano agglutinato ed intercettato le spinte al cambiamento che, seppur confusamente, pervenivano dai settori popolari in direzione di un vero cambio di marcia.
A distanza di poco tempo queste forze hanno consumato e tradito tali aspettative, hanno progressivamente diluito i loro contenuti programmatici più avanzati e si sono arenate dentro una svolta governista a tutti i costi.
Le cronache politiche dell’ultimo anno culminate con il varo del Governo Draghi e la conseguente accettazione supina dei dogmi del Mercato, della centralità dell’Azienda/Italia e del complesso delle politiche dei poteri forti sono il suggello, anche attraverso una nuova blindatura autoritaria delle forme di relazione e contrattazione sociale, di questa autentica deriva.
Ancora una volta, quindi, consistenti settori popolari e pezzi di cosiddetto ceto medio colpito e disorientato dall’incidere dei generali fattori di crisi si ritrovano senza una Rappresentanza Politica – sia pur limitata al piano elettorale ed istituzionale – dei loro interessi.
In questa condizione assume rilevanza politica la sfida che Potere al Popolo ha ingaggiato in queste elezioni attraverso programmi e candidati indipendenti e sottraendosi – ancora una volta – da ogni perniciosa suggestione circa improponibili unità delle sinistre o riedizioni di fantomatici centro/sinistra e/o campi progressisti.
Il rilancio organizzato e la riqualificazione dell’intervento politico e sociale nelle periferie delle grandi aree metropolitane, l’uso dello strumento dell’Inchiesta a proposito delle nuove forme dello sfruttamento e la spinta alla connessione con le diversificate espressioni del dissenso e del conflitto sono le modalità e l’attitudine con cui Potere al Popolo approccia al complicato terreno elettorale.
La Rete dei Comunisti sostiene questo tentativo politico ed organizzativo con il suo diretto contributo militante e con l’azione politica – propria di una Organizzazione Comunista a tutto tondo – nei posti di lavoro, nei territori e nella società.

Rete Dei Comunisti




La sconfitta in Afghanistan è un aspetto della crisi sistemica: cause e prospettive

Lorenzo Piccinini, Giacomo Marchetti – Rete dei Comunisti

Questa è la relazione scritta che riproduce l’intervento della RDC all’iniziativa di Potere al Popolo Pisa di Sabato 11 settembre a Pisa in Piazza Chiara Gambacorti: “11 settembre 1973 – 2021. Dal Golpe in Cile alla fuga dall’Afghanistan”

La crisi sistemica dell’MPC e il declino dell’egemonia globale USA

Per inquadrare la situazione attuale dell’Afghanistan è necessario collocarla all’interno della crisi sistemica che il Modo di Produzione Capitalista sta attraversando, e in particolare all’interno della perdita, tendenziale, di egemonia globale che gli Stati Uniti stanno faticosamente affrontando.

La crisi sistemica che il MPC sta attraversando parte negli anni ’70 e deriva dalle crescenti difficoltà di valorizzazione del capitale al termine della cosiddetta “Golden Age” del capitalismo, innestata sulle macerie della distruzione causata dalla seconda guerra mondiale.

A questa incapacità di generare tassi di profitto soddisfacenti il capitale ha reagito mettendo in campo una serie di controtendenze che gli hanno garantito la vittoria storica contro il blocco sovietico, controtendenze la cui capacità propulsiva sembra tuttavia stare esaurendosi.

La finanziarizzazione crescente dell’economia, che ha portato al paradosso che il valore delle transazioni finanziarie è significativamente superiore al PIL globale, ha mostrato di avere gravi effetti destabilizzanti a causa del necessario scoppio periodico di bolle finanziarie di magnitudine sempre più elevata, come dimostrato dallo scoppio della bolla dei sub-prime del 2007-08 (che ha innestato la cosiddetta Grande Recessione da cui l’occidente non si è mai ripreso appieno) o dalla crisi dei debiti sovrani europei degli anni successivi.

Anche altre due controtendenze importanti, l’aumento della produttività dovuto allo sviluppo scientifico e tecnologico e la ormai decennale contrazione dei salari (diretti, indiretti e differiti), sembrano stare incappando in limiti di carattere politico, in quanto la riduzione progressiva delle condizioni di vita in Occidente sta provocando una crisi di egemonia della borghesia che, per quanto ancora sotto controllo, rende meno controllabile dalle élite i processi di ristrutturazione necessari alla competizione globale.

Inoltre la spinta più forte alla ripresa del ciclo di valorizzazione è stata data sicuramente dalla gigantesca espansione del mercato mondiale che ha fatto seguito all’implosione del blocco sovietico e all’apertura della Cina ad inizio degli anni ’90. Oggi non soltanto questa spinta si è esaurita ma la Cina sta emergendo, per via delle leggi interne al MPC, come un competitor economico e antagonista politico del’imperialismo occidentale, al quale invece è stata per anni funzionale. L’acquisizione di tecnologie e mezzi di produzione che non possedeva e la capacità, conseguenza della pianificazione, di spostarsi progressivamente sempre più in alto nella catena del valore – in sostanza l’aumento della composizione organica del capitale – ha infatti messo la Cina in una posizione in cui sta erodendo l’egemonia statunitense nei principali settori strategici.

La crisi sistemica deriva dalla crescente difficoltà di valorizzazione del capitale, che sta portando ad una sempre maggiore competizione a livello internazionale tra macro-blocchi che cercano, sempre più disperatamente, di garantirsi tassi di profitto adeguati.

Una conseguenza eclatante della maturazione delle contraddizioni all’interno della crisi sistemica dell’MPC è l’evidente declino della forza imperialista dominante per buona parte del secolo passato, gli Stati Uniti. L’esistenza di uno stato Egemone nel campo imperialista è stata una novità nella storia del capitalismo, e ha avuto la sua ragione storica nella necessità delle forze capitaliste di fare fronte comune per contrastare la minaccia sistemica rappresentata dall’Unione Sovietica. Con l’implosione di quest’ultima e le crescenti difficoltà di valorizzazione si sono progressivamente esasperate e le fratture all’interno della classe dominante arrivando alla presente situazione di crescente competizione inter-imperialista.

Valutiamo che allo stato presente ci troviamo sostanzialmente in uno stallo, in cui nessun macro-blocco ha la capacità di imporre la propria egemonia in maniera completa. Stallo, che non vuol dire stasi, ma piuttosto uno stato di “frizioni continue” tra blocchi che però non generano un “nuovo ordine”.

Gli USA possiedono ancora una netta superiorità militare, e una posizione di rendita data dal fatto che da Bretton Woods in poi il dollaro è la valuta di riserva globale. Anche sul piano finanziario e monetario, tuttavia, il dominio statunitense non è più assoluto come qualche decade fa, minacciato sia dall’Euro che dai progetti di internazionalizzazione del Renminbi. E allo stesso tempo stanno perdendo la leadership, o quantomeno assumendo una posizione più subordinata, in altri settori strategici come l’innovazione tecnologica, la corsa allo spazio, il controllo delle risorse energetiche.

In sostanza, come anche le fortissime tensioni sociali dello scorso anno intorno alla questione del razzismo sistemico e delle elezioni presidenziali stanno lì a dimostrare, gli USA stanno perdendo la capacita di esternalizzare le contraddizioni che si sviluppano al proprio interno.

La ritirata dall’Afghanistan va interpretata all’interno di questa (relativa e tendenziale) debolezza: oltre che per ragioni politiche e militari, la ritirata da un luogo così strategicamente centrale ha ragioni molto materiali. Gli USA in crisi non sono riusciti a sostenere materialmente i costi di una guerra che si protraeva da 20 anni e che non stava conducendo ad un reale controllo del territorio.

Si tratta allo stesso tempo dell’implicita ammissione che uno dei perni della strategia mondiale statunitense dai tempi di Zbigniew Brzezinski ad inizio anni 80, l’importanza del controllo del centro-Asia per il mantenimento del controllo mondiale, è risultato troppo difficile da perseguire. Si tratta di un grande fallimento per un’influente fetta della classe dirigente americana.

Ora, prima di affrontare le conseguenze di questa sconfitta, di ipotizzare i possibili scenari futuri e quali sono gli attori e gli interessi principali in cambio, nonché di cercare di ricavare delle conseguenze politiche che ci riguardano direttamente, cerchiamo di inquadrare storicamente l’intervento americano in Afghanistan.

L’intervento americano in Afghanistan

Nell’immaginario collettivo occidentale sembra che l’Afghanistan sia un paese nato intorno al periodo dell’attentato alle torri gemelle, e che sia stato sempre e ineluttabilmente un paese retrogrado e intriso di fondamentalismo religioso. Ma la storia naturalmente è molto diversa.

La monarchia afghana si rese politicamente indipendente dal Regno Unito nell’agosto 1919, dopo la terza guerra anglo-afghana. Fu uno dei primi Paesi a riconoscere l’URSS ed a stringervi rapporti di collaborazione. Dopo periodo di tribolazioni politiche e instabilità economica, nel 1978 prese il potere, con un colpo di stato, il Partito Democratico Popolare nella cosiddetta “Rivoluzione d’aprile”. Il partito di ispirazione marxista-leninista, fondato nel 1965, e guidato da Nur Mohammad Taraki, avviò da subito un programma di chiara ispirazione socialista: una grande ridistribuzione delle terre e l’abolizione dell’ushur, una tassa che i braccianti dovevano ai proprietari terrieri, un grande processo di scolarizzazione (anche femminile), programmi di calmieramento dei prezzi dei beni primari, sanità e trasporti pubblici, abolizione dei tribunali tribali, divieto del commercio delle bambine e dei matrimoni forzati.

Queste politiche trovarono l’opposizione, progressivamente sempre più violenta fino alla dichiarazione di una vera e propria jihad, delle gerarchie religiose, che in buona parte coincidevano con la classe di proprietari terrieri, nonostante la religione islamica non fosse stata vietata.

Naturalmente questo genere di politiche non erano gradite agli Stati Uniti (ed essendo oggi l’11 settembre non possiamo non rimandare all’anniversario dell’assassinio di Salvador Allende), e, forte dei consigli strategici di Brzezinski, come menzionato prima, già dall’anno successivo il presidente democratico Carter cominciò un programma si sostegno bellico ed economico alla rivolta dei mujaheddin. “Meglio qualche fanatico musulmano, o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” si chiedeva Brzezinski. È stato questo uno dei primi casi dell’utilizzo spregiudicato da parte occidentale, presso in accordo con le Petro-monarchie del golfo, di gruppi di fanatici islamici al fine di destabilizzazione di una regione, ma nei decenni successivi sarebbe diventato la norma: basti pensare all’Algeria, alla Bosnia, alla Cecenia o, più recentemente, alla Libia e alla Siria.

È in questo contesto, a seguito di un colpo di stato contro Taraki, che si inserisce l’intervento dell’Unione Sovietica, che sarebbe durato nove anni. All’ora la nostra area è stata l’unica in Italia ad esprimere solidarietà internazionalista verso il governo afghano, riconoscendo il peso strategico che quella guerra avrebbe avuto, naturalmente incontrando l’avversione di tutta la “sinistra” e di buona parte del movimento.

I sovietici si ritireranno nel febbraio del 1989, a seguito degli accordi di Ginevra del 1988. Sempre per evitare scorretti parallelismi con il presente, la ritirata sovietica fu significativamente meglio organizzata della sconclusionata fuga statunitense di questo agosto, e il governo di Kabul, guidato da Mohammad Najibullah, resistette nella guerra civile ancora più di tre anni, cercando in ogni modo di portare avanti un processo di pace, fino al 1992 quando fu proclamata la Repubblica Islamica. La guerra civile però continuò, tra i signori della guerra fondamentalisti (i nomi più importanti sono Rabbani, capo del partito islamico fondamentalista, e il feroce capo mujaheddin Hekmatyar, ancora in circolazione) fino al 1996. In questo contesto di instabilità, si fece strada il movimento degli “studenti di teologia”, i Talebani, che presentandosi inizialmente come una forza in grado di mantenere l’ordine sul territorio presero in breve tempo il controllo del paese. L’ex presidente Najibullah, ancora rispettato e influente nel paese, fu barbaramente torturato e ucciso.

A questo punto siamo alla storia nota ai più. Agli apprendisti stregoni statunitensi il “combattente per la libertà” Osama Bin Laden, miliardario saudita che aveva trovato posto nel nuovo emirato afgano, si rivoltò contro la mano che l’aveva foraggiato con l’attentato di cui oggi ricorre il ventesimo anniversario. Con l’invasione statunitense che ne seguì comincia la stagione dello “scontro di civiltà”, con rimandi diretti ai “moderni crociati”, in cui gli USA si autoproclamano il gendarme del mondo con la missione storica di esportare la democrazia e i valori occidentali.

Con l’abbandono del paese da parte dell’ultimo marine fantasma il 31 agosto si può tirare un bilancio di questa guerra, la più lunga che gli USA abbiano mai combattuto: un disastro. Decine di migliaia di morti, naturalmente principalmente afghani (anche civili, più del 50% delle volte per mano della coalizione USA tra l’altro) ma anche 2500 soldati USA, e almeno un numero dieci volte tanto di mutilati, più di 2300 miliardi spesi (815 solo di spese operative, a cui vanno aggiunte spese per gli interessi, per gli aiuti umanitari, per il “nation building”) e nel 2021 i talebani sono al potere di nuovo. In questi 20 anni gli USA si sono macchiati di massacri e crimini di guerra, come quelli compiuti dalla famigerata Task Force 373, come rivelato dagli afghan papers di Wikileaks. Gli stessi I file non rivelavano solo i massacri commessi dalle truppe americane, ma anche dai talebani, in modo particolare quelli causati dai loro atroci attacchi contro la popolazione civile. La maggior parte degli aiuti e dei programmi sono poi finiti nelle mani dei fantocci messi al governo dagli USA e dagli alleati. Un governo di paglia senza alcun contatto con la popolazione. Infatti l’esercito afghano si è sciolto come neve al sole d’agosto con una velocità che apparentemente nessuno, dalla NATO ai talebani stessi, si aspettava. Gli USA e il resto dei paesi della coalizione si sono dimostrati persino incapaci di evacuare quella parte minoritaria della popolazione che aveva collaborato con le forze occupanti.

La situazione oggi in Afghanistan

La situazione oggi in Afghanistan è precaria e, in assenza di sfera di cristallo, è impossibile prevedere con precisione come si evolverà. Quello che è sicuro è che l’Afghanistan è un paese strategicamente importantissimo per tre ragioni:

  • Le risorse minerarie dell’Afghanistan sono valutate oltre ad un trilione di dollari: possiede tra le maggiori riserve mondiali di litio, strategicamente fondamentale con lo sviluppo delle automobili elettriche, ha riserve molto grandi di berillio, che è il pilastro delle industrie elettroniche, degli aerei e dei missili ad alta velocità, dei satelliti e dei veicoli spaziali e infine ha la seconda più grande riserva mondiale di rame, fondamentale in molte industrie, soprattutto quella bellica.
  • L’Afghanistan ha al suo interno una serie di vie di comunicazione strategici (ponti, autostrade, sentieri) per tutte le rotte commerciali dell’Asia del sud. Un’inchiesta del New York Times mostra come già negli anni passati, pur non apparendo nelle statistiche ufficiali, chi controllava, mano armata, quei passaggi commerciali ricavava centinaia di milioni di dollari in “tasse di passaggio”. Non solo questi introiti potrebbero aumentare a dismisura se, come sembra, i talebani si dimostrassero disponibili ad aprire le rotte commerciali con i paesi vicini, ma renderebbero il nuovo governo più resistente al ritiro degli aiuti internazionali, che comprendevano una buona fetta del bilancio statale ufficiale, o ai tradizionali metodi di pressione internazionali – sanzioni e isolamento.
  • Dall’Afghanistan proviene il 90% della produzione di oppio mondiale, e una quota crescente di delle specie di arbusti utilizzati per la produzione di metanfetamine. Forse (ma forse no) sorprendentemente la produzione di oppiacei proveniva in gran parte proprio dalle uniche due province che sono sempre state in mano statunitense, mentre prima i talebani avevano fatto dei tentativi (abortiti in realtà) di ridurre la produzione.

Se in Afghanistan prevarrà la “pace talebana” o se il paese verrà in qualche modo destabilizzato non è possibile saperlo. Sicuramente l’attentato all’aeroporto di Kabul della settimana scorsa (in cui comunque hanno fatto più vittime i soldati americani presi dal panico dei terroristi stessi) è stato un brutto colpo non solo alla credibilità occidentale ma anche a quella degli “studenti di teologia”. L’organizzazione che ha rivendicato l’attentato, l’Isis del Khorasan, è presente sul territorio già dal 2014, ed è stato sia avversario che (più raramente) alleato dei talebani in questi anni. Ispirato ad un antico regno islamico precedente a quello che il mondo islamico chiama l’olocausto mongolo, si è reso in questi anni responsabile di decine di attentati terroristici, e sostanzialmente accusa i talebani di voler fare “la Sharia in un paese solo” e gli rinfaccia l’accordo con gli USA.

La stabilità dipenderà naturalmente anche dall’azione e dalle influenze degli altri attori regionali:

Da parte del Pakistan, considerati gli storici rapporti ed il sostegno che in qualche modo gli ha sempre fornito, la presa del potere dei Talebani è vista come un fatto positivo. Importante considerare che il Pakistan è ora legato a doppio filo con la Cina, ed è uno degli snodi fondamentali della BRI.

La Cina è indicata da molti come la più interessata ad instaurare delle buone relazioni con i Talebani. Per le ragioni elencate prima: risorse minerarie e potenziale centralità nelle rotte commerciali (nonché per la possibile integrazione nella BRI) ma anche perché un Afghanistan destabilizzato potrebbe avere conseguenze nello Xinjiang e. Ricordiamo che la Cina, insieme alla Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan e India fanno parte dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO), organizzazione per garantire la sicurezza regionale di fronte alle minacce del terrorismo, del separatismo e dell’estremismo. La Cina già da Luglio ha avviato relazioni diplomatiche coi talebani come d’altronde ha già fatto la Federazione Russa, che pure si mantiene più cauta.

L’India è sicuramente una sconfitta da questa guerra, che dopo aver riversato miliardi nel governo fantoccio afghano vede ritornarle l’Afghanistan sotto l’influenza dei suoi grandi rivali, il Pakistan e la Cina.

Grandi sconfitti di questa guerra sono sicuramente anche gli stati Europei, che hanno seguito passivamente gli USA in questa avventura fallita. Le classi dirigenti europee, quella tedesca in particolare, sta esplicitando chiaramente questo malcontento, e con tutta probabilità questo diventerà un argomento per portare avanti la necessità di una politica estera autonoma.

Conseguenze della sconfitta statunitense

La sconfitta statunitense in Afghanistan è prima ideologica che militare. Gli USA hanno dimostrato al mondo che la loro “esportazione della democrazia”, i loro “interventi umanitari” sono fallimentari. Hanno dimostrato alle possibili classi conniventi di tutto il mondo che non si riescono a prendere cura nemmeno dei propri collaboratori – e la scena dei precipitati dall’aereo rimarrà stampata nella mente di molti. Hanno dimostrato ai loro alleati in “Medio Oriente” (Israele in primis) che non sono intenzionati più ad investire troppe risorse in loco.

Se questa tendenza si confermerà, una possibilità degli anni futuri potrebbe essere il tentativo di rafforzamento dell’area atlantica, magari sotto il cappello della NATO, uno strumento che fino a poco tempo fa sembrava in via di disgregazione. Macron aveva detto in maniera provocatoria che era in uno stato di “morte cerebrale”. L’Alleanza Atlantica sembra avviata ad essere la vera camera di compensazione tra i Paesi che ne prendono parte, senza che gli USA vogliano intestarsi ulteriormente il ruolo di “primus inter pares”. Gli USA ad ogni piè sospinto ricordano ai propri alleati la necessità di aumentare le spese che destinano alla NATO ed una maggiore assunzione di responsabilità.

Bisognerà vedere come interagirà tuttavia questo tentativo di rafforzamento della “cittadella imperialista” con una competizione che negli anni si è fatta sempre più forte con l’Unione Europea, che, rafforzatasi attraverso ogni crisi (per ultima quella sanitaria) e particolarmente scottata dall’avventura afgana, con tutta probabilità non sarà più disposta ad accettare una posizione completamente subordinata. Anche perché la Cina è sempre disponibile a fare affari, in caso.

La necessità tra le élite europee di dotarsi di una politica strategica di difesa autonoma è un argomento di dibattito da tempo, che potrebbe trovare la sua concretizzazione dopo l’ennesima “sportellata in faccia” ricevuta dal suo alleato, e dalla necessità di salvaguardare direttamente la propria rendita di posizione – e di espansione – in Africa ed in “Medio Oriente”, tenuto conto anche della necessità di contrastare la politica neo-ottomana di Erdogan.

Una riconfigurazione delle modalità decisionali rispetto alle missioni militari in ambito europeo, va di pari passo con la necessità di una maggiore integrazione del complesso militare-industriale ed una sua più incisiva de-connessione dall’industria miliare britannica, e non ultimo nell’ampliare il coordinamento militare “oltre l’ambito NATO” sono i nodi da sciogliere per una reale “politica di potenza” dell’Unione Europa.

Un’altra significativa conseguenza di questo “ritiro atlantico” è sicuramente il rinnovato interesse statunitense per il Sud America, come abbiamo analizzato a lungo durante la nostra campagna “Socialismo e Barbarie” dell’autunno scorso.

Per noi si confermano le linee strategiche che già da tempo abbiamo individuato: il lavoro per la rottura dell’Unione Europea in quanto polo imperialista in costruzione, e l’internazionalismo, in particolare nei confronti delle esperienze progressiste in America Latina, che potrebbe per importanza strategica e magnitudine della lotta di classe in corso, confermarsi come l’anello debole della catena imperialista.




Le tesi politiche della Rete dei Comunisti

per l’Assemblea Nazionale del 2-3 luglio 2021

Indice

UNA CONCEZIONE DEL MONDO RIVOLUZIONARIA

I comunisti hanno prodotto storicamente un’altra concezione del mondo che ora – in piena crisi economica, sanitaria e ambientale del mondo capitalistico – torna ad essere la cornice indispensabile per delineare una via d’uscita progressiva all’involuzione incattivita del vecchio mondo.

Sono perciò impegnati ad agire nella loro pratica quotidiana in coerenza con ciò che sostengono sul piano teorico ed ideale. Dunque, il rapporto con l’attività politica è di tipo militante, disinteressato, mai finalizzato al tornaconto personale.

Danno grande importanza al ruolo che la soggettività può e deve svolgere dentro un processo di liberazione, e la costruiscono come dimensione collettiva organizzata dell’azione politica, rifiutando ogni personalismo. E quando una collettività organizzata assume le sue scelte, i comunisti si impegnano a metterle in pratica con disciplina e senso di responsabilità.

I comunisti non lottano mai per sé stessi, per “imporsi al mondo”. Ma per far maturare un futuro di vera giustizia sociale. Rischiano in prima persona, mettendosi in gioco attraverso la lotta, nella prospettiva del cambiamento.

Combattono la corruzione valoriale ed ideologica diffusa nella società, dunque anche nelle fila della cosiddetta “sinistra”, che ha distrutto la fiducia dei settori popolari nei confronti di attivisti e militanti, sia sociali che politici.

I comunisti sono impegnati, nella dialettica teoria/prassi, a ridefinire nella realtà odierna uno stile di lavoro e di vita che è stato sempre parte integrante del movimento comunista.

1° TESI: LE SCELTE DELLA RDC

LA PREMESSA

Passati oltre venti anni dall’inizio del terzo millennio, è tempo che i comunisti di questo Paese e di quest’area del mondo si mettano di nuovo al passo con la Storia, individuando gli assi portanti del prossimo futuro nonché delle modalità con cui è possibile esercitare un ruolo attivamente rivoluzionario in questi tempi.

Saper guardare al futuro è la chiave di volta per superare definitivamente lo “sconfittismo” che ha afflitto tutta la cosiddetta “sinistra”, soprattutto – ma non solo – europea, dopo la Caduta del Muro.

Ma non c’è nessuno sguardo realistico sul futuro se non si hanno radici ben piantate nella Storia. Il “nuovismo”, ossia la convinzione di poter andare in avanti senza alcuna tradizione o esperienza, è la tomba della capacità di pensare qualcosa di diverso da quel che c’è già.

Il riferimento storico della RdC è il Movimento Comunista del ‘900 che ha cambiato radicalmente il mondo, in quel secolo di lotte di classe, emancipando e liberando le classi subalterne ed i popoli delle colonie, garantendo i diritti dei lavoratori, delle donne e creando le tutele universali con la conquista dello Stato Sociale. Per la prima volta nella Storia “gli ultimi” hanno rovesciato il potere e costruito un diverso sistema di produzione, redistribuzione, vita. Questo non era mai accaduto, in migliaia di anni.

Dentro quella generale funzione emancipatrice avuta per tutta l’umanità, sono emerse contraddizioni e conflitti e nate tendenze divaricanti tra le quali, alla fine del secolo passato, hanno prevalso quelle riformiste, favorite anche dalla riuscita controffensiva mondiale del capitale. Per la RdC quella prospettiva, auspicata soprattutto dai partiti comunisti occidentali a cominciare dal PCI, non solo va ritenuta errata ma è da combattere ancora oggi in quanto va considerata tra le principali cause della disgregazione del fronte di classe.

Abbiamo perciò chiari come RdC anche i limiti di quella esperienza storica; limiti di condizione oggettiva (inadeguato sviluppo delle forze produttive), e soggettiva, cioè l’incapacità di tenere testa allo sviluppo del capitalismo sia sul piano quantitativo che qualitativo. Ovvero è stata dimostrata negli ultimi decenni del secolo scorso una inadeguatezza teorica e di concezione storica dell’alternativa socialista.

Per la RdC sono ancora da indagare sia la fine dell’URSS in relazione ai caratteri del PCUS, sia l’evoluzione della Cina del dopo Mao che oggi si presenta come alternativa all’occidente imperialista ma sulla base dell’uso dello stesso Modo di Produzione per la crescita delle forze produttive. Per i comunisti è questo il livello della sfida politica che si pone di fronte e che ha principalmente una dimensione teorica e storica.

La RdC ha avuto fin dagli anni ’90 coscienza del salto determinatosi in quel periodo ed ha fatto le sue scelte strategiche in relazione a quello, valutando i modi ed i tempi per la riproposizione del ruolo dei comunisti.

La RdC ha concepito e prodotto le proprie scelte a partire dalle rotture generali avute in quest’ultimo trentennio, quella del 1991 con la fine dell’URSS, quella del 2008 con la crisi finanziaria dell’intero occidente e quella attuale segnata dalla pandemia mondiale. In base a queste ha ridefinito nel tempo il ruolo politico e i caratteri dell’organizzazione.

L’attuale crisi di egemonia del Modo di Produzione Capitalista ripropone la necessità dell’alternativa sociale che per noi è il Socialismo del XXI° secolo dentro una rinnovata prospettiva comunista.

La RdC ha avuto sempre coscienza dei propri limiti in quanto riflesso della condizione generale che di volta in volta si è modificata ed evoluta, e da questa è ripartita per le proprie scelte.

Con questa impostazione abbiamo elaborato una ipotesi politica e organizzativa, diversa da quella maggioritaria, affermatasi nel nostro paese, del Partito Comunista di massa, che è quella della strutturazione nei tre fronti della lotta di classe ovvero quello teorico-ideologico, quello politico e quello sindacale-sociale.

Questa scelta soggettiva si è imposta come risposta e adeguamento dell’Organizzazione alle mutate condizioni derivate dalla sconfitta del campo socialista e dal conseguente scompaginamento degli elementi che avevano fatto la forza dei comunisti e del movimento di classe, rendendo quindi impossibile arrivare velocemente ad una nuova sintesi complessiva che era stata raggiunta in passato con il Partito. Questa indicazione di lavoro viene anche dai classici del marxismo, da Engels a Lenin fino a Gramsci, dentro comunque una prospettiva di ricomposizione strategica dei fronti da ricostruire mettendo a prova e verificando le capacità della soggettività organizzata.

In questo senso abbiamo recuperato la necessità di costruire il partito di quadri e militanti ma con funzioni di massa, in quanto si intravedono oggi le possibilità e gli spazi per un processo di sedimentazione delle forze della classe, seppure nel contesto delle molteplici forme che questa oggi assume, ma per la quale rimane centrale la capacità analitica e critica della soggettività organizzata.

Un elemento centrale per la ridefinizione dell’identità comunista di questo secolo è la capacità di recupero della teoria e dell’analisi di classe quali bussole decisive nel complicato scenario internazionale e nazionale, politico e di classe.

Altrettanto importante è definire i valori di una identità e di una militanza comunista che rifiuti l’individualismo, l’irrazionalismo, il corporativismo e rifiuti anche il ricatto della paura fatto dalle classi dominanti, recuperando la concezione collettiva, il valore della razionalità e della scienza, l’uso della dialettica nella riflessione e nell’azione politica. Quello che va affermato è che una forza comunista deve dare il giusto ruolo alla dimensione sovrastrutturale che incide grandemente sulle prospettive e le possibilità politiche. Attualmente viviamo la possibilità di proporre un modello alternativo alla crisi sistemica in atto, risulta quindi fondamentale impostare una controffensiva ideologica al sistema attuale in senso politico, ma anche in senso valoriale e culturale che riaffermi un punto di vista di classe.

I CARATTERI DELLA RDC

La nostra organizzazione ha attraversato diverse fasi, i caratteri di quella attuale sono determinati dalla crisi di egemonia del MPC e dal conflitto e dalla competizione che si incrementano a tutti i livelli, da quello economico-finanziario internazionale a quello politico-militare tra Stati, fino a quelli interni alle classi e tra borghesia e proletariato.

Da questi conflitti prende l’avvio un processo generalizzato di politicizzazione che cambia le condizioni e le forme in cui si manifestano le stesse contraddizioni materiali. Ne è esempio la vicenda della pandemia mondiale che nasce e assume quelle dimensioni anche a causa della distruzione sistematica dei servizi sanitari pubblici perseguita nei decenni passati.

Questa epidemia non è un episodio casuale, ma è il prodotto della vendetta politica messa in atto dalle classi dominanti, di cui l’esempio più lampante è stata la politica di Trump e ora quella di Bolsonaro, che colpendo lo stato sociale, nato dal conflitto di classe del ‘900, intendono riportare a profitto la ricchezza sociale; ciò sta producendo un arretramento di civiltà in tutto il mondo. Quelli che emergono sono infatti i limiti storici di un modello sociale divenuto ormai regressivo per l’intera umanità.

Regressivo e punitivo lo è in particolare per le giovani generazioni, per le quali le prospettive diventano sempre più precarie: emerge così una ulteriore contraddizione politica che è quella tra aspettative e realtà. La mistificazione ideologica prodotta dalla logica del profitto salta nel momento in cui le magnifiche sorti nel capitalismo si palesano come tradimento per il futuro dei giovani. Questo è un ambito diretto di espressione della RdC in quanto pone esplicitamente la necessità della rottura del presente assetto sociale e quella di costruzione di una alternativa generale.

A questi cambiamenti complessivi che si palesano su scala internazionale, non può che corrispondere una modifica delle scelte e dei comportamenti dell’organizzazione. Per la RdC questo significa esplicitamente la necessità di lavorare nella prospettiva di un rivoluzionamento del presente modo di produzione.

Ne consegue la necessità di alzare la qualità dell’elaborazione, dell’azione, del metodo di analisi e di lavoro per predisporsi ora e soprattutto in prospettiva a cogliere le contraddizioni in via di maturazione che già esplicitamente si manifestano.

Questo cambiamento si riversa direttamente in quelli che sono i fronti nel rapporto di massa che abbiamo costruito negli anni come impegno prioritario della RdC, che ha dislocato i propri militanti strategicamente nella decisiva e ineludibile “funzione di massa” a cui oggi deve saper contribuire un’organizzazione comunista.

NEL CONFLITTO DI CLASSE…

I nostri militanti hanno perciò contribuito a determinare la storia di quello che è ed è stato il sindacalismo indipendente e di classe, quale carattere originale del nostro paese, fin dagli anni ’70 navigando dentro le sue contraddizioni e lavorando concretamente per sedimentare nel tempo le forze per una ipotesi di tipo Confederale.

Dentro questo processo abbiamo costruito prima le RdB, poi contribuito a dare vita alla CUB e successivamente all’USB come ipotesi più avanzata sulla strada della confederalità. La scelta di impegnare i comunisti nella costruzione del sindacato di classe, passando attraverso l’esperienza del sindacalismo di base degli anni ’80, è avvenuta sulla base del giudizio di assoluta irriformabilità del sindacato storico. La sua trasformazione in strumento di accompagnamento delle scelte produttive ed economiche del capitale e la funzione di ammortizzatore del conflitto sociale, avviata con la rottura e l’uscita dal movimento sindacale internazionale, ovvero dalla Federazione Sindacale Mondiale, si è definitivamente compiuta con la svolta dell’Eur del febbraio del 1978. Quella scelta, duramente contestata dalla base del sindacato, ha determinato un progressivo indebolimento del movimento dei lavoratori che il sindacato di classe deve oggi rilanciare sconfiggendo ogni ipotesi di subordinazione agli interessi del capitale.

Dai dati produttivi e sociali che si stanno palesando nei continui processi di ristrutturazione generati dallo sviluppo tecnologico e scientifico sotto il segno del capitale a livello internazionale, che producono disgregazione e individualizzazione dei lavoratori, la scelta confederale si conferma come valida, necessaria e sempre più strategica. Ciò anche alla luce dell’imminente processo di ristrutturazione continentale, che verrà introdotto con i finanziamenti del Recovery Fund della UE e che ha come più prossimo precedente la ristrutturazione attuata nelle grandi fabbriche negli anni ’80.

In tal senso è stata fondamentale l’intuizione dell’USB sulla costruzione di strumenti sindacali adeguati, come la Federazione del Sociale, a dare una risposta utile ad accomunare sotto una medesima piattaforma rivendicativa settori apparentemente diversi. In realtà questi sono accomunati da condizioni lavorative quali i bassi salari, l’individualizzazione del rapporto di lavoro, la difficoltà di organizzazione della rappresentanza sindacale classicamente intesa.

In questa prospettiva sappiamo anche per esperienza diretta che non si arriva spontaneamente da parte dei lavoratori in modo cosciente all’obiettivo confederale, ma ciò si realizza solo se esiste una progettualità sostenuta da una solida soggettività.

Ciò si rende necessario in quanto la contraddizione che rappresentava l’operaio massa, e più in generale i lavoratori, dentro la produzione fordista fino agli anni ’70, è stata sistematicamente smontata dalle borghesie dividendo strategicamente il punto più avanzato della produzione dalla presenza di massa della forza lavoro, superando il collo di bottiglia rappresentato, per la valorizzazione del capitale, dalla fase storica della grande fabbrica che allora caratterizzava i centri imperialisti.

Questo ha riportato le relazioni produttive ed i rapporti di forza ad una condizione precedente in cui ritrova vigenza la posizione di Lenin sulla possibilità per i lavoratori di sviluppare solo una coscienza tradunionista se rimangono ristretti nella gabbia delle sole relazioni economiche con il proprio antagonista di classe.

Se c’è un apparente ritorno a forme di relazioni produttive e sociali disgregate e diffuse, come a prima della grande industria fordista, le modalità di reazione dei lavoratori e delle classi subalterne non possono che essere diverse dai decenni recenti. Dunque anche i modelli di organizzazione sindacale e sociale da adottare nel conflitto devono corrispondere a queste nuove condizioni, oggi determinate dalla applicazione della scienza e tecnologia alla produzione, elaborando un progetto organizzato dove il ruolo dell’impegno militante riveste una funzione centrale.

E IN QUELLO POLITICO

Se sul sindacalismo indipendente abbiamo avuto un lungo periodo di verifiche delle ipotesi fatte, sulla questione politica relativa alle nuove condizioni e forme della classe siamo in una fase di ipotesi e verifica da fare in rapporto ai caratteri della società odierna e nel lavoro pratico da produrre.

La definizione di una politica di classe oggi non può prescindere dal livello di integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, integrazione finanziaria, produttiva, sociale e, per ora, parzialmente istituzionale, che diventa sempre più stringente producendo quella “gabbia dei popoli” che per i comunisti in Europa diviene il nemico principale da battere. In questo senso la RdC ribadisce la necessità di rompere l’Unione Europea e di lavorare nella prospettiva di una comunità euromediterranea che guardi verso il sud del mediterraneo e del mondo.

Questo processo di sussunzione della dimensione nazionale nella progettazione europea sta bloccando ormai da trent’anni la politica nel nostro paese, perché gestito dagli apparati burocratici della UE, espressione diretta della borghesia finanziaria e delle grandi imprese multinazionali a base continentale.

Divenire paese marginale dentro la dinamica unitaria ha significato non solo penalizzare le condizioni economiche e sociali delle classi popolari, ma ha reso impotente la politica nazionale e accentuato i caratteri deleteri di una classe politica indecente ed inetta. Va dato un giudizio senza appello verso le forze di centro sinistra, a cominciare dal PD, che si sono fatte rappresentanti e servili esecutori degli interessi della borghesia, della finanza e dell’eurocrazia, impegnandosi attivamente nell’attacco diretto ai lavoratori e alla società nel suo complesso in ottemperanza al progetto della UE.

Per quanto riguarda le altre forze politiche, hanno sufficientemente dimostrato di non avere alcuna capacità di proporre e perseguire una ipotesi alternativa a quella dominante come espresso dall’arrendevolezza e dal servilismo verso i poteri forti europei; queste forze seppure dispongano di un’ampia adesione elettorale, non hanno nessuna capacità di governo e di gestione della società come ha ampiamente dimostrato il fallimento del precedente governo gialloverde di M5S e della Lega salviniana.

Che siamo in questa situazione sta lì a testimoniarlo il governo Draghi che non rappresenta certo l’anomala maggioranza governativa, ma deve garantire una prospettiva di stabilità per i progetti della UE impegnata in una competizione globale che diventa sempre più pressante e che spinge verso un forte processo di centralizzazione finanziaria, produttiva, politica e militare.

Un giudizio altrettanto critico va dato sulla sinistra politica in genere, in quanto, seppur reduce di una sconfitta ulteriore nel primo decennio del secolo, non è stata in grado di produrre una struttura di pensiero ed un agire politico coerente con i nuovi caratteri della situazione internazionale, nazionale e di classe.

Si sta materializzando nuovamente quanto sostenuto da Gramsci nei Quaderni, ovvero che la politica non ce la fa più ad agire da cerniera tra il dato strutturale e quello sovrastrutturale, ovvero non riesce più a produrre egemonia di fronte alla divaricazione tra le crescenti contraddizioni materiali del modello sociale attuale e la capacità di orientamento politico e culturale verso le classi subalterne.

In questo senso vanno interpretati i sintomi di irrazionalità che travolgono la società, sia che questi possano essere la riproposizione di ideologie fasciste e naziste, l’affermazione di pseudo movimenti negazionisti rispetto al Covid o ancora l’uso viscerale delle reti social che dimostra il profondo radicamento di tale comportamenti nel corpo sociale, incluso quello più popolare.

Va detto altrettanto chiaramente che questo non è un dato solo italiano ma riguarda tutto l’occidente ed i paesi a questo alleati; dagli USA, per il quasi 50% di voti presi nel 2020 da Trump, fino ai partiti nell’Unione Europea, in particolare quelli dell’est Europa, passando per il Brasile di Bolsonaro. Dunque la crisi della politica è un effetto diretto della fine dell’egemonia del capitale in tutto il mondo imperialista.

Anche su questo terreno l’impegno dei nostri militanti è stato continuativo, mirando alla ricostruzione di una rappresentanza politica delle classi subalterne e dei lavoratori che non si presenta certo come obiettivo facile da raggiungere e costruire. Abbiamo infatti operato dentro il Comitato No Debito dal 2011, passando poi per l’esperienza di Ross@ e successivamente costruendo Eurostop, mantenendo una coerenza di fondo con l’obiettivo strategico sulla rappresentanza. Un ulteriore passaggio l’abbiamo fatto contribuendo a costruire ed a consolidare “Potere al Popolo” che per noi oggi rappresenta l’ipotesi più avanzata da verificare nel contesto attuale sulla prospettiva che ci siamo dati.

Una cosa ci appare, però, chiara: i referenti di questo lavoro non possono che essere i settori sociali di classe, ed i loro possibili alleati, quale unico metro di misura della fattibilità e del raggiungimento di un tale obiettivo. Quello che non riteniamo possibile è che una tale rappresentanza passi attraverso un piano puramente elettoralistico e quelle che sono le forze residuali della variegata sinistra del nostro paese. Ciò per l’evidente motivo che non è possibile per noi riprodurre un partito comunista di massa per i motivi strutturali che abbiamo fino ad oggi evidenziato e la definitiva estinzione del “tesoretto” elettorale e d’opinione del cosiddetto “popolo della sinistra”.

Altrettanto chiaro è che vada data, in questa prospettiva, una particolare attenzione nella costruzione della rappresentanza di classe alle questioni ambientali, di genere e sull’immigrazione che sono elementi di organizzazione del conflitto e di rottura con le politiche dei governi che si succedono sempre asserviti all’ideologia dominante che vuole piegare tutto al profitto.

In base a questa analisi e alla conseguente scelta dall’inizio degli anni 2000 abbiamo lavorato sull’ipotesi di rappresentanza politica, vedendoci confermati nella nostra convinzione dal crollo elettorale della sinistra unita nel 2008 e dall’affermazione di forze “spurie” e contraddittorie quali quelle del movimento 5 stelle, in particolare, ma anche della “nuova” Lega salviniana che sono stati chiari fenomeni di smottamento delle precedenti rappresentanze tra i settori operai e popolari.

Questi fenomeni sovrastrutturali, populisti o sovranisti, oggi sono anche loro in panne e sono la cartina tornasole dell’assenza di una riposta positiva all’esigenza di una rappresentanza politica antagonista alle politiche dei governi europeisti. Dunque tale questione ora si ripropone appieno ed è all’ordine del giorno della discussione per i comunisti e la sinistra di classe.

Per l’insieme di queste scelte la RdC ribadisce la necessità di continuare a lavorare sulla prospettiva dei tre fronti, quello strategico, quello politico e quello sindacale-sociale, con la coscienza che l’incedere delle contraddizioni e la loro politicizzazione di fatto spingono verso un processo di ricomposizione di unità di classe che allo stato non è ancora chiaro nei tempi e nelle forme, ma che si pone come condizione potenziale prodotta da una realtà in continua evoluzione.

Non rispondere a questa necessità porterà inevitabilmente altre forze, a noi antagoniste, a coglierla in modo mistificato ed a utilizzare questo spazio politico in direzioni diverse da quella di una moderna rappresentanza di classe.

2° TESI: IL CORSO ATTUALE DELLA CRISI CAPITALISTICA, IL CARATTERE STRUTTURALE DELLA CRISI DEL MPC

Parte 1 | IL COVID HA ACCELERATO I PROCESSI NELLA CRISI SISTEMICA

LA CRISI È SISTEMICA

La situazione che si è determinata con la “globalizzazione” dell’epidemia di coronavirus è il prodotto di una crisi sistemica che in questi anni ha mostrato diversi volti ed oggi si presenta nella veste di una pandemia. Il tentativo dei mass media è quello di concentrare lo sguardo sugli aspetti secondari e di sviare l’attenzione dalle vere cause che hanno prodotto nel tempo questi drammatici risultati, per un sistema sociale che dopo un trentennio di “egemonia” è condannato a regredire amplificando tutte quelle contraddizioni da esso stesso generate a cavallo del millennio. Sta emergendo infatti che la mondializzazione non può essere governata con una logica capitalista che ora si ripropone con i caratteri dell’imperialismo e della competizione.

La crisi attuale è sistemica perché sempre più ampia è la divaricazione fra sviluppo delle forze produttive e la modernizzazione/socializzazione dei rapporti di produzione, al punto che sono ormai intaccati non solo questi ultimi ma le stesse relazioni sociali in tutti i paesi a capitalismo maturo.

L’attacco allo stato sociale, e quindi gli enormi tagli alla sanità su cui oggi si è potuta innestare la pandemia, è stato infatti uno degli elementi di tenuta e di rilancio del capitalismo su scala internazionale in seguito all’emergere della crisi sistemica, assieme alla finanziarizzazione, allo sviluppo del settore terziario, all’informatizzazione, alla digitalizzazione e all’investimento tecnologico generalizzato, all’attacco ai salari, e non ultimo assieme a una grande offensiva culturale.

L’attuale crisi del capitale viene da lontano e mostra la sua natura strutturale già dai primi anni ‘70, con una tendenza al ristagno con forti e continue tensioni recessive, ma con una riduzione temporale dei cicli delle crisi finanziarie. Manifestatasi nel ’71 con la fine di Bretton Woods e della convertibilità estera in oro del dollaro statunitense, maturando poi con la prima crisi petrolifera del ‘73, la crisi di sovraccumulazione si riversa sul mercato dei capitali con il crollo di Wall Street dell’ ’87. La stessa corsa alle armi stellari da parte degli USA aveva per presupposto la mancanza di spazi di sviluppo per l’economia capitalista. La fine dell’URSS apre all’improvviso questi spazi ed una parte dei capitali costretti nel solo mercato finanziario trova uno sbocco produttivo per la propria valorizzazione nella nuova condizione internazionale.

I cicli delle crisi finanziarie hanno evidenziato come le diverse forme di indebitamento crescente, interno ed esterno, pubblico e privato, abbiano di fatto garantito la sopravvivenza degli storici centri di accumulazione del capitale del Nord America e dell’Europa Occidentale. Gli stessi istituti finanziari si sono salvati solo grazie agli interventi degli Stati, che hanno trasferito ricchezze ingenti dalle tasche dei cittadini alle casse delle Banche e dei fondi di investimento.

Il Modo di Produzione Capitalistico è legato ormai a limiti difficilmente superabili e che rendono improbabile il ripristino di un nuovo modello di valorizzazione del capitale e l’avvio di un nuovo processo di accumulazione. Il sovra-indebitamento risponde all’obiettivo di ritardare il momento in cui la caduta della redditività si traduce in una forte diminuzione complessiva dei beni e della massa dei profitti, momento in cui si produce un fatale squilibrio tra il ritmo della produzione, quello della realizzazione e quello della valorizzazione del capitale, condizione ultima della crisi.

La lettura della crisi, per quanto possa essere oggi profonda, non deve portare ad una visione “crollista” del MPC smentita più volte dalla Storia, ma dice che la crisi oggi è immanente. Questo prolunga la sua agonia e la sua eventuale precipitazione può dipendere da molti fattori non ultimo quello dell’emergere di una soggettività antagonista. La crisi va vista dunque come un procedere storico delle contraddizioni di fondo del MPC dentro le quali l’alternativa rivoluzionaria matura e si propone.

1. Limite dato dalla tendenza storica della caduta tendenziale del saggio di profitto prodotta dall’aumentato peso della tecnologia e della scienza nella produzione e la drastica riduzione del lavoro vivo, cioè di quella parte che produce valore. Nei paesi a capitalismo maturo è entrato in crisi lo sviluppo nel settore terziario, che ha superato come dimensione la produzione industriale in sovrapproduzione dagli anni ’70 mentre il fordismo diventava appannaggio dei paesi in via di sviluppo, cresciuto piegando al profitto privato i servizi ed i beni pubblici accumulati dal conflitto di classe del ‘900, che indirizzò risorse e capitali a vantaggio della dimensione sociale.

2. Limite dei mercati mondiali che non possono ulteriormente svilupparsi se non per porzioni inadeguate. La Cina è stata l’ultima frontiera che si è aperta al capitale seguita dall’India e da altri paesi della ex periferia produttiva, ed ulteriori allargamenti significativi all’oggi non sono materialmente dati.

3. Limite all’uso della leva finanziaria che manifesta sempre più un carattere di sovrapproduzione di capitale con rischi di crisi ed esplosione di bolle speculative. I “quantitative easing”, i tassi a zero o addirittura negativi, le banche sovraesposte nei prestiti non garantiti, le bolle speculative di vario tipo, le criptomonete sono tutti i sintomi di una sovrapproduzione di capitale destinata a produrre effetti disastrosi più di ogni crisi finanziaria verificatasi negli ultimi quarant’anni, perché tutti gli attori in campo sono condannati a confliggere e a collaborare proprio a causa della dimensione finanziaria la quale, crollando, non lascerebbe nessuno al riparo dal fallimento.

4. Limite dato alla compressione ormai quarantennale dei salari diretti, indiretti e differiti che stanno producendo a livello mondiale diseguaglianze sociali profonde e crisi delle istituzioni e della politica in generale come strumenti dell’egemonia della classi dominanti. La riduzione del salario sociale complessivo deprime il mercato ed accelera i processi di ristrutturazione che chiedono sempre meno forza lavoro e occupata in modo sempre più flessibile.

5. Conflitto insanabile tra capitale e natura come dato oggettivo, anche se i tentativi di usare la crisi ambientale per ricostruire i livelli di profitto sono evidenti anche nell’uso strumentale dei movimenti e delle politiche statuali.

DALLA COMPETIZIONE INTERNAZIONALE ALLO STALLO DEGLI IMPERIALISMI

Negli ultimi decenni vi è stata una crescita esponenziale delle importazioni, delle esportazioni ed in particolare degli investimenti diretti esteri. Tali processi sono dovuti, e fortemente legati, all’attività delle imprese multinazionali, le quali hanno risposto ai continui mutamenti del mercato internazionale connessi allo sviluppo tecnologico ed alle politiche di liberalizzazione, con accresciuti livelli di competizione e con una serie di strategie a carattere espansivo.

Consideriamo la globalizzazione neoliberista a carattere finanziario come il risultato della decisione degli Stati Uniti di trattare i propri problemi di bilancio senza un rilancio reale della propria economia e scaricandoli all’esterno.

In termini generali, la globalizzazione può essere intesa come un processo su scala mondiale di redistribuzione del potere tra le classi sociali (dai lavoratori verso i capitalisti) e tra i territori (dalla zone rurali a quelle urbane, dalle periferie delle città ai centri d’affari, dalle regioni meno sviluppate a quelle più sviluppate, insomma, dalle periferie al centro). Questo è avvenuto all’interno dello stesso continente europeo sotto la guida degli apparati comunitari.

Ciò ha comportato un innalzamento repentino dei livelli di concorrenza e l’espansione delle grandi imprese multinazionali, le quali attraverso operazioni di acquisizione e fusione oltre confine hanno creato vere e proprie reti di produzione su scala internazionale, sviluppando sia la concentrazione sia la centralizzazione dei capitali lungo la linea determinata dalla divisione internazionale del lavoro.

La corsa ai profitti dell’occidente capitalista ha portato investimenti nelle aree fin lì non ancora subordinate all’economia di mercato, in modi diversi in Cina, India, Russia e nei paesi dell’Europa dell’Est, amplificando e velocizzando così il ciclo economico del capitale. Se fino a metà del passato decennio c’era omogeneità nelle tendenze economiche internazionali tra centri imperialisti e quelli che sono stati definiti BRICS, da quando nel 2007 è emersa la crisi da sovrapproduzione di capitali le tendenze alla crescita si sono divaricate e al blocco della crescita presente al centro ha corrisposto uno sviluppo economico della periferia. Gli enormi investimenti esteri realizzati dagli anni ’90 in poi dai centri finanziari verso quelle che erano le periferie produttive, hanno radicalmente cambiato gli assetti produttivi di queste ultime, sviluppando processi scientifici, tecnologi, finanziari ed economici, che gli permettono oggi di competere con chi ha pensato che la Storia fosse finita.

Tale tendenza ha incrementato anche la competizione tra centri imperialisti, come emerge chiaramente nelle relazioni USA/UE (rendendo sempre più inservibili organismi internazionali come il Wto, il G7-G20 e il Fmi), ma ha dimostrato anche l’impotenza in cui si sta dibattendo la Gran Bretagna, il paese imperialista per eccellenza, anche se da tempo in decadenza. Tale condizione in quanto tendenza è anche sottoposta ai mutamenti degli equilibri politici interni ed internazionali. La nuova amministrazione Usa di Biden, diversamente da Trump, ha rilanciato l’alleanza euroatlantica come blocco contrapposto a Cina e Russia e intende utilizzare con forza la Nato come strumento di ingerenza politica nelle relazioni internazionali e negli affari europei. Ma la pretesa statunitense di rimanere come primus inter pares dovrà fare i conti con l’ambizione europea di pesare di più nella competizione globale.

II “braccio di ferro” tra Europa e USA è il risultato di un’accesa competizione. L’uso della moneta è diventato strumento crescente di quest’ultima. Gli Usa intendono utilizzare ancora il dollaro e il controllo dei prezzi internazionali (anche del petrolio) come fattore di egemonia. Ma anche qui devono fare i conti con le ambizioni dell’euro a farsi largo come moneta nella transazioni internazionali, con lo yuan cinese e con i progetti di nuove monete legate alle materie prime. Si tratta di ambizioni diverse ma tutte convergenti nello sganciamento dal dollaro.

Ma, in questa competizione tra gli imperialismi storici, l’affermazione della Cina come potenza emergente, della Russia come antagonista militare e le possibilità di orientamento che questi paesi producono su quello che era definito il terzo mondo, dall’Asia, all’Africa fino all’America Latina, modificano le condizioni generali e spostano gradualmente il conflitto internazionale dalla competizione economica a quella politico-militare.

In altre parole, le classi dirigenti dell’imperialismo occidentale, seppure in competizione economica, vedono riemergere il fantasma del loro superamento storico e questo contribuisce alla riscoperta della NATO e a un rafforzamento dell’alleanza occidentale per mantenere il proprio ruolo dominante dove, però, la UE intende svolgere un ruolo paritario con l’imperialismo USA. Ovviamente non sappiamo se questa diverrà una prospettiva stabile, ma è quella che ora si sta manifestando.

Un altro fattore di aumento della conflittualità internazionale è quello militare. Siamo ormai distanti da un periodo storico in cui sostanzialmente solo USA e URSS detenevano il monopolio scientifico, nucleare e militare. Il crollo del muro di Berlino ha rotto gli argini anche in questo campo. Dato che non c’era più un nemico da battere, il settore militare ha ricevuto un ulteriore spinta dallo sviluppo delle forze produttive che dal centro si sono riversate nella periferia, incrementando non solo la produzione di merci e servizi ma anche la produzione di nuovi armamenti, in cui l’arma nucleare acquisisce nuova centralità e con essa il rischio della reciproca distruzione.

Prima della pandemia, avevamo definito l’attuale contesto storico una situazione di stallo nei rapporti di forza internazionali che segnerà i prossimi anni, e che gli USA stanno vivendo come fine della loro egemonia globale alla quale intendono opporsi in tutti i modi, pena il declino e la fine del loro imperialismo come è avvenuto per l’Inghilterra nel secolo scorso. Vivere in una condizione di stallo strategico degli imperialismi non significa che le contraddizioni non continuino a crescere e a stressare la situazione finanziaria, economica e politica internazionale. Anzi la pressione aumenta ma non ha ancora trovato uno sbocco, anche perché nessuno dei contendenti si sente tanto forte economicamente e militarmente da imporre la propria egemonia.

L’accelerazione impressa dalla pandemia sta segnando certamente un giro di boa, e quando l’emergenza sanitaria strettamente intesa sarà stata superata ci sarà consegnato un mondo con caratteri molto mutati: il RCEP, il più grande accordo commerciale della storia sottoscritto recentemente da 14 paesi asiatici tra cui le storiche rivali Cina, Giappone e Corea del Sud, è lì a segnalarlo.

Parte 2 | FINE DI UN CICLO INTERNAZIONALE: LA CRISI DI EGEMONIA DEL CAPITALE

LA CRISI SISTEMICA NEL CUORE DELL’IMPERIALISMO

La crisi di egemonia, individuata da tempo dalla RdC, si sta facendo strada laddove l’avversario di classe pensava di aver vinto definitivamente la guerra e non solo le battaglie. Nei paesi a capitalismo maturo l’egemonia sta implodendo proprio sulla distruzione generalizzata dello Stato Sociale.

La Cina, da cui è partita l’attuale pandemia, è riuscita a metterla sotto controllo in tempi rapidi mobilitando un apparato immenso che solo uno Stato efficiente può essere in grado di gestire, privilegiando la dimensione collettiva a quella dell’individualismo capitalista. Così come non possiamo non ricordare che Cuba, ancora una volta, ha dimostrato di essere all’avanguardia non solo della medicina, ma di una chiara concezione sociale dello Stato.

Dopo aver determinato il corso positivo di lunga parte della storia sovietica e aver offerto alle stesse economie capitalistiche uno strumento eccezionale per la crescita, oggi la pianificazione mostra tutta la propria superiorità nel mondo multipolare. Nel quadro di destabilizzazione regionale continuamente promosso dall’imperialismo, chi ha adottato la pianificazione e una politica estera basata sul multilateralismo si può permettere la tenuta e il rilancio del proprio sistema a scapito proprio delle mire statunitensi di mantenere il controllo globale.

In questo momento infatti in nessun altro paese occidentale la crisi di egemonia si sta manifestando in maniera tanto evidente quanto negli Stati Uniti. Dopo aver segnato i tempi con l’elezione dell’impresentabile e pericoloso “outsider” Trump, dopo essersi contesi il titolo di paese che peggio ha gestito la pandemia, ed aver sperimentato la più grande contrazione di PIL della propria storia, gli USA si sono presentati all’ultima scadenza elettorale con un’atmosfera che talora ricorda quella di una guerra civile.

La situazione non si è mai normalizzata dopo lo scoppio delle proteste nel maggio 2019 a seguito dell’ennesimo brutale omicidio da parte della polizia. Si sono mostrate le crepe in una pace sociale che durava da decenni, mentre la risposta da parte delle autorità è stata estremamente violenta e si sono verificati scontri diretti tra manifestanti e milizie di estrema destra sostenute dalla polizia.

Le vicende che per la prima volta nella storia degli USA stanno segnando la difficile transizione presidenziale sono un sintomo della crisi. Le due forze politiche che nell’ultimo secolo hanno consegnato alle élites del paese il controllo incontrastato della nazione hanno sempre maggiore difficoltà a svolgere il ruolo di cerniera con lo sviluppo dei profondi cambiamenti interni ed esterni.

GLI ANELLI DEBOLI DELL’IMPERIALISMO

Mentre nell’Unione Europea la storica e subalterna “fragilità” economica e politica – e il ruolo di faglia geopolitica – dell’Italia e dei paesi euromediterranei li rende l’anello debole della catena imperialista europea, negli ultimi anni, la sinergia tra le difficoltà economiche globali e il rinnovato interesse strategico USA per quello che considerano il proprio “cortile di casa”, hanno creato situazioni di significativa instabilità in numerosi paesi dell’America Latina. Tali situazioni altro non sono che tasselli di un conflitto di classe a livello continentale in cui l’oligarchia prona all’imperialismo statunitense si contrappone ai settori popolari che hanno visto migliorare drasticamente le proprie condizioni di vita nei paesi in cui a partire dalla fine del secolo scorso si è avviato il ciclo storico progressista ora sotto attacco: il golpe in Bolivia sconfitto dalle ultime elezioni; i continui e sempre più violenti tentativi di destabilizzazione del Venezuela; le gigantesche mobilitazioni popolari in Ecuador e soprattutto in Cile, il paese che è stato più di tutti terreno di esperimento sociale della famigerata scuola di Chicago sin dai tempi di Pinochet ma che oggi ha sconfitto elettoralmente la destra liberista; il ritorno alla guerra armata di alcune fazioni delle FARC in Colombia, a seguito del continuo e impunito massacro da parte di narcotrafficanti e fascisti dei propri militanti e sindacalisti, nel paese attraversato ora anche da imponenti mobilitazioni popolari represse nel sangue; il “golpe bianco” in Brasile, la vittoria alle elezioni di Bolsonaro e la strage ancora in atto causata dal coronavirus.

Questo scontro ci spinge oggi ad affermare che in quei paesi si pone la scelta tra socialismo e barbarie, dove il socialismo è concretamente presente in America Latina e la barbarie è altrettanto concretamente presente negli Stati Uniti. Il continente meridionale è divenuto l’anello debole del moderno imperialismo non solo nordamericano.

L’AUMENTO DELLA COMPOSIZIONE ORGANICA DEL CAPITALE: LA PENTOLA A PRESSIONE DELLE SOCIETÀ OCCIDENTALI

Lo stallo generale delle potenze internazionali non riguarda solamente le relazioni economiche e finanziarie, ma si riversa anche nella vita quotidiana delle popolazioni. La competizione generata nell’attuale fase della mondializzazione capitalistica ha imposto ristrutturazioni d’impresa, innovazioni tecnologiche che invece di creare nuova occupazione hanno realizzato meno posti di lavoro dei licenziamenti effettuati.

L’aumento della disoccupazione e della precarietà a livello mondiale non sono un episodio congiunturale ma dipendono dall’aumento della composizione organica di capitale che riduce sempre più la presenza di forza lavoro nella produzione capitalistica. Questa contraddizione si

manifesta oggi per quello che è, come una crisi di prospettive, una crisi della civilizzazione capitalistica in tutti i suoi aspetti, tangibile soprattutto per le nuove generazioni come effetto diretto della principale contraddizione del capitale tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione.

Gli effetti sociali relativi alle diseguaglianze ed alla crescita della povertà si fanno sentire materialmente e politicamente soprattutto nei paesi imperialisti, dove le forze politiche borghesi vivono una fase di sbando e di crisi di rappresentanza molto serio essendo incapaci di dare una risposta alle storture del modo di produzione.

Nel contesto della crisi sistemica il processo di sostituzione di mansioni divenute obsolete con nuovi posti di lavoro non è possibile, a causa della competizione internazionale su mercati che si fanno sempre più ristretti rispetto alle enormi potenzialità produttive dei sistemi messi al lavoro.

Da un lato si assiste a una progressiva automazione di attività in cui è possibile sostituire il lavoro umano con quello meccanico, dall’altro il crescente utilizzo di tecnologie aumenta ed estende il grado di standardizzazione di tutte le attività lavorative, riducendo il lavoro manuale umano al minimo, pur allargandosi un poco la dimensione di quello intellettuale.

La caratteristica principale di questa evoluzione è l’integrazione tra i processi fisici e le tecnologie digitali, che fa emergere una nuova centralità del “lavoro mentale” e rinnova i modelli organizzativi. La conduzione privatistica e mercantilista di questa nuova rivoluzione industriale (definita Industria 4.0) è facilmente calcolabile in termini di posti di lavoro persi.

Il decadimento della formazione e degli istituti che dovrebbero promuovere la conoscenza, oggi sempre più asserviti alle logiche della ricerca del profitto nella competizione globale, è l’altra subdola conseguenza di questo processo, sebbene i grandi investimenti in programmi di R&S vengano spacciati (alle nostre latitudini in primis dall’UE) come “il nuovo che avanza”.

Nella crisi, ogni velleità postmoderna di esaltare le caratteristiche emancipatorie del cosiddetto lavoro intellettuale, di dimostrare che la classe operaia fosse scomparsa, viene meno di fronte al materiale concretizzarsi di processi di proletarizzazione di tutte le professioni ad alto contenuto di quello che abbiamo definito “lavoro mentale”. Ne risulta smentita l’idea che quella del ceto medio fosse la nuova agiata condizione permanente dei lavoratori.

L’ATTUALE SPAZIO REALE DI AZIONE DEI COMUNISTI

Chi crede che la crisi sanitaria del Covid19 possa far ripensare le politiche generali verso finalità sociali si sbaglia, in quanto questa situazione non è il prodotto di una singola scelta “errata”, come peraltro dimostra la dimensione mondiale dell’epidemia, ma di una condizione strutturale del capitalismo che, dopo l’ubriacatura della vittoria sul “socialismo reale”, ora si trova di nuovo a fare i conti con se stesso.

Il presente tornante strategico, uguale per dimensione a quello avuto negli anni ’90 ma di segno politico opposto, è quello che sta clamorosamente confermando alcuni punti di vista marxisti sullo sviluppo del capitale.

Il capitale è come un “apprendista stregone” che evoca forze che poi non è in grado di gestire, poiché la mondializzazione non può essere gestita dalla logica del profitto privato in quanto riproduce al suo interno conflitto e competizione che trasforma le potenzialità dello sviluppo delle forze produttive in elementi negativi e antitetici agli interessi generali dell’umanità.

In Occidente il movimento di classe, i comunisti, arrivano all’appuntamento storico determinato dalla pandemia completamente disarmati. Il motivo risiede nella disgregazione materiale, politica e culturale del nostro referente sociale e di classe, che sul piano ideologico e soggettivo è stata favorita anche da chi, come “la sinistra” nostrana, in questi decenni di egemonia del capitale ha accettato l’idea che andava abbandonata la critica rivoluzionaria al capitalismo; da chi ha accettato i valori impliciti ed espliciti dall’attuale assetto; da chi ha pensato che doveva mettere in campo proposte “ragionevoli”, perché il socialismo ormai era obsoleto e non spendibile a livello sociale e ideologico. Dalla predominanza del mercato sullo Stato, magari nelle utili forme del “no profit”, all’accettazione della competizione sociale e della “meritocrazia”, ci si è concepiti insomma solo dentro questo orizzonte, che in Italia ed in Europa ha significato molto concretamente sostenere le politiche dell’Unione Europea. È da questa constatazione, palesemente oggi certificata dalla realtà, che va ribadita la centralità della soggettività ovvero di una progettazione alternativa all’attuale assetto sociale che faccia i conti con le forze reali in campo sedimentando e organizzando le forze interessate alla rottura sociale.

Il modello capitalista è in crisi. Un modello che nega prospettive a fasce sempre più ampie della popolazione, a cominciare da quelle giovanili. Intorno alla sfida politica lanciata dalla Cina sul piano internazionale si aprono per i comunisti possibilità inedite. Questa sfida ha posto e pone una questione teorica di non poco conto: in che misura un progetto di trasformazione sociale può temporaneamente utilizzare il Modo di Produzione Capitalista per determinare comunque modifiche socialiste? Rimane ad ogni modo valido che nella crisi egemonica degli USA a scapito di una possibile alternativa come quella cinese, si intravvede una inversione di rotta nel corso degli eventi, l’affermarsi di una necessità oggettiva, che rimette la storia nella giusta direzione di marcia dopo che si era provato a “gettare il bambino con l’acqua sporca”.

3° TESI: L’IMPERIALISMO DELLA UE E LA COLLOCAZIONE DELL’ITALIA

LA NUOVA MATURITÀ DEL POLO IMPERIALISTA EUROPEO

Con la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione Est/Ovest è finita ogni illusione sulla funzione progressiva dell’Europa. A partire dal 1992 i settori più forti e internazionalizzati delle classi dominanti in Europa hanno spinto per la costituzione dell’Unione Europea. L’introduzione della moneta unica per competere sul mercato mondiale, di un sistema di trattati vincolanti ispirati dall’ordoliberismo tedesco, di apparati comuni sui settori strategici, hanno caratterizzato il contraddittorio processo verso la costituzione di un polo imperialista europeo. Usando eventi traumatici come l’aggressione alla Jugoslavia nel 1999 e la crisi economica del 2007/2008, le forze materiali dell’imperialismo europeo hanno agito per avanzare di qualche passo dopo ogni crisi. Giustamente è stato scritto che con la guerra in Jugoslavia “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”.

La costituzione del polo imperialista europeo è indubbiamente un processo contraddittorio e con diverse controtendenze interne. Gli USA hanno continuato ad usare molte strade per interferire e ostacolare questo processo, tra cui l’utilizzo del dollaro e della Nato. Ma la Brexit britannica nel 2016 ha tolto di mezzo il migliore asset delle interferenze statunitensi sulle scelte strategiche dell’Unione Europea.

Negli anni abbiamo parlato prima di imperialismo europeo – perché questo già esisteva ed agiva, sia come configurazione di un sistema di imprese e finanziarie multinazionali con interessi comuni, sia attraverso i singoli Stati – e poi abbiamo parlato di tendenza al polo imperialista europeo, perché le classi dominanti in Europa spingono continuamente verso la centralizzazione del potere decisionale e verso una brusca gerarchizzazione delle relazioni interne tra Stati forti, Stati meno forti e Stati subalterni della periferia interna. Da tempo la Rete dei Comunisti alimenta la lotta al polo imperialista europeo, alla sua borghesia continentale, ai variegati dispositivi finanziari, economici e militari (la Banca Centrale Europea, l’Euro e il progetto di Esercito Europeo) e al complesso delle politiche le quali non solo manomettono le condizioni di vita e di lavoro dei settori popolari ma determinano – costantemente – pulsioni antidemocratiche e politiche di aggressione verso altri popoli ed aree del mondo.

Di fronte a ogni potenziale punto di crisi la borghesia transnazionale europea è riuscita a rilanciare il proprio progetto unitario attraverso una ulteriore torsione, nonostante a ogni snodo non manchino gli strali dei liberali a divinare una rottura imminente dell’apparato comunitario: questo è accaduto in occasione del voto popolare in Francia e Olanda sulla poi defunta Costituzione Europea, così come in occasione della crisi dei debiti sovrani, dell’escalation militare in Ucraina, del tracollo della Grecia, delle piazze catalane, della Brexit.

Anche la drammatica situazione determinatasi con la pandemia è stata in realtà occasione per un passaggio di fase estremamente significativo. Basta vedere le scelte di rilevanza strategica assunte dagli apparati della UE alla fine del 2020. Attraverso il Piano di Rilancio da 750 miliardi di Euro – di cui 390 di “concessioni” – e il Bilancio comunitario 2021-2027 pari a 1074 miliardi, è stato raggiunto un compromesso verso un significativo “balzo in avanti” dell’Unione, per di più secondo un principio selettivo che omogeneizza il quadro giuridico dei singoli Stati. Avvalendosi dell’appropriata metafora bellica cui è ricorso il presidente francese, questi provvedimenti costituiscono un’“arma budgetaria” che attraverso il principio del debito comune rafforza la “governance” centralizzata. All’ombra di una BCE che non rinuncia più al sempre maggiore ruolo di perno finanziario, queste scelte si inseriscono in un processo di accelerazione che riguarda il raggiungimento di una autonomia strategica della UE in differenti campi: dal reperimento delle materie prime fondamentali, dallo sviluppo dei “big data”, a quello dell’intelligenza artificiale. Si assiste quindi all’avvio di una parziale inversione di tendenza ai processi decennali di deindustrializzazione e delocalizzazione. Gli imperativi della concorrenza mondiale hanno messo a tacere, specie in Germania, le voci critiche “di peso” rispetto al cuore del progetto “neo-carolingio” franco-tedesco. In questa cornice si colloca l’intervento pubblico in economia, certamente non per garantire reddito e welfare ma, al contrario, per promuovere i “campioni europei” necessari per reggere il passo della competizione principalmente con Cina ed Usa.

Per queste ragioni gli europeisti liberali – siano essi di destra o di sinistra – sono un nemico da combattere apertamente. Il processo di costituzione di un polo imperialista europeo, delle multinazionali e delle banche che lo ispirano, del suo crescente complesso militare-industriale, della sua politica internazionale, non è meno pericoloso per i popoli di quello statunitense oggi in difficoltà. Bisognerà comprendere quali possono essere gli strumenti di contrasto al corso degli eventi che si prospetta, individuando con precisione le ricadute sul nostro blocco sociale. Bisognerà prefigurare le possibili alternative concrete alla gabbia costruita da questo blocco di potere, misurandosi con le contraddizioni reali che comunque genera, in termini di conflitto. Indebolire il processo di rafforzamento dell’imperialismo europeo con ogni mezzo all’insegna dell’internazionalismo, della solidarietà e della pace dei popoli è compito dei comunisti che agiscono in Italia e in Europa.

I POPOLI E I PAESI DEL MEDITERRANEO

Dentro questa gerarchizzazione i popoli e le classi popolari dell’area euromediterranea sono condannati alla subalternità. Pur con le sue contraddizioni sociali, l’aristocrazia operaia in Germania e nei paesi del Nord non riesce ancora a separare il proprio destino da quello della borghesia. Ha beneficiato di salari mediamente più alti, anche dopo l’entrata in vigore dell’euro, e di un sistema di welfare sotto attacco ma tuttora incommensurabile con quello devastato nei paesi Pigs o della periferia orientale.

I salari nei paesi dell’Europa dell’Est, dopo anni di retribuzioni basse e bassissime che hanno innescato una gigantesca delocalizzazione produttiva dai paesi del centro verso quelli dell’Est, hanno cominciato a salire elevando – insieme alle rimesse degli emigrati – alcuni standard sociali. Le case di proprietà nei paesi dell’Est ora sono più numerose che nei paesi euromediterranei della Ue. Queste modifiche di “status” dei paesi dell’Est spiegano, seppure in parte, le costanti fibrillazioni determinate dai governi reazionari emersi in questi anni (Ungheria e Polonia in primis) all’interno della UE.

Ma è evidente che dentro i meccanismi dell’ordoliberismo europeo di stampo tedesco gli standard di vita, i salari, i servizi sociali, la qualità dell’occupazione negli ultimi trent’anni siano precipitati nei paesi euromediterranei, soprattutto di quelli interni alla Zona Euro. Questa regressione è alla base del massiccio ritorno all’emigrazione – anche e soprattutto di quella qualificata – dai paesi Pigs verso le economie del centro e nord Europa: una gigantesca concentrazione di ricchezza materiale e umana nel “cuore” dell’Unione Europea e ad una sistematica spoliazione dei paesi euromediterranei.

Questo processo di spoliazione di risorse e forza lavoro (che mischia i caratteri sia del colonialismo che del neo-colonialismo) è stato ancora più violento nei paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa innescando sia ondate migratorie che impoverimento interni dei paesi del sud più legati e subalterni all’Europa. Il ruolo nefasto della Francia in Africa e quello dell’Unione Europea nel Maghreb emergono sia dai ripetuti interventi militari in quei paesi (dalla Libia al Mali, dalla Costa d’Avorio al Sahel), sia dalla volontà di vincolare le monete locali prima al Franco-Cfa e ora all’euro, sia dai trattati bilaterali e multilaterali di stampo iperliberista imposti ai paesi del Maghreb e dell’Africa.

Il contesto euromediterraneo, è caratterizzato da una complementarietà culturale, sociale ed economica che affonda le radici nella storia dei paesi rivieraschi, ed ha subito nel tempo le modifiche imposte dallo sviluppo coloniale e poi neo coloniale occidentale che conosciamo. I processi di delocalizzazione avvenuti negli ultimi 30 anni, gli accordi economici, la spinta all’emigrazione e, quando necessario, le aggressioni militari dirette, hanno ridisegnato una catena del valore che assegna ai paesi del Maghreb, del Sahel e del Medio Oriente, una funzione fondamentale nel sistema di sfruttamento delle multinazionali europee. Possiamo dire a pieno titolo che la forza lavoro tunisina, egiziana, algerina e degli altri paesi del Mediterraneo Sud, è oggettivamente classe lavoratrice “europea”, collocata nell’anello periferico della catena dello sfruttamento.

LE ARTICOLAZIONI E LE SEGMENTAZIONI DELLA BORGHESIA TRICOLORE

L’Italia si trova nel mezzo di questo processo tutto interno alla competizione globale inter- imperialista. È combattuta tra una frazione della borghesia italiana che vuole essere a tutti costi parte dei centri decisionali e strategici della Ue – anche a costo di essere “ultimi ma tra i primi” – e un’altra frazione della borghesia, indebolita e disgregata dalla prima, che vorrebbe continuare ad essere “prima tra gli ultimi”. Insomma tra chi ritiene di poter far parte a pieno titolo del polo imperialista europeo e chi vorrebbe limitarsi agli spazi di manovra concessi all’imperialismo italiano, barcamenandosi tra USA e Unione Europea.

Lo scontro politico in questi ultimi trenta anni in Italia, si è giocato e si gioca ancora molto intorno a questa divaricazione di interessi tra i vari segmenti di una borghesia stracciona e parassitaria come quella italiana, ma non per questo meno pericolosa delle altre. Questa divaricazione di interessi materiali e sulla collocazione internazionale dell’Italia non è omogenea, né potrebbe esserlo in un paese fortemente asimmetrico tra regioni competitive al Nord e regioni più arretrate al Sud. L’integrazione a livello europeo non ha affatto ridotto questa asimmetria storica dell’Italia, al contrario l’ha accentuata, così come oltre alle disuguaglianze territoriali ha accentuato le disuguaglianze sociali.

Il continuo processo di concentrazione di ricchezze, tecnologie, risorse umane e intellettuali nel cuore della Ue, si è riprodotto anche all’interno dell’Italia sia con l’aumento dei finanziamenti pubblici alle regioni ricche e la loro riduzione e i commissariamenti in quelle più arretrate, sia con la ripresa dell’emigrazione interna verso le regioni ricche e l’ulteriore spoliazione del Meridione, sia ed infine con la spoliazione anche di quelle aree del nord ritenute non competitive. È sufficiente guardare al declino di Genova e della Liguria o al prosciugamento delle risorse di una ex metropoli industriale come Torino da parte di Milano e della Lombardia.

Ma anche questo processo contiene in sé una ulteriore contraddizione. La competitività di aree industriali e di servizi avanzati come la Lombardia, ma anche l’Emilia e il Veneto, si regge sulla subalternità alle filiere produttive delle imprese tedesche e non su una propria capacità industriale autonoma.

È prioritario mettere in condizione la borghesia parassitaria di non nuocere ulteriormente al paese e a chi lo abita, ridurre e tendenzialmente azzerare le disuguaglianze economiche e territoriali, esercitare egemonia anche su quei settori di ceto medio e piccola borghesia proletarizzati dagli effetti della crisi e in balia delle sirene reazionarie, ricostruire un sistema industriale e tecnologico pubblico, autonomo e funzionale allo sviluppo, possibile solo in un processo di sganciamento dal polo imperialista europeo.

IL PROFILO DELLA MODERNA FORMA “STATO”

In un paese asimmetrico e in una società sempre più disuguale come quella italiana, si pone con forza la questione della funzione dello Stato. Uno Stato configurato sugli interessi prevalenti di una borghesia parassitaria non poteva che essere poco più che un comitato d’affari in cui è dilagata la corruzione, il clientelismo, il servilismo alle imprese, alle banche e agli interessi privati. Le inefficienze dello Stato e delle amministrazioni pubbliche sono state volute e acutizzate proprio dalla logica delle privatizzazioni che ne hanno smontato ogni meccanismo vitale, relegandoli a gestire solo la funzione repressiva e coercitiva che deriva dal monopolio statale della violenza.

Questa è stata la logica dello “Stato minimo” che, con una sussidiarietà del tutto rovesciata, si è trovato in mano solo i settori meno decisivi o remunerativi per i privati, distogliendo capitoli significativi della spesa pubblica dal welfare e dai servizi pubblici verso il sostegno delle imprese e delle banche private o delle forze repressive. Una regressione sociale e di civiltà che ha prodotto il “welfare dei miserabili” riducendolo a ben poca cosa, aumentando la polarizzazione sociale verso il basso e l’impoverimento di fasce crescenti di settori popolari ma anche dei vecchi ceti medi.

Ma la crisi, accentuata dalla pandemia di Covid-19 e dalle sue conseguenze economiche, ha rivelato a tutti che i soggetti privati non sono adeguati – né desiderosi – nel farsi carico degli interessi collettivi e dei beni comuni. Il disastro prodotto dalle Regioni nella pandemia è il risultato proprio dell’indebolimento dello Stato, invocato dai liberisti e realizzato dal centro-sinistra con la modifica del Titolo V della Costituzione, che ha consegnato competenze strategiche alle Regioni sottraendole al controllo dello Stato. La distruzione del Servizio Sanitario Nazionale finito in mano alle Regioni (e la combinazione tra smantellamento della sanità pubblica e rafforzamento della sanità privata) è lì a dimostrarlo. Si desume da questo l’estrema pericolosità – e l’opposizione frontale che richiede – del progetto di Autonomia Differenziata che questo processo di disgregazione intende portarlo ancora più a fondo aumentando l’asimmetria e le disuguaglianze territoriali e sociali nel paese.

Sia a livello europeo che a livello nazionale si è così accelerato quel processo di revisione della funzione dello Stato come supporto strategico alle imprese e alla banche nella competizione globale. Si è passati così dalla logica del “meno Stato più mercato” alla logica del “Più Stato per il mercato”. Questa tendenza ad un maggiore ruolo dello Stato, ancora prima che esplodesse la pandemia di Covid 19 si era già affacciata negli ultimi anni in Germania – la patria dell’ordoliberismo – e in Francia, proprio perché le classi dominanti sono consapevoli che nella competizione globale serve una massa critica integrata e un ruolo rilevante dello Stato a sostegno delle imprese e delle banche, specie di quelle più avanzate nei settori tecnologico, militare, energetico, e nella ricerca scientifica.

Diversamente da chi ritiene che lo Stato debba essere al massimo o un comitato d’affari o un consiglio d’amministrazione, in questi anni abbiamo sostenuto la necessità del ritorno dello Stato ad una funzione decisiva nella programmazione e nella coesione sociale del paese, ad una politica di nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia (energia, comunicazioni, trasporti, ecc.), delle banche e delle industrie funzionali ad un sistema industriale completo, autonomo, autosufficiente e integrato non in modo subalterno con gli altri sistemi.

In altre parole è necessaria una sperimentazione nella realtà attuale della pianificazione economica come alternativa al dominio degli interessi privati e della competitività brutale sui mercati. Se la pianificazione ha avuto i suoi limiti, la brutale prevalenza degli interessi privati in ogni sfera sociale ha sicuramente prodotto disastri, rivelando non un errore ma una falla dell’intero sistema dominante.

LA CRISI DELLA POLITICA COME ELEMENTO STRUTTURALE DELLA CRISI DI EGEMONIA

La realtà di questi venti anni ci rivela anche un’altra falla decisiva del sistema. La sua classe dirigente, sia politica che economica, è totalmente indecente e inadeguata a guidare anche un processo “progressivo” di tipo capitalista. Al contrario si è rivelata pienamente corresponsabile del processo regressivo che sta investendo tutte le società a capitalismo avanzato. È diventato quasi impossibile trovare dirigenti politici con senso dello Stato. Compaiono marionette ad ogni stagione (da Berlusconi a Renzi, da Di Maio a Salvini) consapevoli e concentrati o solo sui propri interessi materiali e immediati, o totalmente subordinati alla società dello spettacolo. Dicono banalità o cose terribili con lo sguardo rivolto solo ai sondaggi o ai dividendi dei propri investimenti. Siamo di fronte ad una crisi di credibilità che neanche il più corrotto uomo politico del dopoguerra ha mai offerto. In quel caso, anche i peggiori – e ce n’erano – erano comunque usciti dalla tragedia delle dittature e della Guerra Mondiale, e dovendo mettere mano ad una nuova repubblica e alla sua Costituzione furono costretti a trovare compromessi ragionevoli, indicare aspettative di emancipazione alla popolazione, definire diritti e contromisure verso il ritorno agli orrori del passato. Ciò ha riguardato i dirigenti politici come quelli industriali.

Il decadimento della attuale classe politica è anche il risultato di quel processo di “riduzione dell’eccesso di democrazia” teorizzato nel 1975 dalla Commissione trilaterale e che si è nutrito di riforme costituzionali che hanno svuotato la democrazia rappresentativa. Una democrazia borghese che per anni ha dovuto fare i conti con la forza oggettiva espressa dalle classi subalterne. D’altronde se le decisioni fondamentali, quelle relative alla allocazione delle risorse, sono assunte in altre sedi, se vi è stato un vero e proprio impossessamento delle istituzioni cosiddette democratiche da parte del livello sovranazionale, quale può mai essere la funzione dei partiti e di sedicenti dirigenti politici? In questo scenario si inquadra il passaggio dai partiti democratici di massa ai partiti post democratici del leader, dai partiti che si radunavano intorno ad opzioni ideologiche definite a partiti liquidi che comunicano per slogan o tweet, con l’orecchio costantemente teso ai sondaggi. Ma l’avvento dell’era Draghi e l’avvio di un “nuovo ordine” ridimensiona pesantemente il ruolo dei partiti e destabilizza l’intero quadro politico per superare i pericoli di ingovernabilità dati dalla stessa democrazia rappresentativa, espressi dai voti percepiti come “anti establishment” degli ultimi anni.

L’indecenza della classe politica è direttamente proporzionale a quella della classe sociale dominante, degli imprenditori come dei banchieri, dei manager come dei nuovi dirigenti pubblici indicati “in base ai curriculum o al merito”. Mostrano una visione corta sulle priorità del paese e una arroganza senza limiti nell’esercizio delle loro funzioni.

È in questa cornice che si realizza anche l’evaporazione della contrapposizione fascismo/antifascismo e l’ulteriore smantellamento – in ogni ambito della società – dell’“eredità costituzionale” e del vecchio compromesso fordista. Tale processo è da intendere non come semplice operazione di revisionismo storico e culturale o relegata agli ambiti dei gruppi neofascisti a cui pure siamo tenuti a rinnovare la contesa di una funzione sociale e politica nelle maglie del disagio sociale e delle periferie metropolitane, ma come sbocco inevitabile della “rivoluzione del capitale” degli ultimi decenni la quale non può tollerare neppure il formalismo della Costituzione postbellica.

Ma questo crollo di credibilità delle classi dirigenti non è un fenomeno solo italiano. Disabituati a misurarsi con il nemico dopo la fine della contrapposizione globale con l’URSS, i nuovi dirigenti dell’occidente capitalista hanno prodotto solo mezze figure e leader senza spessore. Qualcosa si era avvertito già con Bush jr, Blair, Jospin. Ma quando la Gran Bretagna ha prodotto i Johnson, gli Stati Uniti i Trump, la Francia i Macròn, il Brasile i Bolsonaro, è il segno ineludibile che è proprio il sistema capitalista dominante che non è più in grado di produrre classi dirigenti adeguate alla sfida della competizione globale, delle tensioni e dei conflitti che ne derivano. Quello che è sino ad oggi è servito alle grandi corporazioni, alle multinazionali e al capitale finanziario, è una rappresentanza politica totalmente subalterna all’economia, come espressione diretta degli interessi immediati dei gruppi capitalisti perché convinti, con la dissoluzione dell’URSS, di non dover più fare i conti con possibili alternative di sistema. Ciò mette il paese e il mondo ancora più in pericolo.

Un ricambio delle classi dirigenti non avviene però nelle università esclusive o nei talk show. È un processo che attiene molto alla visione, alle esperienze sul campo, alla formazione ma anche al conflitto. Alla sbarra del Tribunale Speciale che lo aveva condannato ad anni di carcere, Gramsci mandò a dire ai suoi persecutori: “Il fascismo porterà il paese alla rovina, toccherà ai comunisti ricostruirlo”.

4° TESI: LA FUNZIONE DEI COMUNISTI IN ITALIA E IN EUROPA

IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO NELLA CONDIZIONE MEDITERRANEA

La prospettiva nella quale agiscono i comunisti è il Socialismo del XXI secolo, un socialismo marcatamente antimperialista e popolare, ispirato alla costruzione di forme radicali di democrazia diretta e partecipativa, in lotta contro ogni forma di razzismo e di sessismo, orientato a ricostruire un giusto equilibrio tra società umana e natura.

La prospettiva del Socialismo del XXI secolo, per non assumere il carattere di icona astratta e inoffensiva, deve calarsi nella concretezza della condizione che stiamo vivendo in Italia e in Europa. Per questo la lotta all’imperialismo dell’Unione Europea e delle classi dirigenti del nostro paese è la linea di condotta dei comunisti che agiscono in Italia, con l’obiettivo di far saltare l’anello debole della catena imperialista europea.

La rottura con l’Unione Europea nella prospettiva del Socialismo del XXI secolo apre alla costruzione di un percorso alternativo di relazione tra i popoli dell’area euromediterranea, che individua nei paesi del Sud del mondo la forza che può portare ad una democratizzazione delle relazioni internazionali nella direzione del multipolarismo economico e politico.

La proposta politica dell’ALBA Euromediterranea rappresenta un cuneo nella costruzione imperiale europea che vuole attualizzare la consegna leninista di “rottura dell’anello debole della catena imperialistica”. Una proposta politica internazionalista – contrapposta a ogni deriva sovranista, populista e reazionaria – fondata sulla solidarietà, la complementarietà e l’unità di classe tra popoli e paesi penalizzati dalla gabbia dell’imperialismo europeo.

L’ALBA Euromediterranea è la proposta di costruzione di una diversa geografia economica e politica fondata sull’alleanza tra il sud della UE e i paesi rivieraschi del Nord Africa (che per composizione di classe e filiere produttive sono legati all’Euro ed ai “campioni economici” della UE). Questo spazio materiale e politico è il campo d’azione multinazionale per sconfiggere l’ordoliberismo europeo e per avviare processi di emancipazione e di trasformazione sociale.

È dai tanti Sud del mondo e dalla loro alleanza che può innescarsi una nuova stagione di cambiamenti rivoluzionari ed affacciarsi una prospettiva alternativa al capitalismo. C’è un patrimonio di tradizioni, culture, economie e pratiche comuni che resiste alla azione soffocante del capitalismo. Per noi comunisti d’Italia, dare vita ad una prospettiva euromediterranea sganciata dal “nostro” imperialismo significa rivitalizzare il meridionalismo di Gramsci, attualizzandolo e mettendolo in relazione con il pensiero e le riflessioni del Che e della intera tradizione rivoluzionaria dei movimenti anticoloniali.

LA SEDIMENTAZIONE DELLE FORZE

L’accumulo delle forze è l’obiettivo immediato dei comunisti in Italia. Si tratta di aggregare tutte le forze e le soggettività politiche e intellettuali che in questi anni sono andate disperse ed hanno perso una capacità di azione organizzata ed una prospettiva strategica. Lo svogliato perpetuarsi dell’ortodossia o – sul versante opposto – l’eclettismo movimentista, e soprattutto una forte ondata di liquidazionismo teorico e culturale di tutto il patrimonio del pensiero e della storia del movimento comunista internazionale, hanno lasciato disorientati molti militanti che possono essere riconnessi ad un’attività funzionale verso la prospettiva strategica dei comunisti.

L’accumulo delle forze è però soprattutto il prodotto dell’organizzazione del conflitto di classe e della nuova funzione di massa che i comunisti devono provare ad esercitare per riattualizzare e riqualificare il loro ruolo delle nuove ed inedite condizioni. Non si tratta di svolgere una semplice opera di propaganda politica verso chi è immerso nelle contraddizioni, ma di intervenire direttamente nei conflitti sociali. È lì – nella lotta di classe – che i comunisti qualificano la propria funzione e sperimentano la validità e la efficacia della propria proposta.

La frammentazione sociale e la forte scomposizione di classe che si è prodotta negli ultimi decenni impediscono qualsiasi automatismo tra conflitto e costruzione di una coscienza di classe. La costruzione dell’organizzazione della soggettività acquista perciò una rilevanza superiore al passato e diventa condizione indispensabile per dare ai conflitti una prospettiva di trasformazione complessiva della società.

GLI ODIERNI CARATTERI DELLA CLASSE E L’INCHIESTA

La classe operaia/lavoratrice del nuovo secolo ha caratteristiche molto diverse dalla classe operaia delle grandi fabbriche del secolo scorso. Non è solo frammentata sul versante economico e strutturale, ma è profondamente diversificata: c’è nella dinamica di sviluppo del capitalismo una rigenerazione continua delle differenze ed una sovrapposizione dispotica delle disuguaglianze di classe a quelle di etnia, di genere e anche generazionali. Far emergere il filo che lega queste contraddizioni dall’interno di tali conflitti sociali è un compito centrale nell’azione dei comunisti per definire i caratteri politici del nuovo movimento operaio.

È cresciuta negli ultimi decenni la presenza della componente migrante all’interno del nostro blocco sociale cui guardano i comunisti, introducendo nuove contraddizioni anche di carattere culturale e religioso. Questa parte del blocco sociale presenta spesso caratteri di maggiore combattività ed è spesso protagonista di conflitti non difensivi, potenzialmente capaci di abbracciare gli interessi di larghi strati di popolazione. È vero però che proprio la diversificazione etnica della forza lavoro costituisce per la classe dominante un’occasione di divisione della classe, costruendo ad arte momenti di contrapposizione all’interno dello stesso blocco sociale. I comunisti hanno il compito di favorire l’organizzazione del proletariato multietnico, portando avanti esperienze, obiettivi e parole d’ordine che alimentino la ricomposizione. È fondamentale che in questo percorso si formino e assumano ruoli e funzioni dentro l’organizzazione di classe militanti e dirigenti originari dei paesi di immigrazione.

L’aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro ha rappresentato per il capitalismo la possibilità di sfruttare le differenze di genere come occasione di rafforzamento del proprio dominio. Oggi le donne sono una componente molto ampia di quella parte di forza lavoro meno pagata, più sfruttata e con minori garanzie contrattuali. In generale, la violenza e la discriminazione verso le donne continuano ad essere una delle forme in cui si manifesta l’oppressione di classe sul piano materiale ma anche ideologico e culturale. Sviluppare nei movimenti di classe l’emergere delle specificità legate alla soggettività femminile è un compito fondamentale per i comunisti.

Nei tentativi di relazione e di connessione politica ed organizzativa con il Blocco Sociale abbiamo sempre utilizzato lo strumento dell’Inchiesta di Classe non come mero utensile sociologico ma come capacità di interpretare le trasformazioni della società, le conseguenze a vario titolo sulla composizione di classe e sull’intera struttura della formazione economico/sociale in cui viviamo ed agiamo. Il metodo/strumento dell’Inchiesta – nella pratica della Rete dei Comunisti – è, sicuramente, un impegno per indagare statisticamente la condizione oggettiva della classe (e delle sue sezioni…) ma è anche un mezzo per conoscere e interpretare la percezione soggettiva che questa ha di se stessa, della propria condizione collettiva, dei propri interessi specifici, individuali o persino corporativi.

LE AREE METROPOLITANE

I poderosi processi di ristrutturazione e di riorganizzazione capitalistica a scala internazionale hanno assegnato una centralità strategica ai fenomeni di urbanizzazione, di nuova localizzazione delle attività di produzione/riproduzione/circolazione delle merci e del capitale configurando le grandi aree metropolitane come l’epicentro dove si addensano una miriade di contraddizioni le quali costituiscono – a nostro avviso – il luogo adatto dove i comunisti devono operare.

La competizione tra le “città globali”, l’emergere e la valorizzazione del fattore/spazio e la sua contraddittoria dialettica con il fattore/tempo unitamente alle dinamiche di privatizzazione e finanziarizzazione in atto nel complesso delle metropoli fanno emergere – prepotentemente – l’esigenza di una rinnovata capacità analitica di questa complessa fenomenologia per adeguare, costantemente, l’azione comunista ai nuovi scenari del possibile conflitto sociale.

È in queste dinamiche di estensione spaziale delle città che diventano metropoli (che su una scala globale assumono anche i caratteri delle megalopoli) che settori come la logistica o i trasporti assumono un ruolo centrale. Trasporto e circolazione di merci ma anche di quella particolare merce che è la forza-lavoro (manuale ed intellettuale) che, se organizzata conflittualmente, può diventare una spina nel fianco al padronato e ai disegni di “governance” autoritaria del capitale.

In tal senso la metropoli diventano centro di accumulazione di capitale che concorre ad una competizione mondiale attraverso l’azione selettiva verso una forza/lavoro da utilizzare a proprio piacimento coinvolgendo totalmente in questo infernale tritacarne sociale tempi di lavoro e tempi di vita dei settori popolari e di nuova proletarizzazione.

Uguali processi accadono sul versante delle trasformazioni architettoniche e urbanistiche le quali seguono, e per taluni versi anticipano – con tutto il loro portato di conseguenze antisociali – la dinamica dell’adeguamento degli “spazi urbani” alle nuove soglie delle necessità del capitale disegnando ulteriori picchi di polarizzazione, di discriminazioni, di emarginazioni e di generale svalorizzazione della condizione popolare/proletaria.

La Rete dei Comunisti intreccia lo strumento dell’“inchiesta” con le evidenze materiali della nuova “crisi urbana” affinando la ricerca e le auspicabili connessioni metropolitane con quanti sono interessati a costruire momenti di discussione, di resistenza, di organizzazione e di conflitto. La pratica concreta della nostra Organizzazione nelle varie aree metropolitane del paese (dal piano analitico a quello dell’intervento politico e sociale) sono il segno tangibile di tale intervento che intendiamo meglio rafforzare ed articolare ulteriormente per adeguarci alle nuove soglie del comando e della riproduzione sociale capitalistica.

LA LOTTA PER L’AMBIENTE

L’infarto ecologico del Pianeta è il prodotto della crisi sistemica del capitalismo e dello sviluppo irrazionale e antisociale delle forze produttive, mosso dall’esclusiva ricerca del massimo profitto. La teoria marxiana consente di inquadrare correttamente la questione ambientale, a partire dalla fondamentale analisi condotta alla fine del terzo libro de Il Capitale.

Ma per i comunisti è oggi indispensabile imparare ad utilizzare quelle chiavi di lettura, assai poco impiegate nel passato, affrontando la “situazione concreta” alla luce dell’enorme salto tecnologico cui stiamo assistendo.

Sul piano teorico, infatti, la “questione ambientale” rappresenta una contraddizione strutturale del modo di produzione capitalistico. Marx la pone esplicitamente come uno dei tre limiti che incontra il capitale nella sua evoluzione (gli altri due sono la forza-lavoro – ovvero la lotta di classe – e il capitale stesso, secondo la legge che descrive la caduta tendenziale del saggio del profitto). È una contraddizione strutturale perché il modo in cui il modo di produzione capitalistico si appropria della “natura” consiste nel renderla “capitale”, ossia una merce per cui si paga un prezzo ad un proprietario qualsiasi. Solo che questo prezzo non corrisponde ad alcun valore (in senso marxiano), perché la natura – sopra e sotto la superficie terrestre – è fatta di risorse indispensabili per la produzione, ma che non sono prodotto dal lavoro umano. Per di più, molte di queste risorse sono o non riproducibili (materie prime di ogni tipo, minerali, petrolio, ecc), o limitate (l’estensione delle terre emerse, soprattutto della parte coltivabile), o comunque non interamente sottoponibili alla logica dell’accumulazione capitalistica (la fertilità dei terreni è solo parzialmente incrementabile con fertilizzanti, pesticidi e anticrittogamici, comunque “problematici”).

Il prezzo, dunque, viene determinato dalla necessità di specifiche risorse per la produzione e dalla loro qualità naturale (come il grado di “purezza” delle materie prime, variabili a seconda dei giacimenti), non dalla quantità di lavoro in esse contenute (se non per la parte necessaria, ad esempio, ad estrarre materie prime dal sottosuolo). Questo prezzo rappresenta una riduzione della massa di profitto a disposizione del capitale, anche quando – come oggi avviene sempre più spesso – il proprietario terriero è contemporaneamente anche un capitalista, oppure uno Stato (le petromonarchie del Golfo, per esempio, o anche Stati non asserviti all’imperialismo, ossia padroni delle proprie risorse naturali).

Ma anche se ogni risorsa naturale-ambientale fosse completamente a disposizione gratuita del modo di produzione capitalistico – cosa impossibile, in un sistema dove tutto deve avere un prezzo – resta il fatto ormai evidente che molte di queste risorse, non essendo riproducibili, sono destinate all’esaurimento, così come l’ecosistema in generale (ciò che c’è sulla superficie terrestre e poco sotto) è un sistema finito (cioè limitato) che non tollera la crescita infinita propria delle dinamiche del capitale.

Questo insieme spiega a sufficienza, benché in forma molto sintetica, perché – con Marx – consideriamo la “questione ambientale” una contraddizione strutturale del modo di produzione capitalistico, irrisolvibile all’interno della logica privatistica che è il suo dna. Ai tempi della Rivoluzione sovietica, o ancora in quelle del primo dopoguerra (Cina, Cuba, ecc.), questa contraddizione ancora non si era manifestata nelle forme e nelle dimensioni esplosive che oggi abbiamo di fronte. Questo spiega forse anche la sottovalutazione politica, oltre che teorica, del tema nel marxismo del ‘900, in qualsiasi sua declinazione.

Una sottovalutazione che ha lasciato vuoto un campo politico immenso, in cui sono prosperate molte utopie innocue per il capitale, che immaginavano possibile “far convivere salvaguardia dell’ambiente e modo di produzione capitalistico”. Un pensiero “ecologista” che giustamente è stato assimilato, ad esempio da Chico Mendes, al “giardinaggio”. Ossia un’ideologia per benestanti preoccupati solo del “proprio” ambiente vitale.

Non stranamente, proprio la pandemia e il tentativo di “convivere con il virus” hanno dimostrato che l’umanità – e dunque anche la natura – non può “convivere con il capitalismo”. Anche quel tempo è dunque ora finito. L’urgenza del cambiamento sociale fa tutt’uno con l’urgenza del cambiamento strutturale del modo di produzione prima che le variabili ambientali arrivino al “punto di non ritorno”, indicato dalla parte migliore della scienza; con la sostituzione del sistema attuale – fondato sulla priorità assoluta dell’impresa privata, orientata solo dal profitto individuale (societario o personale) – con un altro governato dall’interesse collettivo. Quindi con un sistema di programmazione e pianificazione, tendenzialmente socialista.

I conflitti ambientali – come il resto dei conflitti sociali – non si presentano in forma lineare e sono densi di contraddizioni. I comunisti non si rifugiano nell’agitazione di sterili principi, ma si misurano con le contraddizioni e lavorano a costruire le connessioni tra le diverse facce in cui si presentano i conflitti e tra i diversi spezzoni sociali coinvolti (dai lavoratori di specifici settori agli abitanti di alcune zone, ai giovani e ai movimenti civici e ambientalisti che esprimono una resistenza ideologica e culturale alla pretesa di uniformare il territorio e la vita umana alle esigenze del profitto).

Le lotte sul fronte ambientale sono un terreno sul quale si esprimono già oggi settori della scienza che provano a sottrarsi alla logica privatistica e sono interessati a mettere le loro competenze al servizio del bene comune e degli interessi dell’umanità. I comunisti hanno il compito di favorire lo sganciamento e l’azione indipendente di forze intellettuali e di saperi scientifici rispetto al controllo del grande capitale e sostengono i percorsi di organizzazione indipendente della ricerca e del dibattito scientifico.

2 Giugno 2021